Era un “romanaccio” tifoso dell’Inter, ma non tutti sanno che aveva origini campane (Pagani) e rendeva spesso omaggio a Napoli. Nel 1994, A Sanremo cantò NAPOLI, una canzone con la quale esternò tutta la sua fiera meridionalità e la speranza di rispetto tra Nord ricco e Sud povero. “Gondoliere, verrà un pescatore da Napoli… la sua barca non è bella come una gondola… ma lui arriva dal mare, tu allora rispettalo… è come te…”
Arrivò ultimo in classifica. Al dopofestifal, da uomo libero, disse a tutta l’Italia: «Sbattono la mia bella canzone all’ultimo posto perché canto Napoli mettendo in secondo piano Venezia».
Ciao “maledetto califfo”.
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L’8 Dicembre nella storia delle Due Sicilie
Immacolata Concezione patrona delle Due Sicilie
di Angelo Forgione (per napoli.com)
La celebrazione dell’8 Dicembre riporta alla memoria storica della Festa Nazionale dell’antico Regno delle Due Sicilie in cui la devozione mariana era fortissima nel clero, nel popolo e nelle istituzioni. L’Immacolata Concezione era infatti la Patrona speciale della Patria Napolitana, Terra dedicata alla Madre del Signore la cui festività era molto sentita nell’antico stato meridionale pre-unitario fondato su forti valori cattolici. Si può dire che era, ed è ancora oggi, uno dei perni principali sui quali ruotava tutta la religiosità del popolo del Sud.
Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico della città, i due regni di Napoli e di Sicilia furono riuniti come Regno unito con quella che fu detta “legge fondamentale del Regno”. Ferdinando non fu più il re di Napoli e di Sicilia ma il Re delle Due Sicilie.
Passarono quaranta anni esatti e l’8 Dicembre del 1856 fu un’altra data storica per le sorti del Regno. Nel giorno della festività nazionale della patrona, il Re Ferdinando II, dopo la messa a cui la famiglia reale si recava comunque quotidianamente, si recò alla festosa sfilata delle truppe nazionali a quello che all’epoca era il Campo di Marte, l’attuale Capodichino. Fu li che subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto nota e si trova in Piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Nel saggio del professor Gennaro De Crescenzo “Ferdinando II di Borbone – la patria delle Due Sicilie” si fanno ipotesi sull’agonia lenta e oscura del Re morto nella primavera del 1859, qualche anno dopo l’attentato di Agesilao Milano. Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe la sua importanza postuma poiché il decesso sarebbe sopraggiunto a causa delle ferite trascurate. Un attentato riuscito dunque, anche se differito di un paio d’anni, che ebbe il suo peso nell’attuazione del progetto sabaudo di “piemontesizzare” il sud.
Il regicida venne processato in circostanze sospette, velocemente condannato e giustiziato prima che potesse confessare istigatori e complici del suo atto scellerato. Lo stesso sovrano, il giorno dell’esecuzione, avrebbe ipotizzato una grazia ma sarebbe stato dissuaso dal generale Nunziante che giustificò quell’intransigenza con il rispetto per la corona. Il generale Nunziante, unica persona ammessa a parlare con l’attentatore la notte prima del processo, qualche mese dopo tradì quella corona e passò al servizio di Vittorio Emanuele II dopo aver avuto frequenti contatti con Cavour che, come pare da documenti d’archivio, lo ripagò con quattro milioni di lire dell’epoca.
Il Regno restò scoperto e indebolito, privo di un uomo di forte decisionismo. All’erede Francesco II toccò l’impossibile compito di fronteggiare le cospirazioni e l’accerchiamento degli uomini che si erano già venduti al nemico. La spedizione dei mille garibaldini e l’assedio di Gaeta completarono il piano piemontese, finchè proprio l’8 Dicembre del 1860, sempre nel giorno fatale dell’Immacolata Concezione, il giovane re firmò un toccante e accorato “proclama reale ai popoli delle Due Sicilie” col quale comunicò ai “Napolitani” la resa all’invasore e la sparizione del più antico regno d’Europa di Ruggiero il Normanno e dell’antica monarchia di Carlo III.
Il lungo documento finiva appellandosi alla fede e all’ora della giustizia. Le ultime righe recitavano così: «Preghiamo il sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa».
