La fiaccolata contro il boicottaggio

La fiaccolata contro il boicottaggio al piano rifiuti
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Ancora cori razzisti, tutti zitti tranne che li urla

Ancora cori razzisti, tutti zitti tranne che li urla
Durante Milan-Napoli va in scena il solito copione

Sono costretto a ripetermi. Ancora razzismo verso i Napoletani, e non stupisce, ma anche stavolta chi dovrebbe (?) arginarlo fa finta di nulla.

Abbiamo perso meritatamente, e ci sta. Abbiamo preso una lezione di personalità, e ci sta. Quello che non è tollerabile è che uno stadio intero sfoghi la propria liberazione dal forte timore per il Napoli con cori razzisti. “Napoli colera, vergogna dell’Italia intera…” al terzo goal è stato cantato dall’intero Meazza, eccezion fatta per i 10.000 Napoletani che hanno dovuto ingoiare il boccone amaro, compresi i tanti bambini che abbiamo visto gioiosi e festanti sugli spalti con maglie e bandiere azzurre prima del tracollo. A loro chi glielo spiega che lo stadio è una zona franca diseducativa dove tutto può accadere? Non certo il leghista e milanista Ministro degli interni Maroni, non la Procura Federale, non il giudice sportivo Tosel che è un magistrato dello Stato, non l’arbitro Rocchi che avrebbe avuto il dovere di interrompere la partita per cori razzisti. E invece tutto ciò accade impunemente, costantemente, puntualmente, e persino rumorosamente.

Sul capitano del Napoli Paolo Cannavaro non riponiamo più speranze, è oramai palese che sia scarico o scaricato di questa responsabilità verso il suo popolo. Non ci resta che denunciare ogni volta la stessa cosa, rischiando di passare per petulanti, ma con la convinzione delle nostre idee e con la consapevolezza che un fenomeno razzista è pericoloso nella misura in cui è sottovalutato.

E nessuno ci venga a dire che si tratta di calcio, come se gli stadi non siano manifestazione amplificata della società italiana, come se lo sport non debba essere maestro di vita. Nessuno ci venga a dire soprattutto che si tratta “solo” di calcio quando un Presidente del Consiglio dei Ministri, che rappresenta trasversalmente tutti gli italiani in un periodo di retorici e ipocriti festeggiamenti dell’unità, fa proclami da condottiero del nord contro l’intero sud, mica contro il solo Napoli… non è “solo” calcio quando un Ministro degli Interni prima propugna leggi federali contro il razzismo e poi per i Napoletani diventa Ministro degli “esteri” di un paese straniero… non è “solo” calcio quando un Ministro della Difesa porta nel calcio la retorica risorgimentale dichiarando che “il pallone ha contribuito molto a rendere forte lo spirito di coesione e unità nazionale”.

Ricordo che al “San Paolo”, nel 1988, il Milan strappò uno scudetto al Napoli e uscì tra gli applausi di 80.000 Napoletani. Oggi non trovo più niente da applaudire.

Noi, meritatamente perdenti sul campo e colpevolmente in questa società, cosa avremmo poi da festeggiare il 17 Marzo?

Ma si, stiamo esagerando, forse è “solo” calcio.

Angelo Forgione

 

 

 

La vera storia della spedizione dei mille

Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie

Angelo Forgione – La storica spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica, quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito ben più numeroso, per poi risalire la Penisola fino a a Napoli, capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su, per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti con i quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi, che agli inglesi, in seguito, non mancò mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.

I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino, Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie, non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.

Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico divenuto scomodo.

Furono gli idilliaci rapporti tra Ferdinando di Borbone e papa Pio IX a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche, e la cattolicissima Napoli era ormai invisa a chi, a Londra e dintorni, mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a tale obiettivo, che coincideva con quello dei Savoia e dei liberali massoni d’Italia. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Camilla Benso di Cavour.

In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione napolitana percorreva un suo percorso dettato della politica di Ferdinando II, che condusse una politica di sviluppo autonomo finalizzata a spezzare le catene delle dipendenze straniere.

La flotta navale delle Due Sicilie costituiva inoltre un fastidio per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’Oriente nel Canale di Suez, i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.

