––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione – Lacreme altoatesine! Mentiva sapendo di mentire Alex Schwazer mentre scriveva una email al medico della Fidal Pierluigi Fiorella. Non solo: faceva anche del razzismo. Perché si era dopato e voleva convincere il medico federale della sua pulizia morale distinguendo gli altoatesini dai napoletani. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito… ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Queste le parole scritte due giorni prima del test a sorpresa che gli fece la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, con cui fu rivelata la positività all’assunzione dell’Epo. Il Signore ci mise solo 48 ore per punirlo.
Chissà poi cosa avrà pensato il medico, e se avrà creduto o meno all’atleta razzista. Intanto abbiamo capito chi intendeva rappresentare e chi no il marciatore quando salì sul gradino più alto del podio olimpico. Sta di fatto che i napoletani possono andare fieri di non avere la sfacciataggine dell’altoatesino e di poter invece vantare esempi come i fratelli Abbagnale o Fabio Pisacane, dimenticato praticamente da tutti ma non da chi riconosce il valore sempre più raro della correttezza.
Angelo Forgione – Sono passati trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi, grande economista napolitano nativo di Salerno, il primo della storia. In occasione di questa ricorrenza silenziosa in corso, si è tenuto a Roma un convegno dal nome “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi”, un’occasione per confrontarsi sulle problematiche attuali dell’Economia occidentale e per proporre soluzioni per superare la crisi economico-finanziaria e valoriale, che da sei anni frena sviluppo e occupazione.
In sostanza, sta partendo una rivalutazione dell’Economia Civile di matrice napoletana, dopo che questa è stata dimenticata per tre secoli ed eclissata dall’Economia Politica di stampo britannico formulata dallo scozzese Adam Smith. È infatti necessario, oggi più che mai, ripensare le relazioni economiche secondo un paradigma diverso, quello appunto dell’Economia Civile, fondata sulla reciprocità e sulla creazione di legami di fiducia tra le varie parti sociali.
Nel mio saggio Made in Naples ho dedicato un capitolo/”mattone”, il più corposo, proprio al confronto tra le due dottrine economiche, quella napoletana e quella britannica, con un vero e proprio trattato di Economia in cui ho appunto illustrato come quella formulata da Smith ha piegato l’Europa e l’Occidente, imponendo un capitalismo sfrenato, e ho riportando sotto i riflettori l’Economia di Genovesi in quanto primo e vero sistema di relazioni economiche, da riscoprire per superare la crisi in atto. Ora gli economisti iniziano ad avanzare proprio questa soluzione, alla ricerca di un “volto umano”. “L’Economia dev’essere civile, altrimenti non crea posti di lavoro, non rispetta i lavoratori, non protegge l’ambiente, non migliora i beni e non sviluppa i servizi… proprio come l’Economia incivile, cioè politica, imperante attualmente. […] Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero che l’ha inginocchiata”. Questo è solo un passo di ciò che ho scritto nel libro. Non sono un economista ma conosco la civilizzazione napoletana e l’universalità della cultura partenopea, quella che i poteri forti hanno voluto sottomettere perché troppo pericolosa e capace di creare una civiltà migliore. Non a caso, l’economista riminese Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore (le Onlus) e grande sostenitore della dottrina napoletana, ha dichiarato di essersi imbattuto nel lavoro di Genovesi «per puro caso» nonostante avesse frequentato le maggiori università d’Europa. «Nessuno mi aveva mai parlato di Antonio Genovesi», dice nel video l’economista che ha iniziato una battaglia per rivalutare l’Economia Civile. Ma cosa si studia oggi nelle scuole e negli atenei?
Angelo Forgione – Il numero 67 (maggio / giugno 2013) della rivista francese RADICI, un bimestrale di attualità e cultura italiana, dedica sei pagine al libro Made in Naples, estraendo il capitolo su “il Caffè” e proponendolo ai propri lettori, in lingua francese, il mio scritto sulla storia e sui segreti della bevanda nera a Napoli, aggiungendo un breve approfondimento sul “caffè sospeso”. Che sia il prologo ad una traduzione del libro in Francia?
La cultura di Napoli che ha civilizzato l’Europa continua a interessare l’Europa. E Made in Naples prova ad esportarla nella sua veste più completa.
ma quali misure per la sorveglianza e l’illuminazione?
