Napolitiamo a Torre Annunziata

Appuntamento con Napolitiamo a Torre Annunziata (NA), lunedì 29 dicembre, ore 18:00, presso il Palazzo Criscuolo, in corso Vittorio Emanuele III.
Una presentazione musicata e tetralizzata, con Masaniello e Piermacchié.

“Napolitiamo” al Teatro Diana

Per la rassegna L’incontri al Diana, appuntamento al Vomero con Napolitiamo presso il foyer del Teatro Diana (via Luca Giordano 64) sabato 29 novembreore 11:30. Una mattinata dedicata alla lingua napoletana con interventi artistici di Masaniello e Piermacchié.
Ingresso libero.

Napolitiamo: articolo di Elena Barbato per il “Roma”

Alla Feltrinelli di Santa Caterina a Chiaia è stato presentato alla presenza di Maurizio de Giovanni, Fabrizio Mandara e Errico Liguori il nuovo libro di Angelo Forgione, giornalista, scrittore, divulgatore della buona cultura.

Il libro è un elogio alla lingua napoletana: la lingua dell’arte, della musica, della poesia, del cinema, del teatro. Troppo spesso declassata a “dialetto”, anche se tra i più conosciuti al mondo, e maggiormente diffusa per la sua espressione vocale, la sonorità e la bellezza del suo popolo che la lega fortemente ad una comunicazione gestuale di forte impatto. Mezzo espressivo e veicolo di alcune forme artistiche di Napoli che nessun’altra città vanta tutte insieme, dalla musica al teatro, dalla poesia al cinema, “Napolitiamo” di Angelo Forgione ne espone l’importanza dividendo la lettura in due parti: una storica e una didattica.

La parte storica analizza con rigore l’evoluzione del napoletano nei secoli, confrontando il percorso linguistico di Napoli e di Firenze. La parte didattica offre un pratico prontuario per apprendere una corretta ortografia napoletana, chiaro e accessibile, pensato per chi desidera imparare a scrivere questa lingua d’arte.

La presenza di Maurizio de Giovanni, autore della prefazione, il suo raccontare di Napoli e della sua lingua, ha rafforzato la necessità di porre un argine al pericolo, evidenziato dall’autore, che il napoletano sta correndo nel nostro presente, rischiando di perdersi nel dimenticatoio di una trasmissione orale che non le fa giustizia. Maurizio De Giovanni ha chiesto a gran voce di istituire una cattedra di lingua Napoletana presso le Università campane che tanta storia serbano nei loro meandri e tanti primati ne annoverano la grandezza.

Gli intermezzi musicali eseguiti con grande maestria dal musicista Fabrizio Mandara, accompagnati dalla bravura interpretativa di Errico Liguori in arte Masaniello hanno allietato il pubblico giunto in libreria, divenuta in una manciata di minuti un’arena in cui fare cultura.

In un’epoca in cui, con l’esplosione della scrittura digitale, ha proliferato una barbara ortografia “faida-te” e un eccesso di libertà nel trascriverla a proprio piacimento. Una discrezionalità licenziosa che sposta una lingua d’arte nel recinto dei semplici dialetti e le fa correre il rischio di perdere il suo prestigio letterario.

Ma il napoletano è undialetto o una lingua? Abbiamo chiesto ad Angelo Forgione. «Chiamiamolo come preferiamo, ché comunque non sbagliamo. Piuttosto, commettiamo errore se lo rendiamo rozzo e se ci vergogniamo di parlarlo, finendo per favorire la cancellazione delle differenze per le quali l’Italia è peculiare. Mi sono impegnato a scrivere questo duplice saggio perché ho profondamente studiato da una parte la storia della lingua napoletana, che racconta quella assai complessa di Napoli, e dall’altra la grammatica napoletana, con particolare attenzione all’ortografia, che vanno comprese se davvero si vuole proteggere il napoletano da un certo declassamento minacciato dall’anarco-scrittura imperversante. Tutto andava fissato in un saggio. Il Napoletano si è fortemente italianizzato dal Novecento in poi, e si è persa la memoria di parole antiche bellissime. Ma il vero problema, oggi, è l’assenza di cura per la scrittura napoletana. Questo mio nuovo saggio deve finire nelle mani di tutti quelli che amano la lingua napoletana e magari hanno anche voglia di scriverla correttamente. Napolitiamo è lo strumento adatto per farlo».

