Andrea Agnelli e il campanilismo di cultura

Angelo Forgione Le manovre estive di Carlo Tavecchio per il declassamento della ‘discriminazione territoriale’, di esecuzione più che di concetto, hanno sortito il risultato sperato. Che idea ci si sarebbe fatta all’estero dell’Italia alla vista delle curve della Serie A sbarrate e vuote per razzismo, dopo le polemiche per le frasi sul fantomatico Opti Pobà? Dunque, niente sanzioni dure, niente dibattiti televisivi, niente indignazione. L’attenzione è calata e le polemiche, sopite, non sono più in grado di sensibilizzare. Tutto come qualche anno fa. E Andrea Agnelli a lamentarsi di Tavecchio così come pure delle multe, sostenendo un presunto campanilismo italiano di buon costume:

«Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità.»

Il presidente bianconero non ci sta neanche a pagare il conto. Per lui il campanilismo è un valore peculiare, e tale ritiene ciò che invece è a tutti gli effetti razzismo interno. Questo ha fatto intendere nel corso di un incontro alla Triennale di Milano, in cui ha pure commentato le famose frasi razziste di Tavecchio:

«L’Italia ha un senso etico molto basso e gli scivoloni non creano particolare sorpresa.»

Detto da chi nasconde il malcostume e valorizza il campanilismo, e da chi ha anche concesso il perdono a Luciano Moggi. Non una novità, nonostante il clamore sollevato solo ora, perché Andrea Agnelli aveva già “assolto” l’ex dirigente ben quattro anni fa, con buona pace di John Elkann. Accadde il 27 ottobre 2010, appena insediatosi alla guida della Juventus, durante un’assemblea degli azionisti al centro congressi del Lingotto (guarda il video), quando rispose a un socio che gli chiese come la società avrebbe valutato un’eventuale richiesta di collaborazione da parte di Moggi:

«Io ho già ribadito la mia stima per Luciano Moggi, l’ho fatto di persona e lui lo sa perfettamente [applausi dei azionisti], e anche in maniera pubblica, per il lavoro svolto da noi ma anche in tutte le società in cui ha lavorato prima. Questa stima non verrà mai meno…»

Il Napoli allo sceicco? Molti “rumors” e poco realismo.

Angelo ForgioneRispetto il lavoro della redazione di Cronache di Napoli ma non riesco a trovare ragionevolezza nella notizia della cessione del Calcio Napoli allo sceicco Hamad bin Kamad bin Khalifa bin Ahmad Al Thani, presidente della Federcalcio del Qatar, per la sola visibilità in vista dei Mondiali in casa del 2022. Che dei contatti ci siano stati è verosimile, e del resto lo yacht dell’ex primo ministro qatariota Hamad bin Jassim bin Jaber Al-Thani ha fatto bella mostra di sé al porto di Napoli lo scorso luglio. Ma credo che in quell’occasione sia potuta nascere al massimo l’idea di portare la finale di Supercoppa a Doha.
I qatarioti vogliono diventare i padroni del Calcio europeo, certo, ma non per il gusto di alzare coppe e trofei. Attraverso il loro fondo sovrano Qatar Holding, stanno divorando l’economia continentale e il Football gli serve per quel che rappresenta nei tempi moderni, ovvero come strumento per ottenere consensi e accesso ad affari ben più remunerativi. Il Qatar, grande, anzi piccolo come l’Abruzzo, é la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (LNG), risorsa che frutta miliardi di euro. La larghissima famiglia Al Thani va dove si moltiplicano i suoi soldi. A Parigi, ad esempio, dove il tifoso del PSG Nicolas Sarkozy, da presidente della Repubblica, gli aprì le porte firmando un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatariori sul territorio francese, esentandoli dalle imposte sulle plusvalenze immobiliari. Insomma, la Francia è divenuto un paradiso fiscale ad hoc per gli sceicchi e Tamim bin Hamad Al Thani si è preso il PSG.  Con Hollande al posto di Sakozy all’Eliseo le cose non sono cambiate. Tra i due paesi intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio, politiche sociali e cooperazione scientifica.
Un altro pezzo della famiglia, Abdullah Bin Nassar Al Thani, altro uomo d’affari e cugino di quello del PSG, sempre nel 2010, comprò il Malaga in Spagna. Iniziò a metterci bei soldi, perché le sue prospettive erano su un nuovo stadio in periferia e sul porto della città. Gli accordi coi politici spagnoli sono venuti meno e i rubinetti si sono praticamente chiusi. “Non ho trovato il rispetto e la stima: mi dispiace, ma adesso me ne vado“; così ha annunciato il proprietario qualche mese fa, e ora cerca acquirenti per levare le tende.
I qatarioti in Italia ci sono venuti, come in ogni parte d’Europa, ma non per il Calcio. Approfittando della crisi, hanno acquistato la maison Valentino e la Costa Smeralda, e continuano ad investire nel settore immobiliare. Ma il nostro pallone non gli interessa, perché è sgonfio, fallimentare, e non apre ad affari veramente appetitosi. Loro sanno bene in che condizioni versa il nostro Paese, perché stanno contribuendo all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno che l’Italia è un inferno fiscale; e sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare. Sicuramente sono a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona, cioè una colonia interna. Loro che investono in Gran Bretagna, Francia e Germania, quale vantaggio reale potrebbero ottenere immettendo danari nel Napoli? Farebbero più presto a comprarsi quello che gli serve, visto che è in (s)vendita; e infatti già lo fanno, senza girarci troppo attorno.