L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta dello Zar aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.

Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “Perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel Mediterraneo e in Oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre.

La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.

I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella Penisola ma più in là. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna, che riteneva Napoli obbligata a servire Londra per gli aiuti contro i francesi del 1799 e del 1815 e perciò si rivelò un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più conveniente per gli inglesi “convertire” l’ormai inimicizia dello stato borbonico con l’aiuto a un nuovo stato alleato.

Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di raccogliendo l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.

Un titolo sul Times dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, fu foriero di ciò che stava per accadere e spiegava l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.

Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un gravissimo atto di pirateria internazionale, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava la dice lunga su quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave e sulle volontà della potente Inghilterra.

Garibaldi fu un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che avrebbe potuto compiere l’invasione senza dichiarazione, non essendo né un sovrano né un politico. E venne manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e anche dai cospiratori inglesi, fin quando non giunse il momento di costringerlo a farsi da parte.

Di soldi, nel 1860, ne circolarono davvero parecchi per l’operazione. Qualcuno parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serviva allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nacque il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che dovevano formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che poi aiutarono il Generale italiano.

Garibaldi divenne un eroe in terra d’Albione, e la sua popolarità arrivò alle stelle. Nacquero i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.

In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sapevano cosa stesse per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli, ai quali “stranamente” non giunsero mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che venivano inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale riceveva le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.

La traversata partì da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sapeva neanche quanta gente aveva a bordo, non era una priorità far numero; se ne contarono 1.089 e il Generale restò stupito per il numero oltre le sue stime. Erano persone in buona parte col pedigree dei malavitosi e ne feve una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provenivano da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “Città dei Mille”. Vi erano anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, molto dei quali immortalati nella toponomastica delle città italiane.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

La rotta non fu casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non era la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li vi era una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.

Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra diede l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivarono infatti all’alba del giorno dopo e gettarono l’ancora fuori la città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivarono alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.

L’approdo avvenne proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolarono i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.

Le trattative che si intavolarono fecero prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortirono l’effetto sperato: I “Mille” sbarcarono sul molo. Ma erano in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si erano fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcarono dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiarono alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.

Napoli inviò proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco servì. Garibaldi e i suoi sbarcarono nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fecero fu saccheggiare tutto ciò che fosse possibile.
Il 13 Maggio Garibaldi occupò Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unì a lui con una banda di “picciotti”. Da qui il Generale si proclamò “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.

Il 15 Maggio fu il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I Mille erano ormai il doppio; vi si erano uniti “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidarono i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si trattò del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico.

I primi a far fuoco furono i “picciotti”, che vennero decimati dai fucili dei soldati Napoletani. Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assaltò i garibaldini rischiando la sua stessa vita e, mentre il Generale Nino Bixio chiedeva a Garibaldi di ordinare la ritirata, il Generale Landi, che già aveva rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fece suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capì che era il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi, che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto, perché poi un anno più tardi l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione si presentò al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scoprì che sulla sua copia, palesemente falsificata, erano scritti tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, fu colpito da ictus e morì.

Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltrò nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllavano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese seguiva in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.

Intanto sempre gli inglesi fecero arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.

Garibaldi entrò a Palermo e poi arrivò a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne, e l’esito della battaglia che li si combattè, a lui favorevole, fu prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi, che avevano ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.

Quando l’eroe dei due mondi passò sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuarono a scortarlo dal mare, e anche quando entrò a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ebbe le spalle coperte dall’Intrepid – chi si rivede? – che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si mosse nelle acque napoletane.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sostò vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove poteva tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lasciò Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, donava agli amici inglesi un suolo a piacere che venne designato in via San Pasquale a Chiaia, su cui fu poi eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.

Qualche mese dopo, la città di Gaeta, che ospitava Francesco II nella strenua difesa del Regno, fu letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città aveva assunto la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.

Sparì così l’antico regno inaugurato da Ruggero il Normanno e sopravvissuto per quasi otto secoli. Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decretarono la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il potere cattolico dello Stato Pontificio.

Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, fu ospite a Londra, dove venne accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuarono per decenni e si manifestarono nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale si impegnò nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro la città completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessero contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivarono nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. Si preparò a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow, che tuttavia non vi riuscì mai per il boicottaggio del Governo italiano.

L’ideologia nazionale da allora venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.

In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.

Giorgio Bocca, nuove falsità storiche sul meridione

Il ritorno di Giorgio Bocca

nuove falsità storiche sul meridione

di Angelo Forgione per napoli.com
http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=36246

Giorgio Bocca torna ad occuparsi della questione meridionale e lo fa alla sua maniera, ovvero mistificando la storia. Del suo ostracismo nei confronti del sud ne abbiamo già avuta ampia dimostrazione. Ormai famosi i suoi attacchi verbali a Napoli e al sud dal pulpito di “Che tempo che fa” e il vilipendio della storia della città partenopea in una puntata di “Passepartout” di Philippe Daverio incentrata sui meriti della dinastia borbonica tra settecento e ottocento preunitario.

In quelle occasioni aveva invocato l’Etna e il Vesuvio, indicando Napoli, che solo 150 anni fa fu la Capitale d’Europa insieme a Parigi, come “una città decomposta da migliaia di anni”, definendo la Reggia di Caserta “una reggia da Re Sole in un paese di Re merda”. Bocca aveva dato ai Borbone di Napoli l’appellativo di megalomani perché invece di realizzare il magnifico Museo Archelogico Nazionale di Napoli avrebbero dovuto dedicarsi alle poste e telegrafi. Un fuoco di fila che aveva sdegnato gli ospiti di Philippe Daverio in “Passpartout” ma non Fazio e il suo divertito pubblico a “Che tempo che fa”.

Lo scrittore piemontese è tornato a scontrarsi ideologicamente col meridione definendo “luoghi comuni” quelli che tendono a rivalutare proprio quel sud preunitario depredato dal nord. Lo ha fatto stavolta nella rubrica “L’antitaliano” de “L’espresso” del 26 Novembre su cui ha scritto che il sud è pieno di luoghi comuni contro il nord.
 «Il lamento meridionalista si rinnova (…). Ritorna la vecchia storia del Nord ricco e industriale che sfrutta il Sud povero agricolo e lo depreda dal poco di benessere che aveva raggiunto (…). Il Sud e la Sicilia del regno borbonico, liberati o conquistati da Garibaldi, ricchi e progrediti certamente non lo erano. Il Sud è povero da secoli e lo è ancora».

Scorrendo la lettura dello scritto ci si scontra col tipico esercizio scorretto di chi sostiene a spada tratta la retorica risorgimentale e vede il meridionalismo come un male da sconfiggere. Bocca ripropone, come prova dell’arretratezza del sud, il tipico esempio del chilometraggio delle strade al 1860: al nord erano 67mila e al sud solo 15mila. Un dato strumentale, fuorviante e propagandistico poiché il raffronto è improponibile tra regioni come il Piemonte e la Lombardia che non avevano sbocco sul mare e le regioni del sud che concentravano lo sviluppo sulla fascia costiera. Il Regno delle Due Sicilie attuò una scelta politica puntando sui trasporti marittimi e fu vera lungimiranza poiché la flotta commerciale dello stato duosiciliano divenne per questo la seconda in Europa e quella militare la terza. Con l’imminente apertura del Canale di Suez e lo sviluppo delle ferrovie al sud, il primato assoluto era all’orizzonte grazie ai traffici con l’oriente rispetto ai quali Napoli si avviava ad avere posizione di privilegio nel Mediterraneo rispetto per esempio a Londra, e questo fu uno dei motivi per i quali si pianificò il soffocamento di una grande potenza meridionale che i detrattori di oggi continuano a non voler riconoscere come tale.
Oggi l’Unione Europea spinge per le autostrade del mare col progetto TEN-T, cercando di ripercorrere quel che a metà dell’ottocento era già realtà nel Regno delle Due Sicilie.
Nonostante questa scelta, i collegamenti interni non furono abbandonati, anzi erano anch’essi in buona espansione per precisa volontà di Ferdinando II che fece realizzare strade importanti come l’Amalfitana, la Sorrentina, la Frentana, l’Adriatica, la Sora-Roma, la Appulo-Sannitica, l’Aquilonia e la Sannitica. In soli quattro anni, dal 1852 al 1856, furono approntate ben 76 strade nuove e si studiò per la prima volta la fattibilità del Ponte di Messina che Ferdinando II mise da parte perché troppo costoso per il popolo. In questa ottica si inseriscono, con grande risalto dal punto di vista tecnologico, le realizzazioni dei ponti come quello sul Garigliano che fu il primo sospeso a catene di ferro in Italia. E non di minore importanza fu la realizzazione delle prime ferrovie d’Italia e delle prime gallerie ferroviarie al mondo. Un’espansione dei collegamenti anche su terra troncata dall’arrivo a Napoli di Garibaldi… a bordo del primo treno d’Italia.