Uno splendido pomeriggio napoletano con Napolitiamo

Napolitiamo è il mio sesto libro. Di presentazioni ne ho fatte tante, ormai, dal 13 maggio del 2013 a qui. Ma quella di ieri alla libreria Feltrinelli di Chiaia, nel salotto di Napoli, è stata davvero la più bella e coinvolgente. Lo è stata perché la più napoletana che potessi pensare.
È stato uno spettacolo, non una presentazione. E la protagonista è stata la lingua napoletana, impronta digitale dei napoletani. L’abbiamo onorata con le riflessioni, le recitazioni e le canzoni; tutto al ritmo del battito di cuore dei presenti, tantissimi, attentissimi, partecipi e compiaciuti.
Le lusinghiere parole di Maurizio de Giovanni per il mio lavoro e per questo mio Napolitiamo, da egli definito «opera titanica», ad aggiungere valore alla già significativa e preziosa prefazione e al dibattito su Napoli e il suo logos.
La piacevolissima esecuzione delle canzoni classiche di Fabrizio Mandara, vera rivelazione dell’ultima stagione de La Radiazza di Gianni Simioli, e la bravura scenica di Masaniello (Errico Liguori), con tutto il suo travolgente carisma.
La gradevole conduzione e presenza di Ilaria La Mura.
Napoli, il napoletano e l’identità.
Come l’avevo immaginata e scritta, così questa presentazione-spettacolo si è palesata.

Prossimi appuntamenti

4 luglio – Cancello ed Arnone (Caserta)
ore 19:00, Villa Comunale
“Napoli tra Sport e Cultura” (rassegna “I Colori dell’Estate”)

9 luglio – Napoli
ore 18:00, Feltrinelli Chiaia (via santa Caterina a Chiaia, 23)
presentazione Napolitiamo
(con Maurizio de Giovanni, Fabrizio Mandara ed Errico Liguori in arte Masaniello)

12 luglio – Quartu Sant’Elena (Cagliari)
ore 18:00, Sala degli Affreschi dell’Ex Convento dei Cappuccini (via Brigata Sassari, 35)
presentazione Napolitiamo

Schifano, Masaniello e storiche menzogne

di Donatella Gallone per ilmondodisuk.com

Nella notte tra il 15 e il 16 luglio il campanile della Basilica del Carmine ha preso fuoco in un suggestivo spettacolo che ha riaccenso l’antica celebrazione religiosa della Festa in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Ma il 16 luglio segna anche il culmine e la fine della rivolta di Masaniello, assassinato nella piazza della chiesa nel 1647. Di lui, tra ieri e oggi, parla Jean-Noël Schifano che ne è sempre stato affascinato, ponendolo al centro del suo romanzo “La danza degli ardenti” pubblicato negli anni ottanta.

