Angelo Forgione – A trent’anni dalla sua morte, Eduardo De Filippo continua ad essere tradotto e rappresentato all’estero. Anche in Grecia, dove le sue commedie hanno interessato i registi locali (Karolos Koun su tutti) che le hanno rese famose. Soprattutto Filumena Marturano, Questi Fantasmi, Napoli Milionaria, Le voci di dentro, Il sindaco del Rione Sanità, Sabato, Domenica e Lunedi e Gli esami non finiscono mai.
L’opera eduardiana è oggi raccontata in terra ellenica da Georgios Katsantonis, ventiseienne ricercatore laureato in Studi Teatrali presso l’Università degli Studi di Patrasso (Dipartimento degli Studi Umanistici e Sociali), in seguito ammesso al corso di Master di II livello in “Letteratura, scrittura e critica teatrale” afferente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove ha conseguito il master e si è laureato con la votazione di 110 e lode. Già curatore dell’edizione critica del teatro eduardiano in Grecia, Georgios ha pubblicato di recente il saggio critico Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco, pubblicato su Ilmiolibro.it (Feltrinelli editore), tratto dalla sua tesi di laurea.
Katsantonis, che non era ancora nato quando De Filippo morì, ha investito sulla figura del drammaturgo napoletano per approfondire lo studio della letteratura teatrale italiana, senza fonti bibliografiche sull’argomento, e ha poi deciso di pubblicare i suoi studi in un libro, in modo da presentare per la prima volta uno scritto sulla fama di Eduardo De Filippo in Grecia.
Il percorso di ricerca si snoda su tre assi portanti: Teatro d’Arte di Karolos Koun, Teatro Nazionale Greco (Atene) e Teatro Nazionale della Grecia del Nord (Salonicco). Lo studio si conclude con la postfazione scritta dal traduttore di Filumena Marturano, Errikos Belies, il quale spiega la funzione linguistica rispetto alle peculiarità lessicali, le macchie caratteristiche napoletane e le battute parentetiche che acquistano un accento esclusivamente teatrale in napoletano ma non possono avere risonanza espressiva in greco.
L’autore ritiene Napoli “un luogo molto privilegiato e significativo nell’ambito della letteratura teatrale”. «È una città – afferma il ricercatore – che riesce a mantenere viva una tradizione che supera i confini italiani. È inevitabile che chi studia teatro rimanga affascinato dallo splendore del teatro tradizionale napoletano. Ho fatto un viaggio in Italia nel 2010, mentre seguivo corsi di lingua e cultura italiana, e me ne sono innamorato. Mi ritengo privilegiato per poter respirare l’arte e la cultura Italiana. L’italia è la mia seconda patria, un paese bellissimo, in cui ogni pietra è carica di simboli e di storia. E Napoli mi ha affascinato moltissimo. Era una destinazione vista in fotografia, quasi proibita a causa dei pregiudizi che girano riguardo al Sud-Italia. Il Meridionale, invece, ha bellezze naturali e archittetoniche indescrivibili. Napoli è un palcoscenico vivo, dove si rappresentano scenari magici, esattamente come le opere di Eduardo De Filippo. Non è una città italiana né europea, ma ha una valenza universale. Riesce ad esorcizzare lo spettro della miseria sull’aroma del caffè, sul panorama del Vesuvio, e questa bellezza diventa una tavolozza di un pittore intento a ritrarre un paesaggio pittoresco. Napoli è un luogo sfaccettato dell’anima che tiene lontana la noia, e per questo la amo profondamente.»
È partito l’Expo-Espress, ma non va a Sud
Angelo Forgione – È partito il 30 agosto da Venezia “Expo-Express“, il treno-mostra realizzato da Ferrovie dello Stato Italiane, Expo 2015 S.p.A. e Mondadori, che porterà i temi dell’Esposizione Universale di Milano in giro per l’Italia, o quasi. Il convoglio toccherà, fino al prossimo 12 dicembre, 12 città: Venezia, Verona, Padova, Milano, Genova, Trieste, Roma, Torino, Bologna, Firenze, Pisa, di nuovo Milano e infine Napoli.
