Leopardi e il colera di Martone che accende lo stereotipo

Angelo ForgioneHo visto con molta curiosità Il giovane favoloso, la pellicola firmata da Mario Martone in cui un bravo Elio Germano veste i panni di Giacomo Leopardi. Non era un’impresa facile realizzarla, e la sensazione è che, pur nel rigore assoluto del regista, non sia riuscita completamente.
Il racconto è diviso in tre parti. La prima si svolge ovviamente a Recanati, più odiata che amata, nell’austera casa-biblioteca di famiglia che ha libri per pareti e squarcio sul colle che apre all’immaginazione e dona tregua all’ossessività famigliare. La seconda parte, a Firenze e Roma, è quella della libertà acquisita, dove il protagonista incontra la delusione per il mondo idealizzato lontano dalle Marche e comprende di essere avulso da una società ottocentesca che inneggia al progresso, trovando morboso riparo nell’amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. La terza parte, a Napoli, è incentrata sul forte contrasto che il poeta percepisce nella città nobile e plebea governata dalla natura, alla quale si abbandona. Nella città italiana più importante dell’epoca, il trentacinquenne Giacomo, ormai piegato su sé stesso, impara a sorridere e a gustare i piaceri mondani da cui si fa circondare per verificare la vitalità che non ha trovato negli ambienti bigotti e artificiosi del suo passato, fino al punto di non poterne più e ritrovarsi travolto da ancor più grande inadeguatezza. E allora è lo spettacolo del Vesuvio in eruzione, del Golfo splendente e del cielo ammantato di stelle della grande Città ad assorbirlo. È il Creato, che in quel posto lascia a bocca aperta, a sgomentare la sua mente riflessiva, offrendogli la percezione delle forze superiori alle quali ogni cosa si piega, quelle forze che egli ha percepito fin dalla sua adolescenza nella piccola prigione di Recanati e con le quali entra finalmente in contatto nella notte vesuviana, dove recita La Ginestra, ovvero la natura che si piega alla natura.
Film coinvolgente, pur con un ritmo marcatamente rallentato che lo rende eccessivamente lungo. Altrettanto marcati sono i tratti folcloristici di una Napoli capitale alle cui aristocrazia e cultura, note in quell’Europa, è fatto qualche riferimento (il San Carlo, Donizetti, Rossini, salotto Guacci) senza che però risulti equilibrata la percezione scenografica rispetto alla più rappresentata città piegata e piagata. Condannata eternamente al binomio col colera, che la pellicola ha la colpa di far apparire come problema esclusivamente locale, mentre si trattò di epidemia che colpì tutt’Europa, scendendo da Nord, senza risparmiare Londra, Parigi e Vienna, le città del Nord-Italia e neanche il Granducato di Toscana della Firenze che il poeta frequentò tra il 1830 e il 1833. Certamente alcuni rioni di Napoli, la città più popolosa d’Italia, vivevano condizioni sanitarie problematiche, e i morti in città furono davvero tanti, ma la letalità rispetto ai casi di malattia fu inferiore, ad esempio, a città come Danzica e Bordeaux, grazie alla prevenzione e ai soccorsi, che furono migliori che altrove. Pandemia causata della buona quantità di acqua di cui disponevano i napoletani, assicurata da due acquedotti in sotterranea scavati nel tufo poroso, quindi non isolante dalle falde marine e dagli scarichi reflui. Fu l’acqua a sufficienza a trasformarsi nel punto debole di Napoli, non il tanto narrato sudiciume.
Eppure, nel film, la nobildonna toscana Fanny Targioni-Tozzetti, intima amica di Ranieri e Leopardi, invia ai due una lettera di saluti scrivendo che il colera è colpa del popolino napoletano. Appare quantomeno strano, visto che a Firenze e in gran parte della Toscana quella stessa pandemia giunse a far migliaia di vittime nell’estate del 1835 e solo un anno dopo, scendendo verso Sud, colpì la Napoli di Leopardi. Nitida invece l’immagine della civiltà di Firenze, benché Giacomo la definì nello Zibaldone sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo, nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni”, sentendosi ammorbato dal suo “sudiciume universale”. Lo spettatore meno informato non può non avere, ancora una volta, la solita informazione subliminale (errata) su Napoli capitale non della cultura ma della sporcizia; e Martone, napoletano, avrebbe potuto aiutare a sgretolare questo luogo comune anziché rafforzarlo.
A proposito di colera e mistificazioni, la pellicola non si inoltra nella morte del protagonista, forse per non dover affrontare l’ingarbugliato mistero della causa del decesso. Quella ufficiale, diffusa da Antonio Ranieri, recitava ‘idropisia di cuore‘, ma è forte il dubbio che si sia trattato proprio di colera e che il corpo di Leopardi sia stato gettato in una fossa comune.

