500 anni fa la scoperta del pomodoro

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Angelo Forgione Il 21 aprile 1519, giorno di giovedì Santo pasquale, undici caracche gettarono le ancore sulle coste orientali dell’Impero azteco, l’attuale Messico. A bordo più di seicento uomini della Corona spagnola al comando di Hernán Cortés, il condottiero al quale Carlo V di Spagna affidò la missione di percorrere i territori mesoamericani.

Il giorno seguente, 22 aprile, Cortés e i suoi sbarcarono dalle loro navi, ben accolti dagli ambasciatori dell’imperatore Montezuma II, il quale credeva che gli spagnoli fossero inviati dal dio Quetzalcoatl.

La domenica di Pasqua, 24 aprile, dopo avere messo in piedi una Messa solenne, Cortés invitò a cena gli uomini di Montezuma II a bordo della sua nave. Durante il pasto, gli aztechi cosparsero sul cibo del sangue umano fresco, raccolto in uno dei macabri sacrifici tipici della loro religione. Gli spagnoli, inorriditi, capirono le grette credenze dalle popolazioni locali, che però avevano una civiltà piuttosto avanzata dal punto di vista dell’arte, dell’architettura e dell’agricoltura. Coltivavano anche lo sconosciuto xitomatl, il pomodoro, e gli iberici lo videro per la prima volta sette mesi dopo, una volta giunti a Tenochtitlán, la capitale, che avrebbero conquistato, raso al suolo e rifondato col nome di Città del Messico.
Cortés raccontò nei suoi diari di non aver mai visto una città più grande ed efficiente, quando solo Napoli, Parigi e Costantinopoli, in Europa, erano ugualmente sviluppate. Lì, gli spagnoli videro tondi frutti di xitomatl di diversa grandezza in vendita al mercato della vicina Tlatelolco. Se ne cibarono anch’essi per ristorarsi durante le operazioni di sottomissione dei popoli indigeni, assimilandone i liquidi per combattere il torrido clima subtropicale. Ma in Spagna non seppero della commestibilità del pomodoro quando lo portarono nel 1540, perché le cronache dal Messico furono censurate per le forti critiche al disordine sociale causato dall’invasione.

Da Siviglia, el tomate giunse nella spagnola Napoli del viceré don Pedro de Toledo, che lo fece conoscere al suocero Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze e sposo della quintogenita Eleonora. Così iniziò la diffusione nei torritori italiani.

Furono proprio i Napolitani, dopo gli Inca e gli Aztechi, a capire che quel frutto tondo non era tossico, come inizialmente creduto. Il consumo iniziò tra i meno abbienti, almeno dal periodo immediatamente successivo alla terribile peste del 1656, causa di una spaventosa contrazione demografica ed economica della città, affamata dai nobili napoletani che approfittavano della dipendenza da Madrid per lucrare sulle gabelle applicate ai generi alimentari.

Per il pomodoro lungo bisognò aspettare il secondo Settecento. E fu vera e propria rivoluzione alimentare.

per approfondimenti: Il Re di Napoli (Angelo Forgione, Magenes 2019)

Il dolce della resurrezione con l’iniziale di Cristo da Napoli all’Italia

Angelo Forgione I greci ortodossi, per celebrare i defunti, preparano un dolce con ingredienti ricchi di simbologia e a base di grano, che è metafora della resurrezione. Si chiama Kolliva, ed è mangiar sacro, esattamente come la Pastiera napoletana, anch’essa altamente simbolica e granosa.
Greca è Napoli, e nei conventi di quella che era stata l’antica Neapolis, nel Cinquecento, prese vita il dolce della resurrezione con la Croce di Cristo, la lettera greca ‘χ’, che si legge kh, incipit di “Khristòs”.
Sono passati secoli, e i notiziari nazionali avvertono: la Pastiera napoletana ha definitivamente conquistato l’Italia.
Già la più ricercata delle ricette italiane su Google nel 2018 era stata quella della tonda e profumata torta partenopea di grano, ormai il ritocco dolce più desiderato della Pasqua. Niente di industriale, tutta bontà che esplode nelle case e nelle pasticcerie, a Napoli da secoli, pure in versione rustica, e ora anche altrove.
È un’eruzione artigianale di bontà. È una resurrezione sacra di Primavera. È un altro dono di un popolo che non invade ma conquista, elargendo e deliziando.
Buona rinascita a tutti.

