Angelo Forgione – Il Coronavirus ha fermato il calcio e gli ha dato la possibilità di riflettere sul futuro, che non si preannuncia roseo per i club professionistici e dilettantistici. In un calcio professionistico poco attraente in cui ci si indebita facilmente, con una Serie A senza pubblico e neanche più attesa in tempo di pandemia e lutti, i club del Sud rischiano di pagare anche più di quelli del Nord, perché la “questione meridionale” è anche questione calcistica. In questo panorama il #Napoli rappresenta un’eccezione e offre ormai solide garanzie per competenza manageriale e bilanci sani, pur con i due grandi limiti della disattenzione ai vivai e dell’assenza di impiantistica sportiva propria. Qualcuno spiffera, non senza smentite, che il Consiglio Federale del 20 maggio possa apparecchiare la riforma della Serie B (e di C e D), mettendo sul tavolo la proposta di una “cadetteria” composta da due gironi territoriali da 20 squadre ciascuno, uno del Centro-Nord e un altro del Centro-Sud, in modo da garantire sostenibilità all’intero movimento in affanno economico e anche un’equa distribuzione territoriale delle promozioni, due per ogni raggruppamento.
Ne ho parlato con Umberto Chiariello e Peppe Iannicelli a Campania Sport (Canale 21), in compagnia di Pino Aprile, con il quale si è ampliato il discorso al ribaltamento degli stereotipi generato dall’irruzione inaspettata (o quasi) del Covid-19.
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Il Coronavirus al Nord che uccide il Sud
Angelo Forgione – Eccoci dunque vicini al traguardo del 18 maggio che chiuderà il lockdown nazionale. Tutti fermi per due mesi, anche se l’emergenza sanitaria non aveva e non ha uguali aspetti per tutti. Blocco giusto da Bolzano a Pantelleria, per evitare la “migrazione” dei contagi da Nord a Sud. Il focolaio del Covid-19 ha avuto origine in Lombardia, causa le negligenze sanitarie, le pressioni del mondo dell’industria e l’inquinamento atmosferico, espandendosi nelle regioni confinanti in pochi giorni. Ma il Coronavirus non ha sfondato al Sud, nonostante i timori, le cassandre e pure le invidie di qualche giornalaccio che a inizio marzo già esultava precocemente per il “Virus alla conquista del Sud” e per l’unità d’Italia, sperando nella presunta indisciplina dei meridionali che poi si è rivelata il solito stereotipo.
Ancora oggi le prime cinque regioni per contagi (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana) coprono tre quarti del totale dei casi e dei ricoverati in terapia intensiva e incidono per quattro quinti dei decessi. I nuovi casi continuano a riguardare il Nord, dove il tasso di letalità di tre regioni è oltre la media nazionale (13,9%). La Lombardia, secondo gli ultimi dati, è al 18,4%, la Liguria al 14,5%, l’Emilia Romagna al 14,3%, mentre al Sud il Molise è al 6,7%, la Basilicata al 6,8% e via fino al picco dell’Abruzzo con 11,4%.
In questo scenario di evidenza statistica ha senso parlare di una sola Italia? No, e il problema andrebbe affrontato con due regie separate e coordinate, una per il Nord e un’altra per il Centro-Sud, anche sulla base di un secondo presupposto, quello economico, perché gli indici dei Pil sono diversi ed è arcinoto quanto il Sud fosse in affanno già senza l’irruzione del Coronavirus, il cui tsunami pandemico lo affosserà ancora di più. Lo Svimez ha già avvisato che la probabilità di uscire dal mercato delle imprese meridionali è quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. L’impatto del Covid-19 sull’economia e sull’occupazione nel Mezzogiorno sarà certamente di gran lunga peggiore che altrove, perché il problema ora saranno le riaperture dei ristoranti e degli stabilimenti balneari, roba che anima il turismo, ciò di cui campa in buona sostanza il Meridione, a differenza del Settentrione, che è trainato anche dall’industria; ed è evidente che la stagione estiva sia fondamentale per le economie già fragili delle regioni del Sud, che stanno già implodendo per l’azzeramento delle prenotazioni turistiche e la chiusura di quelle attività commerciali e ristorative che ogni anno creano numerosi posti di lavoro durante l’alta stagione. Le disposizioni sanitarie per le riaperture costringeranno tantissimi ristoratori disperati a chiudere le loro attività anche di lungo corso, per non parlare delle difficoltà per i gestori di lidi, a molti dei quali non converrà aprire gli ombrelloni. C’è poi l’indotto dei matrimoni, un’economia stagionale prettamente meridionale completamente arenata. 17mila matrimoni cancellati solo tra marzo e aprile, e 50mila quelli che secondo le stime salteranno tra maggio e giugno. Bloccata una filiera fatta di sarti, operatori catering, wedding planner, fioristi, organizzatori di eventi, fotografi, location matrimoniali, musicisti, noleggiatori di auto da cerimonia, truccatrici e parrucchieri specializzati, che potranno rifarsi solo nei prossimi anni, ammesso che possano superare la crisi.
