DOV’È LA VITTORIA – le due Italie nel pallone

Dov’è la Vittoria – Le due Italie nel pallone (Aspetti sportivi della malaunità politico-economica) è un saggio di indagine sulle cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nell’ottica del divario interno italiano su cui convergono da sempre la politica e la finanza nazionale, e approfondisce le dinamiche oscure che – da sempre – regolano il “dietro le quinte” del Calcio italiano.

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copertina Edizione 2015

Il Calcio italiano fa i conti con la sua credibilità. È influenzato, in modo fin troppo evidente, dalle pulsioni che attraversano la nostra società: le crisi economiche, i giochi della finanza, la corruzione politica, la sfiducia nelle istituzioni, le polemiche sui giudici (arbitri), le strutture inadeguate, l’insicurezza, i localismi, l’intolleranza. E poi, il divario Nord-Sud. L’Italia continua a non perseguire una vera unità e il suo divario interno, che è un unicum nel panorama dei paesi economicamente avanzati, continua a squilibrare anche il movimento calcistico nazionale. Insomma, il Calcio italiano, di fatto, riflette perfettamente la condizione del Paese, il suo regresso, che è anche, e soprattutto, causato dalla sua divisione interna che lo indebolisce.

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copertina Edizione 2017

La centocinquantennale “Questione meridionale” è un aspetto latente e mai analizzato a fondo – eppure assai decisivo – del Pallone italiano, dominato storicamente da tre squadre del Nord, espresse dal “triangolo industriale”, che sfruttano i vantaggi di localizzazione e attingono dal serbatoio di passione del Centro-Sud, un’altra forma di emigrazione meridionale, diversa da quella fisica di studenti e lavoratori. Sull’altro fronte, solo il Napoli e le squadre di Roma riescono a competere, a cicli alterni e diradati nel tempo.
Perché il Nord ha vinto più di 100 scudetti mentre il Sud non è arrivato neanche in doppia cifra? Perché le squadre del Sud faticano ad affacciarsi alla Serie A? Come hanno fatto le squadre settentrionali a prendere il pallino del gioco? E come l’hanno mantenuto? Cosa ha consentito a Cagliari, Napoli, Roma e Lazio di raccogliere le briciole lasciate dalle squadre del Nord? Perché Juventus, Milan e Inter sono squadre “nazionali”? E perché sono le più amate ma anche la più odiate? Perché il Napoli gode di una passione smisurata ed è considerata la vera nazionale dal suo popolo? Quando e come nasce la discriminazione territoriale? Chi ha manipolato la passione degli italiani? Tutti quesiti cui dare adeguate risposte, individuabili con una macrovisione dello show-business, fondamentale per comprendere il significato del fenomeno calcistico nella vita della Nazione unita e nel contesto storico, politico ed economico d’Italia.
La squadra più vincente d’Italia è legata a una famiglia piemontese che ha fatto la storia dell’industrializzazione italiana del Novecento. È una delle squadre di Torino, prima capitale del Regno e città dei Savoia, la dinastia che forzò un più corretto percorso di Unità nazionale e “piemontesizzò” la Penisola nel secondo Ottocento. Mentre si realizzava l’Unità geografica, in Inghilterra nasceva il Foot-ball, lo sport che, come tutti i costumi britannici, sarebbe divenuto uno strumento di affermazione egomonica della “Perfida Albione” nel mondo. Il Regno Unito, che esercitò la sua forte influenza nel piano sabaudo di unificazione monarchica della Penisola, avrebbe caricato i palloni da calcio a bordo delle proprie navi piene di merci e li avrebbe portati nei porti di mezzo mondo, compresi quelli italiani, importanti nella rotta verso il nuovo Canale di Suez, realizzato per accorciare le distanze con l’Oriente. Non a caso il Foot-ball di casa nostra vide la luce a Torino e in quella Genova che ne era il principale sbocco sul mare, per poi abbracciare Milano. Il “loro” campionato fu precluso alle squadre del Sud per circa trent’anni e l’Albo d’Oro contempla scudetti esclusivamente settentrionali, siglati prima che il Ventennio fascista aprisse la contesa anche al resto del Paese, procurando fastidio al movimento di quel Settentrione che nel frattempo riceveva massici favori nell’industrializzazione. Il dopoguerra consacrò il Calcio industriale. E oggi cosa accade?
Dov’è la Vittoria è un’indagine a carattere storico-sociologico-antropologico supportata da studi di economisti, docenti universitari e istituti di ricerca, per individuare le cause delle differenti performance sportive dei movimenti calcistici del Nord e del Sud d’Italia, inquadrate nello scenario del divario interno italiano. Anche attraverso la ricostruzione dei maneggi oscuri nel “dietro le quinte” della grande passione degli italiani – su cui convergono la politica e la finanza nazionale – ne viene fuori una fotografia del Calcio tricolore che illustra con completezza un aspetto poco dibattuto dell’annosa “Questione meridionale”. I veri protagonisti sono l’Italia e gli italiani, che in realtà non esistono, e trovano anche nel Football un linguaggio comune per dimostrarselo.

