––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione– Lo chiamano “il Cavallo colossale”. È il modello in finto bronzo (gesso verniciato) del cavallo su cui monta Ferdinando di Borbone in Largo di Palazzo, al secolo Piazza del Plebiscito, a Napoli. Monumento equestre di Antonio Canova il cui cavallo prototipale, appena restaurato, è esposto da oggi, e fino al 6 aprile 2026, al museo di Milano delle Gallerie d’Italia di Intesa San Paolo, in occasione della mostra “Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo”. Una mostra sull’arte nell’età napoleonica che Gallerie d’Italia, sul suo sito istituzionale, presenta così:
“Alla decadenza dei grandi centri artistici, come Firenze, Venezia, Genova e Napoli, si sottraggono solo Roma e Milano”.
Ma come? Napoli decadente in epoca neoclassica? Tutt’altro! Fu propio Napoli a riscoprire il classicismo con gli scavi vesuviani e quelli di Paestum, e a propagare la corrente che negò le ridondanze e le finezze barocche, stimolando una formula creativa imperniata sul passato remoto e dimenticato, per una nuova coscienza culturale nel campo delle arti. E se a Roma i Papi capirono che le vestigia ereditate dalla remotissima grandezza imperiale andavano recuperate, diversamente dai secoli precedenti in cui tutto il patrimonio del passato era stato lasciato al sostanziale abbandono, avvenne perché Napoli si scoprì culla dell’archeologia moderna grazie alla volontà dei Borbone di avviare gli scavi, produrre volumi descrittivi e illustrativi delle preziosità rinvenute, e allestire esposizioni di reperti e di sculture.
Napoli, nel secondo Settecento, uscì dalla marginalità in cui era piombata con la dominazione austriaca e divenne meta culturale dell’intellettualità del tempo. E chi già lavorava a Napoli in piena epoca tardo barocca riesumò gli elementi architettonici dei modelli ercolanensi e pompeiani, reinterpretandoli nelle forme delle loro nascenti costruzioni, vedi Luigi Vanvitelli con la Reggia di Caserta e Ferdinando Fuga con il Real Albergo dei Poveri di Napoli.
Il maggior studioso dell’epoca, lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, si fiondò più volte a visitare e studiare le scoperte vesuviane, spingendosi sino a Paestum, considerandoli con enorme meraviglia “le più antiche architetture conservate fuori l’Egitto”. Trascrisse ciò che vide nel suo trattato Storia delle arti del disegno presso gli antichi, pubblicato nel 1764, diffondendo in tutt’Europa le notizie dei rinvenimenti napoletani. Fu lui a eleggere l’arte classica come modello di perfezione e a definire le basi dell’archeologia moderna, nuova scienza partorita nei dintorni del Vesuvio, fonte di un nuovo gusto delle arti: il Neoclassicismo. Qualche anno più tardi, Giovanni Battista Piranesi realizzò le incisioni dei templi greci di Paestum, contribuendo alla conoscenza di certe scoperte in tutto il Continente.
Ferdinando di Borbone cancellò la proprietà privata per tutte le collezioni appartenenti alla sua famiglia e lasciate a Napoli dal padre Carlo, per renderle pubbliche e consegnarle alla città. Decise quindi di predisporne la riunione in un unico luogo della straordinaria raccolta di reperti vesuviani con la preziosissima parte scultorea della Collezione Farnesiana. E così nacque il Museo generale (oggi MANN – Museo Archeologico Nazionale), il primo museo continentale, dove furono sistemate le inestimabili sculture greche di famiglia, fatte portare via mare da Roma con fortissima irritazione di papa Pio IV. Wolfgang Goethe, a Roma, il 16 gennaio del 1787, annotò nei suoi appunti di viaggio alcune riflessioni sulle ambiziose intenzioni del sovrano napoletano:
“Roma sta per perdere un grande capolavoro dell’arte. Il re di Napoli farà trasportare nella sua residenza l’Ercole Farnese. Gli artisti sono tutti in lutto, ma intanto avremo occasione di vedere quanto era nascosto ai nostri predecessori”.
Era questa la capitale che Antonio Canova frequentò tra il 1780 e il 1822, lavorando enormemente come per nessun’altra città, per committenza reale e privata. Capitale (anche) del Neoclassicismo, corrente che conquistò Milano grazie al governatore austriaco in Lombardia, il conte Karl Joseph von Firmian, precedentemente ambasciatore di Vienna a Napoli, dove aveva frequentato Luigi Vanvitelli, da cui fu consigliato di ingaggiare il suo allievo Giuseppe Piermarini, colui che, dopo aver appreso nel cantiere della Reggia di Caserta, fece di Milano un laboratorio neoclassico. Tra tanti edifici, anche una copia della Reggia di Caserta in piena città: il palazzo di Belgioiso.
Per capire cosa significava Napoli per la riscoperta delle classicità basta osservare ancora oggi il ritratto marmoreo di Ferdinando di Borbone che Canova realizzò per accogliere i visitatori al Museo generale. Un Ferdinando in veste di Atena-Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore del sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli greco-romana, nuova Atene ma anche nuova Roma.
Napoleone, nuovo imperatore di Francia, per celebrare la sua ascesa, faceva declinare a suo modo (stile Impero) il nuovo classicismo di derivazione italiana. Lo aveva apprezzato nei suoi soggiorni a Milano, città che gli era piaciuta molto per le realizzazioni del Piermarini. E a Parigi chiamò lo stimatissimo Canova, che lo accontentò sempre, ma restò fortemente critico circa il saccheggio di opere d’arte italiane. Dalle memorie dello scultore veneto si apprende che egli si oppose all’Imperatore quando questi gli disse che a Parigi doveva restare perché lì si trovavano ormai tutti i capolavori antichi dell’arte. Tutti, eccetto uno:
«Questo è il vostro centro: qui sono tutti i capi d’arte antichi; non manca che l’Ercole Farnese di Napoli, ma avremo anche questo».
Canova gli rispose così:
«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».
E Bonaparte come provò a rilanciare? Proponendo quale risarcimento ciò che il Papa non aveva fatto per Roma, ovvero l’avviamento degli scavi archeologici sul modello dei Borbone di Napoli:
«L’Italia potrà rindennizzarsi cogli scavi. Io voglio scavare a Roma: ditemi, ha egli il Papa speso assai negli scavi?»
Roma papalina sì che era una città decadente. Le sue casse furono oggetto di discussione tra i due, e Napoleone, in vista di una futura nazione italiana unificata sotto il suo dominio, promise attenzione per quella povera capitale decaduta e assai distante dal prestigio dei tempi in cui era stata padrona del mondo:
«La faremo capo d’Italia, e vi uniremo anche Napoli. Che ne dite? Sareste contento?».
