––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Angelo Forgione – Prende vita il modello della prima statua di Maradona post mortem, e a dargliela è Domenico Sepe, scultore di quelli bravi davvero. Spontanea ispirazione dal giorno della scomparsa, scintilla emotiva che ha innescato una fiamma di faticosa creazione tuttora ardente per donare al popolo che ha osannato il Campione un monumento che lo immortala all’acme del suo estro. Tutto cuore, niente affari, e dopo solo una decina di giorni è già perfettamente riconoscibile la figura del fuoriclasse giovane, aitante, frutto di un lirismo chiaro e di un’attenzione maniacale ai rilievi del volto, crisol de razas, e del resto del corpo. Un modello che ho visto venir fuori dai disegni e poi dall’argilla, consigliando per quanto possibile Domenico sul dinamismo e sui dettagli di quel Diego che fu, idolo e supereroe nostro, di tutti i napoletani e gli argentini di quel tempo e di sempre. Una creazione di cui l’autore ha voluto rendermi partecipe dal principio – mio onore – in nome della nostra amicizia sincera nata dal comune orgoglio e amore per la cultura di Napoli, per le sue radici greche, per il classicismo e il neoclassicismo al quale si ispira la figura di questo atletico Maradona, che è mitizzazione della divinità pagana del pallone e riproposizione delle mitologiche sculture di Atene antica. Sì, visto da vicino, questo argentino in corsa, sia pur non finito, è già profondamente greco, e quindi napoletanissimo, e non risulterebbe blasfemo neanche tra l’Ercole Farnese e il Supplizio di Dirce, quantunque non sarà di marmo ma di più duraturo bronzo, inscalfibile e immortale come D10S comanda.
Angelo Forgione – 61 anni dello stadio di Fuorigrotta oggi! Il 6 dicembre del 1959 si disputava la primissima partita allo “stadio del Sole”. Il Napoli batteva la Juventus con il risultato di due reti a una. Impianto colossale poi dedicato nella primavera del 1961 all’apostolo Paolo da Tarso, portatore dell’evangelizzazione in Occidente partendo da Puteoli, l’antica Pozzuoli, ove sbarcò nel 61 d. C.Lo stadio, ancora per poco “San Paolo”, festeggia oggi i suoi 61 anni con la delibera di Giunta per il via libera, a furor di popolo, all’intitolazione a Diego Armando Maradona. Uno stadio pronto ad essere intitolato non solo al più grande calciatore della storia qui di casa – e scusate se è poco – ma anche a un napoletano, al quale dedico la mia creatività.
Angelo Forgione –Sette giorni senza Diego, e ancor non si placa l’onda emotiva che si è alzata dopo la sua scomparsa, capace di mettere in secondo piano addirittura la pandemia mondiale e ogni altra attività umana. Vi è, e non sappiamo per quanto tempo ancora vi sarà, una vera fenomenologia religiosa, altro che pagana, intorno al lutto. Lumini, altarini, fiori, immagini, oggetti vari si sono accumulati in un collettivo pellegrinaggio di dolore nelle due patrie del defunto Re, luoghi dei più alti onori uniti da un ponte pindarico carico di pathos. Camera ardente alla Casa Rosada di Buenos Aires ed effigie tra le statue dei Re sul portone del Palazzo Reale di Napoli.
Qualcuno, lontano dal ventre di questo vortice, ritiene tutto ciò un isterismo di massa, un fanatismo cieco e irrazionale, e non è che sbagli. Ma isterismo e fanatismo accompagnano sempre la fine dei grandissimi e imprimono la portata di una epocale scomparsa.
Il fatto essenziale è che ci siano scoperti piccoli di fronte alla grandezza di un personaggio omaggiato in tutto il globo, minuscoli di fronte al pallone, la vera religione del mondo moderno, che ha reso il suo pontefice più ecumenico di un papa, che planetario come Diego non è, dacché la cristianità non è di tutto il mondo.
È il momento di interrogarsi sull’impatto globale che ha avuto la notizia della morte di Dieguito. Milioni di cuori spezzati e commozione per un uomo che sembrava inadeguato, ormai non più all’altezza dell’immenso calciatore che era stato trent’anni prima, al tempo in cui aveva interpretato la figura del supereroe in carne ed ossa. Sì, proprio supereroe. Ogni bambino, indossando la 10 del Napoli, dell’Argentina o del Boca, si era sentito invincibile calciando su un campetto e per la strada, e quell’uomo tondo e sgraziato che Diego era diventato sembrava solo la caricatura di quel che era stato un tempo. Sembrava, perché la sua carcassa non era che mutata custodia di quell’eroe greco che attendeva l’appuntamento con la morte per trasformarsi in mito intramontabile. Un mito che, una volta scomparso l’involucro terreno in cui era stato incubato, abbiamo scoperto essere amato dappertutto, al di là della venerazione dei suoi tifosi di sempre. Pensavamo essere “solo” l’eroe dei due mondi, la luce del patriottismo argentino e napoletano, e invece abbiamo capito che era l’eroe del mondo, incarnazione della forza del Genio che convive con l’umana debolezza, amato perché autentico nelle contraddizioni che appartengono al genere umano.