Eduardo e quel peso eccessivo al fujitevénne

Angelo ForgioneA trent’anni dalla morte di Eduardo De Filippo, credo sia per via di un certo modo di interpretare Napoli che la rassegnazione del suo fujitevénne sia stata caricata di un peso maggiore della speranza affidata al messaggio di Napoli milionaria!, di cui è passata alla storia la frase Ha da passà ‘a nuttata. Credo che il neorealismo eduardiano meriterebbe invece di essere rivisitato più a fondo e non ridotto a sentenza ma ampliato al complesso degli interrogativi globali, tuttora irrisolti, che condividono le stesse esperienze degli spettatori a cui si rivolgono e ne agitano i sentimenti. Ecco perché Eduardo è universale e contemporaneo. Ecco perché, a partire dall’Argentina e dall’Eritrea, nel 1947, è stato tradotto e rappresentato in giro per il mondo, da Jaime de Armiñán, Fernando Fernán Gómez e Pau Mirò in Spagna e Karolos Koun in Grecia, passando per la Francia, la Germania e lo straordinario successo in Inghilterra con la regia di Franco Zeffirelli. Continuo a pensare che ha da passà ‘a nuttata. Intanto che passa (e sembra non farlo), s’ha da jì, non s’ha da fujì.

Il Governo Renzi deraglia

Angelo ForgioneMarco Esposito, su Il Mattino (leggi l’articolo), evidenzia che tra Sblocca Italia e legge di Stabilità ci sono quasi 5 miliardi di risorse fresche per le sole ferrovie, di cui solo l’1,2% finirà al Sud.
«Il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie». Così disse il premier Matteo Renzi il 14 maggio a Napoli, in un dibattito istituzionale in tema di fondi strutturali. Se è questo il motivo per cui anche lui intende lasciare indietro il Sud, qualcuno gli spieghi che la costruzione delle strade ferrate, in quel Regno circondato dal mare, avveniva lentamente perché, diversamente dal territorio settentrionale, era ben sviluppata la flotta mercantile, che consentiva lo spostamento delle merci. Nella stessa occasione, Renzi annunciò: «Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia».

Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.

Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.

La cultura è petrolio in Basilicata

Angelo ForgioneSapevate che Matera, la Capitale Europea della Cultura 2019 appena designata, non è servita dalla rete ferroviaria nazionale? Sì, lo sapevate voi che conoscete la Questione meridionale. Gli altri no. Raggiungere la Città dei Sassi in treno è impossibile perché manca persino la stazione, a meno che non si parta da Bari sul trenino delle Ferrovie Apulo Lucane; un’ora e quaranta su binario unico per fare settanta chilometri.
Sapevate che Matera, la Capitale Europea della Cultura 2019 appena designata, è nei confini lucani? Sì, lo sapevate voi che conoscete la geografia. Gli altri no. E sapevate che la Basilicata è la principale riserva italiana di estrazione di petrolio e gas? Sì, lo sapevate voi che siete al corrente del fatto che il Sud è un eldorado energetico. Gli altri no.
La Basilicata è al 4º posto fra i paesi europei produttori di petrolio ed al 49º come produttore mondiale. Il problema è che lo sfruttamento dei pozzi è venduta senza una sensibile ricaduta virtuosa sul territorio di sfruttamento e alla beffa si aggiunge il danno, anzi il dramma di una porzione di territorio in cui le estrazioni energetiche e lo smaltimento scorretto dei rifiuti producono danni terrificanti all’ambientale e alla salute pubblica.
Il fatto è che la Val d’Agri è il più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale e la sfruttamento, che può essere allargato, fa gola. Il recente decreto “Sblocca Italia” presentato dal premier Renzi toglie agli enti locali il veto su ricerca di petrolio e trivellazione, ovvero accentra a Roma il potere di rilasciare le autorizzazioni per le nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi. Il Decreto può essere impugnato dal Presidente della Regione fino al 12 Novembre, altrimenti verrà convertito in legge, spremendo la Basilicata e la sua popolazione.
Indicativo il servizio andato in onda al TGR Basilicata all’indomani della proclamazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019. All’improvviso, durante i festeggiamenti, un cittadino alza un cartello con il marchio di una compagnia petrolifera e la scritta “No Triv”. Secondo i giornalisti della sede Rai lucana sarebbero 51 i milioni di euro da spendere fino al 2020, di cui 25 “messi in campo dalla Regione Basilicata attraverso fondi propri, comunitari e derivanti dalle royalties. L’altra cifra più cospicua deriva dallo stesso comune di Matera con 5 milioni di euro. Dall’Europa solamente un premio di un milione e mezzo di euro che sarà disponibile nel 2019. Il resto del pacchetto previsto è finanziato in parte dal Governo che partecipa con il 14% del totale dell’investimento e in parte da sponsor privati, che – assicura il sindaco Adduce – stanno già partecipando attivamente”.
Insomma, sono chiaramente decisive per Matera Capitale Europea della Cultura 2019 anche le cosiddette royalties, le percentuali per lo sfruttamento dei pozzi che le compagnie petrolifere “concedono” alle casse regionali del territorio di estrazione. Quali sono gli sponsor privati citati cripticamente nel servizio giornalistico? Le compagnie petrolifere? Trivellazioni selvagge in cambio di ricaduta turistica?

