Una proposta per riqualificare il “Lido Mappatella” alla Rotonda Diaz

Angelo Forgione Sono tantissimi i napoletani a non sapere che là dove oggi corre la splendida via Caracciolo un tempo si estendeva una lunga spiaggia, quella di Chiaja – così chiamata proprio perché contraddistinta da una lunga plaja, per dirla alla spagnola –, l’ambiente naturale celebrato nelle gouaches del Settecento e del primo Ottocento napoletano, il luogo dal quale napoletani e viaggiatori del Grand Tour ammiravano le spettacolari eruzioni del Vesuvio.

Oggi quella grande risorsa non esiste più, e il popolo napoletano, che pure ha un rapporto viscerale col mare sin dalle origini della città, non ha a disposizione nessuna lingua di sabbia nel tratto costiero che costeggia la Villa Comunale, eccetto un piccolo lembo di spiaggia nel punto centrale della strada litoranea, reso disponibile solo negli ultimi decenni: il cosiddetto “Lido Mappatella” alla rotonda Diaz, chiamato così per l’usanza di portare il cibo avvolto in “mappate” (fazzoletti). Come si evince dalle foto del primo Novecento, lì era presente esclusivamente un ponticello di raccordo tra lo slargo pedonale e la scogliera frangiflutti, a ridosso della quale è stata poi riversata, o si è arenata, la sabbia oggi presente.

La cancellazione della spiaggia di Chiaja ebbe inizio nel 1884, con l’epidemia di colera e la successiva Legge per il risanamento della città di Napoli, che, dietro la necessità di risolvere i problemi igienici dei rioni popolari, mascherò una manomissione urbanistica volta a speculazioni edilizie a vantaggio di banche estranee alla città; fu appunto eliminata la spiaggia, inquinata dalle lordure degli antichi scarichi nel mare di una zona che fino al Settecento era stata periferica e poco urbanizzata. fu l’imprenditore belga Ermanno Du Mesnil a farsi carico delle spese, ottenendo in cambio la facoltà di edificare gratuitamente nell’attuale viale Gramsci. In nome della soluzione ai problemi sanitari sulla riviera, fu sacrificata la balneazione cittadina, relegando il mare napoletano a mera funzione estetica e contemplativa, tra forti polemiche e mancanza di sensibilità ambientale.

Il litorale di Napoli rappresenta ancora oggi uno spreco di potenziale turistico e balneare (come testimonia anche l’interessante approfondimento di Mare Nostrum proposto da Rai Storia) che rende arduo per cittadini e turisti il godimento del mare e la balneazione stessa, a differenza di città come Barcellona, metropoli che ha fatto della sua spiaggia artificiale un motore di sviluppo post-Olimpiadi del 1992.
È imperativa una inversione di paradigma per riscoprire la vocazione marinara di Napoli, specie in un contesto di crescente appeal internazionale e in vista delle regate dell’America’s Cup 2027 – con inizio previsto per il 10 luglio – che porteranno il lungomare all’attenzione mondiale, elevando la sensibilità su Napoli come “città di mare”.

Ho dunque ipotizzato una risistemazione dell’arenile del “Lido Mappatella”, iconico e autentico spazio popolare di centro città, che attualmente presenta una configurazione inadeguata: la scogliera frangiflutti limita la fruizione a circa duecento metri di potenziale battigia, imponendo la balneazione sui versanti laterali della spiaggia, e rappresenta una sorta di muro che impedisce ai fruitori della spiaggia il godimento della vista panoramica sul Golfo, con Capri all’orizzonte e l’intera curva litoranea cittadina.[guarda video in basso]

La configurazione ipotizzata suggerisce un ampliamento della spiaggia mediante spostamento della scogliera di qualche decina di metri e ripascimento per creare una più armoniosa lunetta sabbiosa. In tal modo, i vantaggi sarebbero molteplici:

– aumento cospicuo della superficie di battigia, quindi di riva fruibile;