Vergogna Bologna, vince in campo e perde fuori
Vergogna Bologna, vince in campo e perde fuori
Napoli saluta Bulgarelli e Dalla, Bologna invoca il Vesuvio
Angelo Forgione – Partiamo da un punto fermo: gli stadi non possono essere considerati una zona franca della società e lo dimostrerò più avanti. Detto questo, mi viene in mente il ricordo che Napoli dedicò a Giacomo Bulgarelli in una fredda serata di Febbraio del 2009. Due numeri 8 giganti rossoblù formati da una quarantina di ragazzi stesi a terra nelle due metà campo, applausi di tutto il “San Paolo” con il minuto di raccoglimento che fu onorato in quello stadio e non negli altri il giorno seguente. E poi striscioni sugli spalti. Da Bologna qualche corretto tifoso ringraziò Napoli, e qualcuno scrisse anche “noi sportivi rossoblù non dimenticheremo mai la grande umanità del popolo partenopeo”. Dopo tre anni, i tifosi azzurri erano a Parma a ricordare il bolognese-napoletano Lucio Dalla da poco scomparso con due vistosi striscioni e tanta commozione. “Te voglio bene assaje” e “Ciao Lucio” mentre “Caruso” risuonava in tutto lo stadio “Tardini”. E risuonò anche in piazza del Plebiscito la sera dell’inaugurazione delle World Series dell’America’s Cup quando Napoli volle salutare l’artista bolognese. Così come in tutti i palcoscenici napoletani dove gli artisti partenopei gli dedicarono un sentitissimo omaggio canoro.
Oggi, allo stadio “Dall’Ara” di quella Bologna dei due simboli Bulgarelli e Dalla, i tifosi bolognesi hanno pensato bene di indirizzare i soliti cori razzisti e blasfemi (povero San Gennaro!) contro i napoletani presenti e, peggio ancora, di esultare ai goal dell’Udinese segnalati sul maxischermo, di cantare a mo’ di beffa “‘O surdato nnammurato” così come avevano fatto già juventini e laziali.
10 e lode al Bologna per i valori di correttezza sportiva dimostrata in campo, 4 al Napoli per la prestazione, zero spaccato ai bolognesi sugli spalti che hanno offerto una brutta immagine della loro città mettendoci un livore immotivato e oltre le righe. Se oggi in tribuna ci fosse stato Dalla avrebbe certamente bacchettato i suoi concittadini che pure hanno festeggiato a fine partita sulle note di una sua canzone. Che non era la più celebre “Caruso”. Forse i bolognesi, oggi, cantando in lingua napoletana, volevano proprio omaggiare il cantautore di casa che divenne internazionale solo quando prese a comporre e a cantare Napoli, ad amare Napoli. Lui che voleva rinascere napoletano, da lassù si sarà sentito offeso. Qualcuno da Bologna ci spieghi il perchè di tanto accanimento, se c’è un motivo scatenante, e noi cercheremo di comprendere.
Ora non veniteci a raccontare come sempre che certe cose le fanno anche i napoletani. Si, lo sappiamo che a Napoli non ci sono i preti e le monache sugli spalti, ma il razzismo e l’ingratitudine disgustano, e se pure i napoletani ne siano mai stati responsabili, o lo saranno, sarebbero perdenti e stigmatizzabili come i tifosi del Bologna oggi. È il malcostume del calcio italiano che lascia l’amaro in bocca. E pensare che i bolognesi negli anni Ottanta erano al fianco dei napoletani e festeggiavano dai balconi lo scudetto virtualmente vinto nel ’90 dal Napoli proprio nella loro città. Segno che le cose, negli stadi così come fuori, sono sempre in notevolmente peggioramento.
Pensate che si parla solo di calcio? In questo caso riflettete su come siete assuefatti alla sottocultura italiana apprendendo che all’aeroporto “Marco Polo” di Venezia quattro passeggeri campani, correttamente in fila, si sono visti rifiutare l’imbarco con conseguenti offese e insulti. «Imparate a parlare italiano, se Napoli non ci fosse tutto andrebbe meglio», queste le parole al desk. Denuncia alla Polaria supportata dalle testimonianze di alcuni francesi, stupiti.
I viaggiatori hanno denunciato. Paolo Cannavaro, invece, ha perso un’altra opportunità per segnalare all’arbitro i cori “vesuviani”. Non fa più notizia, come i cori stessi. Ma solo quelli contro i napoletani, perchè la Fiorentina si è presa 15.000 euro di ammenda per i cori di discriminazione etnica indirizzati al serbo Ljajic.
Ciao Lucio!
Ciao Lucio!
“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento, su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento”.
Così inizia la famosissima “Caruso”, considerata un classico della musica napoletana contemporanea e italiana nel mondo. Oltre nove milioni di copie vendute in tutto il globo, è stata riproposta da grandi cantanti tra cui Julio Iglesias, Celine Dion, Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti.
Scritta dal cantautore bolognese mentre era in navigazione con la propria imbarcazione; in seguito ad un guasto, dovette fermarsi a Sorrento e soggiornò nello stesso albergo dove molti anni prima, nel 1921, morì il grande tenore Enrico Caruso. Durante la sua permanenza, i proprietari dell’albergo narrarono a Dalla gli ultimi giorni di vita del tenore: Caruso si era appassionato a una giovane donna a cui dava lezioni di canto.
