Thohir: «Napoli colera non è razzismo»

Angelo Forgione – Ancora una chiusura di settore di stadio per discriminazione territoriale: stavolta tocca alla curva dei tifosi dell’Inter restare chiusa per due turni a causa dei cori contro i napoletani. L’indonesiano Erick Thohir dissente e dice che “Napoli colera” non è razzismo perché non si parla di colore della pelle, e quindi, a suo dire, si tratterebbe di “diversità di cultura tra le città”. Per il patron dell’Inter, evidentemente, offendere e denigrare un popolo non è razzismo e le discriminazioni sono da catalogare in base al colore della pelle. Finché pioveranno simili giustificazioni e proteste di dirigenti e di certi giornalisti non se ne verrà fuori.

De Sanctis e la goliardica incoerenza

l’accanimento dell’Olimpico dice che non è problema causato dagli ultras

Angelo Forgione – Roma-Sampdoria di domenica 16 febbraio, curve dell’Olimpico vuote per cori di discriminazione territoriale dei tifosi romanisti. Prima del fischio d’inizio della partita, il settore dei Distinti Sud occupato dai tifosi della Roma intona ancora cori contro il popolo napoletano. Seguono applausi dalla tribuna Monte Mario. Cori di invocazione al Vesuvio anche durante la partita, e persino dopo, al termine del fragoroso inno di Venditti, il cui sfumare da spazio alle esortazioni vesuviane. Troppo forte la rabbia della recente e dolorosissima eliminazione dalla Coppa Italia con Maradona che alzava pollice, indice e medio davanti le telecamere. E così, un problema che si è fin qui considerato dei soli ultras, cioè da stadio, si è rivelato invece molto più diffuso e radicato. Vera e propria intolleranza, poi hai voglia a dire che la chiusura dei settori penalizza anche i tifosi meno incandescenti. Contro l’Inter, sabato 1 marzo, si giocherà in un Olimpico ancora più vuoto, e quelle dei Distinti Sud sapevano che sfida stavano lanciando.
Sulla vicenda si è espresso il portiere giallorosso Morgan De Sanctis, per anni al Napoli a fare da vero e proprio capitano senza fascia, sempre pronto a spendere qualche buona parola per la città partenopea anche nei momenti di maggiore aggressione mediatica. Ha provato a sensibilizzare i tifosi romanisti, evidenziando quella che ha definito un’anomalia tutta italiana: “Se c’è un po’ di cultura, di buon senso e di responsabilità, anche quella minoranza si deve rendere conto che non è più il caso di continuare a fare questo tipo di manifestazioni, chiamiamole pure goliardiche”. Morgan De Sanctis non ha avuto il coraggio di condannare i suoi attuali tifosi, scegliendo la diplomazia alla coerenza. Era lui quello che il 25 aprile 2013, alla vigilia della trasferta di Pescara, disse ai microfoni di Radio Marte: “Ci sono tanti tipi di discriminazione, gli stessi napoletani sono oggetto di discriminazione territoriale che però non viene considerata tanto grave quanto dovrebbe. I cori beceri contro la nostra tifoseria vanno puniti”. Ma si sa, nel mondo del calcio, in cui si cambiano città e tifosi come le macchine, il savoir-faire è fondamentale, e De Sanctis ha percorso la strada meno impervia.
A chi scrive non piace neanche lo striscione “noi non siamo sporchi romani”, esposto in una curva del San Paolo per “rispondere” alle offese ricevute. E neanche il lancio ripetuto di petardi al’indirizzo dei “nemici”. Quelle non sono risposte e autodifesa ma malcostume che si somma a malcostume, perché agli ultras non importa nulla delle offese ricevute, che sono anzi ottimo pretesto. Le punizioni cambieranno a fine anno, perché è ormai chiaro che i tifosi se ne infischiano delle sanzioni severe. La sospensione della pena è stata introdotta per arginare il rischio, nella certezza che il Napoli fosse ospitato solo una volta l’anno, ma senza considerare che l’idiozia dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza il Napoli di scena. Il rischio è quello di ammainare bandiera bianca e abituare a ritenere normali certe manifestazioni che di normale non hanno nulla, perché certi cori non sono goliardate da stadio ma nascono da una certa propaganda ottocentesca anti-meridionale, amplificata dai media nel Novecento, tradotta in messaggi deviati nelle arene calcistiche della nazione che sono entrate – ed entrano – nella testa e nei comportamenti dei bambini, persino nelle scuole (clicca qui). E tutto questo deve finire. Mai smettere di indignarsi.