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Bruciore profondo

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Angelo Forgione – Brucia Notre Dame. Un inferno doloroso, riconducibile alle cronache europee del 12 febbraio 1816, la notte in cui, ad addolorare il Continente fu il disastroso incendio del Real Teatro di San Carlo a Napoli, il tempio del melodramma, che da circa ottant’anni era il riferimento internazionale della grande passione del tempo, l’Opera.
In meno di due ore la sala interna andò completamente perduta. Le fiamme erano scaturite da qualche lucerna e si erano velocemente propagate sulle ali del vento di una serata illuminata dalla luna. Crepitii e grida dei presenti, travi di legno incandescenti e pendenti, crolli di muri, fumo e fiamme visibili da ogni punto della città. L’intervento tempestivo dei “travagliatori” e dei soldati borbonici riuscì a evitare che le fiamme si propagassero alla magnifica facciata neoclassica, rifatta solo qualche anno prima dall’architetto Antonio Niccolini. Senza né televisione né radio, con lentezza giunse all’estero la notizia attraverso la diffusione delle tristi cronache provenienti dalla capitale continentale della Musica. Quello che oggi fanno gli obiettivi fotografici e televisivi lo fecero gli artisti che si affrettarono a immortalare il tragico evento con tele, pennelli e tavolozze. Senza Salvatore Fergola e Luigi Gentile nessuno avrebbe potuto “vedere” quelle scene.

Sull’Europa di Napoleone era da poco calato il sipario e la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna aveva recentemente riportato Ferdinando di Borbone sul trono di Napoli. Ecco perché il popolo napoletano, in preda allo sconforto, accusò i giacobini di essersi vendicati colpendo il simbolo internazionale della città, un po’ come oggi si accusano i jihadisti per il rogo del simbolo cattolico di Parigi. Qualcuno sospettò di Domenico Barbaja, l’impresario del Real Teatro sopravvissuto al cambio di potere, pure proprietario dell’impresa edile che aveva rifatto la facciata.

Ferdinando di Borbone, a soli nove giorni dal rogo, formò una commissione composta da cinque importanti nobili, incaricati di sovrintendere, senza badare a spese, alla rinascita del tempio europeo dell’Opera, affinché superasse in bellezza se stesso e ogni teatro del mondo, anche il più giovane Teatro alla Scala di Milano. Per meriti acquisiti con i lavori per la facciata, il progetto e l’appalto dei lavori furono aggiudicati ancora a Niccolini e Barbaja.

In soli otto mesi il miracolo fu compiuto. Andò a verificarlo di persona Stendhal la sera dell’inaugurazione, il 12 gennaio 1817, quando in scena fu portato Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, melodramma allegorico composto espressamente per l’occasione, perché quel giorno fu davvero sognato da tutta Napoli. Alla vista dello scrittore si mostrò una straordinaria sala, completamente diversa da quella andata in fiamme: dal Barocco ormai démodé della precedente sala di Antonio Medrano al Neoclassico in voga di Antonio Niccolini. I suoi occhi, esperti di teatri francesi e italiani, rimasero sbarrati all’esperienza del ricostruito teatro:

“La prima impressione è d’esser piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. […] Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è come un colpo di Stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare; e Napoli è ubriaca di patriottismo. Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando: ha ricostruito il San Carlo, vi dicono, tanto semplice è l’arte di farsi amare dal popolo. Io stesso, quando penso alla meschinità e alla pudica povertà delle repubbliche che ho visitato, mi ritrovo completamente monarchico. […] Il raso azzurro, i fregi in oro, gli specchi sono distribuiti con un gusto di cui non ho visto l’eguale in nessun’altra parte d’Italia.”

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Grazie alla trasformazione stilistica, l’incendio del San Carlo non lasciò alcun rimpianto e segnò la mutazione classicheggiante del gusto architettonico occidentale che, partendo proprio da Napoli con gli scavi vesuviani, accompagnò le trasformazioni stilistiche tra Sette e Ottocento.
Se non vi fu rimpianto, anzi, se l’incendio fu occasione per fare del San Carlo un tempio ancor più bello è perché quello era un mondo in cui l’arte e la cultura in generale erano ancora in evoluzione. Al bello del Barocco superato fu possibile sostituire il bello del Neoclassico alla moda.

L’estetica costruttiva è finita con l’affermazione della società industriale ed è divenuta un nostalgico ricordo dopo la guerra, quando l’Europa, per ripudiare il Nazifascismo, ha optato delittuosamente e opportunisticamente per la semplice costruzione selvaggia, senza architettura e priva di ricerca stilistica del bello.
L’ultimo capolavoro per l’Umanità è la Sagrada Familia di Barcellona, ancora in lenta costruzione sui progetti ottocenteschi di Antonio Gaudì, l’ultimo architetto capace di rivisitare modernisticamente il passato e di lasciare una vera Eredità artistica al futuro.