Tra tutti quelli che l’hanno conosciuto non c’è nessuno che ne abbia parlato male, prima e dopo. Tra tutti quelli che l’hanno frequentato non c’è una sola persona che, oggi come ieri, non ne sottolinei l’umanità e l’altruismo. Ma come è possibile? Un uomo perso nei vizi, distrutto dalla sua vita dissoluta, che riceve onori da gran capo di stato e suscita così tanta commozione in ogni angolo del pianeta? Ma vuoi vedere che questo regalagioie deviato e chiacchierato, alla fine, sapeva amare il prossimo suo e lo faceva in silenzio?
Chiedete chi era a chi l’ha frequentato, che sapeva quanto fosse solo e a disagio nella sua fama oppressiva, alla ricerca di amici veri che lo considerassero un uomo, non un dio. Non chiedetelo a chi non l’ha avuto vicino un solo minuto della sua vita e in questi sette giorni non si è tolto il cappello dal capo e la sciarpa bianconera dal collo, pontificando sull’uomo sfatto, mai sciogliendosi in un applauso e semmai, lui vero miserabile, definendo miserabili coloro che lo hanno definitivamente sdegnato per questo. No, non chiedetelo a certe anime nere che, senza l’umiltà di Maradona, credono di essere un Maradona, e vivono l’esistenza nelle loro vuote convinzioni e in attesa di passare sul cadavere dell’avversario. Hanno atteso quello di Diego, inconsapevoli che la sua grandezza li avrebbe resi nervosi, minuscoli, ridicoli.
Vedendo Diego invecchiare male non mi sono mai fatto ingannare da quella carcassa che si trascinava sulle gambe doloranti e si esprimeva con sempre meno lucidità. Sapevo che dentro quel corpo alla deriva c’era un mito pronto a travolgere il mondo dei vivi saltando gli avversari, proprio come con gran atletismo faceva da giovane, e ho immaginato così, esattamente così, il giorno in cui sarebbe morto. Dovevamo immaginarcelo tutti il giorno in cui sarebbe finito, e dovevamo aspettarcelo che sarebbe stata la sua morte a dare il senso definitivo alla sua esistenza al tempo del football, la più grande religione del nostro tempo.
Angelo Forgione – Domenica 6 dicembre saranno trascorsi esattamente 61 anni dall’inaugurazione dello stadio di Fuorigrotta, in occasione di uno storico Napoli-Juventus (2-1). Era stato chiamato “Stadio del Sole”, ma proprio nella primavera del ’61, in occasione del diciannovesimo centenario dell’approdo a Puteoli, attuale Pozzuoli, di san Paolo di Tarso nel suo viaggio da Oriente verso Roma, fu firmata la delibera dell’intitolazione all’apostolo che aveva percorso la via che dalla zona flegrea portava alla Città Eterna, compiendo i suoi passi nelle vicinanze del luogo dove era stato costruito lo stadio, ovvero l’attuale via Terracina, in cui ancora oggi sono visibili dei significativi scavi archeologici. A san Paolo sarebbero stati poi dedicati nelle vicinanze anche un parco residenziale e l’ospedale.
Il numero 61 ricorre continuamente in questa storia. Anno 61, anno 1961, i 61 anni dello stadio e pure il 61esimo anno di vita appena iniziato in cui è spirato Maradona, cui venerdì sarà ufficialmente intitolato lo stadio dalla Giunta Comunale e dal sindaco De Magistris. Un atto doveroso perché in quello stadio sono state scritte pagine importantissime della storia del calciatore più grande di sempre fattosi mito con la sua scomparsa.
Don Tonino Palmese, docente di Teologia e di Pedagogia, chiede al Prefetto di Napoli di conservare la vecchia denominazione dello stadio e sposarla alla nuova (“San Paolo – Maradona”), mentre la diocesi di Pozzuoli, competente per il quartiere di Fuorigrotta, ha invece già “abdicato”:
La memoria di un popolo, il nostro, aperto per sua natura alla cultura dell’incontro, si è mantenuta viva per molto tempo prima che lo stadio venisse costruito, e si manterrà viva ancora dopo. È nel cuore, nella coscienza, di ogni abitante di questa terra che essa vive. Ci sembra invece che intitolare lo stadio a Diego Armando Maradona possa oggi essere un segno di richiamo ai valori fondanti lo sport, facendo riferimento a uno dei suoi più grandi rappresentanti, e a una passione che dall’ambito puramente sportivo deve diffondersi in tutto il tessuto sociale, politico, economico della nostra terra flegrea, con particolare attenzione ai più bisognosi secondo quella generosità che fu anche del giocatore argentino.Ben venga, dunque, l’intitolazione a Diego Armando Maradona del principale impianto sportivo della nostra città, se questo aiuterà la crescita umana e sociale della nostra terra purché non si perda la memoria delle nostre radici e ci siano iniziative culturali significative che mettano in evidenza i fondamenti greco-romani e cristiani della storia del nostro territorio. Senza radici profonde dove andiamo?”
San Paolo portò l’evangelizzazione in Occidente e dalle sponde flegree iniziò la sua diffusione. Il problema, dunque, è studiarla la storia, e chissà quante persone, fino ad oggi, abbiano approfondito il perché lo stadio di Fuorigrotta fosse stato intitolato a san Paolo.