Un progetto interessante, se non fosse che il Meridione sarà solo sfiorato e il treno-mostra non scorrazzerà a sud di Napoli, lasciando l’antica “Magna Grecia” a digiuno di tutto ciò che ruota attorno all’Esposizione meneghina. Fatta salva la città del Vesuvio (che proprio non si può escludere in itinerari del genere) e comprese le difficoltà per approdare in Sardegna, restano escluse città importanti come Bari, Taranto, Palermo, Catania e Messina, per non parlare di Reggio Calabria, cui sono stati chiesti i Bronzi. Eppure in queste città esistono stazioni delle Ferrovie dello Stato (Italiane).
Paolo Villaggio: «napoletani “monnezza”»
Angelo Forgione – Quando Paolo Villaggio disse che i disastri alluvianali di Genova del novembre 2011 erano colpa della cultura sudista borbonica (“piaga di tutta l’Italia”) mi “toccò” riprenderlo (con una telefonata in diretta radiofonica) per rinfacciargli l’ignoranza storica dimostrata. Ma l’irriverente personaggio continuò a distribuire perle di ignoranza storica, ficcandosi spesso in polemiche da discriminazione territoriale (c’è ancora chi dice che il Calcio è un mondo a parte), trascinato persino davanti al giudice dalla Società Filologica Friulana per aver scritto su un suo libro in cui offendeva un po’ tutti gli italiani che “i friulani, per motivi alcolici, non sono mai riusciti a esprimersi in italiano, parlano ancora una lingua fossile impressionante, hanno un alito come se al mattino avessero bevuto una tazza di m… e l’abitudine di ruttare violentemente” (assolto perché la sua fu dichiarata “una mediocre opera comica” incapace di nuocere).
Navigando online, càpito sul canale youtube di Villaggio, contenitore in cui lui stesso carica video rimediati in rete e interagisce con chi li commenta, e vedo un video non recente ma neanche troppo datato. Caricato il 9 luglio scorso, si tratta di un’intervista del 18 gennaio 2013 realizzata da un’emittente genovese durante la festa per i suoi 80 anni, organizzata a Palazzo Tursi di Genova, sede del Comune. Nel contributo audiovisivo, Villaggio decanta la sua città, la bellezza riscoperta – dopo quarant’anni di vita a Roma – dei suoi palazzi e la sua aristocrazia; e poi si compiace dei genovesi e del loro rapporto con la gente. E come lo fa? Disprezzando tout court Napoli:
«Mentre Roma (senza aggettivo) e la “monnezza” di Napoli (traduzione: “quei cafoni napoletani”) mi dice “uh, uè, che piacere…”, a Genova tutti sono affettuosi ed educati, e dicono “scusi se la disturbo… tanti auguri.»
Frase da interpretare? La generalizzazione, con un microfono alla bocca, non è un’attenuante ma un’aggravante.
Attenti, napoletani (e pure romani), a salutare Villaggio; lui che è di una cultura anglosassone diversa da quella sudista potrebbe non gradire il calore dei “terroni”. Con buona pace del Maestro Marcello Mastroianni e il suo amore per “il garbo e la gentilezza d’animo dei napoletani”.
Premio “Gallo d’Oro 2014”, riconoscimento ad Angelo Forgione
Si terrà a Mariglianella, nelle serate del 3, 4 e 5 settembre, l’ottava edizione del “Premio internazionale Gallo d’Oro” in memoria di Franca Rame. Tanti i temi che saranno toccati durante la kermesse strutturata in tre giorni di interventi e riconoscimenti, tutti con inizio alle 21:00 in piazza Carafa – via Parrocchia.