– apertura panoramica a beneficio dei frequentatori della spiaggia, quindi anche dei bagnanti nella stagione estiva, nonché dei fruitori della palestra pubblica “Mappatella Gym”;

– miglioramento del decoro, considerando che il “muro” di scogli è completamente imbrattato da scritte realizzate con vernice spray ben visibili anche dalla sede stradale;[guarda video in basso]

– miglioramento della tipica cartolina di Napoli, ovvero del panorama osservato da Posillipo.

clicca sulle immagini per ingrandirle

Ho coinvolto la consigliera comunale, nonché vicepresidente del consiglio comunale, Flavia Sorrentino, alla quale sono accomunato da una profonda sensibilità per le tematiche di accessibilità al mare e altre visioni, già impegnata in passato in un progetto di realizzazione di piattaforme e soluzioni leggere lungo le scogliere poi frenato dalla Sovrintendenza. Il suo immediato accoglimento ha fruttato la presentazione della proposta progettuale al sindaco Gaetano Manfredi per un’attenta valutazione nell’ambito delle politiche di valorizzazione del litorale cittadino.

Comunicato stampa del Consiglio comunale – dichiarazione della vicepresidente Flavia Sorrentino

La Cucina italiana ci dice cos’è davvero l’Italia

Angelo Forgione La Cucina italiana annoverata nella lista dei Patrimoni immateriali dell’Umanità insieme alla Dieta mediterranea e all’Arte dei Pizzajuoli napolitani. A New Delhi, proclamazione ufficiale de “La Cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”. Non si premiano ricette e piatti ma uno stile di cucina, un modo di pensare il cibo, di cucinarlo, di stare a tavola e di riconoscersi. Si premia il significato di una cucina che in realtà non esiste, nel senso che esiste un mosaico di diverse cucine regionali, fatte di ingredienti, tradizioni e preparazioni legate alla storia dei territori e alle culture locali, e tutte insieme formano la più complessa identità gastronomica del mondo.
Un insieme di diversità unica al mondo, che conferma che un popolo italiano unico non esiste, ma esiste una coesistenza di varietà che si traducono nelle tradizioni culturali espressive delle tante identità lungo lo Stivale: arti, riti, tradizioni, dialetti e cibi, quindi, anche ricette e cucine varie.
La loro preservazione e valorizzazione sono fondamentali nel mantenere viva la cultura delle comunità, contro il conformismo occidentale che travolge il mondo occidentale e produce un’omologazione che occulta le necessarie differenze, figlia dell’effetto disidentificante esercitato dal capitalismo imperante.

È ora che tutti si mettano in testa che la frase di D’Azeglio era diversa da come è stata riportata nei libri di storia: non “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” ma “Fatta l’Italia non si fanno gli italiani”. Gli italiani non si potevano fare tutti uguali, e infatti è fallito il tentativo di omologazione, uno dei principali obiettivi della classe dirigente del nuovo Regno d’Italia e della massoneria, impegnata politicamente in un’ampia operazione di ingegneria sociale per forgiare una coscienza collettiva laica della Nazione e appiattire il grande patrimonio delle diverse identità territoriali.
Se i dialetti, sempre più vivi, hanno sconfitto il tentativo di annullarli, le cucine locali hanno continuato a tradurre la complessa storia d’Italia, e l’UNESCO, oggi, ci dimostra che il rispetto delle differenze è forza. Più si è diversi e più si è ricchi. Questa terra sdraiata sul Mediterraneo sarebbe un grande Paese se fosse davvero “unito”, nel senso che tutti i gruppi etnici rispettassero le diversità altrui e la politica facesse prevalere equità.
Accontentiamoci di come ci vede l’UNESCO: ricchi di arte, bellezze e di culture, ma anche di ingredienti e sapori diversi.