Eppure è evidente che il vero problema del Covid-19, rispetto ad altri virus, non è la letalità ma la contagiosità, che ha minacciato e allertato per l’affluenza nelle strutture sanitarie di una quantità di persone superiore alle disponibilità. Contagiosità che con il primo caldo, evidentemente, si sta già notevolmente attenuando, e si addolcirà decisamente, come sostengono diversi esperti, visto che i modelli fisico-matematici prevedono per l’estate in arrivo valori medi intorno ai 26°C, di un grado più alti della media. Qualche meteorologo l’ha già definita “la più calda estate di sempre”, e ci toccherà affrontarla con la mascherina alla bocca camminando per le strade roventi delle nostre città, con il rischio di non riuscire neanche a rimediare un posto sulla spiaggia. Dramma per il Sud, ma tutto ciò non conviene neanche al Nord, che può sì contare sulla ripresa industriale, ma ha comunque bisogno del potere d’acquisto dei meridionali. Il peggioramento della già fragile economia del Sud sottrarrà domanda alle imprese nordiche, per non parlare del sostegno ai redditi necessario che il governo dovrà offrire a milioni di cittadini, molti dei quali, soprattutto al Sud, sarebbero invece nelle condizioni di lavorare e fatturare senza bisogno di assistenza.
Il Sud turistico, dove il contagio, le temperature e l’inquinamento non sono come in Pianura Padana, è una risorsa per l’Italia tutta e la manovra più giusta sarebbe quella di spingerlo a una ripresa più veloce, almeno nella calda parentesi estiva. Invece, in un paese a due velocità, si è scelto di tenerlo zavorrato insieme al Nord.
La Commissione europea pare si stia attivando per salvare il turismo estivo e ha già invitato gli Stati membri a riaprire gradualmente le frontiere interne laddove la situazione sanitaria lo consenta, ma è chiaro che le problematiche di Italia e Spagna le condannino a restare fuori da eventuali “corridoi turistici” e dai flussi contingenti, che privilegeranno la spiagge e i ristoranti delle nazioni meno colpite come Grecia, Croazia, Malta e Portogallo. Eppure il Sud-Italia non ha problematiche maggiori di quei paesi, ed è chiaro anche da questo punto di vista che sconterà le problematiche del Nord, le colpe ampiamente conclamate della Lombardia e la volontà politica di non differenziare la ripresa in base alle diverse criticità per adottare un metro estivo uguale per tutti che porterà Nord e Sud a una recessione più profonda e i meridionali nel baratro.
dibattito con il giornalista e ristoratore Yuri Buono sullo scenario economico
che si prospetta a causa del Coronavirus
Discriminazione sui banchi di scuola
Angelo Forgione – Lettori si diventa – Temi d’attualità è un libro di testo per le scuole medie edito dalla casa editrice milanese Pearson, leader nel settore education. Una collezione di articoli di quotidiani con cui gli scolari vengono sensibilizzati su vari argomenti, tra cui il lavoro minorile, trattato da Luisa Grion su la Repubblica nel 2013. Tre esempi: un bimbo che scarica sacchi di cemento, un garzone che tiene le mani nel ghiaccio e una quattordicenne che prepara le tinte del parrucchiere. La ragazzina non si sa da dove venga. Gli altri due invece sì, e non si capisce perché sia necessario specificarne la provenienza: sono un napoletano e un egiziano. Ma se l’africano è un immigrato che non si sa in quale città italiana viva, il napoletano, evidentemente, si spacca la schiena a Napoli, la cui pessima immagine nasce esattamente sui banchi di scuola. E la chiamano educazione.

Stategie sinistre, ennesimo episodio: la sceneggiata con nonna Margherita
Angelo Forgione – A Diritto e Rovescio (Rete 4) del 23/4, l’ennesimo colpo basso all’immagine di Napoli. È in corso l’ennesima animosa discussione “Nord contro Sud” in tema di coronavirus messa proditoriamente in piedi per alzare l’audience ed eccitare gli animi tra le Italie. Ne discutono il sindaco di Napoli De Magistris, il consigliere veneto Roberto Marcato e i giornalisti Raffaele Auriemma, Maurizio Belpietro e Claudia Fusani.
