Ferdinando di Borbone? Non meno istruito e intelligente di Carlo (e meno bigotto)

Angelo ForgioneFerdinando di Borbone, venuto fuori dalle abili scalpellate di Antonio Canova, vi accoglie salutandovi nello scalone del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il più importante d’Occidente nel settore e il primo realizzato nell’Europa continentale, voluto proprio da lui stesso in carne ed ossa, nel secondo Settecento. Ma come? Un museo così importante voluto da uno zotico sovrano, un perdigiorno donnaiolo? Perché questa è la classica narrazione, assai banalizzata, risibile e parziale, che la storiografia ufficiale di matrice risorgimentale ci propone del secondo sovrano borbonico di Napoli. Lo si racconta profondamente ignorante, e non è che fosse assai acculturato, certo, ma a giudicare da quel che si legge qua e là pare che il suo celebratissimo genitore, Carlo di Borbone, fosse più istruito di lui, e nessuno si azzarda a dire che non lo fu affatto, e che piuttosto era anche molto più superstizioso e bigotto.

Ferdinando, per esempio, non cancellò nulla di ciò che creò, neanche quando arrivarono gli invasori francesi, a differenza di Carlo, che non esitò a far distruggere la Real Fabbrica di Capodimonte prima di andarsene a Madrid per impedire al figlio di proseguire le pregiate produzioni di porcellana, salvo poi scoprire che l’erede le aveva rimesse in piedi. Lo stesso Carlo che fece sterminare i gatti di Procida, per impedire loro di attentare alla vita dei fagiani della riserva di caccia isolana, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alla rivolta dei procidani per la conseguente proliferazione di topi.

Il diplomatico milanese Giuseppe Gorani scrisse nelle sue memorie così:

“Non solo Carlo III di Spagna non è più istruito del re di Napoli (Ferdinando), pur avendo ricevuta un’educazione meno cattiva, ma lo supera nei pregiudizi, e si rende ridicolo pretendendo d’essere sapiente”.

Ferdinando fece quanto Carlo per accrescere il prestigio di Napoli, e gli uomini del suo tempo glielo riconobbero serenamente. Il suo contemporaneo Goethe, autorevole osservatore tedesco, sapendo che la sua propensione ad uscire dalle stanze reali era dettata da un’educazione ricevuta per rafforzare in gioventù una salute incerta, ne tracciò un profilo veritiero nella biografia del pittore di corte Jacob Philipp Hackert:

“Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. (…) Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si dà pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velocemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambiare pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa”.

Chiedetevi perché Canova lo raffigurò neoclassicamente in certi panni che lui non indossò mai. Erano le vesti di Minerva, divinità della saggezza e delle arti. Ma come? La saggezza e la arti incarnate da un sovrano ignorante? Suvvia. Peccato che non si possa chiedere direttamente proprio a Canova, il quale vi direbbe di essere stato profondamente felice di avere in un territorio d’Italia un sovrano protettore delle arti. E già, perché questo Re molto napoletano, pur nella sua indole poco incline all’etichetta e nella sua insufficiente istruzione, fu artefice dell’atto culturale più significativo del secondo Settecento facendo costruire proprio il Real Museo, dove fece raggruppare tutti i tesori di famiglia, partendo dai preziosi reperti vesuviani, ai quali tolse la proprietà privata per donarli a Napoli.
In quel museo vi fece trasferire anche le preziosità scultoree dei Farnese, ereditate dalla nonna Elisabetta insieme a quelle pittoriche e oggettistiche già raccolte a Capodimonte, prelevando le imponenti statue da Roma per farle giungere via Tevere e mare a Napoli, amplificando enormemente il richiamo della Città. Chissà oggi dove sarebbe tutta quella ricchezza, se egli non fosse stato così lungimirante come il padre, e innamorato più del padre della sua città.
Ma Ferdinando fece altro ancora: esentò la ricca committenza privata napolitana dai dazi doganali affinché facesse lavorare gli artisti residenti oltreconfine e arricchisse i nobili palazzi della Capitale con importanti opere d’arte, proprio a partire da quelle di Canova.