Perché Napoli era la città più importante, oltre che la più popolosa, di quella Italia. E sarebbe questa la decadenza partenopea in epoca neoclassica di cui parlano quelli di Gallerie d’Italia? Napoli, la culla dell’Antico riscoperto e dell’archeologia – restando solo alle arti figurative – , era la vera capitale del Neoclassicismo, di cui beneficiarono Roma e Milano, ma non solo. Del resto, il “Cavallo colossale” di Canova fu modello per un monumento equestre per Napoli, con tutta la Basilica neoclassica retrostante e i palazzi laterali, anch’essi neoclassici. Anzi, due monumenti. Cavalli e cavalieri, una volta approntati tutti i modelli, furono fusi a San Giorgio a Cremano dal fabbro di fiducia di Canova, il romano Francesco Righetti, in una fonderia aperta appositamente nel 1816 in un capannone nei pressi di Villa Bruno, zona che oggi è identificata con il nome di “Cavalli di Bronzo”. Bronzo, come la faccia di chi continua a sminuire la grande storia di Napoli.
per approfondimenti: Napoli svelata, Angelo Forgione (Magenes, 2022) Napoli capitale morale, Angelo Forgione (Magenes, 2017)
Angelo Forgione – Il tufo giallo flegreo per le abitazioni. La pietra lavica bruna del Vesuvio, comunemente chiamata “Pietrarsa”, per le strade. Con i materiali vomitati dai vulcani a est e a ovest di Napoli, nei millenni, sono state caratterizzate la stessa Napoli e le cittadine attorno, che stupirono i forestieri per la pavimentazione delle strade, un unicum con pochi eguali in Europa.
Aveva dieci anni Tommaso Aniello d’Amalfi, il noto Masaniello, neldicembre del 1631, quando il Vesuvio esplose con la stessa catastrofica potenza di millecinquecento anni prima. Due mesi di terremoti, boati, pioggia di sassi, lapilli e cenere sconvolsero i dintorni, travolgendo circa cinquemila persone, e poi migliaia di animali e tanti terreni coltivati. Sette rami di lava invasero i paesi vesuviani per diciassette giorni, arrivando fino al mare e minacciando Napoli. Le cronache dell’epoca narrano dell’invocazione all’intercessione di san Gennaro da parte dello sconvolto e terrorizzato popolo partenopeo in processione con la sua statua, e si racconta che quando questa fu rivolta al vulcano avvenne l’arresto miracoloso del cataclisma. Scena raffigurata dal pittore Micco Spadaro, al secolo Domenico Gargiulo, in un dipinto di una trentina d’anni più tardi in cui è descritta l’apparizione del Santo in volo su di una nuvola nell’atto di fermare con le braccia la nube venefica che sta per travolgere la città.
Da allora, ogni 16 dicembre, data del prodigio con cui fu arrestata l’eruzione, i napoletani attendono lo scioglimento del sangue del Martire così come in occasione del 19 settembre, giorno della festa patronale. Non è il solo lascito di quell’evento funesto, essendo molte strade di Napoli e della provincia ancora oggi pavimentate con solide lastre di pietra vulcanica vomitata in quella sfuriata vesuviana, segno plurisecolare che caratterizza i luoghi.
Molte strade di Napoli, a quel tempo la più popolosa città d’Europa, e dei suoi dintorni, furono risistemate con i basoli scuri, lisci e scalpellati che livellavano e assicuravano eleganza, pulizia e maggiore sicurezza, in sostituzione dei mattoni fatti a Ischia, altrettanto eleganti ma assai costosi e soggetti a usura, e da ricoprire con terra, così rendendo le strade polverose e, con la pioggia, fangose.
Lo storico Giulio Cesare Capaccio, a pagina 656 de Il Forestiero del 1634, descrisse i due tribunali napoletani “della Fortificazione”, deputato alla cura delle mura, e “della Mattonata e Acqua”, incaricato di curare le strade:
“[…] che sempre sono state nobilitate con mattoni; ma poi vedendosi evidente il danno che apportavano con la spesa grande de i mattoni, e che si guastavano facilmente per il continuo sbriciolamento delle rote di carrozze, e di carri, onde bisognava che di continuo la cità fusse fangosa per il terreno che copriva gli accomodamenti di quelle, introdusse Henrico di Gusman Conte d’Olivares, pietre picciole rotonde ch’eran di minor spesa, ma di gran danno ai piedi; e in fine con l’accomodo di pietre selci larghe, han portato utilità al pratticare, e al tener la cità più polita”.
Le “pietre selci larghe” erano esattamente le lastre di basalto vesuviano, la soluzione definitiva dopo aver provato a sostituire i mattoni con scomodissime (per pedoni e cavalli) e bruttissime pietre di fiume, alla maniera di Roma.
Un secolo e mezzo più tardi, il filosofo e scrittore tedesco Karl Philipp Moritz, a pagina 81 del suo diario di viaggio effettuato tra il 1786 e 1788, dedicò un intero paragrafo al basolato napoletano intitolato “Il pavimento di Napoli”:
“In nessun altro luogo si trova un lastricato più bello di quello che si può ammirare a Napoli; proprio la spaventosa colata di lava che minacciò di distruggere la città ora abbellisce la sua pavimentazione e livella le sue strade. Se il bisogno e la povertà opprimono i suoi abitanti, questa pietra eccellente non opprime le loro suole e così essi possono passeggiare puliti e asciutti per le strade come se fossero nelle loro stanze di casa. Allo stesso modo i Lazzaroni considerano le strade come una grossa stanza in cui trovano una dimora costante. Oltre alla comodità questo lastricato offre una bellissima immagine grazie all’ordine e alla regolarità con cui le pietre di lava cotte sono disposte l’una accanto all’altra, al punto che si potrebbe dire che ad una strada napoletana manca soltanto il tetto per essere considerata una vera e propria casa”.
Anche l’ancor più celebre connazionale Johann Wolfgang von Goethe notò la particolarità della pavimentazione di Napoli, e nei suoi appunti di viaggio, in data 12 marzo 1787, descrivendo la curiosa pratica dei ragazzi napoletani di scaldarsi nelle giornate fredde e umide mettendo le mani al suolo laddove un fabbro aveva precedentemente posizionato una ruota arroventata, scrisse:
“Stamane il tempo era piuttosto freddo, umido; aveva piovuto alquanto. Arrivai sopra una piazza, dove le pietre larghissime del selciato apparivano pulite con molta cura, e viddi con mio stupore attorno a quello spazio di terreno pulito, un certo numero di ragazzi o giovanetti cenciosi, i quali curvi tenevano le mani stese sopra il suolo, in atto di volerle scaldare. […]”
Nel 1853, alla vigilia dell’unità italiana, l’editore napoletano Francesco De Bourcard in Usi e costumi di Napoli descritti e dipinti, illustrando con gran dettaglio la città che assumeva nuovo aspetto, scrisse circa le strade:
“[…] Eccellente però n’è il lastricato di lave del Vesuvio, che sono il più solido materiale da lastricare le strade”.