Improvvisamente, nel bel mezzo del dibattito, come i cavoli a merenda, Paolo Del Debbio si collega con Napoli, entrando in casa di nonna Margherita, che non è una nota esperta in materia, una scrittrice, una sociologa o una intellettuale utile al dibattito ma semplicemente una sconosciuta anziana di 83 anni pescata per l’unico requisito richiesto: la mancanza di istruzione. E infatti, ben caricata a molla sulla sceneggiata da recitare, nonna Margherita inizia ad agitarsi e ad esprimersi in modo popolano, inveendo contro il premier Conte: “Ha ragione il signor De Luca. Io ho fatto la Guerra Mondiale e sono stata salvata. Adesso mi vogliono far morire col virus: qui il Nord non deve venire! Ho 83 anni, non sono morto durante la guerra, mi vuole far morire adesso? Non lo ammetto questo”, conclude la signora Margherita, urlando tra le risatine compiaciute del presentatore.
Incolpevole e povera donna, esposta al pubblico ludibrio dai suoi incauti parenti che hanno assecondato la volontà di sbattere in faccia alla nazione la plebe di Napoli, per descrivere un popolo napoletano ignorante e retrogrado. E purtroppo il sindaco De Magistris, visibilmente imbarazzato, non ha la freddezza di sottolineare la scorrettezza e di respingere fermamente, come avrebbe dovuto fare, una folcloristica descrizione di Napoli e della sua gente.
Missione compiuta e subito sbattuta sulla pagina facebook dello stesso programma, seguita a ruota dagli amici di merenda della redazione web di Libero. Mi ci aggiungo anch’io, mio malgrado, non per deridere ma per denunciare l’ennesima indecenza messa in piedi per danneggiare l’immagine di Napoli.
E le strategie sinistre continuano.
Finitela di pittare Napoli come vi pare, voi e pure tutti quei meridionali che venderebbero la mamma, e pure la nonna, per un momento di inutile celebrità.
Come il Sud si è salvato dal disastro lombardo

Angelo Forgione – Giulio Gallera, assessore al welfare della Regione Lombardia, in un’intervista rilasciata al quotidiano Libero, sostiene che la Lombardia ha salvato il Sud dal disastro sanitario:
«Se noi non ci fossimo opposti con rigidità al governo, il Sud non sarebbe stato chiuso. Invece abbiamo sbattuto i pugni sul tavolo chiedendo misure restrittive. Grazie a questo, le altre regioni ci hanno seguito e abbiamo ridotto il contagio».
Dichiarazione che si smonta con molta facilità, poiché il Sud, al momento, si è salvato da solo nonostante le fughe dal Nord che hanno aumentato i contagi, e ci è riuscito per tre sostanziali motivi:
1) L’inquinamento atmosferico da Pm10 inferiore a quello della Pianura Padana, che è la macroarea più inquinata d’Europa.
L’inquinamento influisce direttamente sulle difese immunitarie e sulle capacità respiratorie, messe a dura prova dal Covid-19. Come sostengono i ricercatori dell’Università di Siena e di Aarhus University, non è casuale il livello di letalità più alto al Nord, “legato al fatto che le persone che vivono in queste aree, con una esposizione prolungata all’inquinamento, hanno una predisposizione maggiore a sviluppare condizioni e patologie respiratorie croniche che con l’arrivo del virus possono portare più facilmente alla morte”;
2) Le decisioni tempestive dei governatori regionali che, come ha sottolineato Giovanni Rezza, capo del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di Sanità, «hanno istituito delle zone rosse laddove ce n’era bisogno. Isolare i piccoli territori più colpiti ha funzionato». Contrariamente ai casi Lombardi della Bergamasca e del Bresciano, zone per troppo tempo lasciate aperte nonostante i problemi esplosi ad Alzano Lombardo, Nembro e Orzinuovi;
3) Il sostanziale rispetto del distanziamento sociale.
Fuori elenco per questione di assenza di prove scientifiche circa il Covid-19, il fattore climatico, che normalmente concorre a ridurre la potenzialità dei virus (le influenze di stagione sono sempre più violente in Pianura Padana).
Ognuno può farsi un’idea di ciò che è accaduto, ma una cosa è certa: il 28 febbraio scorso, mentre la situazione nella Bergamasca si aggravava, Giulio Gallera escludeva l’istituzione di una zona rossa per quei comuni: «Non riteniamo di gestire con ipotesi di zona rossa quella zona lì di Alzano Lombardo».
Contemporaneamente, Confindustria Bergamo, per tranquillizzare “i nostri partner internazionali”, pubblicava il video “#bergamoisrunning” dove si sbandierava che l’industria lombarda non si fermava affatto.
Si spingeva per tenere aperto il distretto industriale di Alzano-Nembro, uno dei primi cinque d’Italia per Comuni sotto i 300mila abitanti. Secondo i dati di Confindustria Bergamo, un’eventuale zona rossa in quell’area avrebbe riguardato 376 aziende, con una forza lavoro che varia dai 120 agli 800 dipendenti, per circa 850milioni di euro all’anno di fatturato.
