Angelo Forgione – Il presidente dei Consiglio Enrico Letta, in un incontro sulla semplificazione normativa nel programma del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, ha affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico».
Un classico modo di comunicare con quell’aggettivo dall’accezione sbagliata e offensiva della Storia del Sud che ormai non regge più. Traggo dal “passepartout” Made in Naples la già pronta risposta:
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.
Magari l’Italia fosse considerata borbonica all’estero! Avrebbe ancora il rispetto perduto e che è ancora vivo per Napoli nelle corti europee esistenti per le quali la città è vista ancora come una capitale, più capitale delle capitali d’Italia Torino, Firenze e Roma.
Chissà poi cosa pensano di certe affermazioni i colleghi spagnoli di Letta. A giudicare dai radiosi sorrisi dei Borbone-Spagna alla parola “napoletano” pronunciata da Riccardo Muti (clicca qui per vedere) nel corso della consegna del “Premios Príncipe de Asturias” a Oviedo, tutto questo sdegno proprio non si avverte.
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Napoli sfila contro i roghi tossici
mobilitazione generale… o quasi
Angelo Forgione – È tutto pronto per la prima grande protesta napoletana contro i velenti tossici che hanno inquinato le campagne tra Napoli e Caserta. Piazza Dante sarà il punto di ritrovo da cui, alle 16, partirà il corteo che attraverserà via Toledo per volgere al Plebiscito.
È la prima manifestazione di piazza in calendario nel capoluogo di regione e precede quella fissata per il 16 novembre con raduno a piazza Bovio. L’accavallamento nasce da differenti vedute dei due nuclei organizzativi, uno facente riferimento ad Angelo Ferrillo di “La Terra dei Fuochi” e l’altro alla coppia Don Patriciello/Marfella. Divergenze sulla questione sono alla base della disarmonia, con Ferrillo che rimprovera a Marfella di aver avallato il cosiddetto “Patto per la Terra dei fuochi”, un accordo tra Ministero degli Interni, Regione Campania, Anci e Amministrazioni Provinciali e Comuni di Napoli e Caserta che prevede lo stanziamento di 5 milioni di euro da parte della Regione Campania per il monitoraggio del territorio e la prevenzione degli incendi tossici dolosi. Per Ferrillo, questa somma sarebbe insufficiente e getterebbe fumo negli occhi nei cittadini che chiedono interventi dall’alto. Il risultato è che Marfella e Don Patriciello saranno alla manifestazione del 16 ma non a quella odierna.
In simili condizioni è impossibile sperare in una manifestazione unica e ai cittadini, quelli che non sono interessati al merito della diatriba ma vogliono solo partecipare ad una protesta sacrosanta, toccherà presenziare ad entrambe le marce. Del resto, nello scenario drammatico in cui si manifesta una rabbia che cresce sempre più, conoscere le due correnti è si importante ma non fondamentale. Ciò che è davvero cruciale è che la gente sappia la verità sul problema, sappia cioè che chi ha deciso questo lento genocidio che si consumerà da qui a cinquant’anni si sta nascondendo dietro la camorra. La gente non deve essere distratta dalle perniciose divisioni delle vittime designate.
Ieri, ad Orta di Atella, in occasione della presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio, si è vissuta una serata intensa all’insegna della condivisione delle esperienze dei vari territori del Meridione che soffre: comitati cittadini campani, pugliesi, siciliani, calabresi e lucani, uniti nella lotta all’inquinamento ambientale e all’illegalità, e rabbiosi verso lo Stato troppo distante. Sul palco, tra gli altri, hanno raccontato le loro esperienze i genitori di bambini morti per avvelenamento, del Casertano come del Tarantino. A sostenere i promotori del corteo del 16 novembre anche un energico e carismatico Don Patriciello, testimone della scollatura tra i Palazzi del potere e la strada. Il parroco si è tolto qualche sassolino dalle scarpe rispetto all’intervista radiofonica fattagli da Giovanni Minoli il giorno precedente: «Continuava a dirmi “però voi, però voi… voi dov’eravate, perché non denunciavate? Ma dove potevamo stare noi cittadini nel cuore della notte? Ed è stato scorretto perché mi chiedeva di denunciare i particolari e quando qualcuno l’ha fatto gli ha detto di assumersene le responsabilità. È mai possibile che questa Italia, la migliore, deve chiedere, bussare, implorare ancora, dopo centocinquant’anni?». Purtroppo, in una serata così significativa, quasi perfetta, è ancora una volta mancato il racconto chiaro della verità sul “triangolo della morte” che Patriciello, la stessa persona che fu redarguito dall’ex prefetto di Napoli per aver chiamato “Signora” l’omologa casertana, ha fatto comunque intuire raccontando il suo incontro con il Presidente Giorgio Napolitano, la sua richiesta di cancellare la distanza tra cittadini e istituzioni. In quell’occasione gli rivolse anche il ringraziamento a nome della Campania per la vicinanza alle famiglie orfane di bambini deceduti a causa di varie neoplasie. Il nodo da sciogliere in questa battaglia epocale è proprio questo, e sarà impossibile vincerla se chi ha deciso di farsi leader non farà un salto in avanti nella comunicazione e nella divulgazione della verità, che ancora una volta è proposta in questo spazio informativo. La gente deve guardare in faccia al nemico per poterlo abbattere, senza distrarsi e indebolirsi come lui vuole. I leader sono importanti, ma ciò che fa forza è solo l’unione del popolo, vero detentore della protesta, purché consapevole. A iniziare da oggi.