Tra le 5 big, il Napoli perde tifosi

Angelo Forgione – L’annuale osservatorio sul tifo calcistico della Demos & Pi ha confermato che Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma rappresentano l’80% degli appassionati italiani. Più staccate, Lazio, Fiorentina, Cagliari, Torino e Palermo. Si tratta di rilevamenti tutt’altro che inutili, visto che quelli analoghi commissionati dalla Lega Calcio determinano la redistribuzione di un quarto dei proventi delle pay-tv, fino a un massimo del 6,25% per singola società. Più tifosi hanno i club, più soldi portano a casa. E lo sa bene anche Edoardo De Laurentiis.
L’ultimo campione nazionale (1100 casi) è stato interpellato dalla società Demetra nel periodo 4 – 10 settembre 2014, ed è rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.
Da evidenziare che, nell’analisi comparativa dei sodaggi degli ultimi quattro anni (disponibili online), la tifoseria del Napoli è l’unica che fa registrare un trend negativo. Gli azzurri, dopo aver toccato quota 13,2% e aver avvicinato sensibilmente l’Inter nel 2012 (dopo la consacrazione del sodalizio azzurro proveniente dal fallimento), sono scesi a quota 10%, mentre tutte le altre hanno guadagnato una percentuale di seguaci. Il “vorrei ma non posso vincere lo scudetto” ha scoraggiato gli appassionati più volubili?tifoserie

‘O surdato nnammurato, canto (anti-Juve) nato nel ’75

surdato_losportAngelo Forgione – Domenica 7 Dicembre 1975, ottava giornata di campionato: il Napoli di Vinicio, secondo in classifica a un punto dalla capolista Juventus, sale a Roma per affrontare la Lazio. Il precedente campionato si è concluso con lo scudetto dei bianconeri, e il Napoli subito dietro, a due punti. La voglia di primato e rivalsa è tanta. Contemporaneamente si gioca il derby di Torino. Solita migrazione di massa dei napoletani all’Olimpico: 25mila tifosi riempiono una curva d’azzurro.
Il Napoli passa in vantaggio al 12′, con un goal su punizione del centrocampista Boccolini, e poi controlla la partita. A un quarto d’ora dalla fine appare sul tabellone il cambio di risultato a surdato_mattinoTorino: i granata sono passati in vantaggio. Napoli primo in classifica! L’Olimpico si infiamma, ma sono i napoletani. Qualcuno inizia ad accennare ‘Oj vita, oj vita mia…’. È una canzone che, per chiari motivi, tutti conoscono e il contagio è immediato e travolgente. Nessun accordo, nessun passaparola; è un incantesimo napoletano, e in pochi secondi è tutta la curva partenopea a cantare la classica canzone. Il settimanale Lo Sport del Mezzogiorno diretto da Riccardo Cassero avrebbe titolato a nove colonne, in prima pagina, “Oj vita, oj vita mia…” consacrando e divulgando l’evento all’intera tifoseria azzurra. Il Mattino, invece, titolò “Canta Napoli”.
Il Napoli non sarebbe riuscito a mantenere la posizione ma lo scudetto non sarebbe andato ai rivali juventini bensì al Torino, e gli azzurri si sarebbero consolati con la seconda Coppa Italia, vinta a Roma, nello stadio dove era nato l’inno delle vittorie.

