Bruciore profondo

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Angelo Forgione – Brucia Notre Dame. Un inferno doloroso, riconducibile alle cronache europee del 12 febbraio 1816, la notte in cui, ad addolorare il Continente fu il disastroso incendio del Real Teatro di San Carlo a Napoli, il tempio del melodramma, che da circa ottant’anni era il riferimento internazionale della grande passione del tempo, l’Opera.
In meno di due ore la sala interna andò completamente perduta. Le fiamme erano scaturite da qualche lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di una serata illuminata dalla luna. Crepitii e grida dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città. L’intervento tempestivo dei “travagliatori” e dei soldati borbonici riuscì a evitare che le fiamme si propagassero alla magnifica facciata neoclassica, rifatta solo qualche anno prima dall’architetto Antonio Niccolini. Senza né televisione né radio, con lentezza giunse all’estero la notizia attraverso la diffusione delle tristi cronache provenienti dalla capitale continentale della Musica. Quello che oggi fanno gli obiettivi fotografici e televisivi lo fecero gli artisti che si affrettarono a immortalare il tragico evento con tele, pennelli e tavolozze. Senza Salvatore Fergola e Luigi Gentile nessuno avrebbe potuto “vedere” quelle scene.

Sull’Europa di Napoleone era da poco calato il sipario e la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna aveva recentemente riportato Ferdinando di Borbone sul trono di Napoli. Ecco perché il popolo napoletano, in preda allo sconforto, accusò i giacobini di essersi vendicati colpendo il simbolo internazionale della città, un po’ come oggi si accusano i jihadisti per il rogo del simbolo cattolico di Parigi. Qualcuno sospettò di Domenico Barbaja, l’impresario del Real Teatro sopravvissuto al cambio di potere, pure proprietario dell’impresa edile che aveva rifatto la facciata.

Ferdinando di Borbone, a soli nove giorni dal rogo, formò una commissione composta da cinque importanti nobili, incaricati di sovrintendere, senza badare a spese, alla rinascita del tempio europeo dell’Opera, affinché superasse in bellezza se stesso e ogni teatro del mondo, anche il più giovane Teatro alla Scala di Milano. Per meriti acquisiti con i lavori per la facciata, il progetto e l’appalto dei lavori furono aggiudicati ancora a Niccolini e Barbaja.

In soli otto mesi il miracolo fu compiuto. Andò a verificarlo di persona Stendhal la sera dell’inaugurazione, il 12 gennaio 1817, quando in scena fu portato Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, melodramma allegorico composto espressamente per l’occasione, perché quel giorno fu davvero sognato da tutta Napoli. Alla vista dello scrittore si mostrò una straordinaria sala, completamente diversa da quella andata in fiamme: dal Barocco ormai démodé della precedente sala di Antonio Medrano al Neoclassico in voga di Antonio Niccolini. I suoi occhi, esperti di teatri francesi e italiani, rimasero sbarrati all’esperienza del ricostruito teatro:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

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Grazie alla trasformazione stilistica, l’incendio del San Carlo non lasciò alcun rimpianto e segnò la mutazione classicheggiante del gusto architettonico occidentale che, partendo proprio da Napoli con gli scavi vesuviani, accompagnò le trasformazioni stilistiche tra Sette e Ottocento.
Se non vi fu rimpianto, anzi, se l’incendio fu occasione per fare del San Carlo un tempio ancor più bello è perché quello era un mondo in cui l’arte e la cultura in generale erano ancora in evoluzione. Al bello del Barocco superato fu possibile sostituire il bello del Neoclassico alla moda.

L’estetica costruttiva è finita con l’affermazione della società industriale ed è divenuta un nostalgico ricordo dopo la guerra, quando l’Europa, per ripudiare il Nazifascismo, ha optato delittuosamente e opportunisticamente per la semplice costruzione selvaggia, senza architettura e priva di ricerca stilistica del bello.
L’ultimo capolavoro per l’Umanità è la Sagrada Familia di Barcellona, ancora in lenta costruzione sui progetti ottocenteschi di Antonio Gaudì, l’ultimo architetto capace di rivisitare modernisticamente il passato e di lasciare una vera Eredità artistica al futuro.

Ecco perché il rogo di Notre Dame è evento drammatico. Quando brucia un capolavoro così antico, testimonianza di un passato e di una stratificazione d’arte irripetibile, brucia un pezzo di storia dell’umanità. Brucia il nostro miglior percorso fin qui. Brucia qualcosa che appartiene a tutti, non solo alla città che quel capolavoro rappresenta simbolicamente.
Se dopo le barbare devastazioni della guerra, nell’era industriale, è nata l’Unesco è perché ci siamo resi conto che il passato culturale andava necessariamente assicurato al futuro. Non possiamo permetterci di perdere nulla di così significativo perché non siamo più in grado di creare nulla di davvero significativo. E questo deve farci capire il valore umanitario di quel vituperato evo che ci ha dato Notre Dame e quel che questo tempo non riesce a stimolare. Guardino il cuore di Parigi in fiamme e riflettano sul moto emotivo collettivo tutti coloro che a sproposito usano la parola “medioevo”.
Brucia la vera Europa, quella dei popoli, che soffrono compatti per un capolavoro universale in fiamme, non quella della tecnocrazia e delle banche.