Beneficenza e Cultura a Napoli con Carlo di Borbone
A Napoli, l’Ordine Costantiniano di San Giorgio inaugura il 25 ottobre, alla presenza del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie, un poliambulatorio specialistico gratuito in alcuni locali messi a disposizione dalla Reale e Pontificia Basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito. La struttura funzionerà due giorni a settimana grazie al volontariato di otto medici, cavalieri o aspiranti cavalieri costantiniani. Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Epatologia, Medicina interna, Nefrologia, Neurologia, Ortopedia e Pediatria sono i rami accessibili mattine e pomeriggi di tutti i martedì e giovedì.
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio mette in campo diverse iniziative di solidarietà e la delegazione di Napoli e Campania, diretta dal marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, è impegnata concretamente sul territorio. «I volontari – dice Sanfelice di Bagnoli – hanno contribuito anche alle spese per l’allestimento». Il Gran Maestro dell’Ordine, S.A.R. Carlo di Borbone-Due Sicilie, non ha voluto mancare a questo nuovo appuntamento che fa parte dei solenni festeggiamenti per i diciassette secoli di vita dell’antico Ordine cavalleresco, che lo stesso Carlo ha voluto fossero caratterizzati da sole iniziative umanitarie. Il principe ereditario resterà in città per recarsi nel pomeriggio di Sabato al Comando dei Vigili del Fuoco cui donerà la medaglia d’oro per lo stendardo dei decorati al valor civile del Corpo, e conferirà medaglie di benemerenza ai componenti la Fanfara del Corpo, che non tutti sanno essere nato nel 1810 come “Compagnia de’ pompieri” di Napoli. La “Fanfara dei Civici Pompieri di Napoli” veste l’antica uniforme borbonica del primo nucleo di inizio Ottocento.
Carlo di Borbone-Due Sicilie sarà poi all’ “Archivio Storico” al Vomero per inaugurare la mostra di incisioni sulla verità storica firmata dal maestro Gennaro Pisco, per poi presenziare alla presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio. In serata sarà infine ospite d’onore al teatro “Salvo d’Acquisto” presso i Salesiani per l’evento celebrativo del ventennale del Movimento culturale Neoborbonico, fondato da Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo il 7 Settembre 1993. Per l’occasione sono già esauriti gli ottocento posti del teatro in cui si esibiranno Eddy Napoli, Paolo Caiazzo e Gianni Aversano con Napolincanto. Previsti riconoscimenti per alcune personalità che hanno contribuito alla rivisitazione e rivalutazione della storia di Napoli e dei Borbone.
tratto da Made in Naples (Magenes, 2013), pag. 296:
[…] E resta anche qualcosa di meno evidente: mentre gli eredi Savoia si spendono in scandali e comparsate televisive, i discendenti Borbone, attraverso il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, che è patrimonio di famiglia, si producono silenziosamente in assistenza, beneficenza e solidarietà a livello internazionale, onorando la vera nobiltà europea d’Italia che è anch’essa napoletana […]
Napoli culla del cinema e del doppiaggio italiano
Angelo Forgione – È una storia tutta da raccontare quella del cinema italiano, che parte dal tramonto dell’Ottocento, quando Napoli abbracciò con gioia la nascita della “pellicola”. I primi film muti dei fratelli Lumière furono proiettati a fine secolo nel Salone Margherita e anche Napoli ne fu protagonista dopo che Loius e Auguste filmarono, nel 1898, il lungomare di via Santa Lucia prima della costruzione del nuovo rione umbertino, una pulitissima e ordinata via Toledo e altre immagini di una città animata da carretti trascinati da asini, carrozzelle e autobus a trazione animale.