Ecco perché il rogo di Notre Dame è evento drammatico. Quando brucia un capolavoro così antico, testimonianza di un passato e di una stratificazione d’arte irripetibile, brucia un pezzo di storia dell’umanità. Brucia il nostro miglior percorso fin qui. Brucia qualcosa che appartiene a tutti, non solo alla città che quel capolavoro rappresenta simbolicamente.
Se dopo le barbare devastazioni della guerra, nell’era industriale, è nata l’Unesco è perché ci siamo resi conto che il passato culturale andava necessariamente assicurato al futuro. Non possiamo permetterci di perdere nulla di così significativo perché non siamo più in grado di creare nulla di davvero significativo. E questo deve farci capire il valore umanitario di quel vituperato evo che ci ha dato Notre Dame e quel che questo tempo non riesce a stimolare. Guardino il cuore di Parigi in fiamme e riflettano sul moto emotivo collettivo tutti coloro che a sproposito usano la parola “medioevo”.
Brucia la vera Europa, quella dei popoli, che soffrono compatti per un capolavoro universale in fiamme, non quella della tecnocrazia e delle banche.

Martedì 16, ‘Il Re di Napoli’ alla libreria Iocisto

Martedì 16 aprile, ore 18, presentazione de Il Re di Napoli alla libreria Iocisto di Napoli, (piazza Fuga, Vomero). Con l’autore, presente anche la scrittrice Agnese Palumbo.

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A San Giorgio è tornato don Carlos

Angelo ForgioneL’invasore è sceso dall’usurpato trono di San Giorgio a Cremano, lasciando il posto a chi aprì la strada, il Miglio d’Oro, verso gli scavi e le ricchezze antiche che il mondo occidentale ammirò.
Il primo comune ad aver bandito, nel 1998, tra critiche e forti opposizioni, il nome di Garibaldi per Massimo Troisi, oggi ha bandito Vittorio Emanuele II dalla piazza antistante il municipio per Carlo di Borbone, precisatamente di Napoli e Sicilia, così come era detto a Napoli, non Carlo III di Spagna, che è nomenclatura assunta a Madrid nel 1759.
Prendano esempio tutti gli amministratori del Sud colonia, a cominciare da quelli di Napoli, nascosti dietro l’odonimo di Carlo III, che così detto lo si vuol intendere straniero, e sudditi di certi poteri irriverenti nei confronti di una verità e di un’identità cui sempre più il popolo guarda.
Un altro passo in direzione della riaffermazione dell’identità storica meridionale, cancellata da una odonomastica risorgimentale imposta dagli uomini di massoneria che, ad Unità avvenuta, si impegnarono nell’obiettivo di forgiare una nuova coscienza collettiva della Nazione attraverso la celebrazione dei Padri della Patria, de facto ladri della patria napolitana, anch’essi massoni, elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale. Un’operazione di ingegneria sociale che sta esaurendo la sua incisività nella consapevolezza e nell’identità di buona parte dei napoletani e non solo, seppur con fisiologica lentezza.

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Curiamo gli Incurabili

Lanciamo l’hashtag #CuriamoGliIncurabili con un video di sensibilizzazione.

Perché il complesso degli Incurabili crolla per cedimento strutturale causato da abusivismo sottostante (un’autorimessa), e ha bisogno di cure.
Oltre alle testimonianze artistiche nella chiesa di Santa Maria del Popolo, vanno messi al sicuro i preziosi manufatti conservati nella settecentesca farmacia. Nella scaffalatura in noce, 427 vasi in maiolica con le stesse cromie del pavimento, tutto realizzato dai fratelli Giuseppe e Donato Massa, i più grandi “maestri riggiolari” napoletani, gli artefici del bellissimo Chiostro delle Clarisse di Santa Chiara, chiamati a ripetersi per l’antica spezieria, che doveva essere bella, bellissima, per rappresentare il prestigio di un antico ospedale di eccellenza nell’Europa del Settecento.
Nessuna ricostruzione o assemblaggio museale. Si tratta di un luogo rimasto identico a come è nato, sopravvissuto integro, così come fu pensato.
Bisogna dunque salvare una delle più importanti testimonianze del tardo-barocco di Napoli (insieme alla Cappella San Severo), e preservarne la continuità storica nella Napoli del futuro. I napoletani restino vigili!

video per condivisione facebook: www.facebook.com/AngeloForgioneOfficial/videos/2261564037437927

 

Perché el tomate è il pomodoro

Angelo ForgioneTomato in inglese. Tomate in spagnolo, francese e anche in tedesco. Ntomáta pure in greco, eppure è proprio la mitologia greca a dare il nome italiano al xitomatl azteco, che nel Belpaese è Pomodoro. E per capire perché bisogna andare – guarda un po’ – al Museo Archeologico di Napoli, la città del pomodoro.