Persone e circostanze che avrebbero fatto inorridire Masaniello.
Il busto di Enrico Cialdini all’ingresso della Camera di Commercio di Napoli. Il generale assassino, inviato dai Savoia nel 1861 nell’ex regno delle due Sicilie per reprimere il brigantaggio, firmò un massacro che lo avrebbe fatto passare alle cronache come “criminale di guerra”.
Sotto inchiesta per riciclaggio di denaro, il salernitano Nunzio Scarano, addetto all’Apsa, considerata la cassaforte del Vaticano. Lo chiamavano Monsignor cinquecento per il taglio delle banconote che era solito portare in tasca.
C’è un piemontese alla guida del Madre a Napoli. Ma c’è un napoletano a dirigere un museo d’arte contemporanea a Torino?
Durante la trasmissione la zanzara su radio 24, fa lo sgambetto a se stesso, don Luigi Merola, prete anticamorra, dichiarando a sorpresa che Berlusconi è un perseguitato e Cosentino non è un camorrista, non ci sono le prove per affermarlo.
Roberto Saviano parlando di mafia a Castel Capuano con il ministro Cancellieri, ha sottolineato che Napoli deve rompere con il passato.
Il segno della febbre
Ha la voce un po’ raffreddata al telefono, Jean-Noël Schifano – colpa del capricci metereologici parigini – ma l’amore per Napoli, di cui è orgogliosamente cittadino onorario (e a cui ha dedicato, in qualche modo, tutti i suoi libri, anche quando lei non ne è protagonista) è talmente grande da ridargli un vigore che non risparmia fendenti.
Anche da Parigi, dove è tornato dal 1998, dopo aver acceso la vita culturale partenopea per anni, alla guida dell’istituto francese di via Crispi, non ha mai smesso di amarla e di seguirla, come un trepido e premuroso compagno fedele fino all’ultimo respiro, ferito quando s’infanga l’immagine della sua donna con l’artificio delle menzogne che cominciano il loro cammino dall’Unità d’Italia.
Masaniello, invece, è il segno della febbre, il testimone e anche il giocattolo in un momento storico in cui la città era affamata da un’aristocrazia avida che viveva a spese della plebe. Lui è “l’archetipo del personaggio storico napoletano”: non si ribella all’autorità spagnola, ma si rivolta contro la nobiltà partenopea e la sua è un’azione che parte dallo stomaco, dalla mancanza di cibo, dalla miseria.
Napoli, capitale della tolleranza
La “nazione” Napoli non è luogo delle rivoluzioni, ma capitale della tolleranza, qui dovrebbe celebrarsi ogni anno la festa universale in suo nome, il 16 luglio ricordando quel giorno del 1547 (giusto un secolo prima che fosse assassinato il capopopolo della sommossa) quando i popolani si mescolarono agli aristocratici, confluendo in unico flusso di gente e scesero in strada contro la decisione del viceré don Pedro di Toledo d’istituire il tribunale dell’Inquisizione. Un movimento compatto, guidato da Bernardo Tasso, padre del poeta e drammaturgo Torquato. E dalla loro parte si schierò anche un futuro cardinale, il nobile Annibale Bozzuto.
La pizza “Fior di margherita”
La festa della tolleranza renderebbe giustizia alla storia napoletana che è stata falsificata, “scuntraffatta”, svuotata della sua identità in un presente in cui le istituzioni non fanno nulla per recuperarla, eccetto la Provincia di Napoli. Che per Jean-Noël compie un lavoro culturale importante attraverso convegni e iniziative come il Premio Masaniello (nato per valorizzare il patrimonio di Partenope), offrendo un esempio di armoniosa tolleranza. E a proposito di storia scuntraffatta, chiude il suo “ragionamento masaniellano” citando un altro caso di manipolazione. Quello della pizza Margherita. «Non lo sapevo nemmeno io. L’ho scoperto leggendo il libro Made in Naples di Angelo Forgione, di cui ho scritto la prefazione. Non è mai stata una pizza in onore della regina Margherita, ma era dedicata al fiore, un secolo e mezzo prima del 1860. Con i petali, che all’origine erano grandi, e la foglia, il basilico. Quindi proporrei di chiamarla pizza “Fior di margherita”, così si saprà che c’è un’altra menzogna storica in un alimento conosciuto dal mondo intero».
Per ristabilire la verità. E pensare al futuro. Masaniello ne sarebbe contento.

Jean-Noël Schifano e la contraffazione storico-sociale italiana

l’intervento dell’intellettuale francese a Santa Maria la Nova

Angelo Forgione – Lo scorso Sabato 20 ottobre si è tenuta presso la Sala Consiliare di S. M. La Nova di Napoli l’interessantissima conferenza “‘A Storia Scuntraffatta, da Masaniello all’Unità”, un dibattito a più voci sui passaggi della storia di Napoli non ancora riconosciuti dalla storiografia ufficiale.
Un evento che si è inserito nella sempre più crescente voglia di saperne di più sulla storia del Sud d’Italia e sul momento della sua annessione al resto della Penisola, un’esigenza che sta conducendo, seppur lentamente, alla comprensione e alla consapevolezza della realtà per una più nitida lettura del presente.
L’incontro, organizzato dal Presidente del Consiglio Provinciale di Napoli Luigi Rispoli e dal coordinatore dell’AIGE Umberto Franzese, è stato moderato da Fiorella Franchini e ha proposto gli interessantissimi interventi di Franco Lista e Gaetano Bonelli. E quello di Jean-Noël Schifano (video) che ha sottolineato l’esigenza di ritrovare l’identità napoletana cui si sono opposti proprio i tanti napoletani che hanno accettato e accettano i tentativi di cancellarla, talvolta ostacolando i nuovi tentativi di sgretolare la colonizzazione culturale.