Marotta e la spocchia dei provinciali a corte

La storia recente dice che è l’ambiente juventino a fare figuracce da provinciale.

Angelo Forgione – Veleno di Beppe Marotta sul Napoli: “fastidiosi festeggiamenti da provinciali”. Così ha definito le manifestazioni di soddisfazione del club azzurro per la vittoria contro la Juventus. Meglio la sincerità di un torinese doc come Marchisio quando dichiara che quando gioca contro il Napoli gli scatta qualcosa che non gli scatta con le altre, e gode a batterlo. E poi, Marotta di quali festeggiamenti parla? Dei cori, dei canti e degli olè durante la partita? Quelli sono dei tifosi del Napoli, non della società. Non ci pare che quando la Juventus batte il Napoli in casa i suoi tifosi se ne stiano in silenzio. Anzi, cantano addirittura ‘o surdato nnammurato, e fanno cori razzisti, più che provinciali. E non solo quando si gioca Juventus-Napoli. Le curve dello “Juventus Stadium” sono state chiuse dal giudice sportivo e la redazione della Rai di Torino ha chiesto scusa ai napoletani e all’Italia intera per l’inquilificabile servizio sulla puzza dei napoletani firmato Giampiero Amandola. Più provinciali di così si può arrivare solo alla spocchia del popolano a corte. A Napoli si dice ‘o sagliùto (il salito). E infatti…

Napoli e Torino: stessi debiti, stadi diversi.