Dai vicerè spagnoli ai Borbone, e poi in epoca di Regno d’Italia, il bruno basolato lavico vesuviano, più robusto del marmo, è stato apprezzato e raccontato come eccellenza di Napoli. Oggi è ancora presente in alcune strade veicolari e, più opportunamente, in quelle pedonali, testimoniando di una Napoli che anche nella pavimentazione, come nei palazzi, palesa la sua antichità e la sua identità. E però la tendenza alle riqualificazione va in direzione della sostituzione della pietra lavica vesuviana, non più estratta (laddove una strada viene asfaltata, i lastroni vesuviani asportati vengono trasportati in un deposito a Piscinola per fare da riserva di manutenzione per altre altre strade), con la meno resistente etnea, più sottile e carica di fibra vetrosa. Le conseguenze, dannose non solo in termini di disidentificazione (contraria all’articolo 123 del Piano Regolatore Generale di Napoli), sono evidenti nel disastro delle strade pedonalizzate di via Toledo e via Chiaia.
Gli ultimi versi dedicati alla nobile pavimentazione di Napoli li ha scritti Federico Salvatore nel 2002, musicati in in Se io fossi san Gennaro:
“Via i vecchi marciapiedi che hanno raccontato molto. Pietre laviche e lastroni seppelliamoli d’asfalto. L’appalto!”
Angelo Forgione — Qualcuno sostiene che i napoletani siano totalmente incoscienti a vivere attorno ai vulcani. In realtà, come ha spiegato il geologo Mario Tozzi, i “sapiens”, da sempre, preferiscono vivere e costruire proprio vicino ai vulcani. In tutto il mondo, non solo a Napoli, che è una delle capitali mondiali della moderna vulcanologia, la città in cui tale scienza è nata, e i suoi vulcani sono i più monitorati al mondo.
Si tratta di sfruttare condizioni di vita migliori, come fecero i Greci, che capirono cosa offrivano i territori in cui andarono a vivere, venendo da una terra in gran parte rocciosa, scarsa di terreni fertili, e spinti a navigare avventurosamente in direzione delle terre d’oltremare. Si fermarono nel Sud-Italia, dove trovarono ciò che gli necessitava. A partire da Pithecusa, ovvero l’isola vulcanica di Ischia.
Tratto da Napoli svelata (Angelo Forgione, 2023), al capitolo “Un popolo vulcanico”:
“Vi è vita là dove vi è minaccia di morte, ed è esattamente questo un mistero incomprensibile per chi vive lontano, là dove il Vesuvio non si vede e fa più paura di quanta non ne faccia a chi è abituato a tenerlo sottocchio. Chi ha casa sulle sue pendici, o nei Campi Flegrei, per paradosso, del pericolo si preoccupa meno di tutti. Stupirsi per l’irrazionale sfida alla natura è umano ma scevro di conoscenza della storia dei popoli, che in tutte le parti del mondo hanno scelto volentieri di costruire e vivere alle pendici dei vulcani più minacciosi. Non è fatalismo ma frutto di un vero e proprio meccanismo mentale di rimozione del rischio per il quale il timore decresce quanto più ci si avvicina al pericolo, fino a sparire del tutto quando vi si è a contatto. Accade alla stessa maniera pure in certe valli minacciate dalla neve, foriera di valanghe, o da alte dighe che in caso di cedimento provocherebbero catastrofi come tante già avvenute in passato, e in certe città lagunari assediate dall’acqua. Capita attorno al Vesuvio, che almeno ricompensa con maggiore fertilità dopo i guasti, e capita alle Eolie, a Santorini, in Islanda, in Indonesia e nei luoghi vulcanici più remoti di tutto il mondo. Napoli come Tokyo, Città del Messico, Seattle, conurbazioni anche più popolate di quella partenopea, anch’esse ad alcune decine di chilometri da vulcani distruttivi. Materiale piroclastico costruttivo, terreno più fertile, sorgenti, boschi e contesto naturalistico più adatto all’agricoltura e all’allevamento hanno offerto l’opportunità di vivere meglio agli uomini antichi, che con il passare dei millenni sono rimasti legati volontariamente al pericolo. Oggi, quasi cinquecento milioni di persone sono soggette a rischio vulcanico, concentrate in particolare ai tropici. […] Che complessità questa mitica terra (vesuviana e flegrea) dalla struggente e rischiosa bellezza che tutto il mondo conosce, risorsa preziosa la cui preservazione deve farsi cultura profonda affinché sia chiaro che buona parte della ricchezza di un popolo intero non esisterebbe senza i suoi vulcani, con buona pace di chi pensa che coloro che vi vivono attorno, come quelli di millenni fa, siano degli inguaribili sconsiderati. A vegliare su di loro ci pensa la scienza con i suoi progressi, determinanti per controllare il pericolo tra le rive del Golfo e la Piana campana, da milioni di anni uno straordinario laboratorio in cui l’uomo, sospeso tra vita e morte, vive azzardatamente ma vulcanicamente, sentendo le forze vive della natura.”
Angelo Forgione –«Terrone di m…», urla a un giornalista napoletano un tifoso del Milan della provincia umbra di Terni, tutt’altro che settentrionale, all’esterno dello stadio Meazza del capoluogo lombardo. Spaccato di un’Italia calcistica in cui, oltre a certa ideologia imperante in alcune tifoserie storicamente e dichiaratamente razziste, troppo spesso l’astio verso i napoletani risponde a un fastidio avvertito da gente del Centro-Sud che tifa per le grandi squadre del Nord. Diventare tifosi di Juventus, Inter e Milan da bambini perché provenienti da territori le cui squadre sono impossibilitate a lottare per il vertice, e rendersi conto che il Napoli è l’unico club del Mezzogiorno capace di fronteggiare le nobili strisciate settentrionali, produce una sorta di invidia che si esprime con manifestazioni discriminatorie, tanto più violente quanto più è competitivo il Napoli. Picchi storici negli anni maradoniani e in quelli correnti, non a caso i due periodi più floridi della storia Azzurra. Perché più l’unico grande club del Sud dà fastidio a quelli del Nord e più il razzismo nei confronti dei suoi tifosi cresce, non solo al Settentrione.