«Le industrie tessili del Sud – dice Bocca – non vendevano una pezza sul mercato europeo».
 Per smentire una simile affermazione basterebbe l’esempio delle seterie di San Leucio che già allora interessavano le maggiori corti del continente e ancora oggi arredano Buckingam Palace e la Casa Bianca, o anche i tanti opifici di lavorazione delle pelli che sfornavano i pregiatissimi guanti napoletani che erano i più richiesti d’Europa. A Porta Capuana era il lanificio Sava che forniva pantaloni all’esercito francese oltre che a quello napoletano. Nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, e tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra in quella occasione.

«L’arsenale dei Borboni – secondo Bocca – era certamente per l’epoca un grande complesso industriale, con più di mille operai che producevano navi, locomotive, cannoni e macchine, ma fuori mercato, destinato a fallire già nel 1870». 
Gli stabilimenti siderurgici di Pietrarsa e Mongiana in Calabria, a cui fa riferimento Bocca, non erano affatto fuori mercato e per nulla destinati a fallire. Se ciò accadde fu perché boicottati a favore dell’economia settentrionale ed è essenziale l’operato di Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale che, presentando a Torino il suo piano economico-finanziario atto ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, pronunciò una frase riferita ai Napoletani: «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere». Bombrini fu tra i fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa e Mongiana. 
Dopo corposi licenziamenti, le lotte sindacali e gli spari di Carabinieri e Bersaglieri che lasciarono a terra senza vita alcuni operai in sciopero, Pietrarsa fu lentamente declassata da officina di produzione a officina di riparazione, per chiudere definitivamente nel 1975 non perché fosse “fuori mercato” come scrive Bocca. Stessa sorte per Mongiana.

Bocca parla anche di analfabetismo nel meridione: «il 90 percento di analfabeti in Sardegna, l’89 in Sicilia, l’86 in Calabria e in Campania». In primis va precisato che la Sardegna era terra sabauda legata al Piemonte in quello che era il Regno di Sardegna che niente aveva a che vedere col Regno delle Due Sicilie, e lo scrittore questo non può non saperlo. Inoltre va detto che non esistono statistiche attendibili sull’alfabetizzazione al 1860 mentre quelli che sono stati spacciati per preunitari sono i dati al 1870, rilevati dopo dieci anni di chiusura delle “scuole normali” borboniche imposta dal governo sabaudo che si apprestava a scrivere i libri di storia ancora oggi sui banchi delle scuole italiane.

L’articolo di Bocca si scontra non solo con i meridionalisti più accesi ma anche con le tante analisi autorevoli che piovono da più fronti e che negli ultimi anni stanno dando chiarezza all’origine della questione meridionale. Tra queste, quella autorevole della Banca d’Italia firmata dagli studiosi Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli che in un loro saggio dello scorso Luglio affermano con chiarezza che «l’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale ,non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria».
Uno studio basato su tabelle statistiche che prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911 e che consentono agli studiosi di affermare che: «il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali».

Già un altro saggio, quello di Paolo Malanima, direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del CNR e di Vittorio Daniele dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, aveva fornito la prova di un inesistente divario tra il p.i.l. del nord e quello del sud preunitario, scarto che inizia invece a prendere corpo proprio nel 1861 con l’unità d’Italia.