Alta delinquenza al Nord (e il Ministero smentisce i pregiudizi sul Sud)

Angelo Forgione Puntuali, giungono gli indici di criminalità elaborati da Il Sole 24 Ore in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati nel 2024. La maglia nera per numero di reati riportati spetta ancora una volta alla provincia di Milano, che mantiene la poco lusinghiera leadership conseguita nel 2016, allorché scalzò Roma, oggi terza, appena scavalcata da Firenze. Dietro incalza Bologna, che sorpassa Rimini e Torino.
Per trovare una città sotto Roma bisogna scorrere fino al tredicesimo posto di Napoli, che retrocede (cioè migliora) di una posizione rispetto all’anno precedente (nel 2016 era terza). Poi Catania e Palermo ai posti ventitré e ventiquattro. Foggia e Siracusa alle posizioni ventisei e ventisette.

Una classifica che non indica particolari novità, così come non è nuova l’analisi applicata: «Nord infestato dal crimine, ma al Sud si denuncia meno che nel resto d’Italia», dicono Marta Casadei e Michela Finizio, le giornaliste de Il Sole 24 Ore che hanno analizzato l’indagine:
“Alle complessità delle grandi città si affianca, in alcuni territori, una maggiore propensione alla denuncia. Questo aspetto emerge in modo evidente, affiancando i dati di Milano (6.952 reati ogni 100mila abitanti) a quelli molto inferiori di Napoli (4.479) o di Palermo (3.936)”.

Tecnicamente, si tratta di impossibilità di individuare il cosiddetto “numero oscuro”, ossia la differenza tra il numero effettivo di reati commessi (tentati e consumati) e quelli che vengono denunciati e registrati dalle statistiche ufficiali. È un indicatore della criminalità sommersa, non rilevata perché influenzata da fattori come il timore della vittima, la scarsa tolleranza sociale e l’inefficienza delle Forze dell’Ordine. Gli omicidi, per fare l’esempio più evidente, difficilmente sfuggono – specie quando consumati – alla rilevazione. Non è lo stesso per un reato come il furto, dove è forte la tendenza da parte della vittima a valutare costi e benefici per decidere se denunciare l’accaduto. In altri casi, ad esempio nei reati a sfondo sessuale, sono invece fattori di tipo culturale o, come nell’usura, il particolare rapporto tra l’autore e la vittima a influire sulla decisione di denunciare o meno il reato subito. Nel caso delle violenze sessuali, ad esempio, vengono denunciate meno del dieci percento dei casi.
Il fatto è che la criminalità è un concetto assai complesso. Esistono una criminalità reale e una criminalità percepita. A mettere ordine ci ha pensato qualche tempo fa il Ministero dell’Interno, informando in un suo Rapporto sulla criminalità che la visione di un Sud peggio messo del Nord e del Centro è del tutto discriminatoria, retaggio del razzismo positivista del secondo Ottocento, e che il Meridione, tutto sommato, non sta peggio degli altri territori. Al punto 2, nell’analisi Le regioni settentrionali e meridionali, si legge:

“Ogni reato ha una sua precisa distribuzione a livello territoriale che è riconducibile a quelle caratteristiche che distinguono i borseggi dagli scippi e dai furti in appartamento. Ad esempio, questi ultimi sono più diffusi al Nord, mentre al Sud si rileva un maggiore numero di scippi.
Questa è un’osservazione importante da tenere a mente perché smentisce l’opinione comune che tutti i reati siano in larga misura più frequenti nel Sud rispetto al Nord Italia. Si tratta di una credenza piuttosto diffusa e duratura nel tempo che si può far risalire alla scuola positivista italiana alla fine del XIX secolo quando venivano attribuiti i più alti tassi di delinquenza – sia violenta che contro la proprietà – al meridione sulla base di aspetti razziali e indicatori socioeconomici delle due aree geografiche. È invece possibile distinguere storicamente tra i reati contro la proprietà effettivamente più frequenti nel Nord e i reati violenti più diffusi al Sud. Nel caso dei furti, furti in appartamento e borseggi avvengono di più al Nord e gli scippi al Sud. Ciò non dipende, come sostengono alcuni, da una diversa propensione a denunciare i reati subiti da parte dei cittadini sulla base di un supposto maggior senso civico di chi vive nelle regioni settentrionali. Le indagini di vittimizzazione hanno infatti mostrato che si denuncia di più quanto più alto è il valore della refurtiva e quando è stata stipulata una relativa assicurazione. I diversi tassi di furti, scippi e borseggi tra Nord e Sud si spiegano meglio sulla base delle opportunità che si presentano sul territorio e in base agli stili di vita e alle attività della popolazione.”

