Angelo Forgione – Il premier Matteo Renzi, a Napoli per incontrare in prefettura i Comuni che rientrano nella Città Metropolitana e discutere sui fondi strutturali, ha annunciato nel suo discorso ai presenti che il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie, l’antico stato preunitario che, coi suoi progressi in ogni campo, si faceva notare in Europa e nel mondo. “Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia”. Così ha chiosato l’ex sindaco di Firenze.
Il contraddittorio Renzi, l’unico a conoscere il significato del 17 marzo in un triste servizio de Le Iene fuori Montecitorio (guarda il video), è il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica dell’Italia unita, quell’entita geopolitica che, con la sua nascita, ha segnato di fatto l’interruzione di quel progresso e la nascita della “questione meridionale”. Almeno a parole, dopo un secolo e mezzo, un’alta carica istituzionale annuncia di volerlo riattivare e riallacciare i fili col retaggio culturale e sociale del Mezzogiorno, ed è la prima volta che accade. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la politica, che i fischi all’inno nazionale li stigmatizza ma, evidentemente, inizia a capirli.
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In arrivo 135 milioni per alcuni monumenti del Sud
Il MiBACT ha firmato il decreto che autorizza 46 nuovi interventi di restauro nelle regioni dell’Obiettivo convergenza: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Il valore complessivo degli interventi, tutti immediatamente cantierabili, è di oltre 135 milioni di euro, aggiungendosi agli 87 interventi già finanziati a settembre 2013 per 222 milioni di euro, con procedure in corso di attuazione.
“Si tratta della più importante azione realizzata negli ultimi anni sul patrimonio culturale del Mezzogiorno d’Italia” dichiara il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, che sottolinea come: “questa operazione si inserisce nell’ambito del programma comunitario ‘Grandi attrattori culturali’ coordinato dal MiBACT in stretta collaborazione con la Presidenza del Consiglio – Uffici per la coesione territoriale – ed è il frutto di un’intensa azione congiunta e condivisa con le Regioni.”
5 gli interventi in Campania, per un totale di 43 milioni (di cui 11 destinati al ripristino delle facciate della Reggia di Caserta, 3 a lavori sulla Reggia di Carditello e il resto per Villa Campolieto, l’abbazia di Montevergine e il castello di Francolise);
15 gli interventi in Puglia, per un totale di 31, 8 milioni (5,2 milioni per le mura urbiche, 2,5 milioni per il teatro Apollo e 5 milioni per il complesso dello Spirito Santo a Lecce; 8,8 milioni per le aree archeologiche di Taranto e Manduria);
14 gli interventi in Calabria, per complessivi 26,8 milioni (tra gli altri, 1,5 milioni riguardano il centro e i ponti storici di Cosenza e, sempre nel capoluogo, 800mila euro per il recupero del complesso monumentale S. Agostino, 3 milioni alla valorizzazione del centro storico di Catanzaro);
3 gli interventi in Sicilia, per un totale di 33,7 milioni (polo museale di Siracusa e Ragusa, quello di Trapani e l’area arechologica del Bosco Littorio di Gela).
Muti e i lavoratori del San Carlo contro la rozza Italia
Angelo Forgione – Sabato 1 marzo, seppur senza troppo clamore, è stata una giornata molto significativa per la cultura musicale napoletana. Due messaggi di forte denuncia sono partiti da altrettanti luoghi simbolo della Città. Il primo è stato inviato da Riccardo Muti, in occasione della cerimonia di consegna del premio “San Pietro a Majella” all’antico Conservatorio dove studiò da giovane, tra il 1957 e il 1962, e dove gli è stato intitolato l’ormai ex foyer della sala Scarlatti.
«Il Conservatorio di San Pietro a Majella è il luogo più sacro dei conservatori nel mondo e dentro ci sono meraviglie che tutto il mondo vorrebbe avere. Non so se questo lo sappiano i nostri governanti, ma se lo sanno e non fanno nulla per valorizzare questa istituzione calpestata e dimenticata vuol dire che la situazione in Italia è senza speranza. Il governo deve prendersi cura di questo posto, che egregiamente rappresenta la cultura della nostra terra. Deve far sì che questo non sia un luogo di sofferenza per chi ci studia e chi ci insegna. Da qualche anno dirigo la Chicago Symphony Orchestra. Ebbene, se in America esistesse un luogo in cui fosse custodito un decimo dei tesori che sono custoditi a San Pietro a Majella, quel luogo riceverebbe il massimo delle attenzioni. Tutti ne avrebbero il massimo rispetto, tutto il mondo ne sarebbe a conoscenza». Queste le parole di indignazione per come il più nobile dei conservatori d’Italia, quello che ha racchiuso in una sola istituzione i primi quattro istituti di istruzione per orfani, quello che ha dato il nome agli istituti di didattica musicale del mondo, sia trascurato dalle politiche governative centrali.