come la Juventus ha costruito la sua casa

Angelo Forgione – Mentre impazzava il dibattito economico su fatturati e investimenti di Napoli e Juventus saltava il previsto incontro tra De Laurentiis e il sindaco di Napoli De Magistris per discutere (ancora) del futuro di quel ferro vecchio che è il “San Paolo”. Il primo cittadino si è irrigidito per le parole che il patron del Napoli aveva pronunciato poche ore prima: «Oggi incontrerò il sindaco per capire bene se dovrò andarmene in Inghilterra con Benitez e coi miei calciatori. Mi sono stancato, sono una persona che dice le cose come stanno, vuol dire che se non faremo lo stadio giocherà con Auricchio (capo di Gabinetto del Comune) in porta ed in Serie C. Quando dall’altra parte ho dei sordi devo solo prendere atto ed andarmene. Di progetti come quello dello stadio della Roma ve ne posso portare circa ventimila. I bagni del San Paolo resteranno chiusi fin quando non saranno aggiustati dal Comune».
Al Napoli virtuoso manca solo lo stadio di proprietà per issarsi tra i grandi club d’Europa. La Juventus può contare su questo cardine fondamentale. Già, ma come ci è riuscita? All’italiana, solo grazie ai “regali” di un ente pubblico (il Comune di Torino) alla proprietà juventina, la Exor S.p.A. che fa capo alla famiglia Agnelli, e al ricorso a una banca pubblica (l’Istituto per il Credito Sportivo). Tra il 6 dicembre 2002 e il 15 luglio 2003, il Comune di Torino trasformò la zona del precedente stadio “delle Alpi” da “area destinata a servizi” a “Zona Urbana di Trasformazione”, rendendo di fatto privata una zona una volta destinata a “Verde e Servizi” dal Piano Regolatore, e trasferì poi per 99 anni la proprietà e il diritto di superficie di un totale di 349mila metri quadrati delle aree (stadio e fabbricati) alla Juventus F.C., che è di fatto una Spa quotata in borsa. Il tutto per la modica cifra di 25 milioni di euro, 71,63 centesimo al metro quadrato per ogni anno di concessione. Dopo questo “regalo” furono concesse delle autorizzazioni commerciali e, soprattutto, una variante al Piano Regolatore per “redistribuire le consistenze edificatorie commerciali”. E così la Juventus, cedendo a Nordiconad (cooperativa che aderisce al Consorzio nazionale Conad), Cmb e Unieco i 34mila mq di spazi commerciali intorno allo stadio, ottenne ben 20,25 milioni di euro. A questi si aggiunsero i circa 75 milioni di euro pagati da Sportfive per trovare uno sponsor che desse il nome allo stadio (ancora non trovato) e i circa 60 milioni che la Juventus ottenne accendendo due mutui con l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica, e quindi finanziata da soldi dei contribuenti, che di certo non pratica tassi di mercato. E non finiva qui. Nel novembre 2012 fu creata dal Comune di Torino una nuova “Zona Urbana di Trasformazione” di circa 260mila metri quadrati adiacenti lo “Juventus Stadium”, di cui 180mila destinati alla Juventus per la realizzazione della cittadella bianconera, comprendente campi di allenamento per la prima squadra, un albergo, servizi (tra i quali una multisala cinematografica), un centro benessere e residenze. Il tutto al prezzo ancor più stracciato di 10,5 milioni, 58,33 centesimi al metro quadrato per ogni anno di concessione.
Per gli ambientalisti, quella dello “Juventus Stadium” è una delle più grandi sconfitte: da immensa area agricola adatta a diventare il primo parco cittadino per estensione, trasformata in una distesa di cemento e supermercati. E intanto il Comune di Torino, come quello di Napoli, è diventato uno dei più indebitati d’Italia.
Tutto quanto accaduto a Torino è possibile a Napoli, nell’urbanizzatissima Fuorigrotta, dove ci si scontra sulla pista d’atletica?

Napoli-Juventus non è una questione di soldi

Angelo Forgione – La lezione di calcio che il Napoli ha restituito alla Juventus dice che la diffenza in classifica tra le due squadre è falsa, ma intanto c’è, e le colpe sono tutte del Napoli, che non riesce ad essere affamato con le “piccole” come gli avversari. Inutile dunque spostare il dibattito in economia sportiva. Benitez ha parlato di fatturati juventini e Conte di investimenti napoletani. La verità è che l’ultimo saldo delle entrate dice 275 milioni per la Juventus e 125 per il Napoli, che è l’unica squadra della Serie A ad essere autosufficiente, ovvero a non dover ricorrere alle banche e alla proprietà. Ed è verissimo che il Napoli sia la società ad aver investito maggiormente nel mercato 2013/14, con esborsi per 100.700.000 €, ma ciò è stato possibile solo grazie alle continue plusvalenze degli ultimi anni, ultima la cessione di Edinson Cavani al PSG (+52.500.000 €), terza miglior plusvalenza in assoluto della storia. Insomma, il Napoli è più virtuoso e la Juventus è più ricca. Stop!
Uscendo dai freddi numeri, il Napoli che compete (almeno in casa) con Borussia Dortmund, Arsenal, Juventus e Roma in stagione ha l’obbligo di farsi competitivo per vincere le guerre e non solo le grandi battaglie. La zebra, intanto, si lecca le ferite dopo i calci sfrenati del “corsiero del sole”. Vittoria dal sapore diverso, perché Napoli-Juventus non è mai una partita normale. Napoli-Juventus è il confronto tra due mondi sportivi distanti, tra due tifoserie agli antipodi. Quella azzurra, fortemente identitaria, espressione del territorio di appartenenza. Quella bianconera, apolide e “nazionale” per definizione. Napoli-Juventus è Napoli-Italia più di ogni altra partita. E la differenza di scudetti vinti non conta, non solo per i napoletani, sempre chiari nel preferire gli avversari da battere, ma anche per gli juventini, spesso superbi nel considerare ogni partita come le altre. Non è per caso che un torinese doc come Claudio Marchisio, serio professionista e sincero amante di Napoli («non c’è nulla di più bello che svegliarsi a Napoli, aprire la finestra e affacciarsi sul Golfo… In ogni stagione!»), abbia dichiarato un anno fa «Quando mi trovo il Napoli di fronte scatta qualcosa di particolare che non mi scatta con nessun’altra squadra». Applausi sinceri alla sua autenticità lusinghiera.