Tradotto in soldoni, è proprio il Ministero degli Interni ad avvertire che, dappertutto, quanto più è alto il valore della refurtiva tanto è più alta la necessità di denunciare, soprattutto in presenza di polizze assicurative. Per fare un esempio, al furto di un braccialetto, ad ogni latitudine italiana, corrisponde una bassissima percentuale di denunce, mentre al furto di un’automobile corrisponde un’altissima percentuale.
Sulla base di questo assioma, è sempre il Ministero ad dirci che la minore propensione a denunciare del Sud è influenzata dalle tipologie di reati più frequenti (gli scippi), ai quali corrispondono refurtive meno preziose di quelle dei reati più frequenti al Nord, là dove c’è più benessere ad allettare il crimine.

Dunque, se pur può essere vero che il Sud contribuisca maggiormente al “numero oscuro”, è fattuale che i reati non denunciati, quelli più spiccioli, se considerati e sommati, non raggiungerebbero il valore dei reati più frequenti al Nord, tra truffe seriali e furti di beni preziosi.
Non è una novità. Già a fine Ottocento, quando proprio il Positivismo dei Lombroso, Niceforo e altri propagandisti della borghesia settentrionale plasmava l’opinione pubblica anti-meridionale e alimentava il pregiudizio settentrionale, il politico Napoleone Colajanni analizzò la delinquenza della città di Napoli in confronto a quella di Milano, dimostrando che, dati del triennio 1896-1898 alla mano, i reati complessivi nella città lombarda, che allora contava meno abitanti di quella campana e non ospitava meridionali ed extracomunitari, erano in numero maggiore che in quella campana. Ciò nonostante l’eccessiva pressione daziaria del Regno d’Italia dei Savoia cui erano stati sottoposti i napoletani, superiore a quella esercitata sui milanesi, avesse comportato, tra il 1872 e il 1899, sofferenti condizioni di povertà e parassitismo. I dati furono commentati da Francesco Saverio Nitti nella sua pubblicazione Napoli e la questione meridionale del 1903 (vedi immagine a destra).
Tanto per chiarire che poco o nulla è cambiato da oltre un secolo a qui, e che si continua a considerare più la criminalità percepita che quella reale. Quelle tra Napoli e Milano si invertono a seconda che si tratti di notizie riportate dai media o di esperienza personale sul territorio. Retaggio perpetuo del razzismo positivista.

Il treno napoletano con vista spazzatura non parte più

Angelo Forgione – Dal treno olandese si vedono i tulipani che rallegrano l’orizzonte. Dal treno turco si ammira la strabiliante bellezza delle moschee di Istanbul. Sul treno giapponese si mangia Sushi e si chiacchiera amabilmente con Mila e Shiro. Il treno svizzero è talmente puntuale che persino la rigida signora Rottermeier risulta in ritardo alla stazione. E dal treno napoletano – napoletano, non italiano! – mica si vede il meraviglioso panorama del Golfo con il Vesuvio! No, si vede una montagna di spazzatura che sommerge la città.

Questo è quello che insegna ScuolaLab, il portale della scuola Ticinese di Bellinzona, a chi studia l’italiano sui suoi testi “didattici”.

Interpellata dal Corriere del Ticino, (e sì, perché la notizia non è stata evidenziata solo da diverse testate campane e nazionali), Tiziana Zaninelli, responsabile della Sezione dell’insegnamento medio del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Canton Ticino, dopo l’indignazione montata online, ha porto le rituali scuse e ha informato di aver disposto la rimozione del testo didattico della vergogna.