Angelo Forgione – Partiranno entro il mese di luglio i lavori di restyling di Largo di Palazzo, alias piazza del Plebiscito, che dureranno almeno due anni, periodo durante il quale, come annunciato dal Comune di Napoli e dal Provveditorato alle Opere Pubbliche, si procederà al restauro del colonnato della basilica di San Francesco di Paola e al recupero dell’ipogeo. 3 milioni di euro che si aggiungono ai 15 già da tempo stanziati dal Ministero dei Beni Culturali per il recupero di Palazzo Reale, in partenza entro fine 2013. L’assessore alla Cultura e al Turismo Nino Daniele ha annunciato che sarà tutta l’insula compresa tra piazza del Plebiscito e il Porto ad essere interessata da importanti interventi di restauro e di valorizzazione.
C’è da esclamare un corale “finalmente!”, anche se, una volta recuparato l’antico Largo di Palazzo si porrà il problema della conservazione del decoro dei luoghi, che, a distanza di venti anni dall’ultimo recupero (1994), e ormai da troppo tempo, versano in condizioni inaccettabili. Al momento non trapelano notizie su eventuali interventi previsti per l’illuminazione, da sempre umiliante in piazza come in tutti i luoghi monumentali della città, e la videosorveglianza.
Dal sito del Partito del Sud si apprende quanto segue:
Napoli, 13 Giugno 2013
Ieri, 12 Giugno 2013, nella Sala Giunta del Comune di Napoli a Palazzo S. Giacomo ha preso il varo la Commissione Toponomastica per la città di Napoli.
Presieduta dal sindaco Luigi de Magistris, coadiuvato dal suo Capo Gabinetto Politico Alessio Postiglione con i componenti nominati, tra cui Andrea Balìa (delega diretta del sindaco). Sono state individuate 3 linee guida :
1) identitaria di Napoli e il Sud, per la verità sulla memoria storica della città e del Sud;
2) di ricordo e omaggio ad eroi, partigiani, difensori di Napoli e per Napoli, attori e/o vittime di guerre ed eventi causa la ferocia nazi/fascista;
3) di riequilibrio di una Toponomastica al femminile, che vede in Italia la percentuale riguardante le donne al solo 3%;
Sono state esaminate, in via prioritaria, come ordine del giorno, stabilito dal sindaco, 10 tra le circa 50 richieste pervenute, tra cui 2 particolarmente significative proposte dal PARTITO DEL SUD ed approvate :
1) cancellazione della vergognosa intitolazione a LIBORIO ROMANO d’una strada in zona Piazza Mercato a Napoli;
2) intitolazione d’una piazza, spazio, o strada da individuare ai MARTIRI DI PIETRARSA;
Il sindaco ha illustrato e sostenuto le motivazioni, supportato dalle ulteriori spiegazioni di Alessio Postiglione, Andrea Balia e del dott.Caratozzolo.
L’ufficio tecnico del Comune provvederà ad uno studio d’individuazione di spazi adeguati e disponibili, che, condivisi dalla commissione, determineranno la stesura e attuazione delle relative delibere.
In vista del salotto culturale di oggi all’Archivio Storico di via Scarlatti al Vomero (ore 18), breve intervista di Lucilla Nele nel corso della trasmissione “Barba&Capelli” su Radio CRC sul libro Made in Naples.