Jean-Noël Schifano, un Masaniello per la verità storica

Premio “Masaniello” all‘intellettuale francese che non teme lobby e consorterie

Angelo Forgione – Non da oggi, Jean-Noël Schifano è ambasciatore della cultura e della storia napoletana in Europa e nel mondo. Per chi non lo sappia, non è italiano l’intellettuale di nazionalità francese nato in Francia da madre lionese e padre siciliano, e questo lo pone al di fuori da ogni interesse di divulgazione di parte. Lui, come Ledeen e Gilmoure, arricchisce quel fronte di intellettuali stranieri che possono per questo raccontare senza filtri la storia di Napoli e dell’Italia.
Ma Napoli, consegnandogli il “premio Masaniello – napoletani Protagonisti”, scultura del maestro napoletano Domenico Sepe, lo ha formalmente investito del ruolo che tutti i conoscitori della storia, quella vera, gli attribuiscono da sempre, ribadendo che, al di là della sua cittadinanza napoletana onoraria, è più napoletano di tanti napoletani di nascita, “civis neapolitanus” come lui stesso si autodefinisce. Il premio, di fatto, è assegnato ai migliori esempi di napoletani protagonisti nell’evidenziare la cultura, l’intraprendenza e l’arte partenopea.
Il letterato non qualunque, critico di Le Monde, direttore editoriale di N.R.F. e traduttore dei romanzi di Umberto Eco, è autore di tanti libri dedicati a Napoli (“Cronache napoletane”, “Neapocalisse”, “La danza degli ardenti” – Tullio Pironti editore), ultimo della serie il “Dictìonnaire amoreaux de Naples” (Plon) pubblicato in Francia e in attesa di un editore italiano, che in 579 pagine ripercorre storia, luoghi ed emozioni di una città che l’autore considera tuttora «una delle capitali d`Europa». E proprio nell’ultimo lavoro analizza la figura di Masaniello in chiave revisionistica, come sempre opportuna. “Masaniello non è per nulla rivoluzionario, non si rivolta contro la nobiltà spagnola, ma contro la nobiltà napoletana che lo riduce letteralmente alla fame, che affama la plebe di tutta la Città: senza tregua giurerà fino alla morte la propria autentica fedeltà alla Spagna. I suoi alleati camorristi dell’inizio, per compiacere la nobiltà e raccogliere favori e benefici, lo uccidono alla fine, nello stesso momento in cui lui rinuncia a un potere che non ha mai esercitato (…)”.
A questa osservazione si riallaccia lui stesso in un intervista di Salvo Vitrano per “Il Mattino” del 30 Settembre ’12 in cui, ancora una volta e con la solita franchezza, ha espresso il suo pensiero controcorrente che da fastidio a quei pochi storici schierati (italiani e napoletani) che ancora si ostinano a difendere lo schema narrativo precostituito. Partendo dall’attacco alla falsa rivoluzione della Repubblica Partenopea del ’99 e ai suoi simboli lontani dalla figura popolare di Masaniello: «Lottò contro i nobili non per la presa del potere ma per una presa della libertà e per dare al popolo giustizia, non come quella boriosa di Eleonora Pimentel Fonseca che con i suoi amici nobili giocò nel 1799 a fare la rivoluzione mentre continuava a trattare sprezzantemente i suoi domestici dando loro ordini in latino».
Schifano non si è mai lasciato irretire per amore di Napoli e del suo destino. «Cerco di liberare questa storia da tutti i bugiardi luoghi comuni che le sono stati sovrapposti, soprattutto come effetto dell`Unità d`Italia, che per la città è stata un saccheggio di beni materiali e di memoria. I giornali hanno scritto in questi giorni che ci vorrebbero 400 anni per far recuperare a Napoli e al Sud il divario col Nord italiano. Nessuno ricorda però che prima dei 150 anni di Unità il divario non c`era (ovviamente noi che siamo in trincea con lui si, n.d.r.). Anzi Napoli era all`avanguardia in molti settori, dalle arti alle industrie. È banchiere Salomon Rotschild nel 1821 mandò i suoi figli, perché studiassero il mondo e gli affari, in 5 capitali europee che erano Parigi, Londra, Berlino, Vienna e Napoli, non aTorino o a Roma».
Poi la domanda che inizia a farsi sempre più assillante nell’opinione pubblica: “Erano meglio i Borbone dello Stato italiano?”E Schifano risponde così: «Senza dubbio. E dicendo questo non voglio discolpare i Borbone, che certo commisero errori gravi. Voglio dire che con loro, come con altri governanti nel passato, Napoli aveva avuto rango di capitale di uno Stato che aveva come territorio il Sud Italia. Con l`Unità il Sud e Napoli diventarono una colonia a cui sottrarre ricchezze e memoria. Altro che assistenzialismo al Sud! Napoli dovrebbe chiedere un risarcimento all`Italia per i danni subiti con l`Unità».
Infine il giudizio sulla capitale di oggi: «Il mio rapporto con la città contemporanea è sempre stato molto attivo: ho condiviso i suoi entusiasmi e i suoi drammi, dal colera, alle speranze di svolta e al degrado dei rifiuti. A me appare chiaro che il problema dei rifiuti non si è prodotto a Napoli, Napoli ne ha solo subito il danno». Era possibile gestire meglio i problemi? «Considerando le condizioni storielle e l`atteggiamento dello Stato verso il Sud, era molto difficile. Due sindaci importanti hanno reagito. Bassolino, che io definisco il “realista”, capace di osservare con la lente ogni aspetto della realtà locale spicciola, senza trascurare l`immagine internazionale della città,  con il G7, ma che poi è andato a scontrarsi con l`ossessione dell`inceneritore. De Magistris, che ora vediamo all`opera, lo definisco un sindaco “imperiale”: vuole restituire ai napoletani l`imperio, il dominio della loro storia, della loro memoria, del loro futuro. Senza compromessi. Spero che, dopo aver liberato il lungomare, sappia affrontare con la stessa determinazione i problemi del centro storico».
Val la pena ricordare che Schifano è anche autore della prefazione del pamphlet “Malaunità, 1861-2011, centocinquant’anni portati male”.