Fu inoltre vero stimolatore di una rivoluzione agricola di cui beneficiamo tutti noi oggi, tra produzione di pasta di grano duro, coltivazione di pomodoro lungo, lavorazione della mozzarella di bufala, protezione della vitivinicoltura e tanto altro ancora, e se le abitudini alimentari napoletane sono così peculiari e “nazionali” è soprattutto grazie a lui, che fece da congiunzione tra la abitudini del popolo e quelle dell’aristocrazia.
Sviluppò l’artigianato di qualità, a partire da quello serico di San Leucio, e pur essendo cattolico superò le superstizioni del tempo circa i primissimi vaccini contro il terribile vaiolo (altro che Covid!), fregandosene degli iniziali anatemi della Chiesa e dello stesso cattolicissimo e bigotto padre per sottoporre se stesso e la sua famiglia a un pioneristico e rischioso esperimento di immunizzazione, la variolizzazione, al quale, dopo qualche anno, fece seguire l’avvio della prima vaccinazione di massa in Italia, resa obbligatoria per i bambini.

La verità è che Ferdinando fu decisivo quanto Carlo per la crescita del prestigio di Napoli e per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. E se lo si racconta come non si fa per il padre è perché paga nella reputazione le teste tagliate dopo la repressione della Repubblica partenopea del 1799, la propensione al diletto più che alla vita a corte e un trono perso e riconquistato più volte a cavallo della Rivoluzione francese e degli sconvolgimenti napoleonici.
Paga anche il fatto che era napoletano, e parlava napoletano, mentre il padre era madrileno di madre parmigiana. E non era piemontese come Vittorio Emanuele II, vero zotico senza alcuna sensibilità artistica ma di esclusiva cultura militare sabauda, volgare e rozzo sovrano della prima Italia unita, i cui uomini fecero occultare la preziosa statua di Canova al museo di Napoli. Tornò al suo posto solo negli anni Ottanta, quando il sovrintendente dell’epoca si mise in testa di rimettere a posto i conti con la storia.

Una nuova statua dedicata a Ferdinando di Borbone troneggia da oggi sulla rotonda che prelude alla strada che conduce al Real sito di San Leucio. Canova non c’entra nulla, ovviamente. È opera dell’artista don Battista Marcello, non bellissima, ma poco male. Conta che racconti la storia del territorio leuciano, nonché la lungimiranza e l’eccezionalità dello “Statuto di San Leucio”. E conta che, nonostante le resistenze e i mal di pancia di certi ambienti elitari, si proceda nel solco dell’attribuzione dei giusti meriti spettanti a questo sovrano assai bistrattato dai risorgimentalisti, quantunque sia stato figura fondamentale, quanto il padre [Carlo], per il progresso del popolo napoletano e non solo, almeno fino ai tragici e controversi fatti del 1799.


Per approfondimenti: Napoli svelata (Magenes, 2022), Napoli Capitale Morale (Magenes, 2017), Made in Naples (Magenes, 2013) e Il Re di Napoli (Magenes, 2019).

Un 10 maggio emozionante con “Napoli svelata”

È stato un 10 maggio davvero indimenticabile a La Feltrinelli di Napoli. Due compagni di altissimo profilo umano a tenere messa al mio fianco, tanti amici affettuosi e insostituibili, tanti lettori appassionati e un’energia speciale che si tagliava a fette.
La mia quinta “prima”, indimenticabile come quella d’esordio di nove anni fa, nello stesso posto e con qualcuno che negli anni non se n’è persa una. Una serata che non dimenticherò mai per le tante emozioni avvertite, qualcuna davvero “oltre”, prolungata fino a notte fonda, quando le tante parole sull’amata Napoli prodotto da me e dai preziosissimi Maurizio De Giovanni e Domenico Sepe erano già consegnate da diverse ore all’archivio della mia, spero, dignitosa storia di scrittore saggista.
Manca una foto, la più importante: quella della platea. Eravate tanti.
Tutto perfetto. Il mio cuore vi dice un solo immenso “grazie!”.