La Juventus che vince in campo e perde fuori

dopo Amandola, impossibile ignorare la “discriminazione territoriale”

Angelo Forgione – Napoli frustrato quello che da qualche anno va a Torino alla ricerca delle conferme e finisce per essere bastonato dalla Juventus. Bianconeri che stravincono in campo, vero, ma anche bianconeri che straperdono a bardocampo. Dopo decenni di vergogne impunite, l’anno scorso ci pensò Giampiero Amandola, giornalista RAI del TGR Piemonte (fino a quel momento), a fare il più clamoroso degli autogoal all’esterno dello Juventus Stadium, sollecitando i sostenitori locali (ma non troppo locali) a riconoscere i napoletani dalla puzza. Scandalo scoperchiato da questo blog grazie alla segnalazione di Pierluigi R., cui seguì una videodenuncia e la sollecitazione alla redazione di Napoli di pretendere spiegazioni da quella di Torino, che chiese scusa in diretta prima del licenziamento del non unico colpevole. Quell’episodio, per il chiasso e il clamore che ne conseguirono a livello nazionale, è stato decisivo per formulare quelle nuove regole di “discriminazione territoriale” che fanno tanto discutere in quanto, diciamolo serenamente, scritte apposta per contrastare l’accanimento cronico ai danni di Napoli. E così, a un anno di distanza, il ritorno a Torino porta il sequel, con l’ennesimo autogoal juventino: cori marcati e squalifica delle curve voluta, cercata e trovata. Complimenti alla Juventus per la forza della sua squadra e per l’ignoranza della sua tifoseria.
La partita di calcio è persa ma quella per la dignità è vinta, almeno sotto il profilo delle norme. Non che la rappresentanza della tifoseria azzurra sia stata irreprensibile nella reazione (nessuna tifoseria italiana lo è), ma la squalifica delle curve bianconere, anche se inseguita dai colpevoli, segna la vittoria di una battaglia condotta a lungo. Vinta non oggi, ma un anno fa, grazie ad Amandola.

Autodiscriminazione a Napoli: è solidarietà per chi offende Napoli!

Angelo Forgione – Continua la ridda di voci sull’autorazzismo messo in scena domenica scorsa da uno dei gruppi della Curva B dello stadio “San Paolo” di Napoli. La confusione è sovrana ma, nel corso della trasmissione Il Processo del Lunedì, il gesto è stato chiarito e motivato da uno degli esponenti del tifo organizzato partenopeo, il quale ha spiegato che si è trattato di una risposta ironica contro le istituzioni del calcio (e non contro chi quei cori li urla ogni domenica), uno sberleffo irriverente finalizzato a manifestare solidarietà nei confronti degli ultrà del Milan e anche di tutti quelli che si comportano in maniera discriminatoria verso Napoli. Insomma, è corparativismo, e non ci sono più dubbi su quello che già da subito era apparso come un autogoal.
Ma tranquilli tutti, perché i presidenti delle squadre di Serie A si stanno già coalizzando per far abolire la discriminazione territoriale dalle regole contro il razzismo. E lo faranno, c’è da scommetterci, poiché hanno capito che sono ostaggio dei gruppi delle curve che possono decidere di pesare in maniera sensibile sulla vita sportiva delle società stesse. Dopo la curva, il Milan ha subito anche la chiusura dello stadio (anche se c’è un mistero sui cori rilevati dagli ispettori della Procura Federale), va incontro alla sconfitta a tavolino e, infine, all’esclusione dai campionati. Gli ultras hanno già vinto, e i tifosi del Napoli hanno almeno dimostrato che, ora come ora, sono più forti delle regole ferree ma deboli di fronte alla maleducazione generale della società italiana. Sono capaci di andare contro la loro stessa città, figurarsi contro la loro squadra. Basterebbe che gli ultras del Napoli si mettano a discriminare i tifosi avversari alla prossima partita, magari cantando un “Roma colera”, e il gioco sarebbe fatto: curva del Napoli chiusa! Oppure che i tifosi del Milan, in questo braccio di ferro, insistano per far perdere la loro squadra a tavolino. Gli ultrà stanno abusando del potere che hanno in mano, un potere che i vertici del calcio gli hanno conferito inconsapevolmente e non potrebbero mai levargli finché la società italiana non cambierà. La FIGC è partita dal presupposto che ai gruppi organizzati interessi prima di tutto la squadra e la città. E invece, la loro priorità è non essere controllati e potersi scontrare gli uni contro gli altri. È questo l’errore di valutazione fatto alla vigilia.
I tifosi del Milan, e anche altri aggressori verbali noti, hanno plaudito all’inizitiva dei Fedayn che avrebbero così insegnato all’Italia cosa significa “sfottò”, rispedendo ai “sedicenti esperti” le accuse di razzisti rivolte ai sanzionati. Dunque, meglio moralisti che masochisti.