Ne abbiamo chiacchierato a La Radiazza di Gianni Simioli (Radio Marte) con monsignor Gennaro Matino, docente di Teologia pastorale e scrittore.
Angelo Forgione – Oggi ho partecipato per invito alla riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Napoli in cui si è discusso dell’intitolazione dello stadio cittadino a Diego Armando Maradona. La Commissione, all’unanimità, ha approvato il documento che propone il toponimo secco “Stadio Diego Armando Maradona”. Ho proposto alla presidente, Laura Bismuto, e all’intera Commissione, nonché al Sindaco e all’Assessore allo Sport, di scrivere la parola stadio inserendo l’emblematica sigla D10, ovvero “StaD10 Diego Armando Maradona“, e di provvedere anche a un contest per una realizzazione grafica dell’idea. Gli esiti della riunione di stamattina passano ora alla Commissione Tecnica presieduta dal Sindaco, che si riunirà venerdì, per procedere poi con delibera di Giunta comunale e Prefetto.
Tre minuti a La Radiazza (Radio Marte) per descrivere il Maradona napoletano, immediatamente divenuto tale, non appena sbarcato nel paese in cui aveva cercato riparo da una Spagna ostile verso i sudamericani. Lui, giovane argentino catapultato in Europa dalla sua classe, non immaginava che in Italia avrebbe dovuto fare i conti con le stesse pulsioni avvertite in Catalogna. Capì che i napoletani erano il popolo da proteggere. Capì che Napoli era Buenos Aires.
Tutto quello che abbiamo fatto a Napoli lo sappiamo voi ed io. Sappiamo che abbiamo fatto tutto contro tutti e questo non si può cancellare. Io sarò sempre, sempre, Diego il napoletano.
Angelo Forgione – Due uomini in fuga, senza scampo, in una lussuosa dimora con vista Golfo a qualche centinaia di metri da Pompei, rinascono dalle ceneri vesuviane grazie alla tecnica ottocentesca dei calchi in gesso di Giuseppe Fiorelli. Ma davvero pensi che fossero questi signori così sprovveduti da decidere di vivere sotto un vulcano pronto ad esplodere? No, non sapevano, e alcun studioso li aveva avvertiti della minaccia. Per loro era un innocuo monte dalla vetta pianeggiante e dalle pendici fertilissime, ben diverso nell’aspetto da quel che conosciamo oggi. La quiete era durata circa otto secoli e Plinio il Vecchio, nel 77 dC, elencando i vulcani attivi di quel tempo in Naturalis Historia, non aveva incluso il Vesuvio. Si accorse dell’errore solo qualche mese dopo, vedendolo eruttare da Misenum, e da lì attraversò il Golfo verso la morte.
Tracce mirabili di una catastrofe non annunciata, e noi qui affascinati dalla storia di un’eruzione, la più famosa, che riemerge senza insegnarci la metafora di una Natura che è sovrana. Siamo noi i veri sprovveduti che la sfidano sapendo che ha già vinto, non i due fuggiaschi tra i tanti ignari vesuviani del tempo che fu. No, non mi riferisco alla convivenza con il vulcano d’oggi, supermonitorato come nessuno al mondo. Parlo del riscaldamento globale e delle mutazioni climatiche. Parlo delle manipolazioni di ogni tipo e dei virus di cui siamo responsabili con le nostre attività. Parlo di tutto ciò che crediamo di poter controllare in nome del guadagno a breve termine e dell’eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, sperando neanche tanto fortemente nella mano invisibile del fato, ignorando che quella conduce l’eroe delle tragedie greche verso l’inevitabile catastrofe. I fuggiaschi di Pompei siamo noi.
Angelo Forgione – Se oggi è il SARS-CoV-2, causa del Covid-19, a mettere in ginocchio il mondo, nel Settecento il flagello endemico era il variola, causa del vaiolo, la malattia infettiva più diffusa e più grave nell’Europa di quel tempo. Spaventava tutti, dacché colpiva giovani e bambini, e una persona malata su sei moriva, mentre chi non lo contraeva in forma maligna e letale facilmente restava cieco o deforme. Alla metà del secolo si contavano 60 milioni di morti, soprattutto bambini, e solo negli stati italiani ne risultavano colpiti sei giovani su dieci.
