Maradona e la cucina napoletana, amore al primo assaggio

Angelo Forgione La governante napoletana di Diego Maradona rivelò che lui le chiedeva spesso di preparargli i capellini in bianco con scaglie di parmigiano. Mary Bruscolotti disse che una sera gli preparò spaghetti aglio, olio e peperoncino, e da allora divenne il suo primo piatto preferito. Confermato dal D10S in persona a Gigi D’Alessio, qualche anno fa in visita al fuoriclasse argentino nella sua casa di Dubai per un programma televisivo.

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Dicembre 1858. In quei giorni, Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a raggiungere tale scopo.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour, con il Barolo in Piemonte, e di Bettino Ricasoli con il Chianti in Toscana, furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.

Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.

A Napoli è tempo di Manfredi

Angelo Forgione Con l’elezione del nuovo sindaco, i napoletani giocano con uno tra i piatti più conosciuti della cucina campana, i “Manfredi” con la ricotta, che in città li conoscono tutti, ma se metti piede fuori l’area metropolitana già la faccenda inizia a diventare misteriosa, perché quelle fettuccine con i bordi arricciati intitolati inizialmente al re Manfredi di Sicilia sono state ribattezzate “Mafalde” a inizio Novecento in onore della principessa Mafalda di Savoia, e così gli italiani di oggi le conoscono (anche “mafaldine” o “reginette”), tranne i napoletani, che continuano a chiamarle in modo tradizionale. Al Nord, poi, neanche si è a conoscenza di questo formato di pasta perché la richiesta è scarsissima e la distribuzione si adegua.
A la Radiazza (Radio Marte) abbiamo sentito un pastificio di Caserta, una salumeria di Forcella a Napoli e lo speaker radiofonico Luca Viscardi da Bergamo…

L’anello di Carlo di Borbone

Angelo Forgione Era il 7 ottobre del 1759, Domenica, ed enorme fu la commozione dei cittadini napoletani, accorsi a salutare il re che aveva saputo dare a Napoli molto di più che un governo. Carlo di Borbone, alle 13 in punto, salpava dal porto di Napoli per navigare verso Barcellona, da dove avrebbe raggiunto Madrid per diventare Carlo III di Spagna. Amava così tanto Napoli che se fosse dipeso dalla sua volontà non l’avrebbe mai salutata. Ai napoletani lasciò una politica sociale ed economica in grande crescita, palazzi e teatri unici, delle inestimabili opere d’arte, a partire dalla parte emiliana della Collezione Farnese, e una nuova linfa, quella archeologica, che avrebbe permesso alla città di poter vivere per secoli di quelle scoperte che ancora oggi richiamano il mondo intero.
Prima di abbandonare Napoli volle visitare per l’ultima volta tutti i siti reali e le principali realizzazioni da lui promosse. Al Museo di Portici, dove erano raccolte le antichità rinvenute negli scavi archeologici, si sfilò un anello ritrovato personalmente a Pompei fatto con un cammeo rappresentante una maschera comica barbuta. Da qual momento lo aveva sempre portato al dito, ma in procinto di partire lo ripose tra i cammei e gli anelli del museo e disse: «Appartiene a Napoli. È patrimonio dello Stato».
In verità a Madrid portò con sè architetti, funzionari e vassalli napoletani fidati da affiancare agli spagnoli, e pare anche un po’ di sangue di san Gennaro, di cui era devotissimo.
Carlo non tornò mai più all’ombra del Vesuvio ma trascorse il resto della sua vita con la nostalgia della città che davvero amò di più.

Anello di Carlo di Borbone (MANN) / Dipinto di Antonio Joli (Prado)

Igiene, sempre!