Ph: Adriano Pastore

“Napoli svelata” a La Feltrinelli di Napoli

Il 10 maggio del 1734, alle ore 15.30 circa, Carlo di Borbone giunse a Napoli da Aversa. La città tornò ad essere capitale di un regno autonomo. Il nuovo re smontò da cavallo nella zona di Portacapuana, dove si accomodò su un baldacchino per essere benedetto al canto del Te Deum da alcuni frati. Poi pranzò, si riposò e alle 19 fu accompagnato al Duomo per la benedizione del cardinale Pignatelli ai piedi di San Gennaro, al quale fece omaggio di una preziosa croce di rubini. Compiuta la cerimonia, il sovrano raggiunse a cavallo il suo nuovo alloggio a Palazzo Reale.
NAPOLI CAPITALE

Il 10 maggio del 1987, alle ore 17:47, fu fischiata la fine della partita di calcio Napoli-Fiorentina. Il Napoli divenne Campione d’Italia, ed iniziò la più pazza festa per uno scudetto nella storia del calcio italiano. La città divenne un solo mare azzurro. La maglia azzurra numero 10 si fissò per sempre nel 10 maggio quale numero predestinato a guidare alla vittoria non solo una squadra ma un intero popolo, guidato da suo re, simbolo di una festa che durò per giorni nelle strade della città.
NAPOLI CAMPIONE

Il 10 maggio del 2022, alle ore 18.30, a La Feltrinelli di Napoli, presento “Napoli svelata”, il mio nuovo libro, con Maurizio De Giovanni e Domenico Sepe. Quale data migliore?
NAPOLI SVELATA


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Napoli, la capitale del sorbetto e del gelato

Giacomo Leopardi mangia un gelato a Napoli – tratto dal film “Il giovane favoloso” di Mario Martone

Angelo Forgione  Qualcuno sostiene che il gelato sia nato a Firenze, nel Cinquecento. Eppure i sorbettieri fiorentini, nell’Ottocento, non conquistarono Giacomo Leopardi come quelli napoletani. Il disadattato poeta marchigiano si sentì a suo agio solo seduto a trangugiare avidamente quantità spropositate di specialità ghiacciate di Napoli. Il suo sorbettiere preferito, don Vito Pinto, era all’angolo tra il largo della Carità e la strada di Toledo. Il suo amico Ranieri, in vecchiaia, scrisse che l’arte sorbettiera napoletana era stato il principale motivo per cui non volle allontanarsi da Napoli. Giacomo era davvero avido di sorbetti, spumoni, coviglie e pezzi duri (ghiaccioli ante-litteram) che, insieme alle limonate ghiacciate, rendevano Napoli famosa come la città dei “gelati sorbetti”, e sin dal Seicento. Una città affollatissima in cui si consumavano cibi e bevande ghiacciate in gran quantità, quando non esistevano macchine del ghiaccio e macchinari moderni di refrigerazioni. Ma per Napoli capitale tutto questo non era un problema perché esisteva una vera e propria economia del freddo che stupiva tutti i viaggiatori del Grand Tour già dal Settecento. A quel tempo, i medici sconsigliavano il consumo di bevande fredde, mentre Filippo Baldini, professore di Medicina presso la Regia Università di Napoli e medico di corte, diede alle stampe il trattato De’ Sorbetti, primo libro scientifico in cui furono esaltate le proprietà benefiche di alimenti ghiacciati.

Nel 1840, il viaggiatore tedesco Carlo Augusto Mayer scrisse nel suo diario Neapel und die Neapolitaner:
“(…) in nessun luogo si fanno gelati così eccellenti e a buon mercato come a Napoli. D’estate e d’inverno se ne fanno di tutti i frutti, o più liquidi in bicchieri, o più solidi in pezzi rotondi; oppure – e questo è il trionfo dell’arte – simili a una spuma”.