Anche Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III di Spagna, morì a 30 anni, nel settembre del 1777, affetto dalla malattia. Il fratello Ferdinando, re di Napoli e Sicilia, scosso dal lutto, seguì l’esempio della suocera Maria Teresa d’Asburgo, illuminata imperatrice che, nel 1768, aveva fatto introdurre a sue spese, provandola innanzitutto su stessa e poi sui figli, l’immunizzazione attraverso la “variolizzazione”, un metodo di prevenzione sperimentato in terra ottomana mediante inoculazione di materiale pustoloso prelevato da lesioni vaiolose o dalle croste di pazienti non gravi e in via di guarigione. La pratica era ostacolata dalla superstizione di certi ambienti religiosi, per i quali infettarsi da persona sana significava andare contro la volontà di Dio, ed era anche di difficile accettazione visto che non era immune da rischi: le persone inoculate, oltre a divenire veicolo di contagio, potevano contrarre la malattia in forma grave e morire. Tra i primissimi a validare l’inoculazione era stato il medico pugliese Domenico Cotugno, che a Napoli, nel 1769, aveva pubblicato il De sedibus variolarum syntagma, in cui aveva sostenuto l’ancora delicata pratica. Ferdinando, con grandissimo coraggio e sfidando le paure diffuse, incaricò il medico pisano Angelo Maria Gatti, esperto della pratica, di “variolizzazarlo”, suscitando da Madrid la contrarietà di suo padre, il cattolicissimo Carlo III. Cattolico era pure Ferdinando, ma aveva sposato una figlia di Maria Teresa d’Asburgo, la giovane Maria Carolina, persona assai colta e ben disposta ai progressi della scienza, colei che aveva fatto venire il medico Gatti dal Gran Ducato di Toscana dopo l’inoculazione del virus al fratello, il granduca Pietro Leopoldo; e così, nel marzo del 1778, a 26 anni, il Re si fece variolizzare, al pari della quasi coetanea consorte, scrivendo poi al padre che, dopo un bel po’ di pustole comparse sul viso e sul corpo, le cose procedevano bene e si sentiva più tranquillo.
Le inoculazioni del virus del vaiolo divennero sempre più una priorità per Ferdinando e Maria Carolina dopo l’ancor più dolorosa morte dell’amato primogenito, il piccolo Carlo Tito, scomparso per la terribile malattia nove mesi dopo, a soli tre anni. E dunque la coppia reale fece variolizzare il piccolo Francesco, nuovo erede al trono di un anno di età, e le sorelle maggiori Maria Teresa e Maria Luisa, per poi ordinare l’inoculazione obbligatoria per i ragazzi dell’appena costituita Real colonia delle Seterie di San Leucio, dove esisteva una vaccheria per l’allevamento delle vacche sarde. Il virus infettava non solo gli uomini ma anche i bovini, i quali la trasmettevano alle mungitrici, in forma più blanda e con lesioni limitate alle mani. Nel paragrafo XV, capitolo II, del Codice delle Leggi Leuciane del 1789, interamente dedicato al vaccino contro il vaiolo, si leggeva: “Vi sarà perciò una Casa separata totalmente dall’altre in luogo di aria buona, e ventilata, chiamata degl’infermi. In questa ne’ debiti tempi di autunno, e primavera d’ogni anno si farà a tutti i fanciulli e le fanciulle della Società l’inoculazione del vajuolo”.
Nella primavera del 1801, durante un’epidemia di vaiolo a Palermo che mieteva migliaia di vittime, e su richiesta di Maria Carolina che aveva perso una sorella sempre per la malattia, l’impavido Ferdinando sfidò lo scetticismo generale e si avvalse di due medici inglesi, Joseph Marshall e John Walker, recatisi in Sicilia per immunizzare i marinai britannici di stanza sull’Isola, e avviò quello che è da considerarsi il primo programma di vaccinazione su larga scala dei territori italiani. Dopo aver fatto variolizzare i suoi figli, ordinò ai medici delle province di fare lo stesso con le centinaia di migliaia di orfanelli e trovatelli delle loro giurisdizioni. Furono coinvolti oltre diecimila bambini in meno di un anno.
Nell’agosto del 1802, il Re istituì un apposito organismo sanitario, la Direzione Vaccinica, con sede nel Real Albergo dei Poveri di Napoli e succursali nelle altre province del regno.
Tra il 1803 e il 1810, il giovane medico napoletano Gennaro Galbiati, chirurgo ostetrico dell’Ospedale degli Incurabili e allievo di Domenico Cotugno, perfezionò l’inoculazione, rendendola più sicura ed efficace. Il suo metodo si rifaceva alla scoperta dal medico inglese Edward Jenner, il quale aveva intuito che inoculando il più blando vaiolo degli animali anziché quello umano si sarebbe ottenuta ugualmente l’immunità, e aveva iniziato a sperimentare la scoperta, deducendo che da tale immunizzazione il virus si presentava nella forma bovina, quindi senza gravi conseguenze, e non in quella umana più pericolosa. Il metodo, definitivamente verificato nel 1796 e conosciuto come “inoculazione jenneriana”, utilizzava il virus vaccinico come agente virale, ed era di fatto il primo “vaccino”, nome derivante appunto dall’aggettivo latino “vaccinus”, derivato di vacca. Domenico Cotugno, ne era divenuto convinto sostenitore.
Cosa fece di innovativo Galbiati? Con il metodo Jenner, il materiale infetto dei bovini veniva trasferito da animali infetti a uomini sani, come nella variolizzazione, e ciò aveva lo svantaggio di poter trasmettere, nel successivo trasferimento da uomo a uomo, altre patologie infettive umane, soprattutto la sifilide. Galbiati introdusse il trasferimento del materiale infetto in vacche giovani e sane, e da queste ritrasferito all’uomo. Inoltre eliminò il trasferimento da uomo infetto a uomo sano ed introdusse il passaggio attraverso un bovino, che aveva anche il vantaggio di produrre quantità maggiori e standardizzate di materiale da trasferire ai bambini da vaccinare.
