La pizza “margherita”? Altro che 1889, è più antica!

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Angelo Forgione Prima di lasciare questo mondo e dopo aver letto il mio saggio Made in Naples, dalle pagine de Il Tempo, Ruggero Guarini aveva raccolto pubblicamente una mia proposta all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani, chiedendo anch’egli di ridiscutere la storia della pizza Margherita. Di fatto, nel nebuloso universo dell’identità napoletana da ricostruire, descritto nel mio libro, trova ovviamente spazio la brillantissima stella del piatto simbolo di Napoli, ma anche dell’Italia, che ha davvero superato ogni frontiera, divenendo vero cibo globalizzato senza marchio. Ho voluto indagare su quanto gli gravita attorno, compresa la nascita della regina delle pizze, la margherita”, mettendo in forte discussione quella che, in base alla ricostruzione storica basata sugli eventi del Settecento e sui trattati napoletani di cucina e di costume dei maggiori cuochi e narratori dell’epoca, si configura come una leggenda ricca di fantasia ancora oggi narrata al fine di mantenere un velo di romanticismo su un simbolo dell’Italia nel mondo.
Va innanzitutto chiarito che il pomodoro lungo schiacciato non viene spalmato sulla pizza prima che scocchi il passaggio dal Settecento all’Ottocento. Fino ad allora si deve parlare di pizze bianche, a partire dalla seicentesca “mastunicola”, dal termine napoletano vasinicola, cioè basilico: strutto, pepe, talvolta formaggio di pecora e, appunto, basilico. Nella prima metà del Settecento si diffonde l’usanza dei marinai di sfamarsi con la “marinara”, fatta con acciughe, capperi, origano, olive nere di Gaeta e olio, e senza quel pomodoro polposo che avrebbe fatto irruzione in seguito. Evidentemente non la “marinara” odierna, che ha preso tale nome nella seconda metà del Novecento, ma che fino ad allora si chiamava “olio e pomodoro”.
La “margherita” è attribuita dalla narrazione novecentesca a Raffaele Esposito, un pizzaiolo della pizzeria “Pietro… e basta così”, fondata nel 1880 da Pietro Colicchio, oggi “Antica pizzeria Brandi” sulla strada di Chiaia, nei pressi di Palazzo Reale. La storia racconta che la sera dell’11 giugno 1889, nelle cucine reali della Reggia di Capodimonte, Esposito avrebbe infornato tre diversi tipi di pizza per omaggiare la visita del re Umberto di Savoia e della regina Margherita, la quale ne avrebbe fatto espressa richiesta. Una con olio, formaggio e basilico; un’altra con i cecenielli (bianchetti); un’altra ancora con pomodoro e mozzarella, cui la moglie di Esposito, Maria Giovanna Brandi, avrebbe aggiunto una foglia di basilico. La regina piemontese avrebbe gradito quella evocante i colori della bandiera italiana, che, per l’occasione, sarebbe stata battezzata col suo nome. In realtà, esistono testimonianze della nascita di un tipo di pizza preparata con la mozzarella e il pomodoro ben prima della visita dei Savoia a Napoli.
Già in età borbonica, quella di Ferdinando IV, proprio pasta, pomodoro e mozzarella erano stati issati a pilastri di una rivoluzione agricola epocale che ha poi fatto la fortuna di Napoli, collocandola nella storia della cucina occidentale. La produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento. Il pomodoro, quello tondo, giunse attraverso la Spagna nel Seicento, ma intorno al 1770 prese il via la storia del pomodoro lungo, proveniente dall’America latina, in dono al Regno di Napoli dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna di Carlo III, ex re di Napoli e padre di Ferdinando IV, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra il Napoletano e il Salernitano, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà. È dunque assai difficile considerare che i napoletani abbiano potuto metterci più di cento anni per versare pomodoro e mozzarella, insieme, su una pizza.
Per entrare nei dettagli della ricostruzione storica rimando alla lettura di Made in Naples. Qui basterà accennare che la nascita della “margherita” è databile almeno alla metà dell’Ottocento, qualche decennio in anticipo rispetto all’omaggio ai Savoia di Raffaele Esposito, se è vero che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti coordinato da Francesco de Bourcard, testimonia come la “margherita” si preparasse già almeno trent’anni prima della data che la storia d’Italia ha tramandato, se non ancora prima. Nel prezioso documento si legge che alle “altre” pizze, quelle “coperte di formaggio grattugiato e condite con strutto”, si aggiungeva “qualche foglia di basilico”, delle “sottili fette di muzzarella” e talvolta, tra tante varianti, il “pomidoro”. Pizze con pomodoro, mozzarella, basilico, strutto (in luogo dell’olio) e spruzzate di formaggio grattugiato. E se non erano “margherite” queste…

