L’ONU chiede agli Stati di perseguire la felicità

Com’era moderna la Napoli di Antonio Genovesi, figura fondamentale per l’economia, maestro dei più noti illuministi e i più grandi riformatori del Mezzogiorno, che costituirono l’ossatura della Scuola Napoletana di Economia, cardine dell’analisi del rapporto tra economia e “pubblica felicità”. L’Economia Civile napoletana, salvezza per l’Occidente di oggi, teorizzò nel Settecento lo sviluppo della vita civile e urbana in funzione proprio della “pubblica felicità” mentre l’Economia Politica britannica di Adam Smith subordinò tutto ciò alla ricchezza della Nazione. E la “pubblica felicità” ispirò anche la Regina Maria Carolina nella stesura dello Statuto di San Leucio. Anche Ferdinando II finalizzò la sua spending review ottocentesca alla “pubblica felicità”.
Dal 2011, l’ONU esorta la politica a fare ciò che si faceva nella Napoli dei Lumi, invitando cioè a smettere di concentrarsi su risultati puramente economici e a tenere in maggior considerazione i fattori che determinano la percezione di benessere nelle popolazioni del pianeta. Insomma, un invito a desistere dall’Economia Politica a beneficio di un recupero dell’Economia Civile. Le Nazioni Unite stilano ormai annualmente la classifica degli Stati più felici. Per la cronaca, l’Italia non è che se la passi proprio bene. A proposito, il Regno delle Due Sicilie, all’appuntamento con l’Unità, si presentò come Stato dal debito pubblico più esiguo d’Europa, il meno indebitato, privo di emigrazione e meta di immigrazione. Ma che retrogradi questi napoletani, immersi in un Mezzogiorno infelice… oggi.

Schiavone: «vera mafia è lo Stato». E lo Stato tace.

A una settimana dalle dichiarazioni a SkyTG24 del pentito di camorra Carmine Schiavone, le istituzioni italiane, chiamate in causa, tacciono.
L’ex collaboratore di giustizia ha chiaramente denunciato l’esistenza di uno “Stato mafioso”, di ministri corrotti, di intere caserme di Carabinieri, Polizia, e Guardia di Finanza conniventi. Il silenzio di chi dovrebbe parlare (e bonificare) è assordante!

Schiavone: «così Camorra e Stato hanno avvelenato la Campania»

Angelo Forgione – In un’intervista esclusiva a SkyTg24, Carmine Schiavone, ex boss di camorra del clan dei Casalesi e collaboratore di giustizia per vent’anni (fino allo scorso luglio), ha denunciato il tradimento dello Stato nei suoi confronti e le grandissime responsabilità di ministri, magistrati, carabinieri, poliziotti e finanzieri nell’avvelenamento delle terre tra Napoli e Caserta, ma anche fino a Latina, nell’ambito del business dello smaltimento dei rifiuti tossici delle aziende del Centro-Nord.
«Se potessi tornare indietro non mi pentirei. Sono pentito di essermi pentito e non lo farei più perché le istituzioni mi hanno abbandonato. Quando non sono riusciti ad ammazzarmi materialmente, hanno cercato di distruggermi economicamente, moralmente. Ero uno dei capi della cupola casalese e sono stato decisivo nell’omicidio di almeno cinquecento persone, ma loro sono più responsabili di me perché si sono venduti e hanno permesso di inquinare in cambio di soldi. Noi pagavamo a loro due miliardi e mezzo di mensile fisso, più 500 milioni per corruzione… poi preparavamo le macchine delle forze dell’ordine clonate e mantenevamo molte caserme. Quella di Aversa, per esempio, la sera mi ragguagliava di tutte le operazioni in corso. Ora stanno morendo milioni di persone.»
Queste le dichiarazioni del pentito, uno dei principali colpevoli del genocidio in atto ai danni del popolo campano, faccia di una medaglia che, secondo le sue rivelazioni, ha scolpito sul retro anche lo Stellone repubblicano d’Italia. Facile dunque capire come sia stato compiuto, con estrema semplicità, questo silenzioso delitto di massa. Un patto scellerato all’italiana che produrrà i suoi effetti nefasti nei prossimi cinquant’anni. Altrettanto facile capire perché, nonostante il problema sia sotto gli occhi di tutti, nessuno dei vertici dello Stato muova un dito per mettere fine a questo massacro e procedere con le necessarie bonifiche. Inutile rimarcare, o forse no, che il fenomeno mafioso meridionale è, dalla nascita dello Stato unitario, una comodità della Nazione italiana nordcentrica che al Sud baratta da sempre il consenso elettorale con il potere autogestito. Schiavone ha sentenziato proprio che «la mafia potrebbe essere distrutta ma non accadrà mai perché ci sono troppo interessi, sia a livello economico che a livello elettorale».
Padre Maurizio Patriciello, uno dei simboli della lotta all’inquinamento in Campania, ha scritto proprio al pentito. Il parroco della chiesa di Caivano, uno dei centri urbani più martoriati dai roghi tossici ed epicentro della “Terra dei Fuochi”, ha inviato una lettera al pentito per chiedergli di continuare a vuotare il sacco e di indicare con precisione tutti i punti in cui sono sotterrati i rifiuti tossici. Forse servirebbe a poco, visto che Schiavone, nella stessa intervista rilasciata a SkyTg24, ha fatto capire di aver già indicato più volte agli inquirenti dove fossero sotterrati i rifiuti, fornendo i numeri di targa dei camion utilizzati per i trasporti, le bolle d’accompagnamento che servivano ad eludere i controlli e le ditte che avevano apposto timbro e firma in calce a quei documenti.