“Made in Naples”, un Forgione cicerone della napoletanità

intervista a cura di Alessia Viviano per donnafashionnews.it

Angelo Forgione, scrittore e giornalista napoletano, è una delle menti meridionaliste più acclamate al giorno d’oggi. Nel 2008 ha fondato il “Movimento VANTO” (Valorizzazione Autentica Napoletanità a Tutela dell’Orgoglio) in quanto come lui stesso ha enunciato  “non ce la faceva più ad assistere allo stupro di Napoli”. Il costante attivismo dell’autore è inoltre sempre tastabile collegandosi al suo blog, seguitissimo. Dopo numerose battaglie a tutela dell’orgoglio meridionale, nel 2013 ha presentato il suo capolavoro letterario, “Made in Naples” da molti lettori definito come “strumento per una necessaria e preziosa ricostruzione della memoria storica, dell’identità e dell’orgoglio dei nostri antichi Popoli”. Un libro che denota grandi capacità comunicative-letterarie,  nonchè una spiccata sensibilità artistica. Un trasmettere, quello di Forgione, che riporta alla luce, a mo’ di radiografia partenopea, un passato ricco di fasti, scandagliando le radici del popolo napoletano, palesando le verità spesso celate a chi tenta ostinatamente di cancellare e sotterrare l’identità di una delle città che hanno influenzato e civilizzato l’intera Europa. Quello di Forgione è un voler riesumare fatti e misfatti storici affascinanti e perlopiù sconosciuti, alla scoperta di un grandioso popolo. Un libro che senza dubbio va comprato, anche per la prefazione firmata J.N.Schifano.

Negli ultimi anni il meridionalismo sta conoscendo un boom senza precedenti, soprattutto tra i giovani. Come ti spieghi questa tendenza? Ti senti anche tu un artefice di questo cambiamento?

Sicuramente c’è un sentimento nuovo, una diverso atteggiamento rispetto al passato, una volontà di affermazione di una certa dignità meridionale. Troppo spesso il popolo del Sud è stato caricato di soverchie responsabilità, oltre quelle effettive. I giovani meridionali soffrono la mancanza di prospettive, la paura del futuro negato, e molti di loro hanno capito che la politica nazionale non si occupa minimamente di risolvere certi problemi. Della questione meridionale ne hanno sentito parlare solo nella pubblicistica meridionalista che magari hanno letto e non più dai politici nazionali. A tutto questo si associa un certo accanimento ideologico e spesso mediatico che non è più tollerabile. Attenzione però all’effetto contrario: pretendere rispetto senza meritarlo significa solo voler nascondere la propria svogliatezza a impegnarsi  nel cambiamento. Ci vuole un atteggiamento proattivo dei meridionali e per il momento mi sembra di vederlo ancora in pochi.
Non so quale sia la cifra del mio contributo, ma so che ogni giorno ricevo decine di messaggi da parte di persone, giovani e meno giovani, che mi ringraziano per avergli stimolato il ragionamento e aperto gli occhi su tanti eventi del passato e del presente. E so anche che non passa giorno che non lavori seriamente al cambiamento nelle varie forme che chi mi apprezza conosce.

Diverse sono le tue battaglie a tutela dell’orgoglio meridionale. Qual è stata la più significativa?