Il Napoli allo sceicco? Molti “rumors” e poco realismo.

Angelo ForgioneRispetto il lavoro della redazione di Cronache di Napoli ma non riesco a trovare ragionevolezza nella notizia della cessione del Calcio Napoli allo sceicco Hamad bin Kamad bin Khalifa bin Ahmad Al Thani, presidente della Federcalcio del Qatar, per la sola visibilità in vista dei Mondiali in casa del 2022. Che dei contatti ci siano stati è verosimile, e del resto lo yacht dell’ex primo ministro qatariota Hamad bin Jassim bin Jaber Al-Thani ha fatto bella mostra di sé al porto di Napoli lo scorso luglio. Ma credo che in quell’occasione sia potuta nascere al massimo l’idea di portare la finale di Supercoppa a Doha.
I qatarioti vogliono diventare i padroni del Calcio europeo, certo, ma non per il gusto di alzare coppe e trofei. Attraverso il loro fondo sovrano Qatar Holding, stanno divorando l’economia continentale e il Football gli serve per quel che rappresenta nei tempi moderni, ovvero come strumento per ottenere consensi e accesso ad affari ben più remunerativi. Il Qatar, grande, anzi piccolo come l’Abruzzo, é la terza riserva al mondo di gas naturale liquefatto (LNG), risorsa che frutta miliardi di euro. La larghissima famiglia Al Thani va dove si moltiplicano i suoi soldi. A Parigi, ad esempio, dove il tifoso del PSG Nicolas Sarkozy, da presidente della Repubblica, gli aprì le porte firmando un trattato fiscale molto vantaggioso per i residenti e gli investitori qatariori sul territorio francese, esentandoli dalle imposte sulle plusvalenze immobiliari. Insomma, la Francia è divenuto un paradiso fiscale ad hoc per gli sceicchi e Tamim bin Hamad Al Thani si è preso il PSG.  Con Hollande al posto di Sakozy all’Eliseo le cose non sono cambiate. Tra i due paesi intercorrono interessi in tema di turismo, aviazione, gas, petrolio, elettricità, infrastrutture, sicurezza del territorio, politiche sociali e cooperazione scientifica.
Un altro pezzo della famiglia, Abdullah Bin Nassar Al Thani, altro uomo d’affari e cugino di quello del PSG, sempre nel 2010, comprò il Malaga in Spagna. Iniziò a metterci bei soldi, perché le sue prospettive erano su un nuovo stadio in periferia e sul porto della città. Gli accordi coi politici spagnoli sono venuti meno e i rubinetti si sono praticamente chiusi. “Non ho trovato il rispetto e la stima: mi dispiace, ma adesso me ne vado“; così ha annunciato il proprietario qualche mese fa, e ora cerca acquirenti per levare le tende.
I qatarioti in Italia ci sono venuti, come in ogni parte d’Europa, ma non per il Calcio. Approfittando della crisi, hanno acquistato la maison Valentino e la Costa Smeralda, e continuano ad investire nel settore immobiliare. Ma il nostro pallone non gli interessa, perché è sgonfio, fallimentare, e non apre ad affari veramente appetitosi. Loro sanno bene in che condizioni versa il nostro Paese, perché stanno contribuendo all’alienazione di pezzi della nostra economia, e sanno che l’Italia è un inferno fiscale; e sanno pure che neanche gli stadi nuovi con le strutture ricettive attorno riusciamo a fare. Sicuramente sono a conoscenza del fatto che il Sud-Italia è la macroarea arretrata più estesa e popolosa dell’Eurozona, cioè una colonia interna. Loro che investono in Gran Bretagna, Francia e Germania, quale vantaggio reale potrebbero ottenere immettendo danari nel Napoli? Farebbero più presto a comprarsi quello che gli serve, visto che è in (s)vendita; e infatti già lo fanno, senza girarci troppo attorno.