Sulla scia dell’apertura del primo Cinematografo in Francia, datato 1902, fiorirono a Napoli venti sale cinematografiche; la più significativa fu quella storica del 1905, quando a piazza Municipio fu inaugurato il Cinematografo Parlante, poi Salon Parisien, che anticipò il Radium Cantante di Roma dell’anno seguente, rendendo Napoli la città cinematograficamente più importante del regno d’Italia. Nel 1908, esistevano in Italia sette riviste specializzate di cinema e ben sei erano pubblicate a Napoli. Nel 1911 divennero undici su ventotto nazionali.
Episodi di doppiaggio pionieristico sono descritti nel libro Tradurre per il doppiaggio (Hoepli, 2005), in cui si legge che Il cinema Iride di Napoli ingaggiò Antonio Jovine e Giuseppina Lo Turco per doppiare Il fu Mattia Pascal. I due doppiatori si sistemarono accanto allo schermo con megafono in mano e, seguendo i movimenti delle labbra degli attori, recitarono le didascalie che avevano imparato a memoria. Il pubblico era per lo più analfabeta e la lingua di doppiaggio era il dialetto.
Anche la produzione di pellicole iniziò a proliferare a Napoli, a partire dal lavoro dei fratelli Troncone, pionieri dell’industria cinematografica con la Partenope Film del 1906. Il Vomero fu la Hollywood italiana e vi sorsero tutte le primissime case di produzione cinematografiche d’Italia. Giuseppe Di Luggo fondò nel 1912 la Polifilms, ceduta per difficoltà economiche a Gustavo Lombardo nel 1919, imprenditore napoletano della distribuzione che creò, sempre al Vomero, la Lombardo Film, poi rinominata Titanus, una delle maggiori realtà dell’industria cinematografica italiana. Tra il 1924 ed il 1925 più di un terzo dei film italiani fu prodotto sotto il
Vesuvio, con soventi espressioni dialettali. Lombardo realizzava la sua produzione cinematografica in un capannone oggi scomparso, rilevato da Di Luggo e ubicato all’incrocio tra via Cimarosa e via Aniello Falcone. Oggi una lapide, apposta su un fabbricato del dopoguerra, al n.182 di via Cimarosaì, ricorda la presenza in quel luogo della prima “Cinecittà” italiana. Per le scene in esterna, la Titanus aveva disponibilità del giardino di Villa De Gaudio, ubicata nel luogo dove oggi è la FNAC di via Luca Giordano e di proprietà dell’amico Giovanni De Gaudio, fondatore del glorioso teatro Diana. Le pellicole venivano lavorate nella Eliocinegrafica di via Tito Angelini. Alla fine degli anni Venti, la Titanus si trasferì a Roma, dove i forti incentivi del governo fascista richiamarono il mondo della celluloide. Con l’avvento del Fascismo, la lingua unica doveva essere l’italiano e l’interesse del Regime per lo strumento cinematografico, utile alla propaganda, produsse nel 1931 un legge per accentrare la produzione nazionale nella capitale, marginalizzando la produzione napoletana. Lombardo, a Roma, adottò lo scudo come emblema, facendo crescere lì la mitica Titanus, con cui lanciò Totò sul grande schermo. Tra le due guerre, in un periodo di grande crisi anche per il cinema nazionale, la salernitana Elvira Notari, la prima regista donna del cinema italiano, antesignana del Neorealismo, creò il filone partenopeo girando pellicole basate su famose canzoni, sceneggiate, romanzi e fatti drammatici realmente accaduti in città. Le pellicole della Notari che proponevano ambienti napoletani stereotipati vennero posti sotto censura per offesa della dignità partenopea. Al regime, che intendeva restaurare i fasti della Roma imperiale, non piaceva l’umanità plebea e non tollerò film con posteggiatori, scugnizzi e vicoli con panni stesi in cui si parlava in napoletano. Mentre in Italia si censuravano i dialetti, i film napoletani venivano esportati, spesso clandestinamente, negli Stati Uniti e in Sudamerica, a gran richiesta delle comunità italiane.