Il 9 aprile, Marco Bonometti, presidente della sezione lombarda di Confindustria, ha rivelato:
«Nelle riunioni che abbiamo avuto con cadenza quasi quotidiana tra fine febbraio e i primi giorni di marzo, anche in sede di Patto di sviluppo con artigiani, commercianti, lega delle cooperative e sindacati, la Regione è sempre stata d’accordo con noi nel non ritenere utile, ma anzi dannosa, una eventuale zona rossa sul modello Codogno per chiudere i comuni di Alzano e Nembro».
Per Bonometti, «non si poteva fermare la produzione». Ma la colpa dei troppi contagi, secondo lui, non è da imputare al tardivo lockdown bensì… agli allevamenti di animali in Lombardia.
Appare chiaro che il Sud si sia per il momento salvato sa solo, anche facendo tesoro dei disastri della Regione Lombardia, che si è condannata con le sue stesse mani e si è rivelata, in tempo di pandemia, la palla al piede dell’intera Italia, costringendo il Centro e il Sud a difendersi dal bubbone lombardo lasciato crescere per non dover rinunciare al profitto produttivo. Altro che salvezza!
Tra minacce di secessione e arraganza padana, manca solo che la Lombardia chieda riconoscenza al Sud.
Occhio ai napoletani in quarantena
Angelo Forgione – In tempo di quarantena forzata, i napoletani rispettano o no i divieti? Sembrerebbe proprio di sì, a detta delle Forze dell’Ordine. Prima di Pasqua ci aveva pensato la Polizia Metropolitana, con competenza su tutto il territorio provinciale, a dire ai microfoni del TgR Campania (e del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna) che i napoletani si stavano attenendo alle restrizioni governative, anche alla Pignasecca, una delle zone della città di Napoli maggiormente sotto osservazione fino a qualche giorno fa.
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Poi è arrivato il delicato week-end pasquale, dove qualche ressa pure si è vista, soprattutto per la spesa del giovedì santo condito dall’immancabile e tradizionale zuppa di cozze. Il Comando della Polizia Locale di Napoli ha comunicato che tra sabato e domenica di Pasqua le multe sono state 20 su 2.500 cittadini controllati, oltre a 3 esercizi commerciali verbalizzati su 550 controllati.
Eppure l’informazione nazionale non sembra ancora convinta e continua ad attenzionare in modo particolare Napoli. Certo, sembrano finite le incursioni a caccia dell’assembramento negli antichi rioni mercatali della città, pieni di piccole rivendite di generi di prima necessità, nei vicoli stretti dell’economia spicciola partenopea che fa la differenza all’occhio profano, là dove la fila non può essere che in direzione dell’obiettivo di turno. All’inizio del lockdown la Pignasecca e il borgo dei Vergini alla Sanità erano finiti sotto tiro degli obiettivi fotografici e televisivi. Poi se ne sono accorti un po’ tutti che si tratta di peculiari zone mercatali, e che i trasgressori non sono solo un problema napoletano. Le foto, in realtà, andavano fatte dall’alto, non con prospettiva schiacciata ad altezza uomo, con teleobiettivo e nei vicoli più stretti. E allora ci si sarebbe resi immediatamente conto che i clienti delle rivendite, in zone di densità di popolazione esorbitante come la Pignasecca, stavano ordinatamente in fila rispettando il distanziamento sociale, e che magari erano proprio i commercianti a disciplinarlo demarcando gli spazi con vernice orizzontale e nastro verticale.

Gli irriducibili dell’informazione provano ora a cercare l’assembramento nei quartieri borghesi. Ma è stata sfortunatissima Elena Biggioggero, inviata per Agorà (Rai 3) del 15 aprile, nel dimostrare che nel quartiere Vomero c’è troppa gente in giro alle 8 del mattino, quando qualcuno va comunque a lavorare. Lei, però, riceve la linea alle 8:37, quando il grosso dei lavoratori napoletani si è già spostato e all’incrocio tra via Luca Giordano e via Scarlatti non transita che qualche automobile, peraltro rispettando diligentemente il rosso al semaforo. Difficile, così, dimostrare che Napoli sia più indisciplinata di altre città popolose. Piuttosto, è lei che si avvicina troppo al suo ospite e lo tocca prima di limitarsi a dire che la zona è pedonale, mentre in realtà la strada alle sue spalle è veicolare. Niente folla, e la Biggioggero a dirsi sfortunata, a mostrarsi imbarazzata, mentre Serena Bortone da Roma testimonia che, secondo un’altra inviata, Napoli è deserta.