Angelo Forgione Premiata fabbrica napoletana di cessi Vincenzo Coccoli, con quella enne speculata. Cessi ottocenteschi comodi e inodori, fabbricati in terracotta e porcellana decorata nella zona di Sant’Anna alle paludi, l’attuale stazione centrale.
Sì, propriamente detti cessi, che non è affatto parola volgare ma neutra poiché derivante dal latino cessus, cioè cedere, inteso come ritirarsi e appartarsi nel luogo di re-cesso.
E poi lui, il bidet, non quello settecentesco di Maria Carolina alla Reggia di Caserta ma un modello in legno e ottone da appartamento, tanto per zittire chi dice che non era roba per il popolo.
Testimonianza dei tanti primati di Napoli, questo di natura igienica. E tantissimi altri, in ogni campo, li potete conoscere non solo leggendo i miei libri ma anche visitando la Collezione Bonelli, il Museo di Napoli, presso la Casa dello Scugnizzo nel popolare rione Materdei. Farete un viaggio nella Storia di una città unica e sempre all’avanguardia, checché se ne dica

Tributo a Maradona

Un mio ritratto a matita in grafite di D10S. È il Maradona cittì dell’Argentina, con lo sguardo fiero del leader. Anno 2010, alla soglia dei 50 anni, disintossicato, non l’uomo accompagnato dal mostro, della droga prima e dell’alcol poi. Ho scelto di ritrarre un Diego in buona salute, come lo vorremmo oggi.

I 100 anni di Sergio Bruni

Angelo Forgione Era l’estate del 2002, 19 anni fa, e sull’isola di Hvar conobbi un giovane ragazzo croato. Quando, stringendo conoscenza, gli dissi di venire da Napoli lui non disse “pizza”, non disse “spaghetti”, non disse “Vesuvio”, non disse “mandolino”, e neanche “Maradona”. Sgranò gli occhi e disse “Sergio Bruni”. Sgranai gli occhi anch’io.

Tra i maggiori protagonisti della scena musicale napoletana dal dopoguerra al secondo Novecento, insieme a Roberto Murolo e Renato Carosone, era detto “La voce di Napoli” quando si diceva che Napoli fosse il suo fraterno amico Eduardo. E allora il grande drammaturgo gli dedicò una significativa poesia.

A ggente sà che dice?
Ca tu sì ‘a Voc’ ‘e Napule.
E sà che dice pure?
Ca Napule songh’ io!
Si tu si ‘a voce ‘e Napule
e Napule songh’ io;
chesto che vven’ ‘a ddicere?
ca tu si ‘a vocia mia!

La foto con Maradona è del 1990, e testimonia dell’incontro a Villaricca tra D10S e ‘a voce ‘e Napule, voluto del calciatore, che amava particolarmente l’intramontabile Carmela.

Buon Compleanno, burbero Maestro.

Ferdinando di Borbone, protettore della cultura d’Europa

il Ferdinando di Canova al MANN

Angelo Forgione Ancora oggi Ferdinando di Borbone viene definito “il Re lazzarone” e descritto come un rozzo sovrano. Così la tradizione patriottica ce l’ha presentato, perché colpevole di essere profondamente napoletano e di essere capitato sul trono nell’epoca dei Lumi e delle rivoluzioni. E invece, pur mancandogli l’approfondimento dello studio, non gli fece affatto difetto l’intuito per ingrandire la dimensione culturale di Napoli, portandovi la parte marmorea della Collezione Farnese da Roma, rendendo pubbliche tutte le raccolte artistiche private di famiglia, istituendo il primo museo dell’Europa continentale e stimolando la crescita artistica di Napoli.
Gli incoraggiamenti all’arte concessi dal “Re lazzarone” furono tanti e incontrarono convinti elogi nei vari territori italiani, tra cui quello del letterato lombardo Carlo Castone della Torre di Rezzonico, che in una corrispondenza di fine Settecento commentò la realizzazione della scultura “Adone e Venere” di Canova per il marchese napoletano Francesco Berio, per la quale Ferdinando concesse l’esenzione del dazio doganale per l’importazione dell’opera dallo Stato Pontificio, e riconobbe alla capitale borbonica un insuperabile patrimonio classico, accresciuto negli ultimi anni:

“[…] non vi sarà discaro […] il sapere in qual pregio tengasi dall’illuminato governo un’opera sì bella, e quali facilità si concedano, e laudi, ed incoraggiamento a facoltosi personaggi, che con illustri monumenti cospirano a volgere quella deliziosissima capitale in un’Atene novella, avvegnacchè per quelli dell’antichità possa di già entrare in contesa coll’istessa Roma.”

