Addio alle fioriere di Via Toledo

Addio alle fioriere di Via Toledo

di Angelo Forgione

Diciamo finalmente addio alle fioriere di Via Toledo. Fioriere? Mai definizione fu più impropria perché quegli enormi vasi di ghisa di fiori ne hanno accolti davvero pochi. Al loro posto solo terreno, mozziconi di sigarette e rifiuti di ogni genere gettati a mo’ di cestini portarifiuti da cittadini incivili educati al malcostume dalle stesse istituzioni.

Un’altra sconfitta dell’amministrazione cittadina che dotò qualche anno fa la storica strada di quegli elementi di arredo urbano che avrebbero potuto abbellirla se solo il servizio parchi e giardini ne avesse garantita la cura.  E invece, come in tutta la città, è stato vero e proprio abbandono.
Invece di migliorarne il decoro, quelle fioriere peggioravano l’aspetto di una via già umiliata da sporcizia, carcasse di motocicli e lenzuola bianche di venditori ambulanti in ogni dove.

Ripetute le richieste di rimozione all’Assessore al Decoro Urbano Diego Guida da parte del Movimento VANTO, e finalmente, complici le ultime vandalizzazioni più volte evidenziate nelle denunce, il Comune ha provveduto alla rimozione su tutto il tratto pedonale di Toledo. Non ci mancheranno.

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Bertolaso e il Vesuvio

video / Come gli uomini di Stato proteggono Napoli

Bertolaso e il Vesuvio

Ecco l’audio delle disgustose dichiarazioni “sarcastiche” del Capo della Protezione Civile, nonché Commissario Straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, Guido Bertolaso circa l’eruzione del Vesuvio.

Il tono, le parole e le risate che si ascoltano dicono tutto.

La registrazione è stata effettuata dalla Funzione Pubblica della CGIL.

Quando Napoli era la città più pulita d’Europa

Quando Napoli era la città più pulita d’Europa
Nell’800 già si faceva la differenziata

di Angelo Forgione

Napoli città sporca, fotografata nel mondo come effigie della sporcizia e dei rifiuti. Che triste destino è questo per una città che qualche secolo fa era considerata capofila d’ordine e pulizia, e che aveva iniziato le popolazioni italiane persino all’uso del bidet!

Era Luglio del 2008 quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, affiancato del sottosegretario di Governo Guido Bertolaso, annunciava la fine della crisi, lanciando in pompa magna una campagna di decoro per farne la città più pulita e ordinata d’Italia. Nulla di tutto ciò si è verificato, né la fine della crisi né l’inizio di un’educazione al decoro che di fatto manca a una buona parte di Napoletani. Ma del resto di quale educazione si può parlare se le montagne di rifiuti ancora oggi invadono le strade della città e del suo hinterland?
Napoli non è questa, e non lo è stata nel periodo più fulgido, quando le sue strade del centro erano pulite e non si trovava neanche una carta a terra lungo la Via Toledo, considerata la strada più bella del mondo insieme a Broadway nell’ottocento. Sembrerà strano ma il culto della nettezza urbana e l’attuazione della raccolta differenziata non furono invenzione del nord opulento ma si iniziarono, e seriamente, proprio a Napoli prima dell’unità d’Italia, prima che altrove e per volontà di Ferdinando II di Borbone.

Lo si evince dalla “Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie” in cui è possibile apprendere che il 3 Maggio 1832 l’allora Prefetto di Polizia borbonica Gennaro Piscopo ordinò quanto segue: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo».
Il prefetto diede disposizioni in merito alla differenziazione dei rifiuti aggiungendo che «questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte». Le “immondezze” dovevano essere prelevate nelle ore mattutine e trasportate fuori città «ne’ siti che verranno destinati».