A 150 anni dall’Unità d’Italia, il dibattito sul Risorgimento e sull’origine della questione meridionale impazza e rinvigorisce sempre più con i dati i sostenitori della toeria di un Sud depredato e sfruttato a cui si oppongono strenuamente uomini come Giorgio Bocca che sembrano non starci affatto e argomentano ideologicamente e senza dati oggettivi. Non è raccontando falsità storiche che si fa cultura e si costruisce una nuova identità unitaria che appartenga a tutta la nazione. La verità nascosta è un mostro che alberga in ogni italiano; in tanti l’hanno riconosciuto e lo guardano dritto negli occhi ma chi si ostina a dipingerlo come un cigno continua ad allontanare la realtà storica che è un bisogno insopprimibile. I luoghi comuni che lo scrittore attribuisce ai meridionalisti cercando di delegittimarne la ricerca di verità vanno sempre più nella direzione di quell’antico adagio che recita così: la miglior difesa è l’attacco. E questa non è volontà di unire ma semmai di mantenere le divisioni.

leggi l’articolo di Giorgio Bocca su “L’Espresso”

Giorgio Bocca attacca Napoli a “Che tempo che fa”

Giorgio Bocca infanga la storia di Napoli a “Passpartout”

Da Liverpool a Cagliari, ecco perché tanto livore per Napoli

Da Liverpool a Cagliari, perché tanto livore per Napoli

di Angelo Forgione

Il periodo è quello che è: Napoli ricoperta di rifiuti e sbattuta nelle prime pagine di giornali e telegiornali di tutto il mondo. Quale migliore occasione per alimentare i luoghi comuni e l’avversione ai Napoletani ormai dilagante? Un fenomeno che ha assunto dimensioni inaccetabili che legittimano l’analisi di un vero e proprio razzismo non più solo leghista. Non è vittimismo se a Liverpool sono stati esposti striscioni offensivi in lingua italiana, dettati dagli ultras dell’Inter: “usate acqua e sapone”, “Napoli merda”, “Ciao Napoli” con annessa l’immagine di un bidone della spazzatura. Lo stesso Liverpool Football Club ha confermato che gli striscioni lesivi della dignità del popolo napoletano esposti ad “Anfield Road” sono frutto di una becera collaborazione tra ultras del Liverpool e dell’Inter. Un “gemellaggio” coltivato due settimane prima, ancor prima degli scontri di Napoli, in occasione della partita Inter-Tottenham di Champions League.

Ci dicevano che gli stadi inglesi erano civili e sicuri, e che il modello “british” andrebbe importato anche in Italia. Ma siamo sicuri che sia tutto oro ciò che luccica? Gli inglesi l’avevano promessa ai Napoletani dopo gli spiacevoli e vergognosi incidenti dell’andata ed è normale che violenza generi violenza nel mondo perverso del tifo. Ma avevamo tutti in testa la favola della sicurezza degli stadi inglesi, delle dure leggi applicate, della tolleranza zero, tutto ciò che in Italia non esiste. Eravamo pronti ad una lezione di civiltà e invece ci siamo risvegliati sotto le macerie del crollo del modello inglese.

Ciò a cui si è assistito è stata una vera e propria caccia all’uomo nei confronti dei Napoletani di cui ne hanno fatto le spese anche personaggi che col tifo niente hanno a che vedere, come ad esempio l’ex giocatore del Napoli Bruno Giordano, il giornalista di Sky Manuel Parlato e l’ex presidente del Napoli calcio a 5 Marcello Gentile. Alla fine sono stati 6 i tifosi inglesi arrestati ma, il giorno dopo, di tutto questo, ne hanno parlato solo gli organi di informazione napoletani mentre quelli nazionali si erano affrettati ad evidenziare gli scontri dell’andata con titoli pesanti del tipo “vergogna Napoli” che di certo hanno fomentato la reazione inglese al ritorno.