Angelo Forgione – Prima di lasciare questo mondo e dopo aver letto il mio saggio Made in Naples, dalle pagine de Il Tempo, Ruggero Guarini aveva raccolto pubblicamente una mia proposta all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani, chiedendo anch’egli di ridiscutere la storia della pizza Margherita, pur estremizzando un po’ il concetto. Di fatto, nel complesso universo dell’identità napoletana da ricostruire descritto nel mio libro trova ovviamente spazio la brillantissima stella del piatto simbolo di Napoli, ma anche dell’Italia, che ha davvero superato ogni frontiera, divenendo vero cibo globalizzato senza marchio. Ho voluto indagare su quanto gli gravita attorno, compresa la nascita della regina delle pizze, la Margherita, mettendo in forte discussione quella che, in base alla ricostruzione storica basata sugli eventi del Settecento e sui trattati di cucina dei maggiori cuochi dell’epoca, si configura come una leggenda ricca di fantasia ancora oggi narrata al fine di mantenere un velo di romanticismo su un simbolo dell’Italia nel mondo. La Margherita, come tutti sanno, è attribuita a Raffaele Esposito, un pizzaiolo della pizzeria “Pietro… e basta così”, fondata nel 1880 da Pietro Colicchio, oggi “antica pizzeria Brandi”, nei pressi di Palazzo Reale. La storia racconta che la sera dell’11 giugno 1889, nelle cucine reali della Reggia di Capodimonte, Esposito avrebbe infornato tre diversi tipi di pizza per omaggiare la visita del re Umberto di Savoia e della regina Margherita, la quale ne avrebbe fatto espressa richiesta. Una con olio, formaggio e basilico; un’altra con i cecenielli (bianchetti); un’altra ancora con pomodoro e mozzarella, cui la moglie di Esposito, Maria Giovanna Brandi, avrebbe aggiunto una foglia di basilico. La regina piemontese avrebbe gradito quella evocante i colori della bandiera italiana, che, per l’occasione, sarebbe stata battezzata col suo nome. In realtà, esistono testimonianze della nascita di un tipo di pizza preparata con la mozzarella e il pomodoro ben prima della visita dei Savoia a Napoli. Già in età borbonica, quella di Ferdinando IV, proprio pasta, pomodoro e mozzarella erano stati issati a pilastri di una rivoluzione agricola epocale che ha poi fatto la fortuna di Napoli, collocandola nella storia della cucina occidentale. La produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento. Il pomodoro, quello tondo, giunse attraverso la Spagna nel Seicento, ma intorno al 1770 prese il via la storia del pomodoro lungo, proveniente dall’America latina, in dono al Regno di Napoli dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex re di Napoli Carlo III, padre di Ferdinando IV, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà (la prima “marinara”, del 1734, era diversa da quella odierna, fatta inizialmente con acciughe, capperi, origano, olive nere di Gaeta e olio, e senza quel pomodoro che avrebbe fatto irruzione qualche decennio dopo). È dunque assai difficile considerare che i napoletani abbiano potuto metterci più di cento anni per versare pomodoro e mozzarella, insieme, su una pizza. Per entrare nei dettagli della ricostruzione storica rimando alla lettura di Made in Naples. Qui basta accennare che la nascita della Margherita è databile almeno alla metà dell’Ottocento, qualche decennio in anticipo rispetto all’omaggio ai Savoia di Raffaele Esposito. Tutto ciò pare che le associazioni napoletane di categoria lo sappiano, poiché sono state proprio loro a fornire una prova di grande peso che sin qui è rimasta distrattamente ignorata ma che è ora il caso di porre al centro della discussione. Basta dare un’occhiata al Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge testualmente:
“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.”
Il regolamento certifica di fronte alla Commissione Europea un diverso parto della pizza tricolore, collocandolo nel periodo borbonico che precede addirittura di circa un secolo la data del 1889, anno dell’assaggio e non della nascita, vantato dalla pizzeria “Brandi” con un’epigrafe all’inizio della salita Sant’Anna di Palazzo. Apposta nel 1989, la lapide con tanto di stemma a croce sabauda indica:
“Qui 100 anni fa nacque la pizza Margherita”
Si tratta evidentemente di una piacevole suggestione per i turisti e nulla più, anche perché il racconto vuole che Raffaele Esposito abbia infornato a domicilio, presso la Reggia di Capodimonte e non nella pizzeria di Chiaja, quella pizza già esistente e corrispondente nei colori al vessillo del Regno d’Italia. Tra l’altro, la regina piemontese che dice al pizzaiuolo «comme è bbona e comme è bella chesta pizza. Come si chiama?» è ricca di fascino ma poco credibile se si considera che a Margherita di Savoia piaceva esprimersi in dialetto piemontese, in francese e tedesco mentre non amava farlo in italiano… figurarsi in napoletano. Insomma, un’operazione di marketing, sia dinastico che commerciale, per una pizza che già prima si mangiava in città come altre e che, elevandola a “regina” e associandola alla propaganda dell’Italia unita, ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del piatto tipico napoletano su tutto il territorio della Nazione allargata. Ma ormai la pizza napoletana è nel mondo, ed è anche il momento che l’identità storica della città si spogli dell’inganno, riprendendo i suoi veri connotati. Magari, chissà, anche il nome “margherita” esisteva già, poiché il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di “sottili fette di muzzarella”. Vuoi vedere che dalle disposizione radiale delle “fette di muzzarella” veniva fuori il disegno del fiore di campo che è anche il nome della regina piemontese? In ogni caso, la pubblicazione è del 1858, e testimonia come la “margherita” si preparasse già almeno trent’anni prima della data che la storia d’Italia ha tramandato, se non ancora prima. Non sappiamo perché le associazioni di categoria abbiano dato un intervallo di tempo tra il 1796 e il 1810, ma le seconde pizze descritte dal Rocco, quelle con formaggio grattugiato e basilico, e condite con strutto in luogo dell’olio, cui si aggiungeva la mozzarella e talvolta, tra tante varianti, il pomodoro, indica che già a metà dell’Ottocento almeno si preparavano pizze con pomodoro, mozzarella, basilico strutto (olio) e spruzzate di formaggio grattugiato. E se non è una “margherita” questa…
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
Di seguito, una serie di consigliate interviste recenti su Made in Naples, Napoli e il Napoli.