In una questione meridionale che coinvolge anche lo sport, il Napoli, l’unica espressione meridionale del calcio metropolitano, è la quarta potenza d’Italia per bacino d’utenzae, di fatto, la squadra di calcio più titolata del Mezzogiorno, sia a livello nazionale che internazionale. Dietro, al Sud, vi è un sostanziale vuoto. Per trovare la prima concorrente per prossimità territoriale, bisogna salire di duecento chilometri, a Roma, città della quinta e della sesta potenza della Penisola calcistica. Ma il Napoli è pur sempre il club di Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi, un preziosissimo patrimonio in termini di notorietà e blasone che va oltre la non troppo ricca bacheca del club. Ed è proprio per sua “colpa” che in Italia pronunciamo la definizione di “discriminazione territoriale” per indicare in modo mascherato il razzismo di un territorio verso un altro, che però, senza girarci troppo intorno, è manifestazione di intolleranza nei confronti dei napoletani.
Con l’avvento del Fascismo, le differenze tra Nord e Sud furono celate dal Nazionalismo mussoliniano, ma la proclamazione delle Leggi razziali, ispirate dal Manifesto degli Scienziati razzisti, più noto come “Manifesto della razza”, condusse alla subdola rielaborazione del concetto di superiorità etnica interna. La visione dei colonizzati d’Africa si sovrappose al modo in cui erano stati considerati i meridionali nel periodo postunitario. Tripoli, Mogadiscio e Addis Abeba vennero trattate come lo erano state Napoli e Palermo nel periodo risorgimentale, e i metodi di repressione delle rivolte coloniali furono formulati sul modello della lotta al brigantaggio, tant’è che la rivolta anticoloniale in Libia degli anni Venti fu gestita col ricorso agli stati di assedio, alla Giustizia militare e alle pene capitali, ovvero ricalcando la Legge Pica del 1863.
Nel Dopoguerra, le popolazioni del Sud si spostarono in massa nel “triangolo industriale”, trovando cartelli del tipo “Non si fitta ai meridionali”, e divennero per i torinesi “i tarún” e per i milanesi “i terun”, ma anche “i mau-mau”, appellativo mutuato dal nome della comunità kenyana ribellatisi al dominio coloniale britannico. E poi “i nàpuli”, appellativo ingiurioso piemontese poi tradotto in “nàpoli” e inserito in forma spregiativa nei moderni vocabolari di lingua italiana.
Il Calcio, divenuto grande passione delle domeniche degli italiani, non rimase immune da certe manifestazioni. Il razzismo, negli stadi, si affacciò negli anni Sessanta, in concomitanza con l’arrivo in Italia di calciatori di pelle nera, costretti ad ascoltare le prime offese da parte dei tifosi del Nord. E il Cagliari in vetta alla classifica nel campionato del 1970, poi vinto, veniva accolto a Milano e a Torino al grido di «banditi» e «pecorai». Nessuno sapeva che la proprietà del club, nell’ombra, era dei lombardi Angelo Moratti e Nino Rovelli, bisognosi di fare affari in quella terra per realizzare i loro impianti petrolchimici.
Sulla scia del colera del 1973 che colpì violentemente Napoli, ma anche Cagliari, Bari e altre città del Sud, nacquero i cori discriminatori contro i napoletani. Storia chiarita, quella del colera, esploso con la distribuzione di cozze infette di provenienza tunisina durante un’epidemia partita dodici anni prima dall’Indonesia e in quel periodo transitante nel Mediterraneo. Sarebbe giunta fino in America nel 1991 ed è in circolo ancora oggi. La scorretta informazione italiana colpevolizzò Napoli, con conseguenze pesantissime sul turismo e sulla condizione socio-economica della città.
Le autorità sanitarie della Regione Liguria disposero che il Napoli non dovesse recarsi a Genova per il match di Coppa Italia Genoa-Napoli del 16 settembre, temendo che potesse diffondere il vibrione sul territorio, contrariamente al parere delle autorità sanitarie campane. Fu decisa l’inversione del campo, ma i calciatori del Genoa si rifiutarono di recarsi a Napoli, e non partirono, accettando lo 0-2 a tavolino. Un mese più tardi, una volta che l’OMS ebbe dichiarato la conclusione dell’emergenza a Napoli (dopo solo un mese e mezzo, altrove proseguì ancora lungo), i genoani andarono a disputare un’amichevole di riconciliazione nel capoluogo campano. Ma da quel momento, in ogni stadio del Nord, il Napoli fu accolto al grido di «co-le-ra, co-le-ra», un’etichetta immeritata per un popolo che aveva dato prova di grande compostezza nella più imponente operazione di profilassi del dopoguerra.
Trascorsero sedici anni prima che la FIGC introducesse le sanzioni per “discriminazione territoriale”, entrata ufficialmente nel codice di giustizia sportiva nell’autunno del1989, in piena epoca maradoniana, cioè di Napoli vincente, come mai era avvenuto prima di allora. Gli Azzurri, tre anni prima, avevano iniziato a spadroneggiare con le milanesi grazie al più forte calciatore del mondo. Tanta la paura e la rabbia per quei miserabili del Sud che si erano presi quello che era sempre “spettato” al Nord, lo scudetto, e minacciavano di rifarlo ancora dopo aver trionfato anche in Europa.
Vinto il primo Tricolore, a Torino era stato esposto una scritta infame: “Napoli campione oltraggio alla Nazione”. La sera del 17 maggio 1987, dagli schermi di Rai Uno per Notte per uno scudetto, uno show celebrativo del primo tricolore, l’ottimo Gianni Minà, torinese, aveva finto di intervistare un sorridente Massimo Troisi, napoletano, ricordandogli che al Nord erano comparsi striscioni del tipo “siete i campioni del Nord Africa”, e che evidentemente l’unità d’Italia non fosse mai avvenuta. Il compianto attore di San Giorgio a Cremano, in tempo di apartheid e di propaganda leghista, aveva risposto alla sua maniera: «Io, intanto, sinceramente, preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa».
La consacrazione della “discriminazione territoriale”, ovvero il razzismo tra italiani negli stadi, avvenne dopo il match Roma-Napoli (1-1) dell’8 ottobre 1989 allo stadio Flaminio, con l’Olimpico in rifacimento per i Mondiali previsti in Italia a fine stagione. Match tra un Napoli in testa alla classifica e una Roma quarta che avrebbe potuto agganciarlo, in uno stadio piccolo e strapieno. Venticinquemila spettatori di cui tremila napoletani, e diretta televisiva, insolita per l’epoca, irradiata eccezionalmente nelle province di Roma e di Napoli per motivi di ordine pubblico. Tensione forte all’esterno dello stadio tra le due tifoserie e “botte” in campo tra le due squadre. Persino Maradona, sempre estremamente corretto in campo, a fine primo tempo era entrato pericolosamente sulle caviglie del romanista Desideri, autocensurandosi nel dopopartita. Durante il match, i tifosi della Roma avevano più volte ricordato ai napoletani di essere colerosi e terremotati e di non usare il sapone per eliminare la loro puzza. E poi le invocazioni al Vesuvio, scioccanti in quel periodo storico, anche perché fino a qualche anno prima, tra romanisti e napoletani, era stato celebrato un meraviglioso gemellaggio, interrotto dai tifosi giallorossi proprio quando il Napoli aveva preso il posto della Roma nella contesa dello scudetto contro Juve, Milan e Inter. Parallelamente alla crescita del club partenopeo era cresciuta l’aggressione verbale verso i suoi tifosi negli striscioni e nei cori, non più prerogativa esclusiva di certi stadi del Nord.