Furto in Sardegna. L’Unione Sarda: “stile napoletano”

Furto con destrezza a Posada, nel Nuorese. Portati via tutti i pezzi della vettura di un centuaro locale, smontata mentre questi era altrove. Per L’Unione Sarda, il blitz dei ladri è “in pieno stile napoletano”.

Si invita alla protesta scrivendo al seguente indirizzo: unione@unionesarda.it

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Cappella Sansevero al top tra i musei d’Italia per TripAdvisor

Il museo italiano preferito dai viaggiatori di tutto il mondo è la Cappella Sansevero a Napoli, nono a livello europeo e primo in Italia. Il sito di viaggi TripAdvisor ha annunciato nei giorni scorsi i vincitori dei Travelers Choice Attractions 2013, i premi basati su milioni di recensioni e opinioni dei viaggiatori di TripAdvisor. Questa prima edizione dei premi ha riconosciuto 1.263 attrazioni divise in luoghi storici, musei, parchi e parchi di divertimento.
Il primo posto della classifica dei musei italiani preferiti dai viaggiatori di tutto il mondo è il Museo Cappella Sansevero di Napoli che si è guadagnato il premio battendo blasonate gallerie di fama internazionale a Roma, Firenze e Venezia. Il museo è anche entrato nella classifica a livello europeo conquistando la nona posizione dietro a musei del calibro del Louvre di Parigi e del British Museum di Londra. Un altro museo della citta’ di Napoli chiude la top 10 italiana al decimo posto: il Museo Archeologico Nazionale, il primo costituito in Europa in un monumentale palazzo seicentesco. Tra i parchi italiani preferiti dai viaggiatori di TripAdvisor è premiato il Parco Virgiliano di Napoli, dal quale è possibile ammirare tutto il golfo e le isole antistanti e che si classifica in quarta posizione dietro ai Giardini Pubblici di Taormina (1°), il Parco di Monza (2°) e il Parco del Valentino a Torino (3°).
“Congratulazioni a Napoli che si rivela meta apprezzata dai viaggiatori internazionali per i suoi musei ma anche per il Parco Virgiliano”, ha commentato Valentina Quattro, portavoce di TripAdvisor per l’Italia.

Cornuti è meglio, e Napoli lo sa

Angelo Forgione — Se pensate che dare del “cornuto” a qualcuno sia una pesantissima offesa dell’onore, sappiate che vi sbagliate. In realtà, chi pensa che le corna siano simbolo di vergogna, secondo l’interpretazione contemporanea, non ne conosce il significato originale, diametralmente opposto a quello che ci hanno insegnato i siciliani. Sì, i siciliani, per i quali la peggiore offesa è essere definiti “curnuti”, a differenza dei napoletani, per i quali l’offesa massima è sentirsi chiamare scurnacchiati”, cioè senza corna.