Piscopo presentò un documento in dodici articoli che descrivevano le modalità della raccolta e le relative responsabilità e sanzioni. La pena era severa e poteva arrivare persino alla detenzione. Era tutta la questione igienica ad essere trattata; vigeva dunque il divieto di gettare a qualsiasi ora dai balconi «alcun materiale di qualunque siasi natura», comprese «le acque servite per i bagni». Fa specie e non poco che era assolutamente vietato «lavare o di spandere panni lungo le strade abitate».

Val la pena ricordare che anche Goethe, nel suo viaggio in Italia, aveva avuto modo di ammirare già nel 1787 il riciclo degli alimenti in eccesso che si attuava tra Napoli e le campagne tutt’intorno.

Ampliando l’orizzonte sul decoro di quell’antica capitale che non c’è più, è utile far riferimento ad alcune regole urbanistiche e paesaggistiche sempre attingibili dagli archivi. Una su tutte: la proibizione di edificazione sul lato panoramico del nuovo “Corso Maria Teresa”, poi ribattezzato dopo l’unità d’Italia “Corso Vittorio Emanuele”, concepito come una panoramica “tangenziale” che univa i due estremi della città dell’epoca. Oggi questa strada è panoramica solo nel tratto a valle del Parco Grifeo e in pochi altri piccoli tratti, deturpata da palazzi neanche particolarmente belli che impediscono la spettacolare vista del golfo.

Particolare cura era prestata alla protezione dei beni culturali: un decreto del 16 Settembre  1839 “fece obbligo di vigilare sulla conservazione dei monumenti e sui restauri perché non si alteri né si deturpi l’antico con lavori moderni”. Oggi invece l’arte contemporanea invade e offende i giardini di Palazzo Reale.

Non è da trascurare che, prima dell’unità d’Italia, Napoli era la città più popolosa con i suoi 447.065 abitanti, mentre Torino ne contava 204.714, Milano 196.109 e Roma 194.587. E se oggi la città partenopea è la più densamente popolata d’Italia con i suoi 8.315 per chilometro quadrato, questo lascia intendere che i problemi sono gli stessi di allora, ma con soluzioni e risultati ben diversi.

Di quella città pulita e ordinata non c’è più traccia, ma è forse il caso di recuperarla ad esempio per le nuove generazioni e per tutti coloro che credono che un’altra Napoli non c’è mai stata.

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la SSC NAPOLI ha presentato le divise ufficiali… proprio il 26 e con chi

EMANUELE FILIBERTO È UN SAVOIA ED È UNO JUVENTINO… E NON PORTA “BENE” A NAPOLI

Alla presentazione delle divise “informali” della Società Calcio Napoli, presso i locali di uno stilista del centro storico, insieme ad alcuni calciatori era presente il discendente della dinastia sabauda, famoso, in questi utlimi mesi, come ballerino televisivo, presentatore e cantante.

Il problema è che l’erede Savoia è testimonial dello stilista napoletano!

Senza entrare nel merito di giudizi artistici (!) e storici (i Savoia rappresentarono la fine della Napoli capitale e del Sud dei primati borbonici per iniziare la storia dei massacri, dei saccheggi e delle questioni meridionali tuttora irrisolte), ci chiediamo (e lo chiediamo al presidente De Laurentiis, ammesso che sia stato informato della presenza dell’inatteso testimonial): che c’entra Emanuele Filiberto con il Napoli? Juventino da sempre, tra l’altro, tutte le volte che ha anche “sfiorato” il Napoli (collegamenti tv, dichiarazioni pre-fallimenti, presenze allo stadio) la nostra squadra ha sistematicamente toppato (inclusa l’amara e ingiusta sconfitta col Milan)…
Aurelio De Laurentiis, dopo le dichiarazioni da meridionalista di Luglio, ha scelto lo stilista sbagliato!
Meglio pensarci prima, la prossima volta…

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno delle Due Sicilie e la “Piedigrotta”

150 anni fa entrava Garibaldi a Napoli, finiva il Regno e la “Piedigrotta”