“Il testo risale a dieci anni fa. Frasi certamente infelici, sfuggite alle correzioni degli esperti e delle esperte di italiano. Ce ne scusiamo. Non vi era alcuna intenzione di denigrare una città italiana, tanto meno da parte dei docenti e delle docenti di italiano, che con il loro insegnamento approfondiscono e valorizzano la nostra lingua. Nel frattempo l’eserciziario è stato tolto dal portale”.

Una scheda vecchia, e non c’era voluto molto a capirlo leggendo la data di pubblicazione dell’eserciziario, ma è stata comunque scritta illo tempore in modo offensivo e inaccettabile, con differenza di trattamento dei popoli, cioè discriminazione; “sfuggendo” al controllo degli esperti linguisti e finendo sotto gli occhi degli studenti per anni senza che nessuno si sia preoccupato di eliminarla, finché qualche fiero napoletano non se n’è accorto e ha protestato.

Una figuraccia ticinese che conferma ancora una volta come la protesta dei napoletani, se fondata, sia sacrosanta. Altro che suscettibilità e vittimismo! Quelli li lasciamo al Codacons e a certi politici italiani che si rizelano per una canzoncina sull’Italia neanche offensiva di un cantante estone, ma tacciono quando a essere davvero vilipesa è la sola Napoli.

Agli amici dell’istruzione ticinese, italiani di Svizzera o svizzeri italiani che dir si voglia, giungano un paio di immagini dei treni napoletani, di quelli panoramici tra mare e vulcano, come suggerimento per riscrivere la scheda e rimuovere dalle teste i loro stantii luoghi comuni.

Il dialetto meno apprezzato? Il napoletano (ma non si sa di chi sia l’indagine)

Angelo Forgione – C’è francamente da sorridere sulla notizia diffusa da Preply.com dieci mesi or sono e rimbalzata fortemente qualche giorno fa, in occasione della Giornata nazionale dei dialetti, che vedrebbe il Napoletano il meno apprezzato di tutti.
L’indagine demoscopica, o presunta tale, che ha generato la notizia è a dir poco nebulosa. Chi l’ha condotta? “Un istituto di ricerca di mercato indipendente”, avverte l’ucraina Nadiia Mykhalevych, senza citarlo. Attendibilissimo, direi.

E non è per niente credibile quello che tale indagine avrebbe evinto: “Secondo l’analisi, il napoletano risulta essere il dialetto meno amato dai giovani tra i 18 e i 24 anni ma risulta essere molto popolare tra gli over 55: solo uno su cinque ha espresso un giudizio non positivo su questo dialetto.”

Quindi, secondo gli over 55, il napoletano è okay, ma non lo è per i giovani. Strano che Mare Fuori sia tanto amato dai ragazzi italiani, che cantano in massa le canzoni dei rapper e trapper napoletani. Così appare una notizia creata ad arte, artificiosa, per generare chiasso proprio sul dialetto evidentemente più popolare — altro che impopolare! — da una piattaforma che, per chi non lo sapesse, è un un marketplace online per l’apprendimento delle lingue che mette in contatto i tutor con centinaia di migliaia di studenti in diversi Paesi del mondo e propone lezioni private online, e che, probabilmente, provando a far parlare di sé, avrà cercato di adescare nuovi “studenti”. Anche perché l’analisi dice persino che “pure tra i residenti del luogo il dialetto napoletano non sembra godere di particolare popolarità”. Ma vi pare credibile? Un popolo che ha il più alto tasso di bilinguismo italiano-dialetto e che di ciò ne ha fatto un forte tratto distintivo e identitario? Suvvia.