Se il Conservatorio piange, il San Carlo non ride, insieme a molti teatri italiani (La Scala a parte). E per protestare contro il Decreto Valore Cultura e denunciare i problemi occupazionali e retributivi, i lavoratori del Massimo napoletano hanno offerto uno splendido concerto gratuito nella basilica di San Ferdinando, dove sono stati proposti brani e letture didattiche della gloriosa Scuola Musicale Napoletana del Settecento che cambiò la musica in Europa. L’esibizione (piccolo contributo video in basso) ha regalato inizialmente una chicca molto suggestiva ed emozionante: l’esecuzione dell’introduzione dell’Achille in Sciro di Domenico Sarro e Pietro Metastasio, Opera data al San Carlo la sera del 4 ottobre 1737, data di inaugurazione del Real Teatro. All’evento ha presenziato il sindaco De Magistris, sostenitore delle ragioni delle maestranze sancarline. Al termine, il corista Sergio Valentino, all’altare, ha pronunciato il secondo messaggio di denuncia della giornata:
«Permetteteci di dire che Napoli è una città che produce una cultura imperitura da tre millenni e quello che sta accadendo da anni non la piegherà. Napoli è stata, è, e sarà sempre la città colta che l’Europa intellettuale conosce».
Renzi, il Sud e i Beni Culturali orfani di Bray
ecco perché l’apprezzato ministro uscente del MiBAC è stato silurato
Angelo Forgione – L’incoronazione di Renzi, terzo premier consecutivo senza maggioranza eletta, non ha entusiasmato affatto chi ha criticato l’assenza nel suo intervento di riferimenti al Mezzogiorno durante la replica al Senato per la fiducia. La questione meridionale continua ad essere ignorata dall’agenda politica nazionale, ma Renzi ha risposto così: «erano meglio gli impegni verbali e i disimpegni sostanziali degli ultimi decenni, le parole in libertà?», che può avere due interpretazioni: o questo Governo non fa proclami per passare ai fatti oppure, sapendo di non voler fare i fatti, preferisce non parlare del Sud.
Brutti segnali sono arrivati dal totoministro ai Beni Culturali. In quel Dicastero, da più parti è stata chiesta la riconferma di Massimo Bray, promosso cum laude. Un vero e proprio plebiscito sui social network per il ministro uscente, sostituito per logiche partitiche da Dario Franceschini, proprio colui che Renzi aveva definito “il vice-disastro” quando questi, nel 2009, era stato eletto segretario del PD.
Bray è già rimpianto per l’autentica passione dimostrata e per i passi compiuti, cercando di riportare la cultura al centro delle politiche del Paese e puntando a cambiamenti sostanziali senza troppo chiasso ma instaurando un rapporto più vicino ai cittadini, ringraziati nel suo commosso commiato. Ha interrotto la disastrosa serie di Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi, parlando del patrimonio umiliato, ma è stato messo da parte nonostante abbia evitato che Pompei finisse in mani inaffidabili, abbia rimesso in vetrina i Bronzi di Riace, abbia mantenuto la promessa di ricomprare la Reggia di Carditello (e ora?), e abbia fatto qualcosa di significativo in tutto l’arco del suo operato. È stato proprio questo il freno di una persona fattiva che ha trovato opposizione da parte dei “vertici” a ogni tentativo di riorganizzazione radicale del suo Ministero. Un nuovo mandato avrebbe probabilmente permesso a Bray di proseguire in direzione di una vera e necessaria riforma, altro motivo per cui era caldeggiata la sua riconferma. Lui ha parlato di tutto il patrimonio nazionale e si è interessato finalmente anche a quello del Sud. Infine, fatto non trascurabile, è andato in Rai a parlare di intelligenza dei Borbone (clicca qui), dimostrando di essersi immerso senza pregiudizi nella grande storia del Sud e di volerla valorizzare rivisitandola. Anche questo ha pagato chi ora, insieme a tutti i suoi sostenitori, deve confidare nella buona sorte dei nostri monumenti, affidati a Franceschini, il “vice-disastro”.