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Chissà che non anche il nome derivasse dalla disposizione delle “sottili fette di muzzarella”, disposte magari in maniera radiale per formare una margherita.
Tutto ciò pare che le associazioni napoletane di categoria lo sappiano, poiché sono state proprio loro a indicare alla Commissione Europea un diverso parto della pizza tricolore, collocandolo addirittura nel periodo borbonico preunitario. Basta dare un’occhiata al Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge testualmente:

“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.”

Non sappiamo quali altri documenti abbiano spinto le associazioni di categoria a indicare un intervallo di tempo tra il 1796 e il 1810, che precede addirittura di circa un secolo la data del 1889, anno dell’assaggio (“che venne offerta alla regina d’Italia”), se assaggio c’è stato, e non della nascita della “margherita”, vantata dalla pizzeria “Brandi” con un’epigrafe all’inizio della salita Sant’Anna di Palazzo. Apposta nel 1989, la lapide con tanto di stemma a croce sabauda indica:

“Qui 100 anni fa nacque la pizza Margherita”

Si tratta evidentemente di una piacevole suggestione per i turisti e nulla più, anche perché il racconto vuole che Raffaele Esposito abbia infornato a domicilio, presso la Reggia di Capodimonte e non nella pizzeria di Chiaja, quella pizza già esistente e corrispondente nei colori al vessillo del Regno d’Italia. Tra l’altro, la regina piemontese che dice al pizzaiuolo «comme è bbona e comme è bella chesta pizza. Come si chiama?» è ricca di fascino ma poco credibile se si considera che a Margherita di Savoia piaceva esprimersi in dialetto piemontese, in francese e tedesco mentre non amava farlo in italiano… figurarsi in napoletano. Insomma, tutto pare indicare un’operazione di marketing, sia dinastico che commerciale, per una pizza che già prima si mangiava in città come altre e che, elevandola a “regina” e associandola alla propaganda dell’Italia unita, ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del piatto tipico napoletano su tutto il territorio della Nazione allargata. Ma ormai la pizza napoletana è nel mondo, ed è anche il momento che l’identità storica della città si rivesta di verità, riprendendo i suoi veri connotati.

approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)

Ultime interviste dal web

Di seguito, una serie di consigliate interviste recenti su Made in Naples, Napoli e il Napoli.

da CalcioNapoli24.it:
Forgione: “Napoli, un paradiso al guinzaglio. De Magistris tra pregi e difetti. De Laurentiis? I suoi interessi coincidono con quelli dei tifosi. Su Cavani immaginiamo una cosa…” (leggi)

da CaffèNews.it
Made in Naples, la bibbia dei napoletani è rossa e gialla con la mela annurca! Intervista ad Angelo Forgione (leggi)

da ReadMi.it
(leggi)