7 Settembre 1860, sfilata del “dittatore” in cattiva compagnia

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di Angelo Forgione

7 Settembre 1860: la “ Piedigrotta”, anche festa nazionale delle Due Sicilie, è in pieno svolgimento quando, al culmine della risalita della penisola da parte dei “mille garibaldini”, Re Francesco II di Borbone lascia Napoli per evitare sofferenze al suo popolo. Nello stesso giorno, mentre il Re delle Due Sicilie è in navigazione verso Gaeta, laddove organizzerà l’ultima difesa del Regno, entra a Napoli Garibaldi che si reca a portare omaggio alla Madonna per simpatizzare coi napoletani. Quella data è da considerarsi a tutti gli effetti come l’inizio del potere camorristico in città.

Le sommosse in Sicilia e le pressioni di Inghilterra e Francia sotto la spinta delle massonerie avevano convinto Francesco II a ripristinare la costituzione del 1848 e a promulgare un’amnistia che restituiva la libertà a un gran numero di camorristi. La camorra di allora non era quella di oggi, potente e ramificata, ma un’attività dedita ad affari di quartiere.
Francesco II nominò Ministro di Polizia Liborio Romano, un liberale pugliese, che subito dopo l’incarico contattò in segreto l’amnistiato capintesta della camorra Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Criscienzo”, chiedendogli di radunare tutti i capi-quartiere della città affinchè gli facessero visita. Si trattò di un’assemblea in cui si sancì il primo caso di connivenza tra Stato e malavita organizzata proprio sul nascere della nazione unita. Liborio Romano, corrispondente di Cavour, avrebbe favorito l’ingresso di Garibaldi per poi diventare Prefetto mentre il camorrista “Tore’e Criscienzo” sarebbe divenuto Questore a capo della guardia cittadina costituita per intero da malavitosi col compito di garantire l’ordine pubblico in una città in fermento.

I camorristi assoldati dalla nascente nazione si distinguevano da una coccarda tricolore appuntata sul cappello. Seguirono giorni di tumulti e assalti ai commissariati napoletani per distruggere gli archivi; coloro che si opponevano venivano considerati nemici della patria e ricevevano bastonate.

Il 7 Settembre 1860, dunque, Garibaldi entrò in Napoli a bordo del treno borbonico, sotto l’occhio attento delle guardie camorristiche. In testa al corteo che seguiva la carrozza del “dittatore delle Due Sicilie” figurava proprio il questore capintesta “Tore ‘e Criscienzo”. Via Marina, Maschio Angioino, Largo di Palazzo (Plebiscito) e breve discorso. Poi su per Via Toledo fino a Palazzo Doria D’Angri dal quale si affacciò e ne prese possesso come dimora. Il giorno seguente il Generale si recò a far visita alla Madonna di Piedigrotta attraversando in parata la Riviera di Chiaia. Per volontà divina, Garibaldi, il ministro “doppia faccia” Liborio Romano e tutti i camorristi di guardia furono accolti da un tremendo temporale che inzuppò il corteo alla volta del santuario.

Quella dell’anno seguente fu l’ultima Piedigrotta, organizzata dal luogotenente Generale Enrico Cialdini, uomo impegnato in quel periodo a massacrare migliaia di meridionali patrioti tacciati per questo col marchio di briganti. I Savoia, tra i tanti demeriti, ebbero anche quello di sospendere la festa nel 1862 dopo aver decretato nel Febbraio di quell’anno la soppressione di tutti i conventi e la confisca dei beni mobili e immobili della chiesa. Fu coinvolto ovviamente anche il santuario di Piedigrotta i cui canonici furono liquidati con un piccolo vitalizio.

Finiva così la Piedigrotta, finiva Napoli Capitale. Quella che riprenderà anni più tardi non sarà più la grande festa nazionale che i visitatori del “Gran Tour” si recavano un tempo a vivere di persona.

Tratto pedonale Via Toledo: marciapiedi OK, decoro KO!

Tratto pedonale Via Toledo: marciapiedi OK, decoro KO!