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Un plauso va in ogni caso ad Agorà, che ha acceso le telecamere in una Napoli diversa da quella che spasmodicamente si vuol mostrare in tivù, tutta vicoli e folclore. E pure al Tg1, che ha lanciato una Napoli più ampia: via Toledo, Mergellina, il Maschio Angioino, la fontana del Sebeto a largo Sermoneta. Niente antichi rioni mercatali, niente vicoli popolari, niente traffico pedonale da spesa di quartiere e quindi solo chi conosce Partenope avrà avuto la percezione che non si trattasse di Milano, la città più a rischio in questi giorni. Grazie dunque al Tg1, che una Napoli deserta e controllata l’ha scelta – guarda un po’ – per commentare il record di denunce a Pasquetta in tutt’Italia per il mancato rispetto delle misure di contenimento del Coronavirus. Certo, i trasgressori ci sono anche all’ombra del Vesuvio come dappertutto. Qualcuno di troppo in giro, da Nord a Sud, e via coi richiami di sindaci e governatori ad ogni latitudine. Incoscienti persino in Lombardia e Piemonte, pizzicati nelle seconde case in Riviera ligure, e traffico segnalato in aumento sull’Autostrada dei Fiori, dove i Carabinieri, in vista di Pasqua, hanno allestito posti di blocco all’uscita di tutti i caselli. Ma la percentuale degli indisciplinati napoletani non è sopra la media nazionale. Alla fine la vera notizia è che in 24 ore, sui canali Rai, è apparsa una Napoli senza panni stesi al vento. Da non credere!
Covid-19, l’OMS ci avvertì nel 2018
Angelo Forgione – Il Covid-19 ha colpito il mondo, eppure l’OMS aveva avvertito due anni fa, nel febbraio del 2018, che ci avrebbe potuto travolgere una pandemia internazionale causata da un virus sconosciuto originato da una infezione zoonotica. La classificò come “malattia X”, cioè incognita, nell’elenco di quelle prioritarie su cui l’OMS aveva già iniziato a lavorare nel dicembre del 2015; e nel gennaio del 2019 preavvisò che era imminente. Con quel preallarme, l’OMS sollecitava risposte adeguate da parte dei governi, volte a gestire il problema delle pandemie con la prevenzione. Un consiglio rimasto ampiamente inascoltato dagli esperti ai quali i governi si affidano, e così il mondo si è fatto trovare impreparato di fronte a un pericolo preannunciato.
A Covid-19 già entrato in Italia, i nostri luminari hanno persino escluso che ne saremmo rimasti colpiti e che sarebbe potuta scoppiare una pandemia mondiale. I primi provvedimenti seri sono stati presi l’11 marzo, con notevole ritardo, quando l’Italia era già il focolaio d’Europa, mentre l’OMS dichiarava la pandemia. I nostri morti sono a migliaia anche a causa di una gestione troppo sufficiente e mal indirizzata da qualche infettivologo di casa nostra. Uno su tutti, il professor Massimo Galli del “Sacco” di Milano, imperversa nelle tivù, nonostante il fallimento. Le sole speranze valide di cura, al momento, arrivano paradossalmente da un’altra branca della ricerca biomedica, quella oncologica, che ha nel “Pascale” di Napoli il centro capofila dell’unica seria sperimentazione in corso. L’oncologia che propone soluzioni nel campo dell’infettivologia, il Sud che sfida il Nord in quanto a intuito. Un’invasione di campo che ha generato insofferenza in chi, in 50 giorni, ha fallito previsioni e terapie.
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Mentre il medico pensa il malato muore
Angelo Forgione – Nel contrasto alle complicanze da covid-19, è partita oggi la sperimentazione nazionale del Tocilizumab protocollata dall’AIFA su redazione della task force Cotugno-Pascale di Napoli. E oggi, proprio a Napoli, dove il farmaco anti-artrite reumatoide è stato già da tempo somministrato nelle terapie intensive, sono stati estubati due pazienti gravi: un 63enne, al quale il Tocilizumab era stato somministrato il 7 marzo, e un 48enne, la cui cura era iniziata il 10 marzo. Erano entrambi in rianimazione, intubati con una polmonite avanzata da coronavirus e con prognosi riservata. Ora in ventilazione assistita; se i livelli di respirazione non peggioreranno, lasceranno liberi i loro posti preziosi in Rianimazione.
Cauto ottimismo, dunque, ma segnali incoraggianti alla terapia in cui i medici napoletani credono fortemente, e per la quale stanno procedendo speditamente, rompendo gli schemi e le regole della ricerca biomedica.
Tutt’altra situazione è quella lombarda, dove i medici sembrano incagliati in una preocccupante impasse. Lì non c’è convinzione sull’efficacia del Tocilizumab, anzi. Il professor Massimo Galli, in una delle sue apparizioni televisive, dice che «se n’è parlato troppo» e sulla sua somministrazione «bisogna aggiustare il tiro». E allora, in attesa di essere preciso, studia anche altre soluzioni, verificando gli effetti della Corochina e del Kaletra, mentre sta per partire la sperimentazione del Redemdesivir, un farmaco antivirale efficace contro l’ebola. Così, mentre studiano e analizzano i dati, i ricercatori lombardi si arrendono all’inutilità del medicinale fin qui somministrato, il Lopinavir/Ritonavir, un anti-retrovirale assai potente contro i virus comuni. Galli alza bandiera bianca ai microfoni del Tg3: «Temo che ci si dovrà rassegnare a dichiarare che non serve a molto».
