Angelo Forgione – Sentenza di primo grado della Commissione Disciplinare: Il Napoli sanzionato con 2 punti di penalizzazione e 70mila euro di ammenda. Cannavaro e Grava squalificati per 6 mesi. E il vero colpevole, quel Matteo Gianello che aveva tentato la combine, la passa di fatto liscia. Perché i tre anni e tre mesi inflittigli sono sostanzialmente inutili per un giocatore a fine carriera già ai tempi di Napoli. Pagano quindi solo la SSC Napoli e i suoi calciatori e non il colpevole di tutto che si è contraddetto più volte in un processo dal quale è stato peraltro estromesso Fabio Quagliarella, anch’egli prima avvicinato per la combine affinché desistesse dal suo intento di raggiungere il premio concordato con la società in base ai goal segnati in stagione e poi no, secondo le diverse versioni dell’imputato.
È ora necessario che il Napoli non si pianga addosso e tragga invece “vantaggio” dalla vicenda, ripartendo di slancio e con rabbia in campionato contro le avversità. I successivi gradi di giudizio dovrebbero mitigare le pene ma resta comunque la questione morale di un’ingiustizia e di un danno economico e sportivo fatti, a prescindere dal doveroso rispetto delle sentenze e dei regolamenti sulla responsabilità oggettiva che, ora più che mai, è necessario rivedere. E, consentitelo, se pure i difensori azzurri siano stati effettivamente sollecitati dal portiere, resterebbe la tentata corruzione di un calciatore veronese ignorato da un napoletano e un casertano ai quali vanno, a parziale ed effimera consolazione, la solidarietà e il ringraziamento per aver preservato una certa onorabilità.
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“Stadio Partenopeo”, emblema della modernità negli anni ’30
“Ascarelli” prima impianto del Napoli, poi emblema della modernità al Sud
Angelo Forgione – Con facile approssimazione si è detto che il primo stadio di proprietà della storia del calcio italiano è lo “Juventus Stadium”. In realtà, andando a ritroso nel tempo, non è difficile ricordare il “Giglio” di Reggio Emilia, poi ribattezzato “del tricolore”, inaugurato nel 1995. Più difficile rievocare l’inaugurazione nel Settembre 1925 del primo stadio di San Siro in Milano di proprietà del Milan e quella del 16 Febbraio 1930, giorno in cui venne inaugurato lo stadio di proprietà del Napoli, costruito in meno di sette mesi a spese del presidente azzurro Giorgio Ascarelli. Al Rione Luzzatti di Gianturco, nei pressi della stazione ferroviaria, poco più di 15mila spettatori potevano riempire le tribune in legno dello stadio “Vesuvio”, ribattezzato “Ascarelli” a furor di popolo dopo la morte del presidente
avvenuta appena diciassette giorni dopo l’inaugurazione.
L’idea di Ascarelli di costruire uno stadio di proprietà, a pochi anni dalla nascita del Napoli, rappresentò un esempio di intraprendenza per l’epoca e quello stadio superò per capienza il preesistente impianto comunale del Vomero divenendo il più capiente della città.
Scomparso il presidente, lo stadio fu dopo qualche tempo requisito dal regime fascista che, in vista dei mondiali di calcio in Italia del 1934, lo ristrutturò in cemento armato (vedi video), ne mutò l’aspetto con una facciata imponente e maestosa di stile fascista e ne aumentò la capienza portandola a circa 40mila spettatori. Venne
ribattezzato “Stadio Partenopeo” poiché il compianto presidente che aveva dato simboli e colori al Napoli era ebreo, quindi perseguitato, ed ospitò la finale per il 3° e 4° posto. In quello stadio, nel 1937, fu consentito per la prima volta l’ingresso libero alle donne. Fu uno dei simboli fascisti della modernità di Napoli nonché uno dei più fulgidi esempi di propaganda del regime al Sud.
L’impianto venne poi distrutto dai bombardamenti aerei degli anglo-americani che colpirono violentemente Napoli nel 1942 e andò incontro ad un triste saccheggio prima di essere abbattuto definitivamente. Il Napoli si trasferì allo stadio del Vomero, di proprietà comunale, prima di prendere casa al “San Paolo” di Fuorigrotta nel 1959.
videoclip: “10 MAGGIO ’87, La storia ha voluto una data”
10 Maggio 1987 – 10 Maggio 2012
25 anni oggi dal primo scudetto del Napoli
Venticinque anni oggi da quel giorno in cui Napoli si tinse d’azzurro ed esplose di gioia. 60 anni di speranza, un campionato di attesa, 1 settimana di passione. Immagini che vivono nei ricordi di chi c’era e nelle speranze dei più giovani che sognano di poter vivere quella emozione.È questo l’obiettivo che il Napoli deve perseguire, a prescindere dagli uomini che lo rappresentano.
Anche i Sindacati dei lavoratori strumento di propaganda risorgimentale
Anche i Sindacati dei lavoratori strumento
di propaganda risorgimentale
Cari Bonanni, Angeletti e Camusso,
Voi che eravate a Marsala a fare propaganda risorgimentale (ci mancavate solo Voi), perchè non avete ricordato le prime vittime operaie fatte dai piemontesi a Portici nel 1863?
Non possiamo credere che, visto il ruolo che ricoprite, non conosciate quel luttuoso avvenimento che fu il primo della storia d’Italia e vi allineiate ai politici italiani che fuori Montecitorio vengono incastrati da “Le Iene” con la loro completa ignoranza sul contesto storico del 17 Marzo 1861.
Del resto, ricordiamo Bonanni a “Ballarò” qualche anno fa esprimere una certa conoscenza della verità storica dei fatti risorgimentali.
Avete “scelto” proprio il luogo simbolo dell’invasione senza dichiarazione di guerra di chi arrivò a togliere il lavoro al sud, e non solo quello, per “denunciarne” la mancanza e parlare di unità nazionale. A testimonianza del lavaggio del cervello di questo umiliato meridione, il fatto che nessuno vi abbia fischiato. E intanto a Torino bruciavano le bandiere dei Vostri sindacati.
Mai 1° Maggio fu più triste e più utile per riflettere. Ma bisogna avere una coscienza per capirlo.
Cordiali saluti.
Angelo Forgione
a 2:11, Raffele Bonanni a Ballarò snocciola nozioni di vera storia d’Italia
1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie
1° Maggio. Napoletane le prime vittime operaie
Pietrarsa 1863: Bersaglieri e Carabinieri sparano sui lavoratori
di Angelo Forgione per napoli.com
1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.
La strage di Portici in musica (Stormy Six)