La colpa dei romanisti, in quella domenica d’autunno del 1989, fu quella di aver discriminato i napoletani esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto la sera del 24 agosto 1989. Il bracciante sudafricano, prima di essere ucciso durante una rapina ai danni di un gruppo di una trentina di conterranei, aveva denunciato il razzismo degli italiani in un’intervista, avvisando che prima o poi qualcuno dei suoi sarebbe stato ammazzato. Quel delitto aveva scosso l’opinione pubblica, facendo scoprire agli italiani di essere razzisti, e aveva messo in moto il meccanismo per l’organizzazione dell’epocale manifestazione con duecentomila partecipanti nelle strade di Roma, alla quale, come atto di protesta verso le espressioni di discriminazione che si verificavano in molti stadi, avevano aderito formalmente anche i calciatori del Napoli, del Milan e dell’Inter, oltre al sindacato dei calciatori. Che imbarazzo per la Federcalcio: la capitale d’Italia a gridare no al razzismo il sabato e a invocare il Vesuvio la domenica. E così fu immediatamente introdotta la “discriminazione territoriale” tra i motivi di provvedimento disciplinare nel Codice di Giustizia sportiva. Sanzioni pecuniarie qua e la fino al termine del campionato, vinto sul turbolento finale dal Napoli di Maradona sul Milan di Sacchi. Il fuoriclasse argentino dovette difendere proprio negli stadi italiani, e da campione d’Italia con il Napoli, il titolo mondiale dell’Albiceleste vinto in Messico quattro anni prima. All’esordio contro il Camerun, nello stadio dei rivali milanisti e interisti, il tifo fu tutto per i “leoni indomabili”, vincitori a sorpresa per 1 a 0. Dopo i fischi all’inno argentino e il sostegno agli africani, Diego si rifece in sala stampa con sarcasmo pungente: «L’unico piacere di questo pomeriggio è stato scoprire che, grazie a me, gli italiani di Milano hanno smesso di essere razzisti: oggi, per la prima volta, hanno fatto il tifo per degli africani».
Malcostume bandito nelle successive due partite, perché giocate a Napoli, ovvero in casa. I fischi all’inno argentino ripresero a Torino, per il derby sudamericano vinto contro il Brasile, e a Firenze, per la sfida alla Jugoslavia vinta ai rigori. Alla semifinale di Napoli approdarono proprio la Nazionale di Maradona e l’Italia. Dieguito, colui che era scappato da Barcellona per il razzismo dei catalani nei confronti dei “sudaca” del Sudamerica, dopo anni di battaglie in campo per i “terroni” napoletani, alla vigilia dello scontro coi padroni di casa, lanciò un proclama agli italiani in cui racchiuse un acuto messaggio identitario: «Per 364 giorni su 365 chiamano “terroni” i napoletani, ma questa volta gli chiedono di essere italiani. L’Italia si ricorda che sono italiani solo quando devono sostenere la Nazionale, poi si dimentica di come li tratta».
Erano passati nove mesi dall’introduzione della “discriminazione territoriale”. La gente di Napoli apprezzò le parole dell’amatissimo avversario; molto meno gradì il resto d’Italia, che di certo non poteva guardarsi allo specchio per una partita della Nazionale di calcio. A guadagnarsi la finalissima fu l’Argentina, certamente per errori degli Azzurri, anche se il CT Vicini e qualche calciatore azzurro preferirono incolpare i napoletani sugli spalti. La tensione salì alle stelle nel ritiro dell’Argentina a Trigoria, storico quartier generale della Roma, antipasto della vendetta per quell’imbattibile ragazzo che faceva vincere il Napoli e l’Argentina. Nella notte della finale all’Olimpico contro la Germania Ovest tornarono più violenti che mai i fischi all’inno argentino, ai quali il capitano del Napoli rispose con un eloquente «hijos de puta» in mondovisione. Complice un rigore benevolo concesso ai tedeschi, tra cui alcuni romanisti e interisti, Diego dovette lasciare il trofeo agli avversari, tra incessanti fischi e amarissime lacrime. Ormai odiato in Italia e amato solo a Napoli, finì di fatto lì la sua parabola vincente e l’avventura nel Belpaese.
Il Napoli, nella stagione successiva, iniziò a declinare, trascinandosi lungamente verso il fallimento del 2004, al culmine di un decennio abbondante di affanni tra la Serie A e la B. Di pari passo, la discriminazione dei napoletani si assopì, per risvegliarsi esattamente quando il Napoli di De Laurentiis ritornò in Serie A. 6 ottobre 2007: a San Siro, i tifosi dell’Inter accolsero i tifosi partenopei scrivendo “Ciao colerosi”, “Napoli fogna d’Italia”, “Partenopei tubercolosi” su degli indecenti striscioni sparsi qua nel secondo anello della Curva Nord del Meazza. Accadde a quattro mesi dall’entrata in vigore del nuovo Codice di Giustizia sportiva, per il quale fu imposta per la prima volta la chiusura temporanea di un settore di stadio, nella fattispecie quello degli ultras interisti, per comportamento discriminatorio La prima storica proibizione per i tifosi, abbonati e non, colse tutti di sorpresa e riaprì un dibattito di fatto antico.
Il Napoli si riaffermò sempre più tra le grandi della Serie A e iniziò a proporsi persino come concorrente della Juventus, al principio dello storico ciclo-record dei Bianconeri. E perciò, il 22 ottobre 2012, durante il match Juventus-Napoli, andò in onda sulle frequenze piemontesi della Rai la grande vergogna del TG Regione Rai Piemonte. A partita da poco iniziata, fu mostrato un servizio firmato dal cronista Giampiero Amandola, recatosi ai cancelli dello stadio prima del match. I telespettatori piemontesi videro due giovani juventini urlare in coro «o Vesuvio lavali tu» nel microfono. Uno di loro spiegava poi che i napoletani erano inestinguibili perché «ovunque, a Nord e a Sud, un po’ come i cinesi», e il giornalista si univa allo squallore così: «Li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». Compiaciuto, il tifoso rilanciava: «Molto elegantemente, certo!». Proprio chi scrive, allertato da una segnalazione giunta da uno sdegnato telespettatore, denunciò quanto era stato diffuso nei confini regionali del Piemonte, evitando che tutto restasse nei confini regionali e passasse in cavalleria. Il vergognoso servizio, posizionato sul web a futura memoria, accese l’indignazione napoletana e, divenendo immediatamente virale, divenne visibile all’Italia intera e oltre.