Devo premettere che l’orgoglio è un sentimento negativo quando nasce dal ventre. Io lavoro soprattutto sulla diffusione culturale, per dare dei connotati all’identità napoletana e meridionale in genere e fare in modo che l’orgoglio del Sud nasca dalla testa e sia positivo, lucido, e abbia strumenti e argomenti di riscatto. Di battaglie ne ho fatte tante, anche come attivista, ma maggior soddisfazione l’ho avvertita quando ho fatto scoppiare il caso Amandola, il giornalista della sede Rai di Torino poi licenziato che, intervistando i tifosi della Juventus, suggerì di riconoscere i napoletani dalla puzza. Ne parlò tutta l’Italia, e credo che quell’episodio, già significativo di suo, sia stato decisivo anche nell’inasprire a fine stagione calcistica le norme del Codice di Giustizia sportiva, portando alla chiusura a raffica delle curve di Milano, Torino e Roma. Tra l’altro, grazie a quegli eventi, oggi tutti sanno che il primo bidet d’Italia è alla Reggia di Caserta. Piccola soddisfazione tutta personale.

Quando e come hai capito che la tua mission sarebbe stata (anche) quella di difendere la dignità del Mezzogiorno? Hai mai riscontrato resistenze proprio dai meridionali?

Nella vita bisogna esprimere sempre sé stessi. Se poi si hanno qualità e credibilità è solo la gente che può dirlo nel tempo. Io non mi sono imbarcato spinto dall’orgoglio di pancia ma, prima di farlo, ho studiato, letto e ragionato, mi sono fatto una mia cultura e una mia visione della realtà sociale italiana. Ho scavato nella storia e nei fatti contemporanei e ho rimesso in discussione la mia posizione di partenza. A un certo punto ho sentito il bisogno di offrire agli altri ciò che avevo acquisito, di condividerlo in diverse forme, con moderazione e positivismo, sempre attenendomi alla realtà e senza mai enfatizzare i fatti. Sono passati anni, quel percorso di conoscenza è ancora in fieri e non potrà finire mai, ma è sempre più maturo e non può più tornare indietro. Si rassegnino i riluttanti che hanno identificato in me un pericolo per la verità preconfezionata. Ce ne sono, ma nella vita non si può piacere a tutti, soprattutto quando si prendono delle posizioni.

“Made in Naples” è la tua ultima fatica letteraria. In poche parole, cosa possiamo leggere sfogliando il libro?

Tutto quello che l’UNESCO, inserendo Napoli nella lista del patrimonio dell’umanità, ha racchiuso in una motivazione: “I suoi luoghi conservano traccia di preziose tradizioni, di incomparabili fermenti artistici e di una storia millenaria. Nelle sue strade, piazze ed edifici, è nata e si è sviluppata una cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”. Nessuno si è mai preoccupato di sviscerare cosa significasse “una cultura unica al mondo”, e io ho deciso di farlo. Il sottotitolo del libro è “come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo), e può sembrare presuntuoso, ma in realtà è proprio l’UNESCO a dire al mondo che Napoli “ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa”. Il libro apre il ventaglio della grande cultura napoletana, che non teme rivali, la codifica, e dimostra come un piccolo territorio senza peso politico ma con grande spessore culturale abbia influenzato il nostro mondo tra il Seicento e il Novecento. Sono orgoglioso di essere stato il primo a farlo, con fatica e lavoro appassionato, e lo stupore di chi legge il libro e ne resta sorpreso per ciò che scopre mi appaga completamente. È un libro luminoso che attualizza l’illuminismo napoletano e non resta ancorato ad alcuna recriminazione, sovvertendo la visione di una Napoli retrograda e ponendola a faro della cultura occidentale.

La critica come s’è espressa? Per molti giorni è stato trai libri più venduti nelle Feltrinelli di Napoli.