Il primo cinema non riuscì a incollare gli spettatori alle grezze immagini proiettate sulla tela. Napoli poteva però offrire la sua creatività per rendere gli spettacoli più godibili. In città, la tradizione napoletana del canto era già stata applicata alla recitazione sul finire dell’Ottocento, dando vita al Varietà, fatto da cantanti, macchiette, ballerine e soubrette. E così, negli anni Trenta, alcuni esercenti pensarono bene di abbinare alle proiezioni dei film degli spettacoli dal vivo. Le compagnie napoletane del Varietà si adattarono e abbreviarono i loro spettacoli che, come si può leggere su Made in Naples (Magenes, 2013), “andarono a precedere i film, inserendovi anche attori comici e caratteristi. Fu partorito il Teatro d’Avanspettacolo, in cui si misero in mostra artisti geniali come Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo.”
Crollato il fascismo, il palcoscenico umano di Napoli, ideale per rappresentare drammi e passioni, riprese ad essere tra i più attraenti per il cinema italiano, ospitando decine di commedie all’italiana. La tradizione è proseguita con l’oplontino Dino De Laurentiis, zio dell’attuale presidente del Calcio Napoli, che, per destino, è ripiombato da Roma nei destini dell’intrattenimento partenopeo.
L’ombrello di Maradona? Come il ghigno di Bocca.
Fazio nella bufera. Troppo permissivo con Dieguito… come con lo scrittore
Angelo Forgione – Il gestaccio di Maradona a “Che tempo che fa” è deflagrato ben oltre il tonfo generato dall’impatto della sua mano sinistra sull’avambraccio opposto, ed era prevedibile. Sterile entrare nel merito del giudizio della plateale mimica, che si commenta da sé, e di tutte le reazioni politiche che ne sono conseguite. È forse più utile, se possibile, offrire un diverso spunto ad un dibattito di fatto improduttivo e affrontato da tutti alla stessa maniera: Maradona irriverente, Fazio buonista, pubblico vergognoso. Va benissimo, gesti del genere in tivvù non si fanno perché diseducativi, e siamo tutti d’accordo, ma, allo stato delle cose, al mondo politico fa comodo un Maradona fuori dal recinto, spintovi dai continui blitz che lo accolgono nel “Bel Paese”, per spostare l’attenzione su problemi fittizi e proiettare l’immagine di un Paese che lotta efficacemente contro l’evasione fiscale, come se fosse quella l’unica piaga che l’ha ridotto in ginocchio. La stessa tempestività di intervento contro il gesto del fuoriclasse argentino andrebbe usata contro gli evasori fiscali d’Italia, seriamente, e per mettere in campo soluzioni vere alla staticità del Paese, schiacciato da una pressione fiscale senza precedenti. Ma se i politici se la sono presa con Dieguito, anche Fazio non se la sta passando bene in queste ore, reo di non aver censurato verbalmente il gesto maradoniano e aver consentito l’applauso del pubblico. Il conduttore ha capito subito che le cose, per lui, si stavano mettendo male. Era già parso in difficoltà di fronte alla sfrontatezza di Maradona che nella tivvù di Stato si scontrava contro Equitalia. E quando è arrivato pure Gianni Minà a spalleggiare il re del calcio, l’imbarazzo è stato evidente. «Io spero che l’avvocato di Maradona – ha detto Minà – vinca questa battaglia perchè questa storia di Maradona con Equitalia è di quelle che ci lasciano perplessi». Fazio, ormai alle corde nell’angolo dello scomodo ruolo in cui si trovava, lo interrompeva facendo leva sulla volontà di chiarire da parte di Maradona.
Non è la prima volta che episodi controversi si verificano nel suo salotto senza essere da lui stigmatizzati, con conseguenti reazioni di approvazione del pubblico in studio e disapprovazione a casa. Successe anche quando, qualche anno fa, Giorgio Bocca fu verbalmente violento nei confronti di Napoli e Palermo (clicca qui), indicando come soluzione ai problemi del Sud il “forza Etna, forza Vesuvio” di stampo leghista, cui fece seguire un ghigno beffardo. E anche in quell’occasione il pubblico presente si beò di cotanta irriverenza e la sottoscrisse con un sonoro applauso. Le critiche di oggi a Maradona e Fazio sono ben diverse dal silenzio di allora, ma la dinamica è perfettamente la stessa. Basta applicare il commento al gestaccio espresso da Marino Bartoletti (clicca qui) durante il Processo del Lunedì alle parole di Giorgio Bocca per notare che le situazioni sono sostanzialmente analoghe. Stessa irriverenza, seppur in forme diverse, stessa permissività, stessi applausi. Dobbiamo pensare che se un argentino sregolato sfida l’Italia, l’Italia si indigna, mentre se un settentrionale inquadrato offende il Meridione, per l’Italia è normale?