Dopo una lunga battaglia, finalmente ripristinati i marciapiedi del tratto pedonale di Via Toledo dove i lastroni di pietra lavica etnea erano saltati dappertutto. Ma il decoro della strada è ancora un miraggio tra fioriere incolte scambiate per portarifiuti e “isole ecologiche” a macchia di leopardo.

Museo “Filangieri”, riapertura vicina

Museo “Filangieri”, riapertura vicina
dopo circa 10 anni, l’importante struttura tornerà a vivere

di Angelo Forgione

Dieci anni fa fu chiuso per mancanza di risorse gestionali. Nel 1998, a causa del dissesto del Comune di Napoli, il contributo per la gestione dello splendido Museo Civico “Gaetano Filangieri” di Via Duomo fu sospeso. Da allora la struttura ospitata nel quattrocentesco “Palazzo Como” è negata alla città e ai turisti, dimenticata in un silenzio doloroso soprattutto per i dipendenti che da allora sono senza stipendio. Ma ora pare che la situazione di stallo possa trovare uno sbocco se è vero quanto annuncia il Comitato civico di Portosalvo, tra i movimenti più attivi sul fronte del patrimonio culturale della città. «Dietro il portone rinascimentale di Palazzo Como, che ospita la collezione del Museo Filangieri, già fervono i lavori che renderanno fruibili al pubblico le numerose opere racchiuse nella struttura museale», dice Antonio Pariante, presidente del Comitato, che indica per l’inizio d’autunno la riapertura del celebre museo.

È più cauto Gianpaolo Leonetti, a capo della Fondazione Filangieri che gestisce la struttura, per il quale solo per fine anno si potrà accedere alla parte inferiore del museo. Sono infatti in corso dei lavori che Leonetti definisce marginali e che investono solo un’area molto limitata.

Il “Filangieri” è stato inserito finalmente nei progetti dei fondi Pit-Por-2007-2013 della Regione e nei fondi europei per il grande progetto per il Centro storico della città ma il recente blocco di tali fondi da parte della Regione ai danni della macchina Comunale ha nuovamente frenato temporaneamente i lavori.

Il museo, inaugurato nel 1888, è un piccolo gioiello nel quale sono custoditi gli oggetti della collezione privata di Gaetano Filangieri che li espose per educare il pubblico all’arte e alla cultura del bello.
Spiccano al piano terra, ora interessato dai lavori, un grande plastico di Napoli durante il XVI secolo e alcune sculture di Antonio Canova e Francesco Jerace. E ancora, abiti di gentiluomini del XIX secolo e una ricca collezione di armi provenienti da paesi orientali.

Al piano superiore sono custoditi splendidi esemplari di pastori del presepe napoletano di Francesco Celebrano e Giuseppe Sanmartino, dipinti di de Ribera, Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Mattia Preti e Bernardo Luini. Notevole la biblioteca che contiene 15.000 titoli, 7.000 monete, la preziosa collezione Bovi, Mastroianni, il fondo D’Ambra con manoscritti relativi alla musica e al teatro napoletano tra il XVII e XIX secolo. Inoltre vi sono 150 pergamene nell’archivio della famiglia Filangieri riguardanti la storia della città di Napoli.
«Si tratta di una riapertura molto attesa che lascia sperare in una nuova stagione politica volta al rilancio dei Beni Culturali nella città di Napoli», dichiara Antonio Pariante del Comitato di Portosalvo.

Gli fa eco il Movimento V.A.N.T.O. che auspica che il Museo sia presto totalmente fruibile e che, soprattutto, sia valorizzato a dovere affinchè sia concretamente inserito negli itinerari, quegli stessi che oggi contemplano musei d’arte contemporanea che catalizzano cospicui finanziamenti e che certamente non valgono più del “Filangieri”.

Galleria “Umberto I”: caduta calcinacci ingresso Toledo Via Toledo

La Repubblica (Napoli) del 12 Giugno 2010

il "ROMA" del 12 Giugno 2010