Napoletani broccoli e mandolino

Angelo Forgione I napoletani di quattro secoli fa? Famosi per i loro broccoli prima che rivoluzionassero le loro abitudini e quelle altrui col pomodoro e lo diventassero per la loro pizza e per gli spaghetti.
Basta andare nel Seicento e osservare il Gioco di Cuccagna illustrato dall’incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli, in cui si mostravano “le principali prerogative di molte città d’Italia circa le robbe mangiative”, per vedere i miti alimentari del tempo barocco, diversi da quelli di oggi. Non tutti, perché le mortadelle di Bologna, i torroni di Cremona e i cantucci di Pisa, ad esempio, hanno resistito ai secoli. Ma i broccoli dei napoletani, non a caso detti “mangiafoglia” a quel tempo in cui attorno la città insistevano ricchissimi orti, sembrano curiosi assai, come pure le provole di Roma o, in qualche misura, il formaggio di Piacenza, allora più famoso del pure antico Parmigiano Reggiano delle vicine Parma (culatello) e Reggio. E invece tanto curiosi non sono. I tipici broccoli di rape amari, i friarielli, rappresentano il retaggio di quella cucina napoletana barocca, così ribattezzati qualche secolo dopo, una volta finiti in padella per essere scottati con la sugna anziché bolliti. Qualcosa è cambiato, ma non troppo.

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Caravaggio e il suo periodo napoletano

Angelo Forgione Milano, Roma, Napoli, e poi ancora Malta e la Sicilia. Questo il percorso di Michelangelo Merisi di Caravaggio, diverso in ogni luogo in cui è stato. Il Caravaggio napoletano è senza dubbio già lontano da quello romano, e totalmente distante da quello milanese. Nella sua maturazione influirono certamente i suoi turbamenti personali ma anche, e sensibilmente, l’ambiente partenopeo. Si legge in Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017):
“Iniziò per il milanese un periodo ricco di impegni in un centro in cui vi era lavoro per tutti e dove proprio i ben accolti milanesi e lombardi erano pronti a commissionargli nuovi incarichi. In un primo periodo alloggiò in un’abitazione nei Quartieri Spagnoli, osservando quotidianamente la già complessa umanità dei vicoli, per poi essere ospitato nel panoramico Palazzo Cellammare, la residenza nobiliare a Chiaja della famiglia Carafa-Colonna. Del soggiorno napoletano approfittò per perfezionare le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa, e così abbandonò definitivamente la lombardità delle sue pur celebri nature morte, sostituendo un certo realismo descrittivo con un più deciso pathos esistenziale dei corpi e un drammatico uso di luci e ombre con cui cavò letteralmente le figure dall’oscurità e superò anche la tecnica applicata nella fase romana. Con il nuovo linguaggio del “tenebrismo”, il Maestro produsse meravigliosi dipinti che suscitarono gran scalpore e influenzarono incisivamente i tanti caravaggisti locali, da Battistello Caracciolo a Jusepe de Ribera, e l’intera evoluzione artistica di Napoli, dando il via a un percorso inarrestabile verso la cultura pittorica barocca.”
Tomaso Montanari, nel video, illustra la Storia e la trasformazione artistica di un artista dannato, il più grande del suo tempo, grande amico del più importante poeta del Seicento, il napoletano Marino.

Clicca qui per vedere il luogo in cui Caravaggio fu aggredito e sfregiato, pochi mesi prima di morire.

Basoli vesuviani scompaiono con l’identità barocca di Napoli

lettera_basoli_pietra_lavicaAngelo Forgione Si è aperta da qualche giorno una polemica tra comitati civici e Comune di Napoli per diversi lavori di riqualifica urbana che hanno imposto basoli di pietra lavica etnea in luogo di quelli vesuviani rimossi. La discussione riguarda anche i timori per i prossimi interventi, soprattutto nel centro storico. Gli assessori competenti assicurano che tutti i basoli di pietra lavica vesuviana rimossi sono stati catalogati e conservati e che verranno utilizzati per completare le pavimentazioni delle strade che rientrano nel Grande progetto Centro storico Unesco.
La sostituzione della pietra lavica vesuviana con quella etnea, già avvenuta in passato in alcune strade importanti di Napoli e più recentemente al Borgo degli Orefici, è responsabile dei grossi problemi in via Toledo e in via Chiaia. La pietra etnea è materiale molto fragile perché contiene un’alta concentrazione di fibra vetrosa, ed è quindi meno resistente della pietra vesuviana, che è pure lavorata in sezioni più doppie e risulta più robusta del marmo. Inoltre la pietra autoctona, derivante dalle eruzioni del Vesuvio, è più pregiata e ha un colore più scuro, caratterizzando i luoghi da secoli. La sua lavorazione si è diffusa tra il XVII e il XVIII secolo, in coincidenza con la fioritura dell’architettura barocca, corrente di cui Napoli è stata una capitale europea. Il cambio del materiale nel centro storico Unesco sarebbe un intervento sbagliato che cambierebbe i connotati storico-urbanistici e colpirebbe l’identità della città. L’intervento, in ogni caso, sarebbe da evitare ovunque, per non doversi trovare con una diversa pavimentazione agli Orefici motivata con lavori in carico alla Metropolitana.

p-lavica

Qualcuno salvi la guglia dell’Immacolata!

Qualcuno salvi la guglia dell’Immacolata!
intervista-appello ai microfoni di Telecaprinews

Intervista e denuncia sulle condizioni critiche e allarmanti della guglia dell’Immacolata che, dopo nove mesi di messa in sicurezza dei gruppi marmorei, mostra tutte le sue ferite nel silenzio assoluto.
E intanto i finanziamenti vanno a statue sicuramente da ripulire ma non certamente in pericolo. I conti non tornano.

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