Daverio per i monumenti del Sud

Angelo Forgione – “Save Italy”, il movimento d’opinione di Philippe Daverio per la sensibilizzazione alla salvaguardia dei monumenti d’Italia, è giunto a Caserta per richiamare l’attenzione sull’incuria nazionale nei confronti del patrimonio del Sud, proprio mentre il ministro per i beni culturali Massimo Bray visitava la Reggia.
Insieme ad una nutrita rappresentanza del Movimento V.A.N.T.O., che ha esposto un evidentissimo striscione, ho ringraziato il noto critico d’arte donandogli il mio lavoro editoriale Made in Naples (guarda il video), decisamente attinente alla tematica dell’evento e in nome di una cultura da rivalutare. Su di un palco improvvisato (una carrozzella a cavallo) con il sindaco Del Gaudio, Daverio ha parlato ai presenti iniziando il suo appello condividendo uno grosso striscione esposto dal Movimento V.A.N.T.O.: «Sono d’accordo – ha detto – ma non sia una non unità. È vero che quello che è successo con l’Unità nazionale è ancora da dibattere e da discutere. Noi parliamo oggi davanti a un edificio che fu un esempio per il cambio del gusto dell’Europa intera (come descritto anche in Made in Naples), è un pezzo del cuore dell’Europa. Chiedere allo Stato unitario italiano, che si è trovato a gestire i soldi di uno Stato unico dei militari piemontesi, di conservare l’immensa ricchezza degli Stati preunitari, è ormai inutile. Dobbiamo chiederlo all’Europa che deve salvare la culla nella quale è nata perché altrimenti non c’è avvenire. La moneta unica europea non può essere unificante ma può esserlo la cultura. La qualità del manufatto è fondamentale in quest’era in cui il passato non trova destino e in cui l’Europa non sa che strada prendere… ed è fondamentale l’importanza di mantenere il manufatto come testimonianza per i nostri discendenti ma anche per quelli un po’ più giovani che tengono lo striscione e per i quali bisogna trovare subito una soluzione. Siamo qui per immaginare cosa inventare domani. Il domani non è il disinteresse per la cultura, il domani è questa roba qui (indicando la facciata della reggia). Da Caserta deve partire l’appello per il restauro del Meridione. Le utopie sono obbligatorie e su quelle si fonderà l’avvenire dei ragazzi che denunciano la malaunità. Tornerò qui tra 150 anni.»
Daverio si è poi concesso alla gente, mischiandosi anche al gruppetto del Movimento V.A.N.T.O. con cui ha scambiato qualche battuta. «Non chiedetemi di leggere Made in Naples velocemente – ha detto l’alsaziano – ci metterò un po’ di tempo». «Mi chiami pure tra 150 anni – gli ho risposto – e mi dica se le è piaciuto». Poi via, verso la Reggia di Carditello. La giornata al capezzale delle Reali delizie borboniche è continuata lì.

“Separiamoci” di Marco Esposito a “Linea Notte”

Angelo Forgione – Marco Esposito, giornalista esperto di economia, ex-assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli e compagno di scuderia editoriale (Magenes), ha portato il suo “Separiamoci” a “Linea Notte”, l’approfondimento notturno del TG3 condotto da Maurizio Mannoni.
Il Sud preparato davanti le telecamere, protagonista con la forza di un libro che è sempre la migliore delle credenziali per creare dibattiti in cui avere voce in capitolo. Ospiti in studio, Luca Telese, Mario Lavia e, in collegamento da Milano, Stefano Zurlo. Proprio quest’ultimo si è reso protagonista di esternazioni del tipo “il Sud faccia il Sud e non imiti il Nord”, invitando i meridionali a basarsi sul solo turismo e a smettere di inseguire il sogno dell’industrializzazione, per poi accogliere il trasferimento di un allenatore di una squadra ricca del Sud (Mazzarri) a una in difficoltà del Nord quasi fosse un’elemosina da fare.
Il Nord può avere fabbriche e turismo e il Sud, se va bene, solo turismo. È questo il “separiamoci” secondo Zurlo, e Marco Esposito, se vogliamo, spiega col suo libro basato su dati economici oggettivi questa forma mentis che produce pure notizie all’ingrosso: sempre secondo Zurlo, il progetto del ponte sullo stretto di Messina è rimasto al palo per colpa del Sud e le siringhe negli ospedali meridionali costano sette volte quello che costano al settentrione.

Sulle parole di De Laurentiis

Angelo Forgione – A “la Radiazza” di Gianni Simioli su Radio Marte, il commento alle significative parole di Aurelio De Laurentiis pronunciate durante il convegno “Napoli, insieme per la salute” a Città della Scienza.