Sgarbi shock: «denapoletanizzare Pompei»
Il critico d’arte smonterebbe le rovine per rimontarle altrove
Angelo Forgione – In un’intervista a Il Giornale, e poi in varie radio, Vittorio Sgarbi ha parlato dello stato di abbandono e degrado in cui versa Pompei, proponendo una “denapolenatizzazione” del sito archeologico per sottrarlo ai problemi del Sud e trasformarlo poi in un club Mediterranée. Il critico d’arte vorrebbe portare idealmente gli scavi al Nord, diversamente da quanto detto da un altro critico d’arte, quel Philippe Daverio, meno fumoso e più concreto, che, al contrario, ha chiesto di sottrarre Pompei all’inadeguata e fallimentare Italia perché se ne occupi l’Europa. Sgarbi è ben cosciente che le antiche città romane ci sono perché la lungimiranza dell’antico governo borbonico del Sud le riportò alla luce e che, finché era il Sud ad occuparsene autonomamente, erano in continua evoluzione. Sgarbi non può dimenticare che Pompei non è sotto l’egida della Regione Campania ma sotto quella dello Stato italiano che ha clamorosamente fallito, e non solo sotto al Vesuvio. E allora, Pompei non è da denapoletanizzare ma, semmai, da deitalianizzare. Napoli ha indicato la via della cultura all’Europa e sono state le classi dirigenti dell’Italia unita, figlie delle ideologie politiche sorte a inizio Ottocento, a spegnere la cultura della città di Giambattista Vico, padre dell’Illuminismo napoletano, italiano ed europeo. A Napoli, che assorbe simili attacchi da più di un secolo, tocca sopravvivere al moderno torpore della cultura, ad un sistema italiano che sta consegnando i suoi monumenti unici alla rovina. È Napoli che è sotto denapoletanizzazione (in Made in Naples dedico l’ultimo significativo paragrafo proprio a questo processo), nel senso che è costretta a perderà lentamente la sua identità, e non è certo la città partenopea, comunque uno dei pochi centri di grande cultura del Paese, a spegnere la cultura italiana… per cui non c’è più attenzione e rispetto. Proprio Sgarbi, qualche tempo fa, ebbe a dire in tv che i fermenti culturali di Napoli sono superiori a quelli di Milano. «Napoli vive, Milano muore… smettiamola di dire che Milano è la capitale, è la capitale del c…o, del nulla», disse il critico d’arte a L’Ultimaparola. E allora voglio sperare che per Pompei denapoletanizzata abbia voluto intenderla sottratta alla morte culturale che l’Italia sta imponendo soprattutto al Sud. Sposo comunque la forma di denuncia di Philippe Daverio, corretta e ineccepibile.
minuto 2:25
Enrico Letta l’illuminato e quel dibattito meridionalista
Angelo Forgione – In un Paese dove ogni decisione è presa dall’alta politica e non dal popolo che non ha più il potere sovrano, il rieletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incaricato il 46enne Enrico Letta a ricoprire il ruolo di premier. Il vicesegretario del Partito democratico, membro come Monti di Bilderberg e componente del comitato esecutivo dell’Aspen Institute Italia (un’organizzazione americana finanziata anche dalla Rockefeller Brothers Fund, che si pone come obiettivo quello di incoraggiare le leadership illuminate), ha accettato con riserva di formare un governo di larghe intese. E promette un esecutivo “di servizio” che dia risposta alle emergenze.
In occasione di questo incarico, propongo l’intervento di Letta durante la presentazione del libro Domani a Mezzogiorno di Gianni Pittella del 29 Aprile 2010. In un dibattito meridionalista (in cui partecipò anche Marco Esposito, attuale assessore allo sviluppo del Comune di Napoli), il neo-presidente del Consiglio snocciolò le sue idee sul Sud arretrato che necessita di una classe dirigente adeguata. Concordo… sulle chiacchiere. Perchè tali restano, insieme a tutti i bei discorsi.