La prima serata sarà dedicata a Ciro Esposito, il tifoso napoletano morto a Roma dopo gli eventi dell’ultima finale di Coppa Italia. L’appuntamento di Giovedì sarà invece dedicato alla detenzione femminile. La chiusura di Venerdì sarà invece incentrata sull’inquinamento nella “Terra dei fuochi” e sulla speranza di una Terra da risollevare, con interventi e premiazioni per personalità che si sono distinte per azioni positive in difesa di Napoli e della sua gente, tra cui Angelo Forgione, “in nome dei valori della legalità e della giustizia in difesa della Napoletanità nobile e sincera, e in virtù del libro Made in Naples che esalta le qualità di una città stretta tra Inferno e Paradiso”. Premiati, tra gli altri, anche Gianni Simioli e Francesco Emilio Borrelli per la comunicazione radiofonica identitaria dai microfoni de “la Radiazza”.
(clicca sulla locandina per leggere il programma completo)
È successo ad Agosto
Angelo Forgione – Riprendono le attività del blog dopo la pausa d’Agosto. Il tempo trascorso ha raccontato della diatriba sui Bronzi di Riace richiesti dall’EXPO di Milano, che ora invoca, tra nuove polemiche, le Sette Opere della Misericordia del Caravaggio napoletano. Ha raccontato di uno strano taglio del governo Renzi, tramite il sottosegretario Graziano Delrio, ai fondi destinati agli investimenti in Campania, Calabria e Sicilia, privandole di 12 miliardi di euro di cofinanziamento nazionale per i progetti realizzati con i fondi europei, con la promessa che tale somma è stata scorporata per confluire in una non precisata “programmazione parallela” da spendere in futuro. Ce ne ricorderemo.
Infine, Agosto ha raccontato dell’elezione alla Federcalcio dell’incandidabile Tavecchio, indenne per le sue incaute frasi razziste e fortemente sostenuto da Galliani, Lotito e De Laurentiis, ai quali ha subito pagato la prima cambiale riducendo l’impianto sanzionatorio delle discriminazione territoriale in direzione di “sanzioni non drastiche ma più ponderate”. Di nuovo insulto libero, quindi, per i napoletani, i quali sono già sulla libera bocca dei tifosi avversari. Il Napoli, tra l’altro, in questi caldi giorni, si è mostrato meno europeo di quello di Mazzarri (per ora; ndr), nonostante la sostituzione con Benitez, scelto lo scorso anno per renderlo più europeo. Peccato.
Pausa di Ferragosto. Buone vacanze a tutti!
Meritata pausa di Ferragosto dopo un altro anno di intenso lavoro di diffusione culturale. E così anche questo seguitissimo blog sospende le pubblicazioni. Giusto il tempo di ricaricare le batterie.
Grazie a tutti… e buon Ferragosto!
Angelo Forgione
Jean-Noël Schifano: ‘’Il mio desiderio d’Italia’’
Nel numero di agosto della pubblicazione francese Le Un, dedicato a Napoli, Jean-Noël Schifano è tornato sull’eterna “Questione meridionale”, riassumendola ai lettori d’Oltralpe. Di seguito la traduzione dell’intervista (a cura di Anna Damasco).
“Il vento nero non vede dove va”
L’indignazione di un amante di Napoli, Jean-Noël Schifano,
scrittore e traduttore francese.
‘’Il mio desiderio d’Italia’’
Prima dell’unificazione del paese, Napoli era una città prospera. Nel 1737 diede alla luce il primo teatro lirico del mondo, nel 1812 la prima scuola di danza d’Italia. È nelle sue officine che prese forma il primo battello a vapore, il Ferdinando I; è nelle sue casseforti che il Paese metteva al sicuro il proprio oro. Ma dal 1860 la città divenne obiettivo del Nord. Tra saccheggio e truffa, fu spogliata della propria identità, a cominciare da quella delle strade e delle piazze, ribattezzate nella gloria dei suoi carnefici. E a poco a poco la Campania è diventata la pattumiera d’Italia. Ancora oggi Napoli e il Sud subiscono questa umiliazione. A Torino, il museo Cesare Lombroso espone, conservati nella formalina, i crani di coloro che resistettero a Garibaldi. Il museo è anche fresco di rinnovo, affinché le teste di quegli abitanti del Sud, prima torturati e poi decapitati, siano messe in mostra ancora meglio. Quel posto è un’onta, un crimine contro l’umanità che dimostra che la mortificazione continua. Anche l’attuale primo ministro Matteo Renzi si prende gioco dei Napoletani, non esitando a fare l’opportunista pur di assicurarsi i loro voti. Egli prevede anche di integrare al calcolo del PIL le ricchezze dell’economia sommersa, considerando tali flussi di denaro come realmente distribuiti.