Solo dall’incontro tra la sensibilità di un grande artista e i magici luoghi di Napoli poteva nascere l’ispirazione per la stupenda canzone.
Lucio Dalla amava sinceramente Napoli, più volte definita la città più bella del mondo. «Quella napoletana – disse – è la musica più importante del Novecento, altro che Beatles… dobbiamo tornare a noi, e non essere provinciali, scopiazzando all’estero».
Ciao Lucio!
A proposito della morte di Giorgio Bocca…
A proposito della morte di Giorgio Bocca…
Angelo Forgione – Giorgio Bocca si è spento. Ne ho documentato il lato intollerante, e avrei voluto “assistere” alla notizia in silenzio ma le reazioni sono state forti e non ho potuto non commentare la morte dello scrittore piemontese. La vecchiaia ne aveva evidentemente oscurato l’anima, resa tenebrosa e triste; non viveva più in pace con se stesso oltre che con il paese che ha cercato di raccontare, ma da un punto di vista tutto settentrionale. Bocca soffriva perchè più si inoltrava nella vecchiaia e più sapeva di non poter vedere l’Italia come la sperava. Lanciava strali al Sud e ne era a tutti gli effetti un nemico, e ciò che ha lasciato alla nazione è anche un attacco ai meridionali che non può essere sottaciuto nonostante il doveroso rispetto per la sua dipartita.
Non sono in linea con chi gioisce e festeggia per la sua scomparsa. Tantomeno sono in linea con chi elogia ed esalta un uomo bravo a scrivere almeno quanto a seminare astio nel meridione in nome di una presunta superiorità “piemontesettentrionale”, professando un razzismo sdoganato come cultura da un paese nordecentrico che si basa su un simile sentimento da sempre.
L’ipocrisia non ci appartiene e Bocca non era amico del Sud e ne parlava malissimo. Lo denigrava in pieno stile Cavour, senza conoscerlo. Qualcuno potrebbe dire che lo faceva per indicarne gli errori, ma la sua tutto era fuorché una critica costruttiva. Non edificava una nuova Italia ma ne distruggeva il meridione. Il suo era un odio dichiarato e non ne faceva un mistero, come non faceva mistero della sua ipocrisia dichiaratamente utile per tenere buoni i suoi lettori meridionali, abitanti di un “paese di Re merda”. Ma era stato ostile anche agli ebrei, prima fascista e poi partigiano… alla faccia della coerenza decantata dal Presidente Napolitano nel ricordarlo.
L’Italia oggi saluta e celebra “l’eroico partigiano” dimenticando che capeggiava la schiera degli “intellettuali antimeridionali”. Bocca è statto comunque significativo per la storia contemporanea del paese perchè ne ha in qualche modo esaltato la conflittualità. Molta gente del Sud ha dato sfogo a reazioni “scomposte” sui social network e nei blog alla notizia della sua scomparsa. La morte di un uomo va rispettata senza trascendere; finchè si resta legati all’esistenza umana sarebbe il caso di porsi quei limiti che Giorgio Bocca aveva abbondantemente oltrepassato. Non è stato il primo a dividere e non sarà l’ultimo. A noi piace chi unisce, quindi niente offese ma neanche monumenti in suo onore che sarebbero al razzismo.
Ciao Enzo
Ciao Enzo
Ci lascia un altro pezzo della grande Napoli
È morto a Napoli l’attore Enzo Cannavale. Avrebbe compiuto 83 anni il 5 aprile. Istrionico caratterista cresciuto alla scuola teatrale di Eduardo De Filippo, che lo scoprì quando era un impiegato delle poste, fu tra i protagonisti del film premio Oscar di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”. Ha recitato con Troisi, De Crescenzo, Salemme ma anche con Nanny Loy, Marco Ferreri e la Wertmuller. Ha fatto da spalla in tanti film comici degli anni ’70 e ’80 ed è stato un grande attore del teatro napoletano lavorando con Eduardo De Filippo e Aldo Giuffrè. I funerali domenica mattina alle 11, nella chiesa degli artisti a San Ferdinando, in piazza Trieste a Napoli.
Di lui ricorderò sempre le passeggiate che fino a qualche anno fa faceva col suo inseparabile pastore tedesco a Piazza Plebiscito, non lontano dalla sua abitazione di Piazza Carolina.
Angelo Forgione
una scena tratta da “Le quattro giornate di Napoli” con Enzo Cannavale nella ricostruzione della grande resistenza dei Napoletani contro i tedeschi nazisti