“Tutti Pazzi per il Calcio”, parte il nuovo show del Martedì

I campionati di calcio di Serie A, Serie B e Lega Pro da Martedì 18 settembre 2012, saranno raccontati dalla conduttrice televisiva Virginia Casillo e dal suo staff di giornalisti ed esperti di calcio sui tre canali della piattaforma TELE A (Sky 901) con professionalità, leggerezza ed eleganza. Virginia sarà affiancata da un parterre degno di nota: l’ex portiere del Napoli Gennaro Iezzo, il caporedattore di Resport e capo dei servizi sportivi del quotidiano “Metropolis” Gigi Capasso, il Direttore di TuttoNapoli Francesco Molaro, il giornalista meridionalista Angelo Forgione, i giornalisti Giuseppe Libertino (Azzurrissimo.it), Alberto Cuomo (esperto di Serie B e Lega Pro) e Pietro Magri (direttore Dubito.it).
Non solo calcio, in programma anche momenti di intrattenimento con musicisti, attori e soubrette per 110 minuti di passione calcistica e divertimento ogni Martedì in diretta locale e nazionale. Faranno parte della squadra di “Tutti pazzi per il calcio” anche la cantante Simona Coppola, il musicista show-man Massimo Cannizzaro, Aniello Misto e la Sud Band, l’attore Davide Marotta ed il corpo di ballo “Totò e le Pazzarelle”.
email: tuttipazzitelea@libero.it
Facebook: Tutti Pazzi per il Calcio

Fenestrelle da prigione-lager a luna park

Angelo Forgione – Proprio ora che si sta diffondendo la conoscenza dell’aiuto fondamentale che Garibaldi chiese ai malavitosi meridionali nella sua scalata al meridione, e a conoscere i misfatti di Fenestrelle, il forte piemontese in cui furono reclusi i soldati delle Due Sicilie che non vollero giurare per un re diverso dal proprio, anche la televisione nazionale torna utile a fronteggiare l’assalto delle verità che vengono dal passato. Funge allo scopo Piero Angela col suo “SuperQuark“, che ha come collaboratore fisso il piemontese professore Alessandro Barbero, il quale, nella puntata dell’11 Agosto, con abile maestria da demolitore, ha proposto alla platea estiva due storielle sulla Napoli vicereale e risorgimentale condite da quello sprezzante anti-meridionalismo figlio della più stantia cultura lombrosiana.