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Intanto è scattata la macchina del fango su Paolo Ascierto dopo l’attacco rivoltogli da Massimo Galli a Cartabianca. Striscia la Notizia ha deriso volgarmente l’oncologo ricercatore napoletano, come se fosse un fessacchiotto allo sbaraglio e forse non sapendo che si tratta di un oncologo al top nel mondo secondo la comunità scientifica, come testimonia il sito specializzato Expertscape.com. Fa tutto parte di una dinamica sociale ben consolidata in Italia, quella che vuole il Nord sempre avanti e il Sud sempre dietro. Indecenti questi meridionali che lasciano il Nord per andare a infettare i parenti al Sud, come se i settentrionali non fossero andati via, magari a sciare o a riempire le case al mare; ignominiosi i medici napoletani che si danno alla macchia, salvo poi scoprire che non è proprio così; ridicolo il provinciale ricercatore napoletano che ha scippato una scoperta alla ricerca milanese, che dice di essere arrivata prima. Ma se è arrivata prima, perché non ha comunicato e redatto un protocollo per l’AIFA affinché tutti potessero beneficiarne, a partire proprio dalla Lombardia che è in stato di crisi sanitaria?
Da questa domanda essenziale, ascoltando gli interventi dei due luminari nelle varie rubriche televisive e consultando alcuni ricercatori, qualcosa l’ho messa a fuoco. Partiamo da un’evidenza che può tradursi in assunto:
Galli e la comunità scientifica di Milano non credono fortemente al Tocilizumab.
Ascierto e la comunità scientifica di Napoli credono fortemente al Tocilizumab.
Da ciò nascono due atteggiamenti rispetto alla sperimentazione:
Galli e la comunità scientifica di Milano stanno lavorando su diverse strade, il che comporta lentezza di risoluzione delle complicazioni causate dal Coronavirus.
Ascierto e la comunità scientifica di Napoli stanno puntando (e rischiando) sul Tocilizumab, accelerando per la risoluzione delle complicazioni causate dal Coronavirus.
E questo è il motivo per cui, pur essendo entrambi a conoscenza dell’esperienza cinese circa il medicinale su 21 pazienti, Galli si è opposto ferocemente ad Ascierto.
La polemica tra Galli e Ascierto nasce da una diversa concezione del rapporto scienza-collettività: lo scienziato si isola da ciò che avviene fuori il suo laboratorio, sperimenta e divulga solo dati certi, partendo dalle pubblicazioni scientifiche, alle quali si devono rifare i giornalisti. Questo è il percorso.
Ascierto e il suo team hanno invece rotto questo protocollo scientifico. Hanno intuito l’utilità del Tocilizumab, si sono consultati con il cinese Ming con cui hanno una collaborazione e hanno avuto conforto. Quindi hanno immediatamente somministrato il farmaco a Napoli e comunicato ai giornalisti i primi esiti della somministrazione. Niente pubblicazioni scientifiche, niente razionalità ma informazione di massa immediata e velocità di produzione di un protocollo per L’AIFA in un momento di crisi sanitaria globale, con tutti i rischi del caso in termini di speranze e illusioni. È questo che ha fatto irritare Galli e i suoi. È questo il motivo per cui Ascierto non ha risposto a Galli, limitandosi a vantare la redazione del protocollo approvato dall’AIFA. Il luminare napoletano sa di aver aggirato l’etica scientifica per abbracciare un’etica umanistica. Potremmo metterla sul piano dello stereotipo, del Nord obbediente e del Sud anarchico, che in un contesto tragico come quello che viviamo può rendere uno scienziato meridionale più umano di uno scienziato settentrionale. Siamo di fronte a due concezioni diverse influenzate da due convinzioni diverse:
Ascierto, che crede fortemente nel Tocilizumab, mette al centro le vite umane, e accelera.
Galli, che non crede fortemente nel Tocilizumab, mette al centro le regole rigide della comunità scientifica, e frena.
Rischiano entrambi, uno sulla propria carriera e l’altro sulla pelle delle cittadini, perché mentre il medico studia il malato muore. Alla fine vedremo chi avrà avuto ragione. Si tratta di scegliere con chi stare. Io, da profano, scelgo Ascierto, e non perché napoletano di cittadinanza come lui ma perché non c’è regola alcuna che valga la vita umana, e di fronte alla morte mi sento anch’io profondamente anarchico.