La vaccinazione animale ideata da Jenner e perfezionata da Galbiati venne avversata dagli ambienti più conservatori perché considerato un insulto alla natura, data la commistione tra animale e uomo. L’opposizione venne soprattutto dalla Commessione Centrale di Vaccinazione, il nuovo nome dato nel 1807 da Giuseppe Bonaparte alla Direzione Vaccinica dopo l’invasione francese a Napoli. L’istituto, tra il 1808 e il 1819, nonostante gli scetticismi e le paure della popolazione, registrò 280.000 immunizzazioni, la maggior parte eseguite utilizzando il vaccino di derivazione umana.
Fu poi con il Decreto n. 141 del 6 novembre 1821 “riguardante la inoculazione del vaccino vajuolo” che lo stesso Ferdinando di Borbone, una volta recuperato il trono di Napoli, rese obbligatoria con severe norme la vaccinazione dei bambini del regno, per la prima volta negli stati d’Italia. Il sovrano operò per scoraggiare il fronte antivaccino e per persuadere gli scettici proprio con l’arma della fede e con l’incentivo di una lotteria nazionale. I parroci, tenuti a mantenere aggiornati i loro registri dei vaccinati, avrebbero dovuto “minacciare” di disgrazie i più riluttanti e ogni anno avrebbero messo tutti i nomi dei vaccinati in un’urna, da cui sarebbe stato estratto il nome di un fortunato vincitore di un cospicuo premio in denaro.
Con i Regolamenti emanati il 10 settembre 1822, commutando la Commessione Centrale di Vaccinazione in Istituto Centrale Vaccinico, fu definita dettagliatamente l’organizzazione dei diversi livelli amministrativi insediati nelle province.
Nel 1843, l’istituzione vaccinica di Napoli fu insignita di un prestigioso riconoscimento dall’Accademia Reale delle Scienze di Francia per il lavoro compiuto in quarant’anni di proficua attività, tra organizzazione e diffusione dei regi decreti, a testimonianza di quanto fosse stato esemplare in tutt’Europa per la prevenzione e la lotta contro il vaiolo.
In prossimità dell’unificazione politica d’Italia, il torinese Massimo d’Azeglio, governatore della provincia di Milano, scrisse al patriota Diomede Pantaleoni: “Ma in tutti i modi la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Faceva davvero paura quella malattia, anche a chi dai napoletani otteneva la soluzione, visto che nel frattempo la retrovaccinazione con l’utilizzo di bovini ideata da Galbiati iniziava ad affermarsi. Nel 1864, durante un convegno medico a Lione, un brillante allievo di Gennaro Galbiati, Ferdinando Palasciano, rese nota in ambito internazionale l’ormai sessantennale esperienza napoletana, invitando a Napoli chiunque volesse visitare gli stabilimenti sorti per produrre il vaccino industriale di derivazione animale messo a punto dal suo maestro, quello che fu poi adottato dall’intera comunità scientifica mondiale mentre la variolizzazione finiva per essere vietata.
L’ultimo caso conosciuto di vaiolo nel mondo è stato diagnosticato nel 1977 in Somalia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente eradicata questa malattia nel 1980. Un risultato straordinario reso possibile dal prezioso contributo della medicina napoletana, un vero modello nella storia dei vaccini che andrebbe studiato da chi oggi, in tempo di Covid-19, pur essendo napoletano, si dice stupito che l’eccellenza delle cure arrivi incredibilmente da Napoli e da quell’ospedale che porta il nome di Domenico Cotugno, il medico che fu tra i primi ad appoggiare l’inoculazione jenneriana, aprendo la strada del perfezionamento al suo allievo Gennaro Galbiati.
Angelo Forgione – La Napoli del commercio è in rivolta. Non c’è solo la violenza deprecabile in ciò che è scattato all’ora del primo “coprifuoco” del 23 ottobre. C’è anche e soprattutto la sacrosanta esasperazione della gente che lavora, cavalcata dai facinorosi, che in certe occasioni non mancano mai. La Napoli degli esercenti, quelli più in difficoltà, è in rivolta contro Vincenzo De Luca, ma non solo quella. Anche Salerno, Nocera e Cava, feudo storico del governatore appena rieletto a furor di popolo: circa il settanta percento dei voti in tutta la regione, il 66,58% dei voti a Napoli. Gli avversari si sono arresi alle urne dichiarando la sconfitta annunciata e motivandola con il consenso raccolto dall’ex sindaco di Salerno per la gestione della fase primaverile dell’emergenza sanitaria, allorché, mentre tutti gli italiani erano costretti a identiche privazioni della libertà, i contagi in Campania non destavano preoccupazioni. E in effetti lui, facendo leva su un affabile linguaggio teatrale, tra un “cinghialone” e un “fratacchione”, aveva accresciuto consenso e notorietà, risultando nei sondaggi il governatore più apprezzato d’Italia, insieme al veneto Luca Zaia. Oggi è invece obiettivo della violenta rivolta, a un solo mese dalla rielezione indiscussa e schiacciante. La stessa politica che ha guadagnato voti oggi risulta insufficiente e inadeguata a contrastare il crescendo dei positivi e dell’emergenza ospedaliera, e la conseguente questione economica. Cosa è successo?
