Strade minori per Murolo, Carosone e Bruni

Angelo Forgione – La Giunta comunale di Napoli, approvando una deliberazione proposta dal Sindaco Luigi De Magistris, ha deciso che l’auditorium di Scampia sarà intitolato a Fabrizio De Andrè e che tre toponimi di tre traverse di via Nino Bixio a Fuorgirotta saranno attribuiti a Roberto Murolo, Renato Carosone e Sergio Bruni.
Premesso che l’auditorium di Scampia, senza nulla togliere a Fabrizio De Andrè, meriterebbe di essere intitolato a Lucio Dalla, artista legato e “rinato” a Napoli, non condivido affatto la pur giusta scelta di attribuire alla memoria di tre grandi interpreti della Canzone di Napoli delle stradine di fatto irrilevanti. Con la memoria storica non si può più essere così superficiali.

Marotta e la spocchia dei provinciali a corte

La storia recente dice che è l’ambiente juventino a fare figuracce da provinciale.

Angelo Forgione – Veleno di Beppe Marotta sul Napoli: “fastidiosi festeggiamenti da provinciali”. Così ha definito le manifestazioni di soddisfazione del club azzurro per la vittoria contro la Juventus. Meglio la sincerità di un torinese doc come Marchisio quando dichiara che quando gioca contro il Napoli gli scatta qualcosa che non gli scatta con le altre, e gode a batterlo. E poi, Marotta di quali festeggiamenti parla? Dei cori, dei canti e degli olè durante la partita? Quelli sono dei tifosi del Napoli, non della società. Non ci pare che quando la Juventus batte il Napoli in casa i suoi tifosi se ne stiano in silenzio. Anzi, cantano addirittura ‘o surdato nnammurato, e fanno cori razzisti, più che provinciali. E non solo quando si gioca Juventus-Napoli. Le curve dello “Juventus Stadium” sono state chiuse dal giudice sportivo e la redazione della Rai di Torino ha chiesto scusa ai napoletani e all’Italia intera per l’inquilificabile servizio sulla puzza dei napoletani firmato Giampiero Amandola. Più provinciali di così si può arrivare solo alla spocchia del popolano a corte. A Napoli si dice ‘o sagliùto (il salito). E infatti…

Godina si duole di Report, ma quel suo articolo…

Angelo Forgione – E ora Andrej Godina fa parziale marcia indietro e se la prende con la redazione di Report per averlo gettato in pasto ai leoni. In videocollegamento web con la redazione del TGR Campania, l’esperto triestino ha dichiarato di essere dispiaciuto del fatto che sia stato estrapolato solo il pezzo del suo assaggio del caffè napoletano nel primissimo promo, in un contesto di indagine che ha invece scandagliato l’intero sistema italiano. Io che vi ho partecipato lo sapevo, ma non potevano certo saperlo tutti coloro che in questi giorni hanno visto quella performance. Ma la cautela di Godina non convince per nulla, perché nell’articolo scritto di suo pugno il 27 febbraio, dopo la sua incursione napoletana, nel quale non faceva riferimento alcuno alla sua partecipazione a Report, parlava del solo caffè napoletano, compiacendosi sul suo profilo facebook di aver sfatato “definitivamente” il mito del buon caffè a Napoli. Quell’articolo sfuggì alla grancassa dei media ma non al sottoscritto, che annunciò quanto sarebbe accaduto. Certo, il caso è esploso perché i giudizi erano affidati alla diffusione di Report e non al piccolo portale su cui ha scritto Godina, ma tanto bastò, avendo il Nostro parlato anche in termini irridenti di quanto scritto circa il caffè napoletano sul libro Made in Naples. Per la serie “ccà nisciuno è fesso!”

Napoli e Torino: stessi debiti, stadi diversi.