Al momento, l’azione decisa di Napoli inizia a dare i primi incoraggianti frutti, mentre le ricerche macchinose di Milano risultano sterili. Studia e pensa, il professor Massimo Galli, tra una comparsata televisiva e l’altra. Vuole capire meglio come poter “aggiustare il tiro” delle sue improbabili cure, per sua stessa ammissione inutili, mentre i morti nella sola Lombardia hanno superato abbondantemente quota 2mila su 20mila contagiati. Tutt’altro scenario aveva prospettato il 10 febbraio, due settimane prima dell’esplosione del Covid-19 al Nord, quando azzardò che la malattia difficilmente avrebbe potuto diffondersi alle nostre latitudini, e ora avanza inesorabile anche su Milano, dove i contagi vanno verso quota 2mila. Striscia la Notizia ne avrebbe di materiale per fare satira sull’assoluto protagonista dei palinsesti televisivi di questi giorni, invece di deridere volgarmente chi sta provando con decisione a salvare vite umane (e pare ci stia pure riuscendo), e su cui, allo stato delle cose, sono riposte le uniche speranze.
Usa cautela nelle cure ma non nel prospettare gli scenari epidemiologici il notissimo infettivologo, che ora dovrà “aggiustare il tiro” anche delle sue incaute e sbagliate previsioni della vigilia.
Che quel tiro sia aggiustato presto, e che da Milano o da Napoli arrivi la soluzione tampone. Bisogna fare presto, soprattutto in Lombardia, perché i decessi stanno decimando drammaticamente alcune comunità, e non c’è più tempo per aggiustare il tiro.
Tocilizumab, che fretta c’era?
Angelo Forgione – «Non facciamoci sempre riconoscere. La sperimentazione del Tocilizumab era già in atto da tempo in Cina e il primo ad usarlo qui è stato il dottor Rizzi a Bergamo. Prendetevi pure i meriti ma non fate quelli che tolgono a Cesare quel che è di Cesare e ai cinesi quel che è dei cinesi. Hanno cominciato loro e li abbiamo seguiti noi, stop! Il protocollo approvato dall’Aifa è vostro, peccato però che lo stesso protocollo era già applicato da tempo in almeno dodici ospedali. Non esageriamo a fare provincialismo perché è intollerabile».
L’accusa mossa alla trasmissione Cartabianca (Rai 3) dal Professor Massimo Galli, direttore e responsabile Malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, al collega Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore dell’ospedale Pascale di Napoli che porta la firma del protocollo ufficiale di sperimentazione del Tocilizumab, è di quelle pesanti: provincialismo!
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Il medico napoletano è rimasto sostanzialmente in silenzio di fronte all’attacco ricevuto, rivendicando esclusivamente la paternità del protocollo nazionale. E a questo punto, sorgono dei perché.
Perché Ascierto ha incassato l’accusa di provincialismo senza difendersi?
Perché Galli è stato così aggressivo nei concetti e anche nel linguaggio del corpo?
Perché Galli ha rivendicato l’intuizione solo ora, proprio nel giorno dell’avvio ufficiale della sperimentazione AIFA, nonostante sia da giorni ospite in numerose trasmissioni nazionali?
Perché Galli parla di sperimentazione del Tocilizumab avviata dai cinesi se Ascierto ha informato che i pazienti cinesi cui è stato somministrato sono solo 21 (il che significa che è stato utilizzato in forma del tutto sporadica)?
Perché l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato ufficialmente un protocollo redatto a Napoli e non è stato mai redatto un protocollo ufficiale a Milano o Bergamo affinché si somministrasse quanto prima il Tocilizumab a tutti e non solo in qualche struttura del Nord?
Perché, se l’efficacia del Tocilizumab contro le gravi complicanze da Covid-19 era nota al Nord, i malati lombardi hanno affollato a migliaia i reparti di terapia intensiva e, purtroppo nei casi più sfortunati, i cimiteri?
La sensazione data dalla gestualità e dalle parole del luminare milanese è che anche i medici lombardi fossero al corrente dei presunti benefici del medicinale anti-artrite reumatoide utilizzato contro la polmonite interstiziale da covid-19, ma che siano stati battuti sul tempo dai napoletani, più celeri nel divulgare, informare e scrivere un protocollo, così da eludere i canonici tempi della ricerca biomedica e della comunicazione, nutrendo speranze per i malati gravi di coronavirus che magari a Milano non si è voluto alimentare. La tempistica accelerata del team del dottor Ascierto, forse dettata dall’emergenza e dalla situazione drammatica in corso, potrebbe essere stato il motivo di fondo dello scomposto e smodato risentimento del professor Galli.
Certo, sarebbe davvero provinciale mettere il cappello a un’intuizione terapeutica non propria, ma sarebbe grave, gravissimo, non averla condivisa a livello nazionale e, peggio ancora, non aver fatto uso del farmaco per evitare numerosi decessi in Lombardia e regioni limitrofe.