La bizzarra etica del Milan

Angelo Forgione – L’origine dell’inciviltà, spesso, è attribuibile a chi dovrebbe combatterla. L’esempio (al contrario), riferito al mondo del calcio, lo da il Milan, che ha deciso di non inoltrare ricorso per la squalifica di Mario Balotelli, reo di aver ingiuriato e, forse, minacciato l’arbitro “in nome dell’etica e del rispetto delle istituzioni”. Un po’ bizzarra come etica quella della società rossonera che invece ha deciso di ricorrere contro la chiusura della curva dei suoi sostenitori, rei di aver cantato cori razzisti contro i napoletani.
Anche l’informazione ci mette del suo, come nel caso del servizio del TG1, edizione delle 13 del 24 settembre, firmato da Fedele La Sorsa, il quale ha elogiato lo “Juventus Stadium” quale esempio di socialità, come se non si fosse mai macchiato di razzismo anti-napoletano. E come giudicare la riflessione di Lara Vecchio che su Il Sole 24 Ore ha scritto “la catalogazione delle sfumature sfiora il grottesco”? Il problema invece esiste, lo denunciamo da anni, e minimizzare significa essere ignoranti o in malafede. E chissà come si sentono oggi alcuni napoletani che parteggiano per le squadre da cui ricevono offesa.

Razzismo anti-Napoli: curva Milan chiusa… finalmente!

Dai giornalisti licenziati alle curve chiuse, un certo Nord del calcio che perde

curva_milanAngelo Forgione – Qualche coro razzista anti-napoletani a San Siro durante Milan-Napoli. Altri molto più violenti e vigorosi durante Sassuolo-Inter a Raggio Emilia, urlati dai sostenitori nerazzurri. Il tifo delle milanesi ne esce con le ossa rotte, anche se a pagare sono solo i milanisti. Curva chiusa con “Obbligo di disputare una gara con il settore dello stadio denominato secondo anello blu privo di spettatori per avere alcuni suoi sostenitori, collocati in quel settore, in tre circostanze (prima dell’inizio della gara, all’ingresso delle squadre in campo ed al 19′ del secondo tempo) indirizzato ai sostenitori della squadra avversaria un coro insultante, espressivo di discriminazione per origine territoriale”.
Finalmente la mano pesante colpisce anche per questo genere di oscenità di cui i napoletani fanno le spese da anni. Pazienza che gli interisti l’abbiamo passata liscia e siano stati ignorati dagli ispettori federali e da un arbitro della sezione di Nola (ignominia!) che non hanno messo a referto quanto invece da riportare al giudice sportivo Tosel. Non vorremmo che, per essere sanzionati, certi cori debbano essere necessariamente indirizzati ai sostenitori di una delle squadre in campo. Ma per ora accontentiamoci, sapendo che la denigrazione dei napoletani è finalmente considerata discriminazione razziale. La prima vera vittoria è giunta, ma quanta fatica! Dai giornalisti licenziati alle curve chiuse, vivissimi complimenti a un certo Nord del calcio che perde la faccia. Un consiglio: la prossima volta, se proprio vogliono farsi squalificare, vicino a “colerosi” e “terremotati”, ci mettano pure “inquinati”. Almeno, insieme alle idiozie, griderebbero una verità e ci ricorderebbero le loro responsabilità, qualora dovessimo dimenticarcele.
Stasera alle ore 20 ne parlerò in diretta a Tuttazzurro su Elle Radio Roma (FM 88.100 Lazio e streaming su elleradio.it).