Ma dopo trent’anni, i napoletani stanno prendendo sempre più coscienza delle menzogne storiche e dei lavaggi del cervello che hanno subito. In passato, nel quartiere bene di Posillipo, quando i bambini rientravano dalla scuola parlando in napoletano, le loro madri li rimproveravano. Ormai, oggi sono loro che tramandano la lingua. I movimenti di diffusione culturale come ad esempio VANTO di Angelo Forgione e quelli politici come Grande Sud – favorevole a una più estesa autonomia – incarnano i diversi aspetti di questa nuova coscienza collettiva. È una speranza concreta quella di una possibile metamorfosi dell’Italia. Una metamorfosi che io ritengo assolutamente necessaria per ridare al Sud-Italia la dignità che merita, e che prenderebbe la forma di uno stato federale come in Germania, Spagna e Svizzera. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha evocato questa idea: ‘’purché non indebolisca l’Italia’’. Ma bisogna capire che con tre federazioni – al Nord, al Centro e al Sud – il paese ne guadagnerebbe in potenza. Ecco il mio desiderio d’Italia.
HAKA NAPOLI
Eddy Napoli e Angelo Forgione sono gli autori del video-clip “Haka Napoli” che, in parole e musica, inneggia ed esorta alla vittoria la squadra del cuore del popolo partenopeo: il Napoli.
Ispirandosi alla danza urlata dei Maori, tramite le frasi più sincere e appropriate del tifo napoletano, il canto dei tifosi azzurri si veste con tamburi dal ritmo di venti di “guerra” e una melodia che, sposata a quel ritmo, per nulla invidia le più belle colonne sonore dei colossal americani del cinema. Il tutto strutturato su una suggestiva e tradizionale tammurriata vesuviana. Non solo un’esortazione alla “battaglia” ma anche manifestazione di gioia e orgoglio.
Si tratta di un omaggio che i tifosi/autori Eddy Napoli e Angelo Forgione, due napoletani appassionati, donano ai tifosi partenopei sparsi in tutto il mondo, con l’augurio a tutti di gioire presto per il raggiungimento di vette più prestigiose.
Haka Napoli!
6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori
Oggi, 6 Agosto, come ogni anno su questo blog, ripropongo in lettura il racconto dei tristi avvenimenti di Pietrarsa (Portici) del 6 Agosto 1863 affinché i Napoletani e i Meridionali sappiano e non dimentichino come sono diventati “meridionali”.
6 Agosto 1863: i Bersaglieri sparano sui lavoratori
di Angelo Forgione per napoli.com
1° Maggio, festa dei diritti dei lavoratori conquistati dopo sacrosante battaglie operaie. Una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 1886 dopo i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di quel Maggio a Chicago, quando la polizia locale sparò su degli operai manifestanti facendo numerose vittime.
Ma le prime vittime della storia operaia per mano governativa in realtà furono napoletane. Se scaviamo nella storia, già qualche anno prima, nell’estate del 1863, si era registrato il triste episodio di Portici, nel cortile delle officine di Pietrarsa. Una vicenda storica poco conosciuta data la copertura poliziesca della monarchia sabauda, subentrante a quella borbonica, che da poco aveva invaso il Regno delle Due Sicilie dando vita all’Italia piemontese. I documenti del “Fondo Questura” dell’Archivio di Stato di Napoli riportano ciò che accadde quel giorno. Fascio 16, inventario 78: è tutto scritto lì.