La Rai prese le distanze da ogni razzismo, scusandosi con l’allora sindaco di Napoli De Magistris, così come fece l’omologo Piero Fassino, e aprì un procedimento disciplinare per Giampiero Amandola, dopo aver diffuso in un’altra edizione del telegiornale regionale piemontese un duro comunicato stampa con cui condannò la condotta del suo dipendente e chiese scusa ai cittadini di Napoli ma anche a tutti gli italiani per l’inqualificabile servizio.
Uno scandalo enorme, sulla scia del quale, nella primavera del 2013, la FIGC, allertata dall’UEFA per la degenerazione degli eventi italiani, dovette recepirne le nuove direttive, diramate il 23 maggio attraverso l’adozione della risoluzione Il Calcio europeo contro il razzismo, con cui furono inasprite le pene per i casi associati agli eventi internazionali. L’organo calcistico europeo pretese altrettanta severità da ogni Federazione affiliata, chiedendo di impegnarsi per favorire l’adozione di identiche politiche sanzionatorie “in relazione alle manifestazioni nazionali”. Gli ispettori federali della FIGC furono chiamati a non tapparsi più le orecchie e a refertare tutti i cori di discriminazione territoriale. Dell’accanimento riversato sui napoletanine fece immediatamente le spese la curva del Milan, e poi quella della Juventus, della Roma, del Bologna e molte altre in sequenza continua.
L’allora amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, scese in campo a guidare la rivolta dei club contro le nuove norme, fino a ottenere la modifica all’applicazione della norma e introduzione da parte del Consiglio federale della cosiddetta “sospensione condizionale”, una sorta di ammonizione per le società, le cui pene sarebbero state congelate per un anno solare e applicate in modo cumulativo solo nel caso di una seconda violazione dei loro supporters nel periodo interessato. L’intento era evidentemente quello di ridurre il rischio di chiusura parziale degli stadi, col subdolo presupposto per il quale il Napoli sarebbe stato ospitato solo una volta l’anno da ciascuna società. I vertici del calcio non fecero bene i loro conti, perché la maleducazione dei tifosi più decisi a vincere il braccio di ferro, iniziò a manifestarsi anche in partite senza i partenopei di scena.
Ne venne fuori una denigrazione sistematica del popolo partenopeo per piegare la FIGC, un odio che nell’immediata vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina del 3 maggio 2014 a Roma toccò il suo drammatico picco ancora lì, all’esterno dello stadio Olimpico: durante un agguato premeditato a un torpedone dei tifosi napoletani zeppo di famiglie con bambini, il ventinovenne Ciro Esposito fu ferito a morte da un colpo di pistola sparato da Daniele De Santis, un ex militante della curva romanista appartenente ad ambienti di destra estrema, sostenitore di una squadra estranea alla partita da disputare. Non per una folle faida tra ultras, ma per il razzismo di stampo neofascista che aveva fatto della partita un pretesto per colpire Napoli e i napoletani.
Il drammatico accadimento spinse i vertici federali a tirare i remi in barca e dichiarare persa la battaglia di civiltà attorno alla discriminazione dei napoletani. Nell’estate 2014, irruppe sulla scena Carlo Tavecchio, presidente della Lega Nazionale Dilettanti e candidato alla presidenza della Federcalcio con immediata scivolata sulla buccia di banana del razzismo lasciata a terra dal fantomatico Optì Pobà. Nella corsa alla poltrona fu sostenuto da Adriano Galliani, l’uomo a capo della rivolta dei club contro la “discriminazione territoriale”. Nel programma elettorale spuntò la cancellazione delle chiusure dei settori degli stadi per responsabilità oggettiva, da convertire di nuovo in sanzioni pecuniarie. Tavecchio fu eletto presidente e da lì in poi si poté tornare a invocare il Vesuvio e a urlare contro i napoletani a pagamento delle società, a loro volta in silenzio e senza rivalersi sui colpevoli.
Bruciatosi il nuovo presidente federale in tema di lotta al razzismo per la gaffe che gli era costata la sospensione temporanea dall’attività internazionale da parte dell’UEFA prima e della FIFA poi, della finta battaglia alle discriminazioni se ne fece paladino Andrea Agnelli, per il quale la discriminazione territoriale era da considerarsi campanilismo facente parte della cultura italiana, e i cori contro Napoli “nostre peculiarità”. Il presidente della Juventus andò alla sede UNESCO di Parigi per presentare, nel novembre 2015, un’analisi del fenomeno razzista in cui la discriminazione territoriale veniva definita“forma tradizionali di insulto catartico”, cioè purificatorio, addirittura benefico per le folle. E da allora, con il Napoli sempre più stabilmente al vertice della Serie A, il Vesuvio è sempre più invitato a svegliarsi e a seminare distruzione e morte. Ma lui dorme e non da cenni di risveglio. Dorme il Vesuvio e dorme altrettanto profondamente l’Italia.
Per approfondimenti: Dov’è la Vittoria, (Angelo Forgione, Magenes, ed. 2022)
Angelo Forgione– L’antichissimo Lacryma Christi del Vesuvio, uno dei vini italiani più antichi, figlio della Campania Felix, una terra che in epoca romana, partendo dal Falerno, rappresentava il meglio della produzione del mondo allora conosciuto. Ma il bianco e rosso Lacryma Christi, per secoli, è stato anche il vino italiano più famoso nel mondo, e fino al periodo delle guerre del Novecento.
I vini campani, siciliani e calabresi, erano avanti, per qualità, ai piemontesi, ai veneti e ai toscani. Fu esattamente nella Napoli capitale borbonica che, nel 1833, nacque l’industria italiana del miglioramento dei vini. Nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era così evidenziato:
“Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. (…) Sarebbe però necessario che si studiasse meglio la questione sul modo di potere rendere navigabili tutti i migliori vini del Regno, i quali poi insieme al Marsala ed al Lacryma Christi potrebbero facilmente surrogare negli splendidi conviti i più ricercati vini di Francia e di Spagna.”
A Unità compiuta, nelle esposizioni internazionali, a farsi onore erano soprattutto i vini campani, e ancora nel 1898, in Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di Viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva:
“I vini siciliani sono, con il Lacryma-Christi, i veri diamanti della corona enologica dell’Italia.”