La pasta di Gragnano ufficialmente IGP
La pasta di Gragnano, discendente diretta del polo pastaio sorto tra fine Settecento e inizio Ottocento tra Napoli, Portici, Ercolano e Torre Annunziata, regalando al mondo la Pasta di Grano Duro (su Made in Naples), diventa ufficialmente IGP dopo l’attribuzione formale del 2010.
La civilizzazione napoletana continua.
A chi fa ridere la puzza di Napoli che non c’è?
Infelice battuta di Francesca Reggiani nei panni di Sophia Loren alla trasmissione radiofonica Ottovolante di Radio 2 del 12 ottobre. «Napoli? Quanto è bella Napoli, vista da lontano. Dal mio attico di Manhattan è la distanza giusta. Io salgo in terrazza con il binocolo e quella è veramente la distanza giusta perché mi arriva la poesia ma non la puzza». E il conduttore Savino Zaba se la ride.
La puzza della Napoli profumata di sapori e mare, quella stessa puzza che è costata cara a qualche giornalista e che l’Italia del calcio minimizza a rango di “sfottò”, continua a essere una costante che striscia anche nell’ironia brillante. Poi finisce che si scusano col solito “io amo Napoli”. Molti, troppi umoristi non saranno mai Grandi finché incapaci di far ridere tutti senza offendere nessuno. Proietti docet! Se la Loren originale si sente napoletana e non italiana ci sarà un perché.
Napoli sottomessa che china la testa
Angelo Forgione – Quello che sta verificandosi ha dell’assurdo tutto italiano: è ormai chiaro che certi media nazionali stanno operando un’opera di convincimento affinché i cori razzisti nei confronti di Napoli, perché di questo si tratta, siano considerati semplici “sfottò”. È lo stessa volontà della Lega di Serie A, ormai alle corde di fronte al cartello messo sù dagli ultras di tutt’Italia che hanno già promesso di cantare su tutti i campi cori vietati in occasione della prossima giornata. Il primo risultato è che il giudice sportivo ha sospeso il giudizio sul ricorso del Milan avverso alla chiusura dell’intero stadio, in attesa della prossima riunione del Consiglio di Lega che chiederà alla FIGC di rivedere le norme sulla discriminazione territoriale. Cosa c’è dietro? La volontà di rivedere la norma, e pertanto, in virtù di ciò, si è evitato di danneggiare il Milan prima che la modifica (o cancellazione) lo renda vittima. La giustizia sportiva se ne è lavata le mani; si deciderà dopo che la Federcalcio avrà cambiato le sanzioni e, nel peggiore dei casi, verrà chiuso solo un settore del “Meazza”.
È sacrosanto che le società non debbano pagare certe colpe dei tifosi. È evidente che la chiusura totale degli stadi e le penalizzazioni delle squadre sono spropositate e costituiscono solo un arma in mano al nemico-ultras data proprio da chi lo sta combattendo, ma si tratta comunque di un’ennesima vergognosa mancanza di rispetto nei confronti della città partenopea da parte di chi continua a giocare a nascondino. Stiamo assistendo alla derubricazione dei “violenti” cori razzisti, di fatto in fase di inserimento nella categoria dell’ironico “sfottò”. Una battaglia sollecitata per anni, appena iniziata e già persa di fronte agli interessi economici. Molti di quelli che oggi minimizzano sono gli stessi che in passato hanno invocato maggior decisionismo. Un atteggiamento generale favorito da chi a Napoli ha porto l’altra guancia, scavalcando l’indignazione di buona parte del popolo partenopeo e rendendo possibile quest’ennesimo schiaffo alla città.
Nel corso della trasmissione radiofonica “Tuttazzurro” di giovedì sera, su Elleradio Roma del direttore Ezio Luzzi, mi sono confrontato personalmente con Alessandro, un curvista dello stadio “San Paolo” che per lavoro risiede al Nord. Una discussione a più voci condotta da Gino Di Resta che è servita quantomeno ad acclarare che a qualcuno non interessa nulla dell’identità territoriale e che il principale valore da preservare è quello della libertà di scontro, verbale o fisico, con le tifoserie rivali. È tutta qui la solidarietà espressa nella protesta inscenata a Napoli. Del resto, se le cose non stessero così, invece dell’inaspettata autodiscriminazione, al “San Paolo” si sarebbe gioito per la chiusura di una curva rivale, invece di autoinsultarsi. Questo non è sport, questa non è una sana società civile. Questa è l’Italia… e una Napoli che non mi piace.