È successo che, a riconferma ottenuta, il linguaggio di De Luca è cambiato. Non più sorrisi e divertenti guasconerie ma sguardo torvo e tono autoritario senza concessioni alla teatralità, se si eccettua qualche incursione sulla diatriba per niente sportiva su Juve-Napoli boicottata dall’ASL partenopea. Sono piovuti strali su tutti e tutto. Alla vigilia della finale di Coppa Italia tra Napoli e Juventus, immediatamente dopo il lockdown, quando la situazione epidemiologica in Campania non terrorizzava il popolo, non minacciò proprio nessuno in vista dei possibili festeggiamenti in piazza. E non disse nulla quando i napoletani riempirono le strade del centro dopo l’ultimo rigore trasformato dai trionfanti Azzurri. Oggi piovono anatemi persino su Halloween, “monumento all’imbecillità”. Non si tratta più di capire se sia più utile l’americanata per il commercio in ginocchio o se sia giusto che l’americanata si metta da parte per garantire la salute. Non si tratta più di ridere dell’oltraggio al pudore di chi fa footing sul lungomare con una tuta alla zuava. Ora la gente, già stressata da un tam tam meditatico insistente che indirizza l’opinione pubblica e snerva, è ormai alla fame, stufa, esasperata dalle promesse del Governo nazionale che aveva annunciato massimo sostegno e garanzie mai totalmente concretizzatesi. “Nessuno perderà il lavoro”, si disse. Certo, come no. E i lavoratori che resistono ad assicurare il servizio nei ristoranti aspettano ancora il pagamento della cassa integrazione del mese di maggio. Ora che non sono neanche definiti i tragici effetti del lockdown passato il governatore della Campania chiude scuole e ristoranti, e chiede alla presidente del Consiglio di chiudere tutto, ché tanto lui lo farà nel suo territorio, seminando nuove angosce. Mostra la lastra dei polmoni di un trentasettenne ricoverato al Cotugno di Napoli con il Covid, usando la paura quale antidoto contro il diffondersi dei contagi, la stragrande maggioranza asintomatici, che stanno mettendo in difficoltà gli ospedali campani. Dopo aver speso 18 milioni per il Covid Hospital (funziona o no?), sapendo di non essere in grado di gestire le conseguenze prevedibili di una crisi sanitaria, dispensa agitazione. Non è così che si parla alla gente.
La prevenzione non può passare per l’indebolimento psico-fisico delle persone. Indebolire un’intera comunità significa condannarla, e i napoletani non ci stanno, così come i salernitani e tutti i campani. Andrebbero considerate ed effettuate scelte ponderate, evitando di incolpare oltre misura i cittadini, già vittime di politiche sociali assenti e di una scarsa assistenza sanitaria. Da un mese a questa parte, a urne chiuse, è sparito lo spirito distensivo e a tratti umoristico del guascone De Luca ed è montata l’aggressività. E con questo fare sconsiderato, con questa dura dialettica del terrore, che una categoria provata da mesi di durissime restrizioni, bisognosa di azioni equilibrate e toni rassicuranti, è stata invece stressata sempre più e spinta a scendere in piazza. Poi, purtroppo, sono entrati in scena certi professionisti degli scontri con le forze dell’ordine, che con la vera protesta non avevano un vero legame, e ne hanno approfittato per guadagnare il proscenio. Condanna assoluta, ovviamente, ma tutto questo può succedere quando si aggiunge pressione in una pentola già in ebollizione quale è la complicata Napoli e si fa saltare il coperchio. E succede quando manca la mediazione politica tra Regione e Comune, perché quel che si è visto stanotte è anche figlio di un duro scontro dialettico tra De Luca e De Magistris, che viene da molto lontano e che ha intossicato la Città.
Angelo Forgione – È la collina che sovrasta Napoli, di cui è diventata parte urbanizzata integrante solo nel Novecento, quando gli antichi villaggi della zona, fino ad allora campestre, furono inglobati nell’edificazione dei nuovi quartieri del Vomero e dell’Arenella. Oggi si tende a dare alla collina il toponimo del quartiere, che, per opinione diffusa, deriverebbe dal vomere, la lama dell’aratro con cui si lavorava il territorio agricolo che fu. Pare però che i Greci chiamassero quel colle “Bomós”, (βωμός, pronuncia: vomós), cioè “altura-altare”. Per loro era il locale Olimpo. Il dubbio sull’origine del toponimo resta, ma sembra invece non esservene alcuno sul fatto che la collina si chiami esattamente Vomero, che invece è il nome dato al quartiere, nato a fine Ottocento. Al colle fu certamente dato ben altro nome dai Romani, i primi a sfruttare quel promontorio per scopi agricoli. Quale? Facendo un’accurata ricerca documentale si apprende che lo chiamavano “mons Trifolinus”, monte Trifolino, per l’erba trifoglio che lo contraddistingueva, ed era la “humus vini patria”, la terra del vino. Un vino che prendeva il nome dal luogo stesso: il Trifolino. Fu citato da Marco Valerio Marziale tra quelli noti nei territori dell’antica Roma in un suo epigramma pubblicato in Xenia qualche anno dopo l’eruzione vesuviana del 79 d.C. Assai più avanti, nel 1586, lo storico Scipione Mazzella, nella Descrittione del Regno di Napoli, scrisse:
Trifolino è un monte che sta nella città di Napoli, e dal volgo, e chiamato hor monte di Sant’Hermo, hor di San Martino, per essersi su la cima di detto monte una bellissima Chiesa, e monasterio di Monaci Certosini sotto nome di S. Martino […]. Produce questo bello monte nobili vini […]. E chiamato monte Trifolino, per causa del erba Trifoglio che per tutto in gran copia nel detto monte nasce.