Il “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa”, prima dell’invasione piemontese, era il più grande polo siderurgico della penisola italiana, il più prestigioso coi suoi circa 1000 operai. Voluto da Ferdinando II di Borbone per affrancare il Regno di Napoli dalle dipendenze industriali straniere, contava circa 700 operai già mezzo secolo prima della nascita della Fiat e della Breda. Un gioiello ricalcato in Russia nelle officine di Kronštadt, nei pressi di San Pietroburgo, senza dubbio un vanto tra i tanti primati dello stato napoletano. Gli operai vi lavoravano otto ore al giorno guadagnando abbastanza per sostentare le loro famiglie e, primi in Italia, godevano di una pensione statale con una minima ritenuta sugli stipendi. Con l’annessione al Piemonte, anche la florida realtà industriale napoletana subì le strategie di strozzamento a favore dell’economia settentrionale portate avanti da quel Carlo Bombrini, uomo vicino al Conte di Cavour e Governatore della Banca Nazionale, che presentando a Torino il suo piano economico-finanziario teso ad alienare tutti i beni dalle Due Sicilie, riferendosi ai meridionali, si sarebbe lasciato sfuggire la frase «Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere».
Bombrini era uno dei fondatori dell’Ansaldo di Genova, società alla quale furono indirizzate tutte le commesse fino a quel momento appannaggio di Pietrarsa. Prima del 1860, nata per volontà di Cavour di dar vita ad un’industria siderurgica piemontese che ammortizzasse le spese per le importazioni dalle Due Sicilie e dall’Inghilterra, l’Ansaldo contava la metà degli operai di Pietrarsa che raddoppiarono già nel 1862.
Dopo l’Unità d’Italia l’opificio partenopeo passò alla proprietà di Jacopo Bozza, un uomo con la fama dello sfruttatore. Costui, artificiosamente, prima dilatò l’orario di lavoro abbassando nello stesso tempo gli stipendi, poi tagliò in maniera progressiva il personale mettendo in ginocchio la produzione. Il 23 Giugno 1863, a seguito delle proteste del personale, promise di reimpiegare centinai di operai licenziati tra i 1050 impiegati al 1860. La tensione era palpabile come testimonia il fitto scambio di corrispondenza tra la direzione di Pietrarsa e la Questura. Sui muri dello stabilimento comparve questa scritta: “muovetevi artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria”. Sulle pareti prossime ai bagni furono segnate col carbone queste parole: “Morte a Vittorio Emanuele, il suo Regno è infame, la dinastia Savoja muoja per ora e per sempre”. Gli operai avevano ormai capito da quali cattive mani erano manovrati i loro fili.
La promessa di Bozza fu uno dei tanti bluff che l’impresario nascondeva continuando a rassicurare i lavoratori e rallentando la loro ira elargendo metà della paga concessa dal nuovo Governo, una prima forma di cassa-integrazione sulla quale si è retta la distruzione dell’economia meridionale nel corso degli anni a venire, sino a qui.
Il 31 Luglio 1863 gli operai scendono ad appena 458 mentre a salire è la tensione. Bozza da una parte promette pagamenti che non rispetterà, dall’altra minaccia nuovi licenziamenti che decreterà.
La provocazione supera il limite della pazienza e al primo pomeriggio del 6 Agosto 1863, il Capo Contabile dell’opificio di Pietrarsa, Sig. Zimmermann, chiede alla pubblica sicurezza sei uomini con immediatezza perché gli operai che avevano chiesto un aumento di stipendio incassano invece il licenziamento di altri 60 unità. Poi implora addirittura l’intervento di un Battaglione di truppa regolare dopo che gli operai si sono portati compatti nello spiazzo dell’opificio in atteggiamento minaccioso.