Canova scolpì lo stesso Ferdinando in un’enorme statua per accogliere i visitatori del Museo borbonico, e lo rappresentò proprio nelle vesti di Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore di un sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli, veicolando il messaggio borbonico di protezione delle arti e della tutela dell’antico in una cornice, quale quella del prestigioso museo, che rappresentava il contributo decisivo di Napoli e dei Borbone, Carlo e Ferdinando, per la formazione della cultura classica in Europa e oltre. L’uno stimolò l’archeologia e l’altro la raccolta artistica, assicurando gran prestigio internazionale alla Città. Al padre, ben più magnificato del figlio, il merito enorme dei musei a cielo aperto, le città antiche riportate alla luce. Al figlio, quello di aver compiuto l’atto più colto nell’Europa di fine Settecento con la volontà di assegnare ai napoletani le collezioni di famiglia e di creare un museo che è ancora oggi il massimo riferimento culturale dell’antica capitale, l’esposizione di arte classica più bella e importante del mondo.
E cosa fecero i veri zotici, quelli del regno dei Savoia, quando conquistarono Napoli? Rimossero la colossale scultura dalla nicchia che la ospitava sullo scalone del Museo e la nascosero in un ambiente secondario, facendo uno sgarbo enorme anche alla memoria di Canova. Sulle pareti della scalinata fecero apporre delle epigrafi, alcune proprio contro colui che aveva voluto il museo stesso e altre di esaltazione di Giuseppe Bonaparte, Murat, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Il ritorno della preziosa statua al suo posto è avvenuto solo nel 1997, per volontà di un impavido sovrintendente ai beni archeologici, Stefano De Caro, deciso a rendere giustizia tanto all’artista più celebrato tra fine Settecento e primo Ottocento, che a Napoli scoprì la devozione per l’Antico e così divenne il più grande scultore neoclassico, quanto all’artefice iniziale del più grande e più importante contenitore di arte classica d’Occidente. E lo chiamano ancore “lazzarone”.

L’inganno Nazionale

Angelo Forgione L’Italia di Mancini entusiasma agli Europei dopo le vacche magre della gestione Ventura, e i tifosi si appassionano tutti, da Nord a Sud. Persino Matteo Salvini, da sempre tifoso contro, è magicamente diventato tifoso degli Azzurri, anche se non casualmente indossa la maglia in versione verde.Effetto Nazionale, che nei percorsi vincenti genera euforia e crea un inganno, quello dell’unione del Paese, nascondendo le divisioni economiche e le cattive pulsioni territoriali, ma anche tutti i guasti dello stesso movimento calcistico italiano, vedi Calciopoli 2006.
È una forma di incoerente patriottismo a corrente alternata che si manifesta quando si svolgono le grandi competizioni internazionali per nazioni, in tutti gli sport. Un falso patriottismo a tempo che, quando si tratta di pallone, dura 90 minuti più recupero ed eventuali supplementari e rigori. Poi l’euforia e l’inganno si spengono e tutto torna alla realtà, almeno fino al prossima partita, sperando che non interrompa il campionato. Con buona pace dei meridionali, figli di quella parte marginalizzata ma non marginale della Penisola, la fu Magna Graecia dove è nata la civiltà italica e dalla quale proviene il nome Italia, che in tempi antichi fu la parte meridionale della Calabria.
E non venitemi a dire che le differenze territoriali si annullano quando gioca l’Italia. Non provate a sostenere che l’incultura discriminatoria, esistente in Italia, riguardi solo il tifo sportivo, perché altrimenti Riccardo Muti, salito giovane e sconosciuto da Napoli a Milano negli anni Sessanta, non sarebbe stato chiamato “il terrone” negli anni trascorsi tra le mura di un istituto culturale qual è un conservatorio, nella fattispecie meneghino.
No, non chiedetemi di slegare lo sport dal contesto sociale di cui è espressione solo perché l’Italia di Mancini vi sta facendo divertire dopo tante restrizioni pandemiche. L’oppio calcistico non lo fumo più dai tempi dell’indignazione nazionale per le porcherie di Calciopoli spenta dalla vittoria della Nazionale di Lippi, e lucidamente vi risponderei in terza persona citando un passaggio della prefazione scritta per il mio Dov’è la Vittoria dal maestro Oliviero Beha, uno che non slegava lo sport dal contesto sociale di cui è espressione:

“Lo “screanzato” Forgione ha fatto benissimo a osare. È un libro che ha diritto di cittadinanza tra quelli che finora raramente sono stati capaci di intrecciare il Calcio con la società che lo contiene e di cui è espressione macroscopica. Mi sarà e vi sarà utile prima come lettura e poi come consultazione, tra le molte cose che si dimenticano e quelle che si ignorano. Perché in realtà al centro del libro e della realtà che dispiega non c’è la palla, bensì noi stessi”.


interventi tratti dalla rubrica “Punto Nuovo Sport Show” (Radio Punto Nuovo)

La crisi del pomodoro pelato

Angelo Forgione Ma quanto stiamo sbagliando, proprio noi italiani, con il pomodoro? Consumiamo soprattutto la passata (54%), il prodotto meno nobile perché ottenuto con scarti della lavorazione, pezzi eliminati dagli operai mentre i pomodori scorrono sui nastri delle industrie conserviere. Poi ci sono le polpe (21%) e solo pochi ormai preferiscono i pelati (11%), che sono il prodotto più sicuro e qualitativo, perché subiscono una trasformazione industriale solo minima e mantengono intatto il legame con la materia prima da cui originano, i pomodori lunghi di qualità, lavorati appena colti e conservati nel modo migliore. Maturati, poi lavati, bolliti, spellati, e infine inscatolati con succo naturale con aggiunta di acido citrico per salvaguardare le caratteristiche organolettiche del prodotto finito.

Tecnologi, nutrizionisti e chef stellati avvertono che i pelati sono la migliore tra le conserve di pomodoro, eppure sono diventati prodotto di basso consumo in Italia, mentre negli anni Ottanta costituivano la metà delle vendite. Di scatole di pelati se ne aprono soprattutto in Campania, e poi in Sardegna, nel Lazio e in Umbria, mentre in Molise e in Sicilia la quantità è pari a meno della metà delle regioni in testa, bassa quanto in Friuli. Il consumo si è sbilanciato verso passate, polpe e sughi pronti, prodotti soprattutto al Nord.Meglio vanno le cose all’estero, dove i pelati sono ancora il prodotto italiano preferito. Insomma, il pelato ce lo invidiano in tutto il mondo, è il pomodoro italiano più amato nel mondo, ma non il più mangiato in Italia.

Eppure una buona informazione sul mondo del pomodoro sta facendo crescere la diffidenza da parte dei consumatori nei confronti dei prodotti trasformati, e i recenti sequestri sono solo gli ultimi, tra i più eclatanti, ad avvertirci che l’industria conserviera, nel mirino dei Carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare, non è immune dalle frodi.

La produzione dei pelati sta calando drasticamente anno dopo anno. Il rischio concreto è quello di veder sparire lentamente dagli scaffali dei supermercati il miglior prodotto italiano, unico al mondo per qualità, biodiversità e lavorazione. Tutto questo mentre l’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (ANICAV) di Napoli, dal 2017, prova a tutelare e valorizzare il prodotto trasformato registrando il marchio “Pomodoro pelato di Napoli IGP” e la Coldiretti di Foggia si oppone perché la gran parte del pomodoro lungo, poi trasformato in Campania, viene coltivato in Capitanata. Una guerra tutta intestina di un Mezzogiorno che non riesce a valorizzare un suo unicum nel mondo, il simbolo più evidente della sua specificità e della sua qualità.

Tutto ciò senza dimenticare il pomodoro San Marzano, specifico pomodoro lungo coltivato in determinate aree territoriali delimitate tra le province di Napoli, Salerno e Avellino, l’eccellenza del pomodoro italiano nel mondo, che è ormai un frutto di nicchia, e quello vero è persino roba di soli contadini per consumo proprio.

L’invito è uno solo: acquistare i pelati e non le passate. E se proprio disturbano semini e bucce, esistono sempre gli utili passini, a manovella o elettrici. Per un pomodoro di qualità, e perché no, per l’economia del Sud.

per approfondimenti: il Re di Napoli