Qualcosa è successo dopo, e attiene alla Questione meridionale. Cosa? Lo racconto dettagliatamente e documentatamente in Napoli svelata, senza omettere di evidenziare la rincorsa dei vini meridionali e il loro progresso qualitativo con cui si sta riducendo sempre più il vantaggio dei vini settentrionali acquisito nel Novecento. Ottenute dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Sardegna, le bottiglie del Sud guadagnano sempre più gradimento nel mondo. E se in epoca romana il meglio dei vini era prodotto in Campania, oggi si fa strada un’eredità importante incarnata dal pregiatissimo irpino di Taurasi da nobile e longeva vite aglianica, quello che tra i campani invecchia più a lungo e meglio.
Ci vediamo a maggio al complesso di San Domenico Maggiore, nel cuore di Napoli, per valorizzare la storia dei vini vesuviani, flegrei e e campani (info prossimamente), ma per ora, se vi piace la lettura e volete scoprire la questione meridionale del vino, aprite Napoli svelata.
Angelo Forgione – Sì, per la copertina del mio nuovo libro Napoli Svelata ho scelto proprio le Chiavi della Città di Napoli, simbolo di apertura di uno scrigno di Cultura e Civiltà che fa parlare di sé da secoli. Uno scrigno in cui non si finisce mai di trovare avvenimenti interessanti, di scovare insospettabili espressioni di un eclissato universalismo. Ho scelto questo simbolico oggetto perché un libro che svela è un libro che apre la mente.
Le due chiavi dorate, realizzate all’inizio dell’Ottocento, sono oggi esposte in un quadro-medagliere al secondo piano di Palazzo San Giacomo, antico Palazzo dei ministeri borbonici e oggi Municipio.
Spicca il Corsiero del Sole, il “cavallo sfrenato”, da me rappresentato in posizione ancor più rampante, più fedele a quello che, in quanto simbolo dello scalciante e indomito popolo napoletano, è emblema della Città dal XIII secolo e di tutti i territori peninsulari del Regno delle Due Sicilie, cioè del Regno di Napoli. Racchiuso nell’anello, è delimitato da una ghirlanda di foglie di quercia (forza e resistenza) e di alloro (sapienza e gloria) su cui troneggia una corona reale, quella dell’unico regno europeo che ha portato il nome della sua capitale. L’attaccatura dell’anello al gambo è a forma di scudo (e speriamo che porti bene!), sul quale è inciso, in lettere corsive intrecciate, il monogramma CDN, (Città di Napoli), sintetizzato nella traduzione grafica con una semplice enne neoclassica, la stessa del titolo, a comunicare un periodo in cui Napoli capitale ha sconvolto il mondo riscoprendo il gusto classico con gli epocali scavi vesuviani. Lo sfondo non ha bisogno di spiegazioni. È un panorama conosciuto dal mondo intero.
Angelo Forgione – «Il Vesuvio fuma la pipa». Era questo il popolare modo di dire dei napoletani per indicare il pennacchio di vapore che usciva dal cono del vulcano in attività. Ce lo dice il volume II della pubblicazione Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, pubblicato nel 1858, in cui il poeta e giornalista Enrico Cossovich, anche autore del testo in italiano della canzone Santa Lucia, in un capitolo dedicato proprio al Vesuvio scrive:
“Il nostro Vesuvio, a differenza di altri vulcani, può dirsi in una continua attività, sia quando erutta fuoco, sia quando fumiga soltanto o, secondo la frase popolare, fuma la pipa.”
L’ultima eruzione, quella del 1944, sancì il passaggio del Vesuvio ad uno stato di attività a condotto ostruito e cancellò il pennacchio alla vista delle popolazioni intorno. Nella pubblicazione Il poeta solitario: Canzoniere del 1968, l’autore Michele Miniello Genchi scrive:
“Sussulta la grande metropoli e canta così: – È spento Il caro Vesuvio: È morta la bella città di Napoli! Non fuma la pipa il vecchio Vesuvio […].”
Angelo Forgione – Due uomini in fuga, senza scampo, in una lussuosa dimora con vista Golfo a qualche centinaia di metri da Pompei, rinascono dalle ceneri vesuviane grazie alla tecnica ottocentesca dei calchi in gesso di Giuseppe Fiorelli. Ma davvero pensi che fossero questi signori così sprovveduti da decidere di vivere sotto un vulcano pronto ad esplodere? No, non sapevano, e alcun studioso li aveva avvertiti della minaccia. Per loro era un innocuo monte dalla vetta pianeggiante e dalle pendici fertilissime, ben diverso nell’aspetto da quel che conosciamo oggi. La quiete era durata circa otto secoli e Plinio il Vecchio, nel 77 dC, elencando i vulcani attivi di quel tempo in Naturalis Historia, non aveva incluso il Vesuvio. Si accorse dell’errore solo qualche mese dopo, vedendolo eruttare da Misenum, e da lì attraversò il Golfo verso la morte.
Tracce mirabili di una catastrofe non annunciata, e noi qui affascinati dalla storia di un’eruzione, la più famosa, che riemerge senza insegnarci la metafora di una Natura che è sovrana. Siamo noi i veri sprovveduti che la sfidano sapendo che ha già vinto, non i due fuggiaschi tra i tanti ignari vesuviani del tempo che fu. No, non mi riferisco alla convivenza con il vulcano d’oggi, supermonitorato come nessuno al mondo. Parlo del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Parlo delle manipolazioni di ogni tipo e dei virus di cui siamo responsabili con le nostre attività. Parlo di tutto ciò che crediamo di poter controllare in nome del guadagno a breve termine e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, sperando neanche tanto fortemente nella mano invisibile del fato, ignorando che quella conduce l’eroe delle tragedie greche verso l’inevitabile catastrofe. I fuggiaschi di Pompei siamo noi.
Angelo Forgione – Napoli è città indissolubilmente legata alla fama del Vesuvio, il vulcano più conosciuto e monitorato al mondo, l’incombente e minaccioso monte descritto da Greci e Latini. Livio, Virgilio, Vitruvio, Strabone ed altri, scrissero di Vesbius, Vesvius, Vesuvius, nomi con la radice pre-indoeuropea ves, cioè montagna, e come tale lo definivano. Per loro, infatti, non era un vulcano, e non era quindi un pericolo, considerazione che spiega perché le popolazioni delle antiche città romane furono sorprese inaspettatamente dalla terribile eruzione del 79 dopo Cristo.
In tutti i film e documentari che raccontano quel giorno infernale il Vesuvio viene erroneamente presentato come un gigantesco vulcano che sovrasta Pompei e la Piana campana. Si tratta di un errore, di un falso storico da smentire, poiché a quell’epoca il vulcano era addirittura più basso rispetto a oggi, e non mostrava alcun cono o cratere ma aveva una vetta pressoché piatta. Tanto i Greci quanto i Romani costruirono nuove città non lontano da quello che a loro sembrava un’innocua e fertilissima montagna.