De Laurentiis e la rivoluzione di Napoli contro l’Italia

Angelo Forgione – Di seguito, uno stralcio significativo dell’intervento del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis al convegno medico “Napoli, insieme per la salute”, organizzato dalla SSC Napoli a Città della Scienza.

«In questa regione c’è la più alta percentuale di tumori. Questa è una cosa che riguarda la nostra vita, la vita dei nostri figli. Vorrei che tutti si impegnassero in questa rivoluzione di Napoli contro l’Italia. Qualcuno mi accusa di essere separatista, borbonico, ma qui da noi è nata la civiltà. Anni e anni di dominazioni ci hanno insegnato a darci delle arie da grandi, ma sempre con un’umiltà di fondo. Io metto a disposizione di Città della Scienza 200 mila euro per la ricostruzione in qualità di Calcio Napoli. Questa Città della Scienza risorgerà presto, ma il problema è come disinnescare il problema di Bagnoli, cui mi ero interessato prima di prendere il Calcio Napoli. Volevo congiungere Mergellina con l’Excelsior. Volevo fare una marina fantastica, tipo Croisette di Cannes. Tutti progetti messi da parte, venivo visto come un visionario. Fu così anche quando presi il Napoli: “ma dove vai?”, mi dissero tutti. Guardate dove siamo arrivati.»

Parole sacrosante e da condividere per un De Laurentiis in versione Lamont Young, ben consapevole dello spreco immenso di risorse turistiche sul lungomare di Napoli e conscio del delitto ambientale di cui soffre l’intero territorio nel silenzio assoluto.
Un solo consiglio mi sento di dargli: quando gli danno del borbonico, se ne vanti, visto che lui conosce abbastanza bene il vero significato di quella parola, che non deve essere associata a separatismo e secessionismo. Chi lo fa, vuole solo delegittimare una cultura e infangarla rivestendola di significati politici.

Ph. Italo e Alessandro Cuomo (reporters ufficiali SSC Napoli)

La Pizza Napoletana STG cerca nome. Diamole anche la sua vera identità.

Angelo Forgione – La “Pizza Napoletana STG” cerca nome. In base alle nuove disposizioni dell regolamento comunitario dell’UE 509/2006 sarà obbligatoria una denominazione propria per distinguerla  dalle altre pizze senza riconoscimento, cioè quelle “false”.
In poche parole, bisognerà aggiungere un altro termine all’attuale denominazione (esempio: “Pizza Napoletana Verace STG” o “Pizza Napoletana Tradizionale STG) e comunicarlo all’Unione Europea. Questo per ridurre al minimo il rischio che il consumatore possa essere tratto in inganno trovandosi davanti sia a una “Pizza Napoletana Stg”, che deve rispettare precise regole di produzione, che ad una pizza spacciata per napoletana ma che di napoletano ha solo il nome.
L’Associazione Napoletana Pizzaiuoli, rappresentata dal presidente Sergio Miccù, sta preparando un concorso di idee per fornire alcuni suggerimenti al Governo italiano e ha già iniziato a raccogliere suggerimenti. L’occasione è ghiotta per ridare identità al piatto principe della cucina partenopea e alla stessa storia di Napoli. Già, perché, come scrivo e dimostro nel mio libro Made in Naples (in uscita il 29 maggio), l’origine della pizza napoletana è racchiusa nel Settecento napoletano. La Marinara, infatti, nasce nel 1734 e la Margherita si definisce tra il 1796-1810, così come indicato nel Regolamento UE n. 97/2010 del 4 febbraio 2010 redatto dall’Associazione Verace Pizza Napoletana e dell’Associazione Pizzaiuoli Napoletani. La data del 1889 attribuita a Raffaele Esposito dell’attuale pizzeria Brandi riguarda non l’invenzione della Margherita ma l’offerta alla regina Margherita di Savoia di una pizza che già esisteva da almeno ottant’anni, così come indicano alcuni trattati di cucina del Regno di Napoli, data in assaggio alla regina d’Italia per il colore dei suoi condimenti che ricordavano la bandiera tricolore.
Pertanto, per ripristinare la verità storica e restituirci identità, sarebbe cosa giusta e importante proporre al presidente Sergio Miccù di marchiare la vera pizza con una denominazione che riconduca al vero periodo storico in cui è stata creata, quello del Regno di Napoli e dell’illuminismo napoletano in cui la coltura del pomodoro e la produzione della mozzarella ebbero un rivoluzionario impulso. Sarebbe ora di dargli, ora che ce n’è la possibilità, nomi veramente identitari come: “Pizza del Regno di Napoli STG”“Pizza del Re di Napoli STG”, oppure “Pizza Reale di Napoli STG”, o ancora “Pizza borbonica di Napoli STG”. E, perché no, “Pizza Made in Naples STG”.
Inviterei quindi tutti i lettori di questo blog che condividono l’idea a inviare le proposte sopra elencate, o altre proprie, ai seguenti indirizzi:
info@pizzaiuolinapoletani.it  e  segreteria@pizzaiuolinapoletani.it