Trentino, Veneto ed Emilia Romagna patrie del doping d’elite

Angelo Forgione – Il tentativo maldestro-razzista di nascondere il proprio doping da parte di Alex Schwazer è stato rettificato altrettanto maldestramente dal protagonista sulla sua fanpage facebook: “(…) voglio bene a Napoli ed ai napoletani; ho un bellissimo ricordo di una gara a Napoli vinta nel 2010. Estrapolare, come è avvenuto, da una mia breve dichiarazione, dove volevo semplicemente e scherzosamente dire che non possiedo doti di furbizia, una mia mancanza di stima verso i napoletani è offensivo per i miei sentimenti di rispetto verso Napoli e i suoi cittadini”. Per Schwazer, insomma, la furbizia non è intelligenza ma capacità di raggirare. Rimedio peggiore del male! L’atleta altoatesino andrebbe punito simbolicamente con un ulteriore aggravio di pena per discriminazione razziale, lui che è solo l’ultimo di una serie di sportivi italiani squalificati per aver alterato i propri valori. Andiamo a vedere chi sono i più noti oltre ad Alex Schwazer da Vipiteno (Trentino Alto Adige): Giampaolo Urlando da Padova (Veneto), Davide Rebellin da San Bonifacio (Veneto), Marco Pantani (Emilia Romagna) e Riccardo Riccò da Sassuolo (Emilia Romagna). E possiamo tranquillamente metterci anche Francesco Moser da Giovo (Trentino Alto Adige), che praticò impunemente l’autotrasfusione prima del 1984, anno in cui questa divenne illegale. Fu lui stesso a dichiarare di essere stato “una cavia felice“, proponendo persino la liberalizzazione del doping.
E allora viva i fratelloni Abbagnale, Patrizio Oliva e tutti queli atleti napoletani che non sono mai entrati nella lista dei cattivi. Una lista che andrebbe fatta anche per i razzisti, perché la discriminazione è evidentemente ad ogni livello. Anche accademico, se è vero che il Maestro Riccardo Muti, ritirando una laurea ad honorem a Milano, si è tolto qualche mese fa un sassolone dalle scarpe con classe tutta partenopea: «Quando sono arrivato a Milano mi chiamavano il terrone… notavo una lieve forma di razzismo». Ora è ambasciatore della cultura italiana e napoletana nel mondo, cosa di cui non perde occasione per dimostrare quanto ne sia fiero: «la napoletanità alla fine vince».

Schwazer: «Sono altoatesino, non napoletano, quindi innocente»

Angelo Forgione – Lacreme altoatesine! Mentiva sapendo di mentire Alex Schwazer mentre scriveva una email al medico della Fidal Pierluigi Fiorella. Non solo: faceva anche del razzismo. Perché si era dopato e voleva convincere il medico federale della sua pulizia morale distinguendo gli altoatesini dai napoletani. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito… ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Queste le parole scritte due giorni prima del test a sorpresa che gli fece la Wada, l’agenzia mondiale antidoping, con cui fu rivelata la positività all’assunzione dell’Epo. Il Signore ci mise solo 48 ore per punirlo.
Chissà poi cosa avrà pensato il medico, e se avrà creduto o meno all’atleta razzista. Intanto abbiamo capito chi intendeva rappresentare e chi no il marciatore quando salì sul gradino più alto del podio olimpico. Sta di fatto che i napoletani possono andare fieri di non avere la sfacciataggine dell’altoatesino e di poter invece vantare esempi come i fratelli Abbagnale o Fabio Pisacane, dimenticato praticamente da tutti ma non da chi riconosce il valore sempre più raro della correttezza.

Napoli pulito, Napoli sempre più antipatico

Avvocato Chiacchio: «La mia napoletanità ha fatto la differenza».