come la Juventus ha costruito la sua casa

Angelo Forgione – Mentre impazzava il dibattito economico su fatturati e investimenti di Napoli e Juventus saltava il previsto incontro tra De Laurentiis e il sindaco di Napoli De Magistris per discutere (ancora) del futuro di quel ferro vecchio che è il “San Paolo”. Il primo cittadino si è irrigidito per le parole che il patron del Napoli aveva pronunciato poche ore prima: «Oggi incontrerò il sindaco per capire bene se dovrò andarmene in Inghilterra con Benitez e coi miei calciatori. Mi sono stancato, sono una persona che dice le cose come stanno, vuol dire che se non faremo lo stadio giocherà con Auricchio (capo di Gabinetto del Comune) in porta ed in Serie C. Quando dall’altra parte ho dei sordi devo solo prendere atto ed andarmene. Di progetti come quello dello stadio della Roma ve ne posso portare circa ventimila. I bagni del San Paolo resteranno chiusi fin quando non saranno aggiustati dal Comune».
Al Napoli virtuoso manca solo lo stadio di proprietà per issarsi tra i grandi club d’Europa. La Juventus può contare su questo cardine fondamentale. Già, ma come ci è riuscita? All’italiana, solo grazie ai “regali” di un ente pubblico (il Comune di Torino) alla proprietà juventina, la Exor S.p.A. che fa capo alla famiglia Agnelli, e al ricorso a una banca pubblica (l’Istituto per il Credito Sportivo). Tra il 6 dicembre 2002 e il 15 luglio 2003, il Comune di Torino trasformò la zona del precedente stadio “delle Alpi” da “area destinata a servizi” a “Zona Urbana di Trasformazione”, rendendo di fatto privata una zona una volta destinata a “Verde e Servizi” dal Piano Regolatore, e trasferì poi per 99 anni la proprietà e il diritto di superficie di un totale di 349mila metri quadrati delle aree (stadio e fabbricati) alla Juventus F.C., che è di fatto una Spa quotata in borsa. Il tutto per la modica cifra di 25 milioni di euro, 71,63 centesimo al metro quadrato per ogni anno di concessione. Dopo questo “regalo” furono concesse delle autorizzazioni commerciali e, soprattutto, una variante al Piano Regolatore per “redistribuire le consistenze edificatorie commerciali”. E così la Juventus, cedendo a Nordiconad (cooperativa che aderisce al Consorzio nazionale Conad), Cmb e Unieco i 34mila mq di spazi commerciali intorno allo stadio, ottenne ben 20,25 milioni di euro. A questi si aggiunsero i circa 75 milioni di euro pagati da Sportfive per trovare uno sponsor che desse il nome allo stadio (ancora non trovato) e i circa 60 milioni che la Juventus ottenne accendendo due mutui con l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica, e quindi finanziata da soldi dei contribuenti, che di certo non pratica tassi di mercato. E non finiva qui. Nel novembre 2012 fu creata dal Comune di Torino una nuova “Zona Urbana di Trasformazione” di circa 260mila metri quadrati adiacenti lo “Juventus Stadium”, di cui 180mila destinati alla Juventus per la realizzazione della cittadella bianconera, comprendente campi di allenamento per la prima squadra, un albergo, servizi (tra i quali una multisala cinematografica), un centro benessere e residenze. Il tutto al prezzo ancor più stracciato di 10,5 milioni, 58,33 centesimi al metro quadrato per ogni anno di concessione.
Per gli ambientalisti, quella dello “Juventus Stadium” è una delle più grandi sconfitte: da immensa area agricola adatta a diventare il primo parco cittadino per estensione, trasformata in una distesa di cemento e supermercati. E intanto il Comune di Torino, come quello di Napoli, è diventato uno dei più indebitati d’Italia.
Tutto quanto accaduto a Torino è possibile a Napoli, nell’urbanizzatissima Fuorigrotta, dove ci si scontra sulla pista d’atletica?

Napoli-Juventus non è una questione di soldi

Angelo Forgione – La lezione di calcio che il Napoli ha restituito alla Juventus dice che la diffenza in classifica tra le due squadre è falsa, ma intanto c’è, e le colpe sono tutte del Napoli, che non riesce ad essere affamato con le “piccole” come gli avversari. Inutile dunque spostare il dibattito in economia sportiva. Benitez ha parlato di fatturati juventini e Conte di investimenti napoletani. La verità è che l’ultimo saldo delle entrate dice 275 milioni per la Juventus e 125 per il Napoli, che è l’unica squadra della Serie A ad essere autosufficiente, ovvero a non dover ricorrere alle banche e alla proprietà. Ed è verissimo che il Napoli sia la società ad aver investito maggiormente nel mercato 2013/14, con esborsi per 100.700.000 €, ma ciò è stato possibile solo grazie alle continue plusvalenze degli ultimi anni, ultima la cessione di Edinson Cavani al PSG (+52.500.000 €), terza miglior plusvalenza in assoluto della storia. Insomma, il Napoli è più virtuoso e la Juventus è più ricca. Stop!
Uscendo dai freddi numeri, il Napoli che compete (almeno in casa) con Borussia Dortmund, Arsenal, Juventus e Roma in stagione ha l’obbligo di farsi competitivo per vincere le guerre e non solo le grandi battaglie. La zebra, intanto, si lecca le ferite dopo i calci sfrenati del “corsiero del sole”. Vittoria dal sapore diverso, perché Napoli-Juventus non è mai una partita normale. Napoli-Juventus è il confronto tra due mondi sportivi distanti, tra due tifoserie agli antipodi. Quella azzurra, fortemente identitaria, espressione del territorio di appartenenza. Quella bianconera, apolide e “nazionale” per definizione. Napoli-Juventus è Napoli-Italia più di ogni altra partita. E la differenza di scudetti vinti non conta, non solo per i napoletani, sempre chiari nel preferire gli avversari da battere, ma anche per gli juventini, spesso superbi nel considerare ogni partita come le altre. Non è per caso che un torinese doc come Claudio Marchisio, serio professionista e sincero amante di Napoli («non c’è nulla di più bello che svegliarsi a Napoli, aprire la finestra e affacciarsi sul Golfo… In ogni stagione!»), abbia dichiarato un anno fa «Quando mi trovo il Napoli di fronte scatta qualcosa di particolare che non mi scatta con nessun’altra squadra». Applausi sinceri alla sua autenticità lusinghiera.