In età medievale era chiaramente già diffuso l’uso del nome di Sant’Hermo, cioè di Sant’Erasmo, cui era dedicata una cappella in quel luogo, da cui poi Sant’Elmo, così come è detto oggi il castello in cima al colle che trae il nome dalla certosa trecentesca dedicata al vescovo Martino di Tours.
La larga prevalenza di braccianti e contadini, l’aria salubre e le attrattive naturali del monte Sant’Hermo promossero la realizzazione di luoghi di villeggiatura dell’aristocrazia napoletana, tra cui il grande umanista Giovanni Pontano, uomo di corte aragonese, proprietario di una villa con un’amplissima estensione territoriale che occupava tutta l’area tra Antignano e il Torrione di San Martino.
A metà del Cinquecento venne aperto il sentiero dell’Infrascata, quello che oggi è il tracciato della via Salvator Rosa, per consentire all’aristocrazia napoletana di raggiungere più facilmente le residenze sulla collina dalla città bassa. Tutt’intorno, tra i tanti vigneti della zona, qualcuno coltivava di certo anche i rinomatissimi broccoli di Napoli, acclamata tipicità partenopea che per fama equivaleva in Italia a quel che oggi è la pizza. Un luogo comune vuole la collina come “la terra dei broccoli”, ma evidentemente la tradizione locale più antica era (ed è) senza dubbio quella del vino.
I repubblicani giacobini del 1799 ribattezzarono la collina a modo proprio. Per loro era il “monte Giannone”, in onore del riformista che aveva aperto la strada dell’Illuminismo napoletano seminato da Giambattista Vico. Nome presto scomparso, vista la repentina riconquista del regno da parte di Ferdinando di Borbone, che si interessò al luogo più del padre Carlo e acquistò, nel 1817, i terreni utili all’edificazione del buen ritiro nel verde per sé e per la sua sposa morganatica Lucia Migliaccio, contessa di Floridia. La villa Floridiana” fu realizzata dall’architetto toscano Antonio Niccolini, gran protagonista della stagione neoclassica napoletana, autore del rifacimento totale del Real Teatro di San Carlo dopo l’incendio del febbraio 1816 e pure dell’ancora esistente villa Genzano-Majo all’Infrascata, dove Gaetano Donizetti scrisse gran parte della gloriosa Lucia di Lammermoor, assoluto capolavoro composto a cavallo tra la primavera e l’estate del 1835, in quaranta giorni di intenso lavoro tra l’alloggio cittadino di via Corsea, l’attuale via Cervantes, e il ritiro estivo messogli a disposizione dall’editore musicologo di origine francese Guglielmo Cottrau, che ne era proprietario.
Quando, nel 1860, Giuseppe Garibaldi invase Napoli per consegnarla a Vittorio Emanuele II di Savoia, fece suo un recente decreto borbonico di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli, e decretò la costruzione “nei siti più propri allo estremo dello abitato della città e sulle colline che la circondano, di case salubri ed economiche per il popolo, e massime per gli operai”. Quartieri operai, dunque, nella intenzioni del populista dittatore delle Due Sicilie, ma solo con l’esplosione del colera del 1884 la collina fu interessata dall’espansione della città, per rispondere alle sempre maggiori esigenze abitative ma anche per speculare sull’edilizia espansiva che interessava le maggiori città del Regno d’Italia e che poi generò l’esplosione dello scandalo della Banca Romana. Sotto la spinta dell’epidemia, con la Legge per il Risanamento di Napoli, i territori tra San Martino e e il villaggio di Antignano, quelli che erano stati del Pontano, furono acquisiti dalla Banca Tiberina, una banca piemontese agevolata dalla monarchia sabauda. L’11 Maggio del 1885, il re Umberto I e la regina Margherita di Savoia presenziarono alla posa della prima pietra per la costruzione del nuovo rione Vomero, che venne formalmente inaugurato il 20 Ottobre 1889 con l’apertura della funicolare che conduceva a Chiaia. Le nuove strade furono battezzate il 19 Aprile del 1890, allorché il Comune definì i trentasette nomi di artisti vari a cui intitolarle. Un anno dopo fu la volta dell’inaugurazione della funicolare che collegava il quartiere alla zona di Montesanto. Il tessuto viario a maglia reticolare appena nato prendeva corpo con le vie Luca Giordano, Scarlatti, Bernini e Morghen, e con la piazza Vanvitelli, nuovo luogo centrale di aggregazione attorno alla quale furono edificati quattro palazzi pressoché omologhi. Prendeva il via intanto la costruzione del nuovo rione Arenella, che prevedeva una sua grande piazza centrale, l’attuale Medaglie d’Oro, da cui sarebbero partite a raggiera ben sette strade nuove.