Angelo Forgione – Napoli pulito! Ed è questo quel che più conta alla fine della fiera. Cannavaro e Grava possono tornare sui terreni di gioco; la squadra che porta il nome della città si scrolla di dosso lo scomodo asterisco che ne infangava l’immagine.
Non credevo nel colpo di spugna del processo d’appello, non ci credeva nessuno tranne De Laurentiis e l’avvocato Chiacchio. Evidentemente il primo grado di giudizio era infondato e la totale vittoria del Napoli lo ha dimostrato. Quel processo era sballato, costruito su fondamenta di sabbia sfarinate dai soffi incrociati di De Laurentiis e dell’avvocato Chiacchio, legale napoletano di Gianello, che hanno fatto in qualche modo fronte comune. Il primo ha fatto quello che non hanno mai fatto altri presidenti: si è presentato in aula e ha messo in riga la corte federale. Ne aveva gli argomenti. La pulizia e la trasparenza della sua squadra, prima di tutto; quella tanto decantata anche dall’UEFA che ne certifica il modello di gestione. Del resto, nessuno sul fronte azzurro aveva patteggiato (Sampdoria e Torino l’hanno fatto per una situazione analoga e hanno perso un punto in classifica). E così, il presidente ci ha messo la faccia e ha gridato al calcio italiano che la sua squadra è l’immagine pulita ed esemplare del movimento nazionale e non poteva essere associata a torbidi intrighi cui è evidentemente estraneo. «La condanna del Napoli significherebbe la sconfitta del calcio italiano», ha tuonato il presidentissimo. Parole dritte al cuore del problema. E così proprio il calcio italiano ha capito che insistere su quel vicolo cieco sarebbe diventato un boomerang, togliendosi dagli imbarazzi futuri. Ve l’immaginate una classifica finale con esiti condizionati da quel meno due?
È bastato un ottimo avvocato napoletano tra i tanti, esperto di diritto sportivo, a mettere in scacco tutto il sistema giuridico federale. Gianello non ha combinato le partite, e neanche ci ha provato ma ha semplicemente sondato il terreno attorno a sé, con argomenti molto flebili e senza alcun potere. Era chiaro, ma non alla procura federale, evidentemente. Chiacchio è arrivato in aula, con tutte le sue convinzioni sventagliate da giorni, e di tasca propria, cioè investendo sul suo terema, quello della derubricazione del reato del suo assistito: da tentata combine a slealtà sportiva. E l’ha fatto prevalere. «La mia napoletanità – ha detto l’avvocato a Radio Marte – mi ha spinto a fare il ricorso e far togliere la penalizzazione al Napoli. Gianello non voleva far ricorso; a quest’ora il Napoli avrebbe ancora la penalizzazione e Grava e Cannavaro la squalifica. Oggi ho incontrato De Laurentiis, che mi ha ringraziato per quello che avevo fatto fino ad ora».
Vince il Napoli col suo presidente e i suoi bravi legali, e anche un po’ Napoli… con Cannavaro e Grava, sdegnanti delle avances di Gianello, e con l’avvocato Chiacchio, professionista di livello assoluto che ha infilato un’altra perla nella sua collana di successi. Ma non tutto è restituito. Il Napoli ha subito dalla vicenda un danno d’immagine, seppur arginato, ma soprattutto un contraccolpo psicologico derivante dall’allontanamento coatto dalla testa della classifica e una privazione del patrimonio tecnico che hanno influito nel non casuale calo di rendimento di Dicembre, con le sconfitte in campionato e l’eliminazione dalla Coppa Italia mentre Mazzarri lavorava per ritrovare la quadratura del reparto difensivo. Nessuno risarcirà tutto questo. Ma tant’è… il Napoli è pulito, il Napoli è sempre più antipatico. Dentro e fuori dal campo.

Pagano solo il Napoli e i suoi calciatori. Gianello di fatto la passa liscia.

Angelo Forgione – Sentenza di primo grado della Commissione Disciplinare: Il Napoli sanzionato con 2 punti di penalizzazione e 70mila euro di ammenda. Cannavaro e Grava squalificati per 6 mesi. E il vero colpevole, quel Matteo Gianello che aveva tentato la combine, la passa di fatto liscia. Perché i tre anni e tre mesi inflittigli sono sostanzialmente inutili per un giocatore a fine carriera già ai tempi di Napoli. Pagano quindi solo la SSC Napoli e i suoi calciatori e non il colpevole di tutto che si è contraddetto più volte in un processo dal quale è stato peraltro estromesso Fabio Quagliarella, anch’egli prima avvicinato per la combine affinché desistesse dal suo intento di raggiungere il premio concordato con la società in base ai goal segnati in stagione e poi no, secondo le diverse versioni dell’imputato.
È ora necessario che il Napoli non si pianga addosso e tragga invece “vantaggio” dalla vicenda, ripartendo di slancio e con rabbia in campionato contro le avversità. I successivi gradi di giudizio dovrebbero mitigare le pene ma resta comunque la questione morale di un’ingiustizia e di un danno economico e sportivo fatti, a prescindere dal doveroso rispetto delle sentenze e dei regolamenti sulla responsabilità oggettiva che, ora più che mai, è necessario rivedere. E, consentitelo, se pure i difensori azzurri siano stati effettivamente sollecitati dal portiere, resterebbe la tentata corruzione di un calciatore veronese ignorato da un napoletano e un casertano ai quali vanno, a parziale ed effimera consolazione, la solidarietà e il ringraziamento per aver preservato una certa onorabilità.