È il mondo degli ultras che tutto esaspera e ogni contrasto esacerba. Non varrebbe neanche la pena parlarne se non fosse per il diverso trattamento mediatico che la stessa stampa italiana ha riservato agli scontri dell’andata e del ritorno. Razzismo d’esportazione che nessuno ha evidenziato, ma non c’è da stupirsi perché evidenziare che un fenomeno del genere si sia allungato oltre i confini significherebbe ammettere che l’ostracismo contro i Napoletani nei nostri stadi, e non solo, esiste. E invece si condannano giustamente i “buuu” contro i neri ma non le esortazioni al Vesuvio che una domenica si e una no, in concomitanza con le trasferte del Napoli, si ascoltano un po’ dappertutto. Il razzismo verso i neri è catalogato come tale, quello contro i Napoletani è invece “legalizzato”.

Un fenomeno pluridecennale che però potrebbe finire in un amen, grazie alle nuove regole che attribuiscono agli arbitri il potere di sospendere le partite per cori razzisti. Così come avvenuto a Cagliari, quando qualche settimana fa fu sospesa Cagliari-Inter per razzismo nei confronti di Eto’o. In caso di pesanti manifestazioni contro la comunità Napoletana può essere richiesta la sospensione delle partite. Una responsabilità che tocca al Capitano del Napoli, nella fattispecie Paolo Cannavaro, peraltro Napoletano, che ha un “arma” da sfruttare per difendere l’onorabilità della sua gente e far cessare una volta per tutte questa vergognosa “insultanapolimania”.

Si è alla vigilia di Cagliari-Napoli, banco di prova significativo in questo senso. Il Sant’Elia è ormai da troppo tempo uno dei campi più infuocati per il Napoli e per i Napoletani. Ormai Cagliari-Napoli è diventata partita “ad alto rischio” per il Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive. Cagliari si infiamma quando arriva il Napoli; lo sa bene il suo presidente Cellino che già in passato è stato colto dalle telecamere mentre inveiva contro i Napoletani. Lo sa bene anche l’allenatore sardo Bisoli che ha chiesto i tre punti da regalare ai tifosi che riempiranno il Sant’Elia come ogni volta in cui è di scena la squadra partenopea. Il sito del Cagliari calcio comunica che i biglietti sono in esaurimento e si prevede il “sold out”. Dunque Cagliari-Napoli si preannuncia come una partita ancora una volta diversa dalle altre, con un Sant’Elia infuocato a sostegno dei rossoblù. La stampa cagliaritana parla di un match che ormai vale quasi come un derby tra le uniche due squadre meridionali ad aver vinto lo scudetto, ma i motivi di tanta attesa sono ben altri.
Il match dello scorso anno fu infernale, tra cori contro i Napoletani e atteggiamenti anti-sportivi che portarono ad una reazione scomposta di Lavezzi nei confronti dell’allora mister cagliaritano Allegri. Ma come nasce tutto questo livore sardo nei confronti dei partenopei che ne subiscono le tensioni?

Il pomo della discordia fu Daniel Fonseca, passato dal Cagliari al Napoli nel 1992. Tornò in Sardegna da ex e fu ricoperto di fischi. Il nervosismo lo tradì, si fece espellere e il rapporto coi suoi ex tifosi si ruppe irrimediabilmente. Nel campionato successivo realizzò una doppietta che consentì al Napoli di espugnare il Sant’Elia e i rapporti peggiorarono ancora di più perchè Fonseca, che non aveva dimenticato, si consentì la rivincita indirizzando il “gestaccio dell’ombrello” alla curva cagliaritana. I supporters azzurri presero le difese del loro beniamino e a fine partita gli ultras sardi li attesero per aggredirli mentre si dirigevano al porto. Da quella volta, ogni ritorno del Napoli a Cagliari era una chiamata alle ostilità fatta di cori razzisti e offese. Fino al Giugno del 1997 quando proprio Napoli fu designata come sede neutra per lo spareggio salvezza tra Cagliari e Piacenza. I tifosi azzurri presero la palla al balzo parteggiando per il Piacenza. Ne seguirono scontri, tafferugli e retrocessione sul campo del Cagliari in serie B, i cui sostenitori giurarono odio eterno ai Napoletani, presidente Cellino compreso.

Storie di ordinaria stupidità. Sarebbe anche ora di finirla.

Appello a Paolo Cannavaro

il gestaccio di Fonseca nel 1993

lo spareggio Piacenza-Cagliari a Napoli nel 1997

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