Per ascoltare, cliccare qui e premere il tasto play sul quinto intervento
Alluvione Sarno, dopo 14 anni ancora errori
soldi sprecati per fare ciò che già fecero i Borbone
Angelo Forgione – Ne avevo parlato con Paolo Villaggio su Radio Marte per rispondere personalmente alle sue gravi inesattezze pronunciate in occasione dell’alluvione di Genova. Ho più volte evidenziato i tanti interventi d’ingegneria borbonica e del relativo piano organico per il governo del territorio attuato per evitare catastrofi come quelle verificatesi invece negli ultimi anni. In questi giorni il TGR Campania ha monitorato gli interventi attuati a Sarno dopo la tragica frana del 1998, frutto dell’incuria e del mancato rispetto dei più elementari criteri di sicurezza ambientale. Quel giorno il costone della montagna si staccò travolgendo il paese. 160 persone persero la vita, altre centinaia rimasero ferite e quasi 200 abitazioni vennero distrutte o danneggiate.
Quella catastrofe si sarebbe evitata se solo si fosse seguita una manutenzione dei canali di drenaggio, ostruiti da rifiuti urbani, che avrebbero dovuto assorbire parte dell’enorme massa d’acqua caduta. Quei canali esistono da secoli e furono fatti proprio in epoca borbonica, come le complementari vasche di contenimento delle acque reflue.
A distanza di dodici anni, e dopo quell’immane tragedia, a Sarno si continuano a sprecare soldi e la prevenzione non è un esempio da seguire perchè, invece di ripulire l’intero sistema borbonico di scolo esistenze, si sono spesi, e quindi sprecati, soldi per fare nuove vasche.
E allora, è la cultura borbonica meridionale o la cultura italiana ad essere piaga?
Il registro dei tumori? il nuovo sito-web della Regione costa il doppio!
Si è svolta oggi la catena umana davanti l’istituto oncologico “Pascale” di Napoli per protestare contro la manovra ostruzionistica del Consiglio dei Ministri che ha impugnato il Registro dei Tumori della Campania. Centinaia di persone hanno gridato slogan contro la politica locale e nazionale, anche se già dalla mattinata si era appreso che il governatore Caldoro avrebbe intenzione di intervenire immediatamente con un decreto commissariale di aggiramento. Insomma, un braccio di ferro tra Regione e Governo.
Ma spunta il paradosso. La stessa Regione Campania è oggetto di rifacimento del proprio sito ufficiale. Un supersito d’oro inizialmente valutato 4 milioni dalla DigitCampania, una società multimediale di proprietà della stessa Regione Campania. Invece costerà “solo” 2,8 milioni di euro, compresi tre anni di gestione e aggiornamento. Siamo dunque all’assurdo: il nuovo sito della Regione Campania, già disponibile in versione “beta”, costa praticamente il doppio del Registro dei Tumori che viene considerato troppo costoso dal Governo, in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario. Per la comunicazione si può spendere e per la vita no?
(foto Valeria Girimonte)
Il Governo esclude il Sud dai crediti alle imprese
Il Governo esclude il Sud dai crediti alle imprese
Dura protesta di Caldoro e Graziano
«È un crimine!». Così il governatore della Campania Stefano Caldoro ha definito il decreto che, in un momento di fortissima crisi, ha escluso Campania, Lazio, Sicilia, Calabria, Abruzzo e Molise dai crediti alle imprese asfissiate dai debiti delle pubbliche amministrazioni, escludendo le Regioni sottoposte a piano di rientro dal deficit della sanità. Stesso allarme dal presidente degli industriali di Napoli Paolo Graziano che definisce il decreto «discriminatorio, vessatorio e sprezzante». «Le aziende creditrici – ha detto Graziano – porteranno i libri in tribunale e manderanno a casa i dipendenti».
E poi ci si lamenta dei fischi all’inno nazionale.
“Art News” su Pompei
“Art News” su Pompei
La rubrica “Art News” della Rai ha dedicato il 28 Aprile uno speciale su Pompei, la sua storia e le sue prospettive future. Si parte dalla sintesi della storia degli scavi supportata dal preciso racconto storico di Nicola Spinosa (con qualche piccola inesattezza dello speaker che attribuisce gli scavi al re di Spagna Carlo III mentre i lavori furono avviati da quel re quando era Carlo VII re di Napoli) passando per l’illustrazione degli scavi di Luciana Jacobelli, per concludere con il progetto di salvaguardia della città antica illustrato dal governo Monti con l’investimento di 105 milioni di fondi europei che se serviranno a tamponare la forte criticità attuale non la scongiureranno del tutto poichè la cifra è pari ad un terzo di quella stimata per la soluzione del problema.
Finale a sorpresa, tutto da vedere.