Un altro sondaggio, altrettanto vago nelle metodologie adottate, indica il Napoletano come il più sexy tra i dialetti italiani (SpeedVacanze.it).
Insomma, online si legge tutto e il contrario di tutto, ma a fare da Cassazione, come sempre, è la storia, e quella dice insindacabilmente che il Napoletano è idioma di altissima dignità letteraria, pari a quella dell’Italiano; è lingua d’arte della Canzone, del Teatro, del Cinema e della Cultura in generale, l’unica dialettale ad aver fatto il giro del mondo e a rifarlo continuamente, dal Cinquecento a oggi.

Bando alle facezie, dunque, e rispolveriamo piuttosto le parole vere di Lucio Dalla, tanto per citare “uno qualsiasi”:
“Studio il Napoletano tutte le settimane da anni. Se potessi fare un’iniezione da duecentomila euro con tutto il Napoletano dentro la farei subito per poter pensare, parlare e ragionare come loro sempre”.

A 10 anni dalla morte di Pino Daniele, i say «tu staje cca»!

Angelo Forgione – Sapete cosa significò l’irruzione di Pino Daniele sulla scena musicale italiana? Erano, i Settanta, gli anni della grande crisi dei dialetti. Pier Paolo Pasolini a malincuore e Italo Calvino con sollievo li avevano dati per spacciati. A Napoli sorse pure la demonizzazione dei genitori nelle famiglie benestanti della città, quella per lo spontaneo uso della parlata natìa da parte dei figli, ai quali si smise di trasmetterla perché considerata erroneamente retriva e volgare. L’ordine era perentorio: «Parla bene!».

In questo difficile scenario, Pino Daniele osò una contaminazione musicale con il blues americano e l’uso di un napoletano più moderno e sfrontato. Riuscì ad affermarsi, e ad arrestare la ghettizzazione del napoletano in musica. Fu di fatto lui a rigenerare lo sdoganamento della parlata partenopea, riportata da lì in poi sulla scena internazionale e poi definitivamente legittimata dall’uso disinibito e spontaneo che ne fece Massimo Troisi, non a caso amico di Pinotto e a questi accomunato nel dare una più asciutta immagine dei napoletani, lontana da quella del folclore.

Nel 2006, il linguista torinese Gaetano Berruto parlò di “risorgenza dialettale” per fotografare una nuova attenzione verso le parlate locali d’Italia dopo l’assopimento degli anni Settanta. Una risorgenza che doveva molto al napoletano, a sua volta obbligato con Pino Daniele, anche se allontanatosi dal “Neapolitan Power” degli esordi. Lui, cavallo di razza, un puledro che aveva bisogno di frustate di napoletanità per galoppare, dopo aver rivoluzionato la musica napoletana, si era adeguato al trotto del pop italiano e si era fatto divorare dallo star-system commerciale. Aveva chiuso nel cassetto un codice linguistico-musicale di cui sentì la mancanza anche Federico Salvatore, cantandola in una sua celebre canzone: “Chiederei a Pino Daniele che fine ha fatto ‘Terra mia’, ‘Siamo lazzari felici’, ‘Quanno chiove’, ‘Appocundria’, ‘Napule è ‘na carta sporca’, ’Napule è mille paure’, ‘Ma pe cchiste viche nire so’ ppassate ‘sti ccriature’.

Si Pino se fosse astipato pe nnu’ murì, fuorze stesse ancora cu nnuje, e so’ ssicuro ca stesse cantanno n’ata vota ‘o nnapulitano… oggi di fortissima tendenza.

L’anticristo della pizza

Angelo Forgione E così, nel cuore di Napoli invaso dai turisti, è caduto sulla pizza il muro dell’integralismo napoletano. La pizza con l’ananas non è più un tabù. L’ha demolito Gino Sorbillo, quantunque non sia stato il primo, tra i più noti pizzaiuoli, a usare il particolare frutto tropicale. È semmai il primo a far parlare di sé per il sacrilegio dell’ananas (a fette) sulla pizza napoletana.