La zona collinare venne così a saldarsi alla città bassa, ma in maniera disordinata, e subito si avvertì un’evidente diversità fra i due livelli cittadini. Nacque una conurbazione sicuramente moderna ed elegante, pronto a rappresentare il nuovo riferimento residenziale in città, ma con un errore concettuale: il piano attuato dalla banca piemontese era bidimensionale, non adatto all’orografia di Napoli, non considerando l’obliquità della città, protesa verso il mare. La verticalità tra i quartieri collinari e il centro fu sostanzialmente ignorata nel progetto urbanistico, e ne fece le spese la vista panoramica. Il periodico d’elite Napoli Nobilissima, nel 1893, così descrisse gli interventi appena realizzati: “Le opere sono mirabili e danno alla città un aspetto ordinato, ma quanto si è guadagnato, tanto si è perduto di notevole bellezza”. Anche il secondo tratto del corso Vittorio Emanuele, l’antica tangenziale voluta da Ferdinando II di Borbone, quello dal Suor Orsola Benincasa all’Infrascata, cioè a piazza Mazzini, fu realizzato costruendo edifici sul lato mare, diversamente dal primo tratto borbonico, dal Santuario della Madonna di Piedigrotta al complesso monastico orsolino, per il quale erano stati rispettati i vincoli di tutela panoramica.
Il nuovo quartiere continuò a prendere forma nei primi decenni del Novecento, ora con una nuova sensibilità estetica. La collina fu terreno fertile per il momento partenopeo del Liberty architettonico, tra il 1900 e il 1920, quando la nuova urbanizzazione abbellì alcune zone della città. Un gran numero di villini e palazzi di incredibile splendore, uno più appassionante dell’altro, che raccontano, a chi oggi è capace di coglierne la bellezza tra gli antiestetici palazzi d’epoca successiva, di un periodo in cui ancora l’ideale architettonico era la ricerca stilistica del bello. Tutta una testimonianza dell’ultimo momento significativo dell’architettura locale, interprete di uno stile floreale internazionale ma declinato alla napoletana, contaminato da tracce di stili moresco, Tudor e neogotico ispirate dal tardo eclettismo del virtuoso Lamont Young, coraggioso e sottovalutato autore di diversi edifici evidentemente distanti dall’impronta accademica cittadina. E poi villini dotati di giardini, chiese, scuole, impianti sportivi, cinema, studi cinematografici (qui nacque la Titanus, poi trasferita a Roma), teatri, ristoranti ed esercizi commerciali, facendo della zona una vera e propria città di sopra attigua a quella di sotto, maggiormente collegata col centro tramite una terza funicolare, inaugurata nel 1928 col nome di “Centrale” per la sua posizione intermedia tra quella di Chiaia e Montesanto.
Il collasso urbanistico prese il via nel secondo dopoguerra, quando l’attività edilizia subì un’impennata vertiginosa in nome dell’opportunistica e più facile via della costruzione selvaggia, priva di ricerca architettonica e di estetica ma unicamente interessata allo sfruttamento dei suoli edificabili. Nel giovanissimo quartere chic i casermoni borghesi spuntarono come funghi, espandendosi verso i nuovi rioni più alti, cambiando definitivamente i connotati alla collina e rendendola ambita ma comunque ben lontana dagli standard di vivibilità che il posto aveva offerto fin lì.
Ma quel lembo verde e disabitato di colle, sotto la Certosa di San Martino, ultima testimonianza della “Napoli gentile” dipinta nella celebre Tavola Strozzi, miracolosamente sopravvissuto al sacco edilizio, non sparì, ed è ancora lì, a ricordare ai meno distratti che quella è, da due millenni, la collina del vino. Proprio osservando dalla città bassa l’attuale monte Trifolino, Sant’Hermo, San Martino o Vomero che dir si voglia si può osservare l’abbondante porzione verde di parete collinare, al riparo dall’aggressione del cemento. Si tratta dell’antica Vigna dei monaci di San Martino, immediatamente ai piedi della Certosa, nata insieme alla Certosa stessa nel Trecento, vincolata come “bene di interesse paesaggistico” nel 1967 per evitare che fosse completamente divorata dalla lottizzazione ediliza prevista del Piano Regolatore del 1939 e dichiarata Monumento nazionale italiano nel dicembre del 2010 per decreto ministeriale. Un vero e proprio territorio agricolo urbano con una vista mozzafiato sul Golfo e sul Vesuvio. È uno di quei fazzoletti cittadini che fanno insospettabilmente di Napoli la città con più terreni coltivati a vite in Europa dopo Vienna. Da questa porzione di città si ricavano ancora oggi litri di vini autoctoni, tra cui la Falanghina, l’Aglianico, il Piedirosso e il Catalanesca, un bianco molto gettonato nella Napoli aragonese, originariamente fatto con le uve catalane, portate dalla Catalogna alla metà del Quattrocento e piantate sulle vulcaniche pendici vesuviane del Monte Somma per volontà di Alfonso V d’Aragona, il sovrano che nel 1442 trasferì la capitale mediterranea dell’impero catalano-aragonese da Barcellona a Napoli. Nulla e nessuno, grazie a Dio, hanno potuto contro la vigna dei Monaci sul monte Trifolino, dove i trifogli sono rari e i broccoli non si coltivano più ma il buon vino scorre ancora.