Neapolis – 78 dC
Pompeii – 78 dC
Il Vesuvio così come lo conosciamo noi, sinuoso e peculiare nel suo aspetto, ha iniziato a conformarsi proprio con la famossisima eruzione che seppellì Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia, quando il vulcano era quiescente da secoli e in una fase di depressione. Da lì iniziò a crescere, per poi tornare quiescente alla fine del tredicesimo secolo e a decrescere nuovamente, e ancora a riprendere attività vulcanica e quota dal Seicento fino ad arrivare al Vesuvio che vediamo oggi.
In epoca preistorica, il vulcano era ben più alto degli attuali 1.281 metri di altezza (1.335 prima dell’eruzione del 1906). Si formò con un’attività vulcanica iniziata 37.000 anni fa e durata fino a 19.000 anni or sono. Con un’eruzione avvenuta 18.300 anni fa cominciò il collasso dell’apparato vulcanico e la formazione della caldera, ovvero la parte bassa del vulcano preistorico, una sorta di recinto all’interno del quale, a partire dall’eruzione del 79 d.C., è fuoriuscita dalle viscere una nuova bocca. Quello che conosciamo come monte Somma, di fianco alla bocca vulcanica, è in realtà ciò che rimane del fianco settentrionale del recinto, ovvero l’unica parte ancora visibile dell’antichissimo Vesuvio preistorico.
L’eruzione del 1944 è stata l’ultima in ordine di tempo e ha segnato il passaggio del vulcano ad uno stato di attività quiescente a condotto ostruito.
Che il vulcano fosse più basso e non temuto dalle antiche popolazioni vesuviane lo testimoniano le tante scritture di epoca classica. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, elenca i vulcani di quel tempo e non cita il Vesuvio. Nessuna traccia di attività si riscontra negli scritti degli autori del I secolo a.C., a parte Lucrezio Caro, che fa riferimento a un’attività idrotermale “dove fumano sorgenti di acque calde”. Diodoro Siculo sapeva della natura vulcanica del monte: “Si racconta che questa pianura si chiamasse Flegrea per un un monte che in passato eruttava un terribile fuoco come l’Etna in Sicilia. Quel monte ora si chiama Vesuvio e conserva molte tracce del fatto che nell’antichità era infiammato”. Anche Marco Vitruvio Pollione intuì la natura vulcanica del Vesuvio e pure dei Campi Flegrei in base alle proprietà termali: “Vi è del fuoco sotterraneo in queste località e questo può essere indicato dal fatto che nei monti di Cuma e di Baia sono state scavate caverne per sudare nelle quali i vapori caldi che nascono dal fuoco profondo perforano con veemenza la terra. Non di meno si pensa che nei tempi antichi fuochi ardessero e abbondassero sotto il monte Vesuvio, e che questi vomitasse fiamme sui campi circostanti”. Strabone, nel 18 d.C., ossia 61 anni prima dell’eruzione che cancellò le città romane all’ombra del vulcano, descrisse il “mons Vesuvius” nel suo Rerum Geographicarum. Non aveva mai sentito narrare di eruzioni avvenute nel corso della storia precedente, ma notò l’aspetto delle rocce, che sembravano bruciate dal fuoco, e intuì che fossero di origine vulcanica, attribuendo ad essa il motivo della mirabile fertilità delle pendici ma ritenendo il monte un ex vulcano ormai spento. È proprio il suo scritto a dirci che il Vesuvio era piatto in cima:
“Sovrasta a questi luoghi il monte Vesuvio, cinto tutto intorno da campi magnificamente coltivati ad eccezione della vetta, in gran parte piana, del tutto sterile e dall’aspetto cinereo, e presenta cavità cavernose di pietre fuligginose nel colore come se divorate dal fuoco, cosa che attesta che il monte in un primo tempo ardeva e aveva un cratere infuocato che poi si è spento quando il materiale igneo si è esaurito. Forse è proprio questa la causa della fertilità dei terreni circostanti, come a Catania la cenere decomposta dell’Etna”.
Poi l’eruzione improvvisa del 79 che segnò il risveglio del vulcano e un epigramma di Marco Valerio Marziale di qualche anno dopo in cui si legge che Bacco, più dei nativi colli di Nisa, aveva amato il Vesuvio, verdeggiante di vigneti ombrosi prima che tutto giacesse sommerso da fiamme e lapilli.
Angelo Forgione– Visita ufficiale a Napoli di Emmanuel Macron, dopo le belle parole espresse pubblicamente in una chiacchierata con Fabio Fazio di un anno fa. In quell’occasione, il Presidente della Repubblica francese si incanalò nel solco delle altisonanti parole di Stendhal durante il suo soggiorno partenopeo nel 1817. Stendhal che però mai scrisse ciò che anche Macron ha riverberato, e cioè che Napoli e Parigi erano, a suo parere, le due uniche capitali d’Europa. Scrisse, il letterato francese, qualcosa di assai più lusinghiero per la capitale borbonica, e cioè che era “senza confronti, la più bella città dell’universo”. Napoli anche più bella di Parigi, e napoletani molto più buoni dei piemontesi, stranieri in Italia quanto i francesi.
“Parto. Non dimenticherò né la strada di Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli: è, senza confronto, ai miei occhi, la città più bella dell’universo. […] Napoli, nonostante le sue trecentoquarantamila anime, è come una casa di campagna posta al centro di uno splendido paesaggio. A Parigi non si sospetta che vi siano boschi o montagne nel mondo; a Napoli, ad ogni curva di strada, sei sorpreso da un aspetto singolare del monte Sant’Elmo, di Posillipo o del Vesuvio. […] Questa baia così bella, che sembra fatta apposta per il piacere degli occhi, il lungomare delle colline che cingono Napoli, la passeggiata di Posillipo lungo l’aereo viale costruito da Gioacchino (Murat): tutto un mondo che è impossibile rievocare, com’è impossibile dimenticarlo. […] A Napoli, la grossolanità di questa piccola gente, che ti insegue anche nei caffè, mi ha scioccato un po’. […] Sono mascalzoni, perché sono poveri, ma non sono malvagi. I veri cattivi in Italia sono i Piemontesi. […] il Piemontese non è più italiano del francese e puoi aspettarti di tutto da lui.”
Era la Napoli da poco uscita dalla dominazione napoleonica e dal regno di Murat, che pure si era innamorato della città al punto da abbandonare Napoleone alle sue guerre.
A distanza di due secoli, l’apprezzamento dei francesi per Napoli non si è affatto esaurito e la città vesuviana resta un riferimento culturale tra i principali per i transalpini.
Stendhal fu comunque polemico con i napoletani per una grande pecca che notava dopo la caduta di Napoleone, ovvero quella che i partenopei stessero perdendo consapevolezza di se stessi e iniziassero a coltivare solo uno cieco orgoglio campanilistico. Due secoli fa.