Proposta oscena: “piazza Carlo III diventi Berlinguer”

il toponimo dovrebbe cambiare semmai in piazza Carlo di Borbone

Angelo Forgione – Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità (S. Lorenzo, Vicaria, Poggioreale, Zona Industriale), sfida la storia di Napoli e propone di cambiare il nome della piazza Carlo III in piazza Enrico Berlinguer. Inutile entrare nello specifico di una polemica che una scelta del genere provocherebbe, e che non si verificherà perché non spetta a Donzelli prendere decisioni del genere. È il caso di soffermarsi semmai sul tono di sfida con cui questa idea è stata inoltrata, espresso in un provocatorio post su facebook: “Non sono filoborbonico. Rispetto la storia della mia Napoli, ma ancor di piú quella nazionale. Mi oppongo ai rigurgiti secessionisti e sono un uomo di sinistra. Piazza Enrico Berlinguer”. Scusi, consiglier Donzelli, ma cosa le fa pensare che il sereno mantenimento del nome storico di una piazza (degradata) in cui insiste l’immenso Palazzo Fuga significhi la minaccia del secessionismo napoletano? Suvvia, smettetela di cercare di violentare la storia e la realtà. E se proprio vogliamo dirla tutta, il toponimo dovrebbe semmai cambiare in “piazza Carlo di Borbone”, così come il sovrano era chiamato a Napoli (Carlo III lo divenne dopo a Madrid). Le strade e le piazze i cui nomi sono da cambiare, a Napoli, sono ben altre, qualora se ne presentasse la possibilità nel mare delle più grandi criticità e priorità della città. Piuttosto, si prodighi per ridare decoro alla piazza e allo storico edificio borbonico, e lasci perdere la storia che evidentemente non conosce e non rispetta. Piazza Carlo di Borbone!

Offensiva al mito del caffè napoletano. Si parte.

Angelo Forgione – L’avevo fiutato e ne avevo parlato qualche giorno fa. L’offensiva al mito del caffè napoletano è partito. Il Corriere della Sera anticipa l’inchiesta di Bernardo Iovene che andrà in onda il 7 aprile a Report (guarda il promo), con la sortita dell’esperto del caffè Andrej Godina a Napoli: «Il caffè a Napoli è pessimo». Aspettiamo di vedere cosa ne uscirà in video per dibattere e giudicare, ma l’articolo scritto da Godina dopo il suo viaggio a Napoli non lasciava intravedere nulla di buono nei termini e nei concetti espressi, talvolta irridenti e sprezzanti. C’è solo da augurarsi che il mio contributo di narrazione storica raccolto da Iovene sia inserito nell’inchiesta di Report, che se evidenziarà i guasti esistenti con obiettività non potrà che fare bene al comparto.

Col caffè sospeso Napoli continua a civilizzare il mondo

Angelo Forgione – Il caffè sospeso, che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla, un atto di solidarietà nato a Napoli in tempi antichi, si diffonde nel mondo di oggi, travolto dalla crisi economica mondiale. Qualche esperto del caffè, leggendo il mio libro, l’ha definita ultimamente una “vetusta e desueta abitudine“, ma forse si sarà già ricreduto dopo aver visto il breve servizio del TG1 del 24 marzo.
È solo una mia convinzione, di Jean-Noël Schifano, o di chi conosce Napoli, che essa continui a civilizzare il pianeta anche dalla sua posizione di città assistita? Eppure lo dimostra da secoli, facendosi modello ad ogni latitudine con suo impareggiabile anticonformismo.