Territorio italiano disastrato? Perché cancellati gli insegnamenti borbonici.

Angelo Forgione L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?

Si allarga l’area Unesco di Napoli

Angelo Forgione È stato ratificato con ufficialità l’inserimento di altri grandi monumenti di Napoli nell’area protetta dall’Unesco, come proposto dal Comune di Napoli. Si tratta di: Reggia e Parco di Capodimonte, Castel S. Elmo e Certosa di S. Martino, Villa Floridiana e Parco, Villa Rosbery e Parco, Villa Comunale e Real Orto Botanico. La decisione è stata presa in occasione della 38° sessione del Comitato per il Patrimonio mondiale Unesco che si è tenuta a Doha (Qatar) nello scorso giugno.
Il Comitato ha inoltre riconosciuto la proposta del Comune di Napoli di individuare una zona di protezione del sito UNESCO, particolarmente utile per la garanzia di conservazione dell’integrità dell’area già protetta. Tale zona di protezione viene così sottoposta allo stesso regime di tutela e monitoraggio del sito vero e proprio. Qesto riconoscimento rende omogenea la vasta area già individuata e inserita nella lista del Patrimonio mondiale Unesco.

L’Autostrada del Sole ha compiuto 50 anni. Viva l’automobile!

Angelo Forgione L’Autostrada del Sole ha compiuto 50 anni. L’opera venne completata definitivamente il 4 ottobre del 1964 e unì il Nord al Sud, ma fermandosi a Napoli, attraverso sei regioni. Una grandiosa opera che divenne il simbolo stesso del miracolo economico italiano.
La prima pietra fu posata l’8 dicembre del 1958. Era l’Italia che usciva dalla Guerra con gli aiuti del Piano Marshall per la ricostruzione. Erano state rimesse in piedi anche le fabbriche vitali, come la Fiat, a cui erano state assicurate commesse negli USA in cambio del licenziamento degli operai comunisti per accordo tra i vertici torinesi (Vittorio Valletta e Gianni Agnelli) e l’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce, forte oppositrice del comunismo italiano.
Nel 1954, gli uomini Fiat Valletta e Agnelli erano entrati nel nascente Gruppo Bildeberg, un club occulto riservato agli uomini più influenti d’Europa e degli Stati Uniti, legati a varie massonerie. Proprio nel 1954, Fiat, Eni, Pirelli e Italcementi avevano dato vita alla SISI Spa (Sviluppo Iniziative Stradali Italiane) per favorire il mercato automobilistico a scapito del trasporto su ferro, attraverso l’imposizione all’opinione pubblica dell’equazione “autostrade uguale sviluppo economico”. Senza le strade, le macchine le avrebbero acquistate solo i più ricchi borghesi delle grandi città. Lo Stato intervenne a sostegno, costituendo la Società Concessioni e Costruzioni Autostrade Spa per aggirare le limitate disponibilità dell’Anas. I finanziamenti furono impegnati sullo sviluppo della motorizzazione, mentre alle Ferrovie dello Stato furono destinate scarse risorse con le quali fu solo riattivata, e lentamente, una rete ormai inadeguata, che invece avrebbe necessitato della costruzione di nuove tratte e della correzione di quelle insufficienti.
Il progetto pilotato di “motorizzazione” degli italiani prevedeva un asse orizzontale Torino-Milano-Venezia-Trieste, una diramazione da Milano per Genova, un asse verticale da Milano verso Bologna che si sarebbe biforcato, verso Roma-Napoli e verso Ancona-Pescara. Per le auto che scendevano al Sud, mentre gli operai che le costruivano salivano al Nord col “Treno del Sole”, occorreva un nome simbolico: “Autostrada del Sole” era perfetto. La realizzazione della rete autostradale e il boom economico misero gli italiani al volante. La Casa di Torino crebbe in produzione, dipendenti, esportazione e fatturato. Missione compiuta! Solo quando ormai tutti possedevano una macchina e lo scenario delle città era cambiato (in peggio, con l’invasione dal nuovo simbolo del miraggio di libertà) furono affrontatati, con importanti finanziamenti, gli aspetti critici della rete ferroviaria, alcuni ancora irrisolti al Centro-Sud. Oggi, per risolvere il problema della congestione urbana da automobili, si realizzano metropolitane sotterranee o leggere in ogni città di rilevanti dimensioni. Inutile dire che gli investimenti sulla rete autostradale e su quella ferroviaria sono tuttora concentrati più al Nord, ma questa è un’altra storia. Ma anche no.

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