Convergono la Guardia Nazionale, i Bersaglieri e i Carabinieri, forze armate italiane da poco ma piemontesi da sempre, che circondano il nucleo industriale. Al cancello d’ingresso trovano l’opposizione dei lavoratori e calano le baionette. Al segnale di trombe al fuoco, sparano sulla folla, sui tanti feriti e sulle vittime. La copertura del regime poliziesco dell’epoca parlò di sole due vittime, tali Fabbricini e Marino, e sei feriti trasportati all’Ospedale dei Pellegrini. Ma sul foglio 24 del fascio citato è trascritto l’elenco completo dei morti e dei feriti: oltre a Luigi Fabbricini e Aniello Marino, decedono successivamente anche Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. Sono questi i nomi accertati dei primi martiri della storia operaia italiana.
I giornali ufficiali ignorano o minimizzano vergognosamente il fatto a differenza di quelli minori. Su “Il Pensiero” si racconta tutto con dovizia di particolari, rivelando che in realtà le vittime sarebbero nove. “La Campana del Popolo” rivela quanto visto ai “Pelligrini” e parla di palle di fucile, di strage definita inumana. Tra i feriti ne decrive 7 in pericolo di vita e anche un ragazzino di 14 anni colpito, come molti altri, alle spalle, probabilmente in fuga dal fuoco delle baionette.
Nelle carte, dai fogli 31 a 37, si legge anche di un personaggio oggi onorato nella toponomastica di una piazza napoletana, quel Nicola Amore, Questore durante i fatti descritti, solerte nell’inviare il drappello di forze armate, che definisce “fatali e irresistibili circostanze” quegli accadimenti. Lo fa in una relazione al Prefetto mentre cerca di corrompere inutilmente il funzionario Antonino Campanile, testimone loquace e scomodo, sottoposto a procedimento disciplinare e poi destituito dopo le sue dichiarazioni ai giornali. Nicola Amore, dopo i misfatti di Pietrarsa, fece carriera diventando Sindaco di Napoli per poi agevolare le banche piemontesi col Risanamento-sventramento.
Il 13 ottobre vengono licenziati altri 262 operai. Il personale viene ridotto lentamente a circa 100 elementi finché, dopo finti interventi, il governo riduce al lumicino le commesse di Pietrarsa, decretando la fine di un gioiello produttivo d’eccellenza mondiale. Pietrarsa viene declassata prima ad officina di riparazione per poi essere chiusa definitivamente nel 1975. Dal 1989, quella che era stata la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, simbolo di produttività fino al 1860, è diventata un museo ferroviario (aperto solo nei giorni feriali!) che è straordinario luogo di riflessione sull’Unità d’Italia e sulla cosiddetta “questione meridionale”.
Alla memoria di Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Aniello Olivieri e Domenico Del Grosso, napoletani, morti per difendere il proprio lavoro, ogni napoletano dedichi un pensiero oggi e in ogni festa dei lavoratori che verrà. Uomini che non sono più tornati alle loro famiglie per difendere il proprio lavoro, dimenticati da un’Italia che non dedica loro un pensiero, una piazza o un monumento, come accade invece per i loro carnefici.