Incontro con gli studenti della “Marconi” di Giugliano

Si è svolto all’Istituto Professionale “G. Marconi” di Giugliano (NA) l’incontro con le classi superiori che, per iniziativa dei docenti, hanno letto il libro Made in Naples. Grande interesse per le tematiche della storia e della cultura di Napoli, del Sud e dell’Italia intera, per le vicende del Risorgimento, per lo squilibrio tra Nord e Sud e per la discussione sull’educazione alla cultura e all’autoresponsabilizzazione civica. Interessante la discussione a 360 gradi sul razzismo, sollecitata da uno studente di colore del plesso scolastico giuglianese.

Giornata mondiale della felicità: diritto formulato a Napoli nel ‘700

Angelo Forgione – Si celebra oggi, 20 marzo, la Giornata Internazionale della Felicità, ricorrenza istituita il 28 giugno 2012 dall’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere il benessere e la felicità quali aspirazioni universali della persona umana e dunque obiettivi fondamentali delle politiche pubbliche.

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è un scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”

Tre i pilastri riconosciuti dall’ONU: la crescita economica, il progresso sociale e la maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente. “Solo queste tre componenti messe insieme definiscono la felicità globale”. Ma per Napoli tutto questo non è una novità e chi frequenta questo blog o ha letto Made in Naples lo sa bene. Crescita economica, progresso sociale e rispetto dell’ambiente, in quanto fondamenti della felicità, furono teorizzati proprio a Napoli nel Settecento dal maestro dei più noti illuministi e dei più grandi riformatori del Mezzogiorno, padre della Scuola Napoletana di Economia che è cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile di Genovesi impostò lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità”, a differenza dell’Economia Politica britannica di Adam Smith che subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione.
Il “diritto alla felicità” fu messo per iscritto nella Scienza della Legislazione da Gaetano Filangieri. Correva l’anno 1780 e fu ben presto inserito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America da Banjamin Franklin, che con il giurista napoletano intrattenne dal 1871 una fitta corrispondenza.
Il primo statuto fondato sulla felicità fu quello di San Leucio, voluto da Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Asburgo, che anche il repubblicano Pietro Colletta, mai tenero con la monarchia napoletana, definì “documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili”. La pubblicazione del Codice Leuciano avvenne proprio a un anno dalla morte di Gaetano Filangieri e la sua principale incoraggiatrice fu proprio Maria Carolina, che basò la sua politica riformista sull’opera Della pubblica felicità dello storico e sacerdote modenese Ludovico Antonio Muratori. Uno scritto pubblicato nel 1749 che poneva la felicità e la soddisfazione dei sudditi al centro della  politica di governo. Nel 1765, Antonio Genovesi, convinto della “pubblica felicità”, la mise in correlazione allo sviluppo economico, prima che Filangieri ne facesse un vero e proprio diritto dell’uomo.
L’ONU, dal 2011, esorta dunque la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito indiretto a desistere dall’Economia Politica imperante a beneficio di un recupero dell’Economia Civile che rispetta i lavoratori, protegge l’ambiente, sviluppa i servizi e migliora i beni.
Sempre dal 2011, le Nazioni Unite stilano annualmente la classifica degli Stati più felici sulla base di 6 fattori principali: il reddito effettivo pro capite, l’aspettativa di una vita in salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà di fare le proprie scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità dell’ambiente che ci circonda. L’Italia, nell’ultimo report, è giù in fondo, al 45° posto, prima di Guatemala, Sud Corea, Malta, Ecuador, Bolivia, Polonia ed El Salvador, lontana dagli altri Paesi europei che si trovano quasi tutti fra i primi 30, tranne pochi altri “infelici” come noi, che sono la Grecia e la Croazia.
A proposito, il Regno delle Due Sicilie, quello che formulò paradigmi economici, diritti e statuti basati sulla felicità, si presentò all’appuntamento con l’Unità come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Operoso, con una percentuale totale del 50% della forza lavoro e con il 16,3% della popolazione impiegato nell’industria crescente (contro l’11,8% di tutto il Settentrione). Oggi, invece, Napoli e il Sud sono afflitti dalla “pubblica infelicità”, ovvero dall’emorragia di un popolo schiacciato dalla disoccupazione, dall’assenza di sviluppo e dal vuoto di prospettive di benessere sociale. Ecco perché il messaggio di Genovesi è un’ancora di salvezza per tutti, ora che la “pubblica felicità” è soltanto una chimera. Ecco perché l’ONU, Papa Bergoglio e alcuni economisti contemporanei cercano di riportare l’economia al servizio della felicità.