Per spiegare la differenza bisogna partire del curniciello, che è uno dei più diffusi oggetti portafortuna a Napoli e dintorni. Usi e costumi tradizionali lo indicano come amuleto, scacciaguai e utile protezione contro invidie, malocchio e imprevisti d’ogni tipo. Per spiegare da dove nasce tale interpretazione bisogna andare a ritroso fino al 3500 a.C. e scavare in un complesso intreccio di storia, mitologia e antropologia. Nell’età neolitica, gli abitanti delle capanne erano soliti appendere sull’uscio della porta corna di animali, simbolo di potenza e fertilità. La fertilità veniva associata alla fortuna perché più il popolo era fertile più era prospero, e quindi fortunato. Nella mitologia egizia si era soliti offrire dei corni come voto a Iside, dea della maternità e della fertilità, affinché assistesse gli animali nella procreazione in quanto essi erano fondamentale sostentamento e ricchezza delle locali comunità. Nella mitologia sumera, Enki, dio della vita e del riapprovvigionamento, era raffigurato con una corona ornata di corna, riferite alla capra, animale notoriamente prolifico. Nella mitologia greca si narra invece che il padre degli dei, Zeus, per ringraziare le ninfe Adrastea ed Io, che l’avevano cresciuto a riparo dal padre a Crono e nutrito col latte della loro capretta Amaltea, donò loro il corno che Amaltea si ruppe battendo contro un albero, dal quale sarebbe apparso tutto quello che le ninfe avessero desiderato (ancora oggi la cornucopia viene considerata simbolo di buon augurio e abbondanza). Nella cultura italica, i romani, commercianti e uomini pratici, ritenevano il corno simbolicamente rappresentante il fallo, dunque diversa metafora di fertilità e prosperità, ottimo portafortuna per affari, denaro e attività produttive.

È solo nel Medioevo che l’uso del corno assume dimensione magica, divenendo referente apotropaico per antonomasia: simbolo di fortuna, buona sorte e dell’allontanamento delle influenze maligne. Per rilasciare i propri influssi benefici, il talismano doveva essere rosso e fatto a mano. Rosso perché questo colore simboleggiava il sangue dei nemici vinti. Fatto a mano perché si riteneva nelle arti magiche che ogni talismano acquisisse i poteri benefici dalle mani del produttore. Così, nella tradizione napoletana, nasce ‘o curniciello, ritenuto oggetto scaramantico contro la jella. Ma attenzione: per funzionare deve essere un dono (la fortuna va augurata!), deve essere in corallo (questa pietra rara e preziosa veniva associata col potere di scacciare malocchi e proteggere le donne incinte) e deve essere concavo così da riempirlo di sale.

Il corno, come ‘o curniciello, rappresenta il fallo di Priapo, dio della prosperità e protettore dal malocchio e dall’invidia. Al plurale, le corna devono stare in testa ed elevano la potenza umana conferendo potere e “luce” al cranio, così come la corona, che con le corna condivide la stessa radice etimologica indoeuropea KRN e le prominenze appuntite. Basta guardare il Mosè di Michelangelo per capire che avere le corna significa essere superiori.

Le corna indicano potenza, fertilità e prosperità. Questo ci dice la Tradizione, ma nell’Italia di oggi il significato è completamente ribaltato per responsabilità indiretta dell’imperatore bizantino Andronico I Comneno, un uomo violento che, per umiliare i nemici, dopo averli imprigionati, ne possedeva le donne con la forza, per poi affermare la propria potenza virile facendo apporre, non a caso, delle teste di cervi o altri animali con le corna all’ingresso delle loro dimore. Le truppe siciliane inviate a Costantinopoli da Guglielmo II detto il buono nel 1185 videro le teste degli animali appese all’esterno delle abitazioni bizantine e quando rimpatriarono iniziarono a diffondere in Sicilia l’usanza di definire “cornuti” gli uomini violati nella fedeltà. In realtà, il vero cornuto, ovvero potente, era il solo imperatore Andronico.

Solo Napoli, che di antico ellenismo è intrisa, continua a mantenere vivo il vero significato esoterico delle corna nella sua lingua, e se ne dovrebbero accorgere tutti i napoletani che, per sottintendere la pochezza di potenza altrui, pronunciano la parola “scurnacchiato”, cioè senza corna. Altro che cornuto! Cornuto, di fatto, è chi ha energia, tant’è che sempre i partenopei dicono di un bambino particolarmente sveglio, ma anche di un adulto forte caratterialmente, che “tene ‘e ccorna”. Cornuto è chi compie l’atto sessuale, non chi lo subisce suo malgrado. E infatti, a Napoli e dintorni, la più grande delle vergogne elevata al cubo è ‘o scuorno, cioè l’atto di perdere le corna.

Emergenza sicurezza a Napoli?

I dati forniti dal ministero dell’Interno, pubblicati dal Sole24ore, indicano per Napoli un peggioramento rispetto ai più lusinghieri dati degli anni passati. Ma è davvero così critica la situazione?

Lettera di una lavoratrice dell’Indesit

Pubblico volentieri, su richiesta di Valentina Arces, una sua significativa lettera, scritta per portare all’attenzione la situazione che stanno vivendo i lavoratori dell’Indesit di Caserta (e Fabriano).