Sia chiaro: chiunque sia stato ad aver avuto l’intuizione, l’importante è che si riveli efficace e che si giunga a un’importante soluzione tampone per evitare le più serie complicanze da Coronavirus per tutti. Le polemiche aspre, ora, in un momento delicato per la salute dei cittadini italiani e non solo, sono indigeste e fuori luogo se fatte davanti alle telecamere, e questa sensibilità sembra appartenere al dottor Ascierto, a giudicare dalla sua replica affidata ad un post su facebook:
“In un momento di emergenza come questo, tengo a precisare che il lavoro di brain storming fatto con il dr Franco Buonaguro e le giovani oncologhe Claudia Trojaniello e Maria Grazia Vitale, la discussione “cruciale” fatta con il dr Ming, la professionalità dei dr Montesarchio, Punzi, Parrella, Fraganza e Atripaldi dell’Ospedale dei Colli, il supporto dei nostri Direttori Generali Bianchi e Di Mauro e del nostro Direttore Scientifico Dr Botti, sono tutti elementi che ci hanno portato sabato 7 marzo ad incominciare a trattare i primi pazienti al Cotugno di Napoli. Non ci risulta che qualcuno lo stesse facendo in contemporanea e saperlo ci avrebbe peraltro aiutato.
In questa fase, non è importante il primato. Quello che abbiamo fatto è comunicarlo a tutti affinche TUTTI fossero in grado di poterlo utilizzare, in un momento di grande difficoltà. Non solo. Grazie alla grande professionalità del dr Franco Perrone del Pascale, in pochi giorni siamo stati in grado di scrivere una bozza di protocollo per AIFA che ha avuto un riscontro positivo. Il nostro deve essere un gioco di squadra e la salute dei pazienti è la cosa che ci sta più a cuore. Andiamo avanti con cauto ottimismo … nel frattempo parte la sperimentazione di AIFA. Ce la faremo di sicuro !!!”
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La salvezza sta germogliando
Angelo Forgione – Toci… Tocimiz… Tocilim… Come diavolo si chiama? Ehm… To-ci-li-zu-mab. Oh, ce l’ho fatta!
Tene ‘e ccorna nel nome ‘sto medicinale che cura l’artrite e ora lo usano contro il coronavirus. Non è inusuale che per curare un accidente si ricorra a un medicinale creato per curarne un altro. Lo chiamano “off label” quelli bravi l’uso dei farmaci con scopi diversi da quelli terapeutici indicati nei bugiardini. Il medico sportivo di una nota squadra di calcio senza colori, anni fa, pensò bene di passare ai suoi calciatori dei farmaci antidepressivi utili a trattare la crisi respiratoria causata dall’overdose di eroina perché avessero più fiato in partita. Vinsero.
Anche il Toci… Tocimiz… Tocilizumab non c’entra niente con quel che ora deve provare a curare, il coronavirus, e però cura un problema causato dal coronavirus, quello più grave. Già, perché questo virus con gli occhi a mandorla che ci tiene d’occhio tutti può levarci il fiato e mandarci in rianimazione per direttissima. Ma chi tene ‘e ccorna non si ferma mai, i napoletani lo sanno bene. È antica cultura greca.
A curare la polmonite grave dei malati di coronavirus con il cornuto Totò… ops, Tocilizumab, ci hanno pensato i camici bianchi napoletani, con buoni risultati. Dopo ha funzionato pure altrove. E così i tipi che autorizzano i trattamenti medicinali hanno dato il via libera alla sperimentazione su più di trecento intubati d’Italia. Notizia fresca fresca.
Proprio a Napoli, nella città simbolo dell’ultimo colera d’Italia che pure veniva dall’Oriente, la più infangata e offesa del Paese, è maturata la speranza; una speranza che ha il sapore della Zeppola di San Giuseppe. Un sapore che ora si può difficilmente gustare, visto che il perfido virus ha colpito anche lei. Di questi tempi, a Napoli e un po’ dappertutto, se ne sarebbero sfornate già in quantità industriale, battendo per un po’ i consumi di sfogliatelle e babà.
Facciamo malvolentieri a meno della cremosa Zeppola sperando che da Napoli sta forse germogliando la salvezza per tanti intubati dello Stivale e del Globo; una salvezza che potrebbe avere il profumo della Pastiera. Tra un mese sarà tempo di accendere i forni, e le case vesuviane, quarantena o non più, sprigioneranno l’odore rotondo della rinascita della natura, della resurrezione sacra di Primavera. Voglio pensare che la Pastiera che verrà possa avere un profumo ancor più rotondo, che possa rivelarsi un altro delizioso dono di un popolo che elargisce e guarisce. Uscirà dalle case quel profumo, magari insieme a noi, a rendere tutto più dolce.
Facimmo ‘e ccorna! Andrà tutto bene!