da CalcioNapoli24.it:
Forgione: “Napoli, un paradiso al guinzaglio. De Magistris tra pregi e difetti. De Laurentiis? I suoi interessi coincidono con quelli dei tifosi. Su Cavani immaginiamo una cosa…” (leggi)
da CaffèNews.it
Made in Naples, la bibbia dei napoletani è rossa e gialla con la mela annurca! Intervista ad Angelo Forgione (leggi)
Pubblico volentieri, su richiesta di Valentina Arces, una sua significativa lettera, scritta per portare all’attenzione la situazione che stanno vivendo i lavoratori dell’Indesit di Caserta (e Fabriano).
Oramai non fa quasi più notizia: grandi nomi, grandi aziende chiudono,fanno due conti e spostano la loro realtà altrove, in un posto più conveniente… Scene viste e riviste in tv, tante persone, bandiere, urla, disperazione… Sono scene a cui tristemente ci stiamo abituando. Sono scene che fanno male soprattutto quando pensi che dietro ad ognuna di quelle bandiere, dentro ad ognuna di quelle urla ci sono una famiglia, dei figli, una coppia che ha investito nel sogno di vivere insieme, di costruire una vita. Da ieri, dietro quelle bandiere ci sono anche io, con la mia vita di madre, donna, laureata ma cassintegrata. Solo fino ad un mese fa l’Indesit garantiva che è un’azienda italiana, e in Italia rimarrà. È passato solo un mese e quelle che sembravano certezze spariscono. Appaiono così i numeri freddi e taglienti come un verdetto, un’impietosa sentenza: c’è un esubero di 1.400 persone tra dirigenti, impiegati delle sedi centrali e operai e impiegati di fabbrica (1.250) per non parlare dell’indotto. Sono stati chiesti negli anni sacrifici enormi ai lavoratori che sempre hanno reagito rimboccandosi le maniche e affrontando le nuove sfide, le svariate richieste che l’azienda imponeva, i cambiamenti: cambio di orari, cassa integrazione, privazioni. Ma anche produzione, produttività, qualità, numeri di pezzi. Quante volte ho sentito mio marito parlare di questo, quante volte l’ho affiancato e sostenuto quando stressato e stanco mi parlava della sua realtà lavorativa. L’indesit per noi del Sud che tendiamo a personalizzare sempre tutto era una certezza, una casa, un vero cuore produttivo. E quando vengono a mancare le certezze ci si svuota, ti senti solo… sei solo. Anche l’INDESIT, la nostra, la loro INDESIT ha fatto due conti e ha deciso che in Italia non conviene più, gira i tacchi e pensa di andare via. 1400 persone, il loro futuro interessa poco, forse nulla. Illude quelli che rimangono, privandoli della loro attività. In Indesit, a Caserta, si è sempre fatto lavatrici e frigoriferi io sono cresciuta con mio padre e mio marito che guardavano le “loro” lavatrici nei centri commerciali ammirandole come figlie, come frutto di qualcosa realizzato con amore e devozione. Piani cottura, forse,faranno fare a quei pochi che resteranno, insomma un ripiego. Affidano al Sud un’attività tappabuchi che servirà a placare l’animo a quei pochi che restano per, forse, qualche mese. Io però non ci sto. Io non posso essere d’accordo. Io non posso pensare che politici, media, tv, imprenditori possano permettere che la gente venga privata di qualcosa che sente come anche suo, che anni di storia, di vita e sacrifici vengano stropicciati e buttati via. Con la vita e con l’anima della gente non si gioca!
Valentina Arces
figlia e moglie di lavoratori indesit