È tuttora uno dei libri più venduti in Campania, e ha discreti risultati anche in altre regioni, Lombardia ed Emilia Romagna su tutte. Non è un saggio a scadenza ma è scritto per durare nel tempo. Chi ha deciso di occuparsi del libro l’ha fatto con grande apprezzamento, ma la migliore critica è quella dei lettori, ed è positivissima. In soli sei mesi, le migliaia di copie vendute in tutt’Italia mi sono valse il conferimento del premio “San Gennaro Day” 2013 e l’inserimento del titolo nell’esclusiva promozione natalizia “I magnifici 101 di Mondadori” dedicata alla selezione dei titoli di maggior successo in Italia.

Hai in cantiere un altro scritto? Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto già lavorando a un nuovo libro, anche questo mai scritto, ma per ora mantengo il segreto professionale. Sto anche preparando lo sbarco all’estero di “Made in Naples”, opzionato da un editore di Tolosa per una traduzione francese. Per il resto, sono sempre sul pezzo. Chi si ferma è perduto.

La Juventus che vince in campo e perde fuori

dopo Amandola, impossibile ignorare la “discriminazione territoriale”

Angelo Forgione – Napoli frustrato quello che da qualche anno va a Torino alla ricerca delle conferme e finisce per essere bastonato dalla Juventus. Bianconeri che stravincono in campo, vero, ma anche bianconeri che straperdono a bardocampo. Dopo decenni di vergogne impunite, l’anno scorso ci pensò Giampiero Amandola, giornalista RAI del TGR Piemonte (fino a quel momento), a fare il più clamoroso degli autogoal all’esterno dello Juventus Stadium, sollecitando i sostenitori locali (ma non troppo locali) a riconoscere i napoletani dalla puzza. Scandalo scoperchiato da questo blog grazie alla segnalazione di Pierluigi R., cui seguì una videodenuncia e la sollecitazione alla redazione di Napoli di pretendere spiegazioni da quella di Torino, che chiese scusa in diretta prima del licenziamento del non unico colpevole. Quell’episodio, per il chiasso e il clamore che ne conseguirono a livello nazionale, è stato decisivo per formulare quelle nuove regole di “discriminazione territoriale” che fanno tanto discutere in quanto, diciamolo serenamente, scritte apposta per contrastare l’accanimento cronico ai danni di Napoli. E così, a un anno di distanza, il ritorno a Torino porta il sequel, con l’ennesimo autogoal juventino: cori marcati e squalifica delle curve voluta, cercata e trovata. Complimenti alla Juventus per la forza della sua squadra e per l’ignoranza della sua tifoseria.
La partita di calcio è persa ma quella per la dignità è vinta, almeno sotto il profilo delle norme. Non che la rappresentanza della tifoseria azzurra sia stata irreprensibile nella reazione (nessuna tifoseria italiana lo è), ma la squalifica delle curve bianconere, anche se inseguita dai colpevoli, segna la vittoria di una battaglia condotta a lungo. Vinta non oggi, ma un anno fa, grazie ad Amandola.

La bizzarra etica del Milan

Angelo Forgione – L’origine dell’inciviltà, spesso, è attribuibile a chi dovrebbe combatterla. L’esempio (al contrario), riferito al mondo del calcio, lo da il Milan, che ha deciso di non inoltrare ricorso per la squalifica di Mario Balotelli, reo di aver ingiuriato e, forse, minacciato l’arbitro “in nome dell’etica e del rispetto delle istituzioni”. Un po’ bizzarra come etica quella della società rossonera che invece ha deciso di ricorrere contro la chiusura della curva dei suoi sostenitori, rei di aver cantato cori razzisti contro i napoletani.
Anche l’informazione ci mette del suo, come nel caso del servizio del TG1, edizione delle 13 del 24 settembre, firmato da Fedele La Sorsa, il quale ha elogiato lo “Juventus Stadium” quale esempio di socialità, come se non si fosse mai macchiato di razzismo anti-napoletano. E come giudicare la riflessione di Lara Vecchio che su Il Sole 24 Ore ha scritto “la catalogazione delle sfumature sfiora il grottesco”? Il problema invece esiste, lo denunciamo da anni, e minimizzare significa essere ignoranti o in malafede. E chissà come si sentono oggi alcuni napoletani che parteggiano per le squadre da cui ricevono offesa.