Il primo moderno trattato di Gelateria, pubblicato nel 1911, è del perugino Giuseppe Enrico Grifoni, artigiano che apprese i segreti del mestiere a Napoli e poi aprì una gelateria a Bologna. Giosuè Carducci lo soprannominò “il napoletano di Bologna”, anche se di napoletano non aveva nulla, a parte l’arte del gelatiere.

Un’altra storia da conoscere tra le tante di una fattivissima città in cui la neve, tra il Seicento e l’Ottocento, era un bene di prima necessità come il pane. Stupiti? Lo sarete completamente scoprendo, se vorrete, come ce la si procurava in uno dei 15 capitoli di Napoli svelata, quello dedicato alla storia del gelato e dalla rinomata gelateria artigianale napoletana.

A Procida per il CompraSud Festival

Appuntamento a Procida2022, sabato 23, per un escursus storico sull’alimentazione napoletana al CompraSud, la kermesse culturale ed enogastronomica di Procida Sud Festival che, partendo dalle eccellenze dell’Italia meridionale, abbraccia i Sud del mondo.

Ore 18, chiesa di Sant’Antonio da Padova, via IV novembre.

#LaCulturaNonIsola

Il Lacryma Christi del Vesuvio, per secoli il più famoso dei vini italici

Angelo Forgione  L’antichissimo Lacryma Christi del Vesuvio, uno dei vini italiani più antichi, figlio della Campania Felix, una terra che in epoca romana, partendo dal Falerno, rappresentava il meglio della produzione del mondo allora conosciuto. Ma il bianco e rosso Lacryma Christi, per secoli, è stato anche il vino italiano più famoso nel mondo, e fino al periodo delle guerre del Novecento.

I vini campani, siciliani e calabresi, erano avanti, per qualità, ai piemontesi, ai veneti e ai toscani.
Fu esattamente nella Napoli capitale borbonica che, nel 1833, nacque l’industria italiana del miglioramento dei vini. Nel 1854, sul volume Studii di Statistica etnografica, civile, agraria, industriale e marittima sull’Italia, pubblicato a Torino, circa i prodotti chimici, era così evidenziato:

“Napoli è sopra le altre parti di Italia privilegiata per l’eccellente qualità delle sue uve; e tutti conoscono la bontà dei vini del Vesuvio, di Miseno, di Procida, di Capri. (…) Sarebbe però necessario che si studiasse meglio la questione sul modo di potere rendere navigabili tutti i migliori vini del Regno, i quali poi insieme al Marsala ed al Lacryma Christi potrebbero facilmente surrogare negli splendidi conviti i più ricercati vini di Francia e di Spagna.”

A Unità compiuta, nelle esposizioni internazionali, a farsi onore erano soprattutto i vini campani, e ancora nel 1898, in Rivista politica e letteraria del 1 luglio 1898, relativamente all’Esposizione di Viticoltura, enologia ed industrie affini in Asti, si leggeva:

“I vini siciliani sono, con il Lacryma-Christi, i veri diamanti della corona enologica dell’Italia.”

Qualcosa è successo dopo, e attiene alla Questione meridionale. Cosa? Lo racconto dettagliatamente e documentatamente in Napoli svelata, senza omettere di evidenziare la rincorsa dei vini meridionali e il loro progresso qualitativo con cui si sta riducendo sempre più il vantaggio dei vini settentrionali acquisito nel Novecento. Ottenute dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Sardegna, le bottiglie del Sud guadagnano sempre più gradimento nel mondo.
E se in epoca romana il meglio dei vini era prodotto in Campania, oggi si fa strada un’eredità importante incarnata dal pregiatissimo irpino di Taurasi da nobile e longeva vite aglianica, quello che tra i campani invecchia più a lungo e meglio.


Ci vediamo a maggio al complesso di San Domenico Maggiore, nel cuore di Napoli, per valorizzare la storia dei vini vesuviani, flegrei e e campani (info prossimamente), ma per ora, se vi piace la lettura e volete scoprire la questione meridionale del vino, aprite Napoli svelata.