È però necessario prima ripassare una delle dodici fatiche di Ercole, Hercules in latino e Eracle in greco. Si tratta di metafore della mitologia greca che significano un cammino spirituale di purificazione e redenzione, imperniate sulla necessità del figlio di Zeus di riscattarsi dall’uccisione della moglie e dei loro otto figli.

L’undicesima fatica è quella della conquista delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, di cui nessuno conosce l’ubicazione. Ercole riesce a impossessarsene mettendo in atto un tranello di cui è vittima Atlante, l’unico a sapere dove sia il giardino.
L’eroe cerca informazioni su questo giardino, in lungo e in largo, prova a cercarlo prima nelle zone remote della Grecia, poi si reca in Africa, attraversando prima l’Egitto, poi l’Etiopia e infine la Libia. Niente.
E allora è meglio cercare Atlante, il titano che regge il cielo sulle sue spalle, l’unico a sapere dove sono le mele. Ercole lo trova, e si offre di reggergli la volta celeste così che lui possa andare a prendere i frutti nel posto segreto. Affare fatto, ma quando il titano torna, dopo aver assaporato la libertà dall’enorme peso che è costretto a reggere sulla sua schiena, si mette in testa di lasciare Ercole in quella posizione per sempre, liberandosi dal suo obbligo.
Ercole riesce però a scappare grazie alla sua furbizia, fingendosi onorato del compito e chiedendo ad Atlante di reggergli il peso solo per un attimo, in modo da poter indossare una stuoia sulle spalle per comodità. Atlante gli crede ed Ercole scappa via con le tre mele d’oro, portando a compimento la sua undicesima fatica.

E ora si può andare al Museo Archeologico di Napoli, ove, tra la vasta preziosa Collezione Farnesiana di proprietà borbonica trasportata da Roma, troviamo proprio la statua di Atlante in affaticamento perenne e quella di Ercole in posizione di riposo dalle sue fatiche, con tre pomi nascosti nella mano destra, occultata dietro i possenti glutei. I pomi d’oro richiamano il colore del tomate di provenienza messicano-ispanica che alla metà del Cinquecento si credeva fosse quello del frutto. E quelle bacche, con quel colore, ispirarono il nome italiano, sulla scorta dei primi riferimenti scritti dal medico e botanico Pietro Andrea Mattioli. Solo successivamente lo stesso Mattioli propose in un suo lavoro in lingua latino, per la prima volta, il nome che pronunciamo oggi.

[…] colore primum viridi, deinde ubi maturitatem senserit, in quibusdam plantis aureum, in quibusdam verò rubeum visitur. Ideoque vulgo appellantur POMI d’oro, hoc est, mala aurea.
La mala aurea si riferiva, in un libro di lingua latina, all’iconografia classica, precisamente ai pomi d’oro raccolti furtivamente dal mitologico Ercole.

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L’Ercole Farnese, in epoca di razzie giacobine, fu imballato e approntato per andare all’esposizione del Louvre, ed essere sostituito con un volgare stampo in gesso. La Repubblica Napoletana cadde in pochi mesi e Ferdinando, al quale era giunta notizia che la scultura era partita, poté tirare un sospiro di sollievo quando, al suo ritorno a Napoli dall’esilio di Palermo, si accorse che il marmo era invece al suo posto. Napoleone continuò nel proposito transalpino di appropriarsi della statua. Se ne invaghì a tal punto da ritenerlo il più grande vuoto da colmare nell’esposizione universale del Louvre. Quando, nel 1808, il fratello Giuseppe Bonaparte divenne Re di Napoli, fece ulteriori progetti per assicurare la statua alla Francia. Per Bonaparte, quella statua non poteva proprio mancare alla sua collezione. Nell’ottobre 1810 chiamò a Parigi Antonio Canova affinché realizzasse il ritratto dell’Imperatrice Maria Luigia. Il grande scultore neoclassico gli manifestò l’intenzione di tornare a Roma alla conclusione del lavoro. L’Imperatore cercò di trattenerlo a Parigi così:
«Il centro è qui: qui tutti i capolavori antichi. Non manca che l’Ercole Farnese, che è a Napoli. Me lo sono riservato per me».
Canova gli rispose con vena patriottica:
«Vostra Maestà, lasci almeno qualche cosa all’Italia. I monumenti antichi formano collezioni a catena con una infinità d’altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli.»
I contrasti tra Gioacchino Murat, successore di Giuseppe a Napoli, e il cognato Imperatore fecero in modo che il progetto di trasferimento dell’Ercole Farnese in Francia fosse ostacolato dal Re di Napoli. L’Europa napoleonica crollò qualche anno dopo e la statua, il grande cruccio dell’Imperatore, rimase con tutti i suoi significati nella collocazione designata, il primissimo museo dell’Europa continentale, il Real Museo di Napoli, oggi Museo Archeologico Nazionale. Non poteva che finire lì, e restarci, il simbolo di una classicità che dava il nome al frutto che Napoli, proprio a inizio Ottocento, metteva al centro della sua cucina, insegnando al mondo la sua commestibilità.