Oramai non fa quasi più notizia: grandi nomi, grandi aziende chiudono,fanno due conti e spostano la loro realtà altrove, in un posto più conveniente… Scene viste e riviste in tv, tante persone, bandiere, urla, disperazione…
Sono scene a cui tristemente ci stiamo abituando. Sono scene che fanno male soprattutto quando pensi che dietro ad ognuna di quelle bandiere, dentro ad ognuna di quelle urla ci sono una famiglia, dei figli, una coppia che ha investito nel sogno di vivere insieme, di costruire una vita.
Da ieri, dietro quelle bandiere ci sono anche io, con la mia vita di madre, donna, laureata ma cassintegrata. Solo fino ad un mese fa l’Indesit garantiva che è un’azienda italiana, e in Italia rimarrà. È passato solo un mese e quelle che sembravano certezze spariscono.
Appaiono così  i numeri freddi e taglienti come un verdetto, un’impietosa sentenza: c’è un esubero di 1.400 persone tra dirigenti, impiegati delle sedi centrali e operai e impiegati di fabbrica (1.250) per non parlare dell’indotto.
Sono stati chiesti negli anni sacrifici enormi ai lavoratori che sempre hanno reagito rimboccandosi le maniche e affrontando le nuove sfide, le svariate richieste che l’azienda imponeva, i cambiamenti: cambio di orari, cassa integrazione, privazioni. Ma anche produzione, produttività, qualità, numeri di pezzi. Quante volte ho sentito mio marito parlare di questo, quante volte l’ho affiancato e sostenuto quando stressato e stanco mi parlava della sua realtà lavorativa.
L’indesit per noi del Sud che tendiamo a personalizzare sempre tutto era una certezza, una casa, un vero cuore produttivo. E quando vengono a mancare le certezze ci si svuota, ti senti solo… sei solo.
Anche l’INDESIT, la nostra, la loro INDESIT ha fatto due conti e ha deciso che in Italia non conviene più, gira i tacchi e pensa di andare via. 1400 persone, il loro futuro interessa poco, forse nulla. Illude quelli che rimangono, privandoli della loro attività. In Indesit, a Caserta, si è sempre fatto lavatrici e frigoriferi io sono cresciuta con mio padre e mio marito che guardavano le “loro” lavatrici nei centri commerciali ammirandole come figlie, come frutto di qualcosa realizzato con amore e devozione.
Piani cottura, forse,faranno fare a quei pochi che resteranno, insomma un ripiego. Affidano al Sud un’attività tappabuchi che servirà a placare l’animo a quei pochi che restano per, forse, qualche mese.
Io però non ci sto. Io non posso essere d’accordo. Io non posso pensare che politici, media, tv, imprenditori possano permettere che la gente venga privata di qualcosa che sente come anche suo, che anni di storia, di vita e sacrifici vengano stropicciati e buttati via.
Con la vita e con l’anima della gente non si gioca!

Valentina Arces
figlia e moglie di lavoratori indesit

Razzismo anti-Napoli negli stadi a “il Settimanale” della TGR

Per la rubrica “Il Settimanale” della redazione RAI di Napoli, all’interno dello speciale sulla stagione degli azzurri, Cecilia Donadio ascolta Angelo Forgione all’esterno dello stadio San Paolo sul razzismo anti-napoletani negli stadi italiani combattuto nel silenzio delle istituzioni calcistiche, con ironia, orgoglio e vittorie.

“Separiamoci” di Marco Esposito a “Linea Notte”

Angelo Forgione – Marco Esposito, giornalista esperto di economia, ex-assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli e compagno di scuderia editoriale (Magenes), ha portato il suo “Separiamoci” a “Linea Notte”, l’approfondimento notturno del TG3 condotto da Maurizio Mannoni.
Il Sud preparato davanti le telecamere, protagonista con la forza di un libro che è sempre la migliore delle credenziali per creare dibattiti in cui avere voce in capitolo. Ospiti in studio, Luca Telese, Mario Lavia e, in collegamento da Milano, Stefano Zurlo. Proprio quest’ultimo si è reso protagonista di esternazioni del tipo “il Sud faccia il Sud e non imiti il Nord”, invitando i meridionali a basarsi sul solo turismo e a smettere di inseguire il sogno dell’industrializzazione, per poi accogliere il trasferimento di un allenatore di una squadra ricca del Sud (Mazzarri) a una in difficoltà del Nord quasi fosse un’elemosina da fare.
Il Nord può avere fabbriche e turismo e il Sud, se va bene, solo turismo. È questo il “separiamoci” secondo Zurlo, e Marco Esposito, se vogliamo, spiega col suo libro basato su dati economici oggettivi questa forma mentis che produce pure notizie all’ingrosso: sempre secondo Zurlo, il progetto del ponte sullo stretto di Messina è rimasto al palo per colpa del Sud e le siringhe negli ospedali meridionali costano sette volte quello che costano al settentrione.