Topolino napoletano a “Unomattina”
Angelo Forgione – Qualcuno ricorderà che lo scorso aprile, incuriosito dall’incredibile somiglianza tra Mickey Mouse e il topo degli sciroppi La Sorgente, contattai i responsabili dell’azienda di Caivano, che mi diedero delle informazioni sul perché il loro disegno campeggiasse da anni indisturbato sulle loro etichette. Il buon Ruggero Guarini, prima di lasciare questo mondo, ebbe giusto il tempo di stupirsi della primogenitura napoletana del primo topo antropomorfo dell’umanità e scriverne sui quotidiani nazionali. Senza dubbio, il fascino partenopeo attorno al topo più famoso del mondo è così coinvolgente da solleticare anche gli autori del programma Rai Unomattina, i quali hanno imbastito una simpatica discussione sul mio approfondimento, ma attribuendomi una storia sulla cui veridicità indago, peraltro smentendo l’esistenza di Michele Sorece.
De Laurentiis costruisce e la Curva B distrugge
Angelo Forgione – Il 21 maggio scorso, nel giorno del convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis aveva chiesto a tutta la piazza di compattarsi di fronte alla più alta percentuale di tumori del Paese e impegnarsi nella “rivoluzione di Napoli contro l’Italia”. A distanza di quattro mesi e mezzo, il patron ha portato in campo un messaggio, non casuale perché riassume l’invito di maggio: “La terra dei fuochi deve vivere. Assieme si può”. Era scritto su uno striscione esposto sul prato del San Paolo e sui display prima del fischio d’inizio del match contro il Livorno. In Curva B, invece di esporre messaggi contro l’inquinamento programmato di “Terra mia”, sorgeva un’altra coppia di striscioni che recitavano “Napoli colera” ed “e adesso chiudeteci la curva”. Si è poi levato persino il coro incriminato “Senti che puzza, scappano i cani, stanno arrivando i napoletani. Colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati”. Una chiara forma di contestazione verso la giustizia sportiva, netta e precisa, a prescindere dall’identità e dall’intelligenza individuale. Striscioni che sono frutto di un codice degli ultras, pronti a sfidarsi gli uni contro gli altri nel corpo a corpo e poi abbracciarsi idealmente per combattere il nemico comune che ha il potere di decidere.
Non è arrivata una spiegazione ufficiale che cancellasse gli interrogativi sul gesto. C’è chi ha parlato di provocazione, altri addirittura di ironia, ma pare proprio trattarsi di protesta sottoforma di incosciente autolesionismo. Sia chiaro che il gruppo della Curva B del San Paolo ha violentato la città; si è anteposta allo sdegno che la grandissima parte dei napoletani provano per i cori razzisti, finalmente puniti, e sembra proprio aver lanciato un messaggio a Tosel e agli ispettori della Procura Federale della FIGC: “Lasciateci scontrare, non ce ne frega del razzismo, non tolleriamo le vostre intromissioni e non vogliamo essere controllati”. L’identità di chi ha inscenato la protesta non è napoletana ma ultras, che è un modo d’essere con principi ben precisi. È quella l’unica identificazione che conta ed è chiaro che a loro non interessi nulla di Napoli, della città, della dignità di popolo. E ancora meno gli interessa dell’inquinamento delle terre immediatamente fuori città, ulteriore “strumento” per discriminare una città vessata che avrebbe bisogno di ben altre manifestazioni e invece si ritrova ostaggio di chi apre platealmente le porte di casa all’aggressione secolare.
Bisogna puntare decisamente i riflettori sullo striscione voluto dal Napoli, che diceva proprio “assieme si può”. Mentre il Napoli chiedeva la rivoluzione di Napoli contro l’Italia sbagliata il gruppo di curva B abbracciava l’Italia sbagliata. Altro che assieme, altro che impegno di tutti… su alcuni non si può e non si deve contare. La Campania non merita le condizioni in cui si trova, ma certe manifestazioni dimostrano il perché lo sia. E Napoli è ancor di più luogo simbolo di un pernicioso masochismo.
Dopo anni di battaglie su questo tema, mi sento violentato dal mio vicino.