Non è sicuramente un sacrilegio impiegare la frutta sulla pizza. Chi sostiene che lo sia non sa che i napoletani, nel primissimo Ottocento, hanno rivoluzionato il disco di pasta condito mettendovi sopra proprio un frutto esotico: il pomodoro. Sì, il pomodoro è esattamente un frutto sotto il profilo botanico, anche se sotto il profilo gastronomico viene comunemente ed erroneamente considerato un ortaggio.

Sia il pomodoro che l’ananas stanno bene con il salato perché frutti acidi e dolci, anche se il primo meno acido e dolce del secondo, e non sempre, dacché il pomodorino giallo è decisamente più dolciastro del rosso, quindi non troppo distante dall’ananas.
Il vero problema sta dunque nell’addizione dell’ananas al pomodoro, unione che crea eccessivo scompenso di acidità, tradotto in debolezza del gusto e scarsa digeribilità. Pensò male di mettere insieme i due frutti l’inventore della “hawaiana”, il greco Sam Panopoulos, in Canada, dopo aver assaggiato varie pizze a Napoli.

Franco Pepe, prima di Gino Sorbillo, ha messo nel menu del suo Pepe in grani di Caiazzo la Ananascosta, un cono con ananas avvolto nel prosciutto crudo, fonduta di Grana Padano e spruzzata di polvere di liquirizia.
Francesco Martucci, a I Masanielli di Caserta, propone la Annurca, con purea di mela annurca in infusione di vaniglia, guanciale croccante di suino grigio ardesia, fior di latte e, all’uscita, conciato romano.

Questi e altri noti pizzajuoli che hanno usato ananas, mele, albicocche o altri frutti acidi e semi-acidi per le loro proposte innovative hanno evidentemente evitato di addizionarli al pomodoro. E hanno pure ricercato un equilibrio tra il dolce e il salato, come avviene con prosciutto e melone, formaggio con le pere e altri abbinamenti che mangiano serenamente, finendo per abbinare la frutta a ingredienti salini e sapidi, strada percorsa anche da Gino Sorbillo, che ha voluto rumoreggiare più che innovare, sapendo che nel cuore di Napoli sarebbero arrivati più giornalisti che clienti a chiedere della sua nuova pizza. Renderebbe anche culturale l’operazione se alzasse il livello del dibattito spiegando che non è l’ananas sulla pizza ma l’ananas col pomodoro il vero sacrilegio.

Campania Felix a tavola

Angelo Forgione — La Cucina italiana è la migliore al mondo insieme a quella giapponese. E in testa al Globo svetta la cucina regionale della Campania, davanti a quella dell’Emilia Romagna.
Parola degli awards 2023/24 di TasteAtlas, l’autorevole Atlante del Gusto dedicato alla catalogazione e alla promozione dei prodotti locali, delle ricette tradizionali e dei ristoranti tipici di tutti i continenti.
Italia e Giappone hanno fatto registrare lo stesso punteggio medio, davanti alla Grecia, ma anche quest’anno lo Stivale ha conquistato il primo posto grazie alla valutazione più alta del suo piatto più votato: la pizza!
Ma la Campania non è solo la regione del piatto più diffuso nel mondo, e conquista la corona mondiale battendo la fortissima concorrenza delle altre regioni d’Italia, senza dubbio la nazione con più varietà sul pianeta Terra.

Juventini di Napoli e tifosi napoletani: una difficile convivenza in una città di forte identità

Angelo Forgione “Juventini disturbati”. Una mia definizione del 2017 proferita dopo una delle tante incursioni vuote degli juventini di Napoli in una trasmissione televisiva locale dedicata al Napoli e alla cultura napoletana, ripescata strumentalmente dai tifosi bianconeri in questo periodo per loro difficile, diventa l’occasione per un ben più interessante dibattito tra me, Paolo De Paola e il conduttore Vincenzo Marangio (tre napoletani di nascita) sulla difficile convivenza tra juventini e napoletani a Napoli e dintorni e, soprattutto, sui diversi aspetti del tifo meridionale in genere.

Tratto da “Radio Bianconera” (TMWradio) del 5/12/22