Napoli senza voce, ma non tace

Angelo Forgione  «La Gazzetta dello Sport è sempre stata il giornale di Juve, Inter e Milan ed è sempre stata contro il Napoli… i giornalisti del Nord mi odiano, il Nord odia il Sud dai tempi del Conte di Cavour».
Così disse, senza peli sulla lingua, Aurelio De Laurentiis in diretta nazionale qualche tempo fa, scatenando un autentico putiferio.

Nei giorni scorsi, Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta, ha onestamente ammesso che il principale quotidiano sportivo nazionale – ripeto, nazionale – risponde principalmente alle tifoserie di Milan, Inter e Juve, che rappresentano il core-business di riferimento, e l’informazione propone soprattutto ciò che è a loro gradito, come, ad esempio, un like dato da Zaniolo a un post di Vlahovic finito in prima pagina, o come il furto della Panda di Spalletti ma non altri reati predatori in altre città. Fino al caso-non-caso Osimhen alla vigilia di una trasferta delicata del Napoli a Bergamo.
Nessuna novità, non siamo nati ieri, e però è legittimo il sospetto che De Laurentiis avesse ragione a gridare il suo sfogo.

Eugenia Saporito ha perciò messo in piedi un animatissimo ma garbato dibattito in diretta sull’argomento, ospitando Paolo De Paola, napoletano di nascita, ex vicedirettore della Gazzetta e poi direttore di Tuttosport, anch’esso quotidiano nazionale anche più aderente alla specifica utenza di Juventus e Torino, per un confronto con Maurizio Zaccone e chi scrive, moderato assieme a Umberto Chiariello e sintetizzato nel video per racchiudere in pochi minuti le due ore di talk.

Con un’informazione condizionata non solo nello sport dalle esigenze dei lettori di riferimento e dalle pressioni degli editori, Napoli senza voce combatte una battaglia mediatica ad armi impari contro il Nord, ma, come si capirà ascoltando l’interessantissimo dibattito, senza tacere.

Sintesi della presentazione di NAPOLI SVELATA a La Radiazza (Radio Marte) con Gianni Simioli.

Due chiacchiere con Mariù Adamo su NAPOLI SVELATA a MattinaLive, negli studi di Canale 8.

La copertina svelata di “Napoli Svelata”

Angelo Forgione – Sì, per la copertina del mio nuovo libro Napoli Svelata ho scelto proprio le Chiavi della Città di Napoli, simbolo di apertura di uno scrigno di Cultura e Civiltà che fa parlare di sé da secoli. Uno scrigno in cui non si finisce mai di trovare avvenimenti interessanti, di scovare insospettabili espressioni di un eclissato universalismo.
Ho scelto questo simbolico oggetto perché un libro che svela è un libro che apre la mente.

Le due chiavi dorate, realizzate all’inizio dell’Ottocento, sono oggi esposte in un quadro-medagliere al secondo piano di Palazzo San Giacomo, antico Palazzo dei ministeri borbonici e oggi Municipio.

Spicca il Corsiero del Sole, il “cavallo sfrenato”, da me rappresentato in posizione ancor più rampante, più fedele a quello che, in quanto simbolo dello scalciante e indomito popolo napoletano, è emblema della Città dal XIII secolo e di tutti i territori peninsulari del Regno delle Due Sicilie, cioè del Regno di Napoli. Racchiuso nell’anello, è delimitato da una ghirlanda di foglie di quercia (forza e resistenza) e di alloro (sapienza e gloria) su cui troneggia una corona reale, quella dell’unico regno europeo che ha portato il nome della sua capitale.
L’attaccatura dell’anello al gambo è a forma di scudo (e speriamo che porti bene!), sul quale è inciso, in lettere corsive intrecciate, il monogramma CDN, (Città di Napoli), sintetizzato nella traduzione grafica con una semplice enne neoclassica, la stessa del titolo, a comunicare un periodo in cui Napoli capitale ha sconvolto il mondo riscoprendo il gusto classico con gli epocali scavi vesuviani.
Lo sfondo non ha bisogno di spiegazioni. È un panorama conosciuto dal mondo intero.