La strage di Portici in musica (Stormy Six)
Lady Mertens tradita dagli avvoltoi a caccia di puzza e camorra
Angelo Forgione – Katrin Kerkhofs, compagna dell’attaccante del Napoli Dries Mertens, ha scritto sul suo blog julietsjourney.com un riassunto del suo primo anno di esperienza in riva al Golfo e l’ha fatto in maniera lucida, con una buona dose di consapevolezza e di onestà. Il suo scritto non si è perso in troppi giri di parole ed è andato subito al dunque, con il sunto del pensiero che ha inteso trasmettere: “Napoli è una delle città più sottovalutate d’Europa”. È questo il verdetto di una giovane ragazza belga, calata all’improvviso dall’ordine nordeuropeo nella città delle contraddizioni, che ha capito già tanto. E si vede che insieme al suo Dries, anch’egli appassionato di Napoli, ha anche fatto tante amicizie, frequentato persone e capito il sentimento locale. In tanti le devono aver parlato nelle tante cene e aperitivi in città della “Questione meridionale”, e lei l’ha riportata con buona sintesi, facendo trasparire la sua soddisfazione per aver compreso l’origine dei contrasti percepiti. Ma Kat non ha solo ascoltato. Ha anche approfondito le informazioni ed è andata a leggere cosa dicevano i grandi letterati europei del passato, incappando in Goethe, colui che, come lei, prima di venire a Napoli aveva letto e sentito dell’inoperosità del popolo napoletano, in un’epoca in cui Napoli era tra le più luminose città d’Europa, e si era immerso nella vita locale per capire se quelle dicerie corrispondessero a verità. Sovvertì tutto, perlando bene dei napoletani, gente differentemente laboriosa, in funzione di una diversità caratteriale e di una invidiabile differenza climatica rispetto ai paesi nordici. Anche Kat è venuta carica di pregiudizi, come tutti quelli che si dirigono all’ombra del Vesuvio, e non di quei minimi pregiudizi del Settecento ma quelli assai più ingombranti del Duemila: far-west per le strade, ladri e immondizia dappertutto. Tutto svanito nella proverbiale disponibilità verso il forestiero e nell’orgoglio (poteva mai non avvertirlo?), e nel ridimensionamento del rischio entro la fenomenologia delle grande città, pur con un problema da denunciare: la camorra invisibile. “In questo contesto [di decadenza post-unitaria] si è affermata la nota organizzazione mafiosa ‘camorra’, approfittando della situazione degradata”. E da lì la denuncia di una presenza oscura nelle vicende della città, fino alla crisi dei rifiuti degli anni scorsi, risolta nella sua gravità, sì, ma con problematiche di sistema ancora evidenti: “sembra che io sia l’unica persona che a Napoli differenzia la spazzatura”. Accade proprio che nei quartieri bene della città la differenziata sia ancora sconosciuta, ed è assurdo per una comunità che ha vissuto un dramma.
Lady Mertens ha consigliato di non indossare orologi di valore, ed è lo stesso consiglio che Stendhal, innamoratissimo di Napoli, diede alla sorella nell’Ottocento (“Vèstiti male per il viaggio e fai in modo che l’avarizia e la prudenza abbiano la meglio sulla vanità”), prima che ella partisse per visitare quella che il fratello scrisse essere “senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”.
A Kat Napoli piace, e tanto. La denuncia della camorra, con quel che comporta, è un atto di affetto per una città “sottovalutata” e sorprendente, un rammarico comune a tutti quelli che veramente voglione bene alla Città. Puntualmente, però, sono partiti i titoli a sensazione di chi, invece di riportare il consiglio “turistico” della ragazza, ovvero quello di abbassare la guardia su Napoli, ha sparato titoli su camorra e puzza. E poi ci lamentiamo che i maleducati tifosi indossano mascherine, che certi cronisti parlano di puzza dei napoletani e che qualche folle gli spari pure addosso. E così, qualcuno è stato indotto a pensare che la ragazza ce l’avesse con Napoli. E lei se n’è rammaricata su twitter, dichiarando amore per Napoli, provando a sgombrare il campo dalla malafede dei titolisti. Non che non abbia qualche colpa nella grossolana considerazione “l’unica cosa che noterete e dovrete sopportare è l’odore di immondizia per le strade”.
A Kat Kerkhofs tre appunti: la crisi rifiuti è colpa della camorra, sì, ma anche degli industriali del Nord, e non solo di quelli; la ‘nemica’ storica di Napoli è la “usurpatrice” Torino, non Milano; “Vedi Napoli e poi muori” non è un’espressione di Goethe ma di un anonimo poeta locale che il drammaturgo lesse e riportò nel suo “Viaggio in Italia”, amplificandola in tutt’Europa e rendendola il più celebre dei detti sulla città. E un consiglio glielo diamo noi: quando si parla di Napoli da amante di Napoli è sempre bene misurare ogni parola. Soprattutto se si è la fidanzata di un calciatore del Napoli. Gli avvoltoi sono in agguato e si fiondano immediatamente.