La prima carica di tritolo è esplosa (si fa per dire) a Piazza Mercato, scenario storico di Masaniello, e Barbero qui si è mostrato revisionista a suo modo, tirando fuori imprecisati «documenti recenti e rapporti di polizia» non mostrati e non decumentati che dimostrerebbero che il famoso capopopolo del ‘600 sarebbe stato un camorrista che non avrebbe difeso il popolo ma «gli interessi di chi prelevava il pizzo che si ritrovava meno in tasca a causa delle tasse diventate più pesanti». È netta la sensazione che il professore volesse convincere sulla sussistenza di un “ambiente malavitoso” non già nella Napoli vicereale ma addirittura nel Medioevo, interpretando gli scritti di Boccaccio che descrivono uomini dei quartieri bassi col coltello in mano e pronti a sfruttare la prostituzione. Quanto accadeva in ogni grande città d’Europa, Londra in primis, i cui sobborghi erano ben peggiori di quelli di Napoli. La verità è che Boccaccio amò profondamente Napoli, città di corte reale (angioina) dove poté crescere culturalmente, già ben più colta della Firenze provinciale nella quale, quando fu costretto dal padre a rientrare, sperò di ritornare nell’amata “Gerusalemme terrena perduta e sempre desiderata”, cioè Napoli. In quanto a prostituzione, antica come il mondo, vorremmo domandare al professore se i lupanari dell’antica Roma possano costituire prova che gli antesignani dei camorristi fossero magari parenti di Giulio Cesare. Suvvia!
E quando la bomba è già esplosa, Barbero così afferma: «a Napoli, da secoli, si vede bene più che altrove questo mondo della malavita».
Detto questo, il professore accende la seconda miccia tra le Alpi Cozie tirando fuori «un altro documento venuto fuori di recente che riguarda il nostro Risorgimento». E questa bomba, ancora più potente, fa capire dove il Nostro vuole arrivare, incurante della memoria di chi a Fenestrelle perse la vita per amore della propria patria e per fedeltà al proprio Re sconfitto. Barbero sostiene che a guardia del forte-lager, dove le condizioni di prigionia erano inumane, ci fossero anche alcuni napoletani che avevano invece accettato l’illegittimo regno d’Italia di Vittorio Emanuele II entrando nel regio esercito nazionale. Dunque, questi napoletani spergiuri, secondo la magistratura piemontese dell’epoca, avrebbero consentito a quelli d’onore e incatenati di dedicarsi al gioco d’azzardo in cambio di una percentuale sulle vincite… “per diritto di camorra”.
Chi conosce la storia di Fenestrelle, fortunatamente documentata anche da RAI 150, sa benissimo in che condizioni si svolgeva la vita nel forte, non a caso definito “lager dei Savoia”. Nell’alta Val Chisone, il freddo era insopportabile per gente abituata al clima mite del meridione e le guardie dell’esercito piemontese sradicarono persino gli infissi per torturare i Napoletani col “salutare” freddo alpino. Il professore Barbero dovrebbe spiegarci come facessero dei veri e propri seviziati a dedicarsi ad attività ludiche e a farlo persino a carattere d’azzardo, e con quali soldi.
Nel documentario di RAI 150, questo si ricco di documenti d’archivio in visione, il ricercatore piemontese e guida di Fenestrelle Luca Costanzo afferma che «ciò che è sicuro è il patimento del freddo da parte dei prigionieri, ed è pacifico che soldati che provenivano da località del sud, equipaggiati per quelle località, trovandosi in certe condizioni non… (sopravvivevano)».
I sorrisi e i modi di Barbero francamente disgustano e stridono con l’amarezza che accompagna il ricordo di quegli avvenimenti da parte di chi sa. La sortita a “SuperQuark“, non casuale nei tempi e, come descritto, anche nei modi, cela un duplice obiettivo antirevisionista: quello di nascondere sotto il tappeto le vergogne del risorgimento facendo passare un lager per una sala giochi, una bisca clandestina, una succursale del malaffare napoletano dislocata tra le alpi, ma anche quello di mistificare l’origine del fenomeno camorristico in quanto sistema ramificato che nasce con l’attribuzione ai camorristi dell’epoca, dediti alla riscossione del pizzo dalle bische di quartiere, del compito di assicurare la sicurezza cittadina nella tumultuosa Napoli spaccata tra borbonici e liberali; un patto stretto da Garibaldi tramite il ministro di Polizia Liborio Romano in cambio del controllo di Napoli da parte dei camorristi durante la fase di transizione del regno. Un vero e proprio salto di qualità che fu l’origine del fenomeno come lo conosciamo oggi.
Alessandro Barbero, lo si intuisce dall’accento, è un piemontese purosangue la cui saggistica è ricca di Piemonte e Savoia, membro del comitato di redazione di Storica, e fa quindi il gioco dell’informazione di sistema. In TV hanno accesso quelli che raccontano la storia dei vincitori, e ora gli tocca anche aggiungere illazioni su bugie per smontare il duro lavoro di chi racconta la verità che, ora è chiaro, temono fortemente. Ma se la strategia è quella di trasformare un lager in un luna-park sappiano che non sono credibili, oltre ad essere disgustosi oltremisura.

Per vedere la rubrica del prof. Barbero, cliccare qui (da 1:07.34)