Capitoli

  1. Un affare da “screanzati” – prefazione di Oliviero Beha
  2. Divide et impera – introduzione dell’autore
  3. Una Questione nazionale – il divario Nord-Sud
  4. Prima il Nord – la Federazione con la palla al piede
  5. Fatta l’Italia, facciamo i tifosi – il tifo nel Paese dei campanile
  6. Sudditi di Sua Maestà – impronte anglosassoni sul pallone
  7. Stringiamci a Coorte – il triangolo Genova-Torino-Milano
  8. Il Regno d’Italia – il matrimonio Juventus-Fiat
  9. Fratelli d’Italia – la discriminazione territoriale
  10. Libera frode in libero Calcio – un secolo di scandali italiani del pallone
  11. L’Italia chiamò – il maxiflop nazionale dei Mondiali ‘90
  12. Siam pronti alla morte – conclusioni dell’autore

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► Intervista su iogiocopulito.it de Il Fatto Quotidiano

Tra le 5 big, il Napoli perde tifosi

Angelo Forgione – L’annuale osservatorio sul tifo calcistico della Demos & Pi ha confermato che Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma rappresentano l’80% degli appassionati italiani. Più staccate, Lazio, Fiorentina, Cagliari, Torino e Palermo. Si tratta di rilevamenti tutt’altro che inutili, visto che quelli analoghi commissionati dalla Lega Calcio determinano la redistribuzione di un quarto dei proventi delle pay-tv, fino a un massimo del 6,25% per singola società. Più tifosi hanno i club, più soldi portano a casa. E lo sa bene anche Edoardo De Laurentiis.
L’ultimo campione nazionale (1100 casi) è stato interpellato dalla società Demetra nel periodo 4 – 10 settembre 2014, ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.
Da evidenziare che, nell’analisi comparativa dei sodaggi degli ultimi quattro anni (disponibili online), la tifoseria del Napoli è l’unica che fa registrare un trend negativo. Gli azzurri, dopo aver toccato quota 13,2% e aver avvicinato sensibilmente l’Inter nel 2012 (dopo la consacrazione del sodalizio azzurro proveniente dal fallimento), sono scesi a quota 10%, mentre tutte le altre hanno guadagnato una percentuale di seguaci. Il “vorrei ma non posso vincere lo scudetto” ha scoraggiato gli appassionati più volubili?tifoserie

Milano non vuol mollare il calciomercato

Nonostante i forum, le tavole rotonde e i convegni pubblici per cambiare la sede del calciomercato e renderla itinerante, pare che ci si avvii alla conferma dell’Atahotel di Milano. Le candidature di Taormina e Napoli sembrano ostacolate da logiche che l’avvocato Claudio Pasqualin non riesce a comprendere. Parla di “presa in giro” il presidente di AvvocatiCalcio:
«Agli operatori di mercato non interessa chi gestisce l’organizzazione, ma che non si prendano decisioni sulla loro testa nonostante le rassicurazioni di voler cambiare le cose. L’Adise è sempre stata con noi. Il Comune di Taormina si è mosso ufficialmente per ospitare il mercato, cosi come anche la Fiera di Napoli, e non si capisce perché si debba tornare in quella tristezza lì (all’Atahotel di Milano), senza appeal. Valuteremo il da farsi. Siamo cittadini della repubblica del calcio, ma a questo punto potremmo esercitare una disobbedienza civile, fatti salvi ovviamente i primari interessi dei nostri assistiti. Ci sentiamo presi in giro. Si diceva che l’Atahotel era un postaccio e adesso invece tutti torneremo lì. Valuteremo la nostra posizione ufficiale. E ci tengo a precisare una cosa. Non siamo assolutamente rassegnati, continueremo a far valere le nostre ragioni».
Emanuele Cammaroto, ideatore e coordinatore del progetto “Calciomercato a Taormina”, si trattiene in attesa delle sentenze, ma preannuncia battaglia:
«Restiamo rispettosi e fiduciosi circa l’operato delle Istituzioni calcistiche e le scelte definitive che verranno fatte a breve. Vogliamo aspettare prima di spiegare e commentare meglio tutto quello che sta accadendo. Sia chiaro, però, che per questa estate o per il prossimo inverno che sia, Taormina non mollerà niente. Non vorremmo che forse qualcuno pensi che, a prescindere dai contenuti dei progetti, l’Italia debba ancora iniziare e finire in riva al Po o che il futuro del Calciomercato debba appartenere alle solite logiche del passato, con una sede da individuare a priori per fattori geografici e “piramidali”. Nell’era del mondo globale non è più tempo di roccaforti».