Mickey Mouse napoletano fa parlare di sé

Angelo Forgione – Lo scrittore e giornalista Ruggero Guarini, che ringrazio, ha riportato sul Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno del 18 maggio l’indagine sulle origini napoletane di Mickey Mouse pubblicata su questo blog e su napoli.com.
Tra curiosità più o meno interessanti come questa e grandi verità da riaffermare, la riscoperta della centralità napoletana avanza con sempre maggiore vigore.

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Made in Naples, come Napoli ha civilizzato l’Europa…

Essere napoletani per essere universali

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Intervista di ReadMi / intervista di Caffenews.it

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tradizioni

Sta arrivando “Made in Naples”

“MADE IN NAPLES” Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo)

copertina_1A giorni sarà disponibile nelle librerie e on-line l’ultimo lavoro letterario di Angelo Forgione che sarà presentato alla stampa dall’autore e dal prefattore Jean-Noël Schifano lunedì 13 maggio (ore 11:30) al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo.

Dalla prefazione di Jean-Noël Schifano:
“Angelo Forgione ci dà, con questo decisamente storico e attuale Made in Naples, il grande libro-vademecum per tutti quelli che vogliono sapere, semplicemente, chiaramente, passionalmente sapere, a che punto sta, e perché, e fino a quando, la trimillenaria e così giovane e irriducibile Napoli. Il libro da portare con sé come il respiro della propria civiltà e lo specchio della propria vita.”

“Si tratta di una delle più antiche città d’Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia lunga e ricca di eventi. […] che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa”.
Con questa motivazione, nel 1995, l’UNESCO ha inserito nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità il centro storico di Napoli, luogo cardine della civiltà europea, l’unica città occidentale che lotta per conservare la sua identità. È il luogo in cui, prima che altrove, sono state poste le fondamenta della cultura d’Occidente. L’autore parte da questa certezza per compiere un viaggio nel tempo libero da nostalgie e ricco di lucidità, senza mai perdere il contatto con un difficile presente in cui Napoli è, nonostante tutto, ancora protagonista.
Made in Naples è una radiografia storica per scoprire chi ha cercato e chi cerca di cancellare, e perché, l’identità di una città che ha fortemente contribuito a plasmare l’Europa. Un libro che ricostruisce il “muro della cultura” edificato in circa quattro secoli di storia partenopea e poi sgretolato sotto i colpi della mistificazione che ha travolto una capitale decaduta e il suo patrimonio considerato per questo tramontato, mentre, in realtà, impregna ancora fortemente la quotidianità dei disorientati cittadini europei. 22 mattoni di tufo giallo napoletano, ancora ben integri, rimessi insieme, scavando negli eventi per arrivare alle radici dei difetti e dei mali di oggi.
Made in Naples è uno strumento per decifrare la città più indecifrata del mondo.

cartolina 10x15Prefazione di Jean-Noël Schifano
320 pagine
€ 15,00
Magenes editoriale
Collana “Voci del Sud” (Milano, 2013)

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