per approfondimenti: Il Re di Napoli (2019) – Napoli Capitale Morale (2017)

Il Re di Napoli a Napoli Città Libro

Domenica 7 aprile, nell’ambito della rassegna Napoli Città Libro, il salone del libro e dell’editoria, incontro con “La grande storia del pomodoro da Napoli alla conquista del mondo”. Appuntamento alle ore 13.20, Castel Sant’Elmo, Sala Levante.
Nei quattro giorni del salone, dal 4 al 7 aprile, presente anche lo stand dell’editore Magenes, con tutti i titoli di Angelo Forgione, felice di dedicarli ai lettori.

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Dopo il successo del maggio dell’anno scorso, il salone napoletano del libro e dell’editoria cambia sede e dal complesso monumentale di san Domenico Maggiore si sposta dunque a Castel Sant’Elmo.

Due navette gratuite, facilmente riconoscibili, effettueranno circolarmente, dalle ore 9, corse da piazza Vanvitelli (Metrò Linea 1) a Sant’Elmo con una breve sosta davanti alla funicolare di Montesanto – fermata Morghen e ritorno. A piazza Vanvitelli le navette sosteranno in prossimità della fermata bus ANM accanto allo stazionamento taxi.

L’ ambizione è quella di porre il Salone del Mezzogiorno tra gli altri grandi Saloni d’Italia (Torino, Roma e Bologna), rivendicando per Napoli il ruolo di centralità nel panorama editoriale nazionale.

Pezzi di storia di Napoli per risarcire la Russia

L’ambasciatore italiano in Russia, che poi è napoletano, inaugura una sede diplomatica a Voronezh, qualche centinaia di chilometri da Mosca, e scopre che nel museo cittadino sono custoditi preziosissimi volumi sulla storia del Regno di Napoli e sull’architettura vanvitelliana della Reggia di Caserta.
«Come mai si trovano qui?», ha chiesto il diplomatico Terracciano, e la risposta è stata: «Facevano parte dell’indennizzo per i danni di guerra provocati dagli italiani alla Russia».

 

Avete capito? L’Italia, per risarcire i russi, che tanto amano Napoli, ha ceduto loro alcune testimonianze del più bel palazzo del mondo, che in quegli anni veniva trascurato con insufficienti fondi per la manutenzione e veniva destinato per 800 ambienti su 1200 alla Scuola allievi ufficiali dell’Areonautica, e poi da due istituti scolastici superiori, con chiari danni visibili nel video dell’Istituto Luce qui di seguito:

 

 

 

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L’economia napoletana per salvare l’Occidente

Angelo ForgioneDal 29 al 31 marzo, a Firenze, presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Festival Nazionale dell’Economia Civile, uno dei tanti che ormai si propongono di promuovere un paradigma economico le cui radici affondano nel pensiero economico di Antonio Genovesi, inventore e titolare della prima cattedra di Economia nella Napoli del secondo Settecento, che teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse la “pubblica felicità”, ossia il conseguimento del bene comune. Un’economia fondata sui principi di reciprocità, fraternità ed equità, non incivile come l’Economia Politica purtroppo imperante, quella tipicamente capitalista di stampo anglosassone. Un’economia da riaffermare per rimettere al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale, e che vuole ridurre le disuguaglianze. Un’economia che può far ripartire l’Italia, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Un’Italia aperta al mondo, nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione.
Un altro evento che conferma quanto ho scritto in Made in Naples nel capitolo relativo all’Economia Civile:

(…) “civilizzazione” e “umanizzazione” dell’Economia, che, se fosse stata regolata come indicato e fatto nella Napoli dei Lumi, avrebbe creato reciprocità e fraternità, ispirato la vita relazionale delle persone e generato la “pubblica felicità”. Basterebbe riprendere la strada indicata da Napoli per salvare l’Italia, e non solo l’Italia; il segreto è tutto lì, e invece…

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