Angelo Forgione per napoli.com – Proseguo la mia ricerca delle possibili origini napoletane di Topolino, o Mickey Mouse se preferite. Le informazioni ricevute ad aprile 2013 dalla nipote di Carmine Cammardella, fondatore dell’azienda “La Sorgente sciroppi” (leggi l’articolo), meritano ovviamente maggiori approfondimenti, anche perché giornali e tivù si sono interessate all’argomento analizzandolo con
un pizzico di superficialità. Rosanna Cammardella, attuale responsabile aziendale, mi ha fornito alcune interessantissime ed emozionanti documentazioni fotografiche di vecchissime etichette (cliccare sulla foto a destra per ingrandire) delle quali proveremo a risalire al periodo di scatto negli archivi storici dell’Ufficio Tecnico di Finanza.
Una fatto è certo: la storia del fantomatico Michele Sòrece che circola sul web, come già detto in passato, è stata evidentemente inventata ad arte, visto che negli archivi digitali di Ellis Island non esiste alcun nominativo del genere tra gli emigranti italiani del primo Nocevento. Non è questo il nome del disegnatore del topo napoletano, sulle cui tracce ci incamminiamo per capire chi sia.
Carmine Cammardella cominciò nel 1920 a fare liquori nel cuore di Napoli (l’azienda si è trasferita a Caivano negli anni Novanta, ndr). È importante sottolineare che era quella un’epoca in cui le attività imprenditoriali esprimevano dei valori ancora artigianali; non esistevano concorrenza sleale e quote di mercato, e pertanto non erano previste registrazioni di marchi e brevetti. Ovviamente, senza una registrazione non è possibile capire se il topo aziendale risalga al 1920.
Rosanna Cammardella ci tiene a dirmi qualcosa che rafforza il dubbio da me avanzato ad aprile: “Che una bottiglia di liquore portata in America da qualche emigrante sia arrivata nelle mani di Walt Disney?” «Era un’epoca molto diversa dalla nostra – dice la Cammardella – in cui l’ultima cosa che mio nonno avrebbe pensato di fare, sarebbe stata quella di andare a vedere cosa si faceva negli Stati Uniti, o che aria tirasse in America in materia di marchi, mentre era intento a preparare con amorevole cura il suo Anice Reale da distribuire nei bar e nei caffè di Napoli. La scelta di un topolino come simbolo dell’azienda è dunque stata assolutamente casuale, nata dalla penna di un disegnatore a cui mio nonno aveva commissionato appunto un disegno che potesse diventare il marchio della antica ditta “La Sorgente di Carmine Cammardella“. Tutto quello che è successo dopo è noto a tutto il mondo, ma come siano andate esattamente le cose nessuno lo sa; so che questo disegnatore, emigrato in America in cerca di maggiore fortuna, si sia poi imbattuto in quello che poi sarebbe diventato il padre di Mickey Mouse, a cui, per riconoscenza, avrebbe donato una bottiglia di quell’Anice Reale napoletano con su disegnato un topolino».
La responsabile dell’azienda di Caivano precisa anche che non c’è stata mai esigenza di parlare della vicenda, e perché solo dopo il mio interessamento si è decisa a darmi informazioni: «L’azienda, in tanti anni, non ha mai parlato troppo della storia di questo nostro marchio. Come vede, ne ha parlato Lei, non noi. Questa storia non è mai stata pubblicizzata né strumentalizzata per fini commerciali. La nostra era ed è ancora oggi una piccola realtà locale, che sicuramente non ha mai tratto benefici particolari e non ha mai speculato su tutto questo. Io ne parlo con piacere con Lei che ha sposato la storia delle cose vere e nobili di Napoli».
Ma allora chi è questo disegnatore emigrato in America che avrebbe donato una bottiglia di Anice Reale napoletana a Walt Disney? Forse la risposta è nella tesi di laurea di Daniele Amato, napoletano, laureatosi nel 2011 in “Culture digitali e della comunicazione” alla facoltà di Sociologia della “Federico II”. Nel nostro incontro, Daniele mi ha parlato di Quirino Cristiani. Chi è costui? È un disegnatore italiano nato nel 1896, in piena esplosione dei cinematografi, a Santa Giulietta, nel Padovano, ma trasferitosi a soli quattro anni a Buenos Aires con la famiglia, dove crebbe sviluppando la sua forte passione per il disegno e, successivamente, per l’animazione. Cristiani, in pochissimi lo sanno, fu il creatore del primo lungometraggio animato della storia, titolato El Apóstol, realizzato nel 1917, primeggiando anche sul lungometraggio con sonoro. Fu lui il primo ad animare i disegni su carta, realizzando movimenti con sequenze di fotogrammi impressi su pellicola, dando luogo ai “cartoni animati”.
Raccogliendo informazioni, ho appreso che nel periodico fiorentino Notiziario Gaf (Gruppo Amici del Fumetto) n.23 del luglio 2005 fu pubblicato un articolo titolato “È napoletano anche Topolino!”, firmato da Romolo Baccani. Scavando nel web sono riuscito a trovarlo (clicca qui per leggere), e ho letto che, secondo l’autore, nel 1920, Carmine Cammardella, modesto produttore di anice e di alcol puro e denaturato, decise di potenziare l’attività aziendale, promuovendo su larga scala l’Anice Reale. Baccani racconta in quell’articolo che nonno Cammardella aveva fiuto pubblicitario e pensò ad un marchio grafico per identificare a colpo sicuro il suo anice, perché l’analfabetismo era ancora ampio. Contattò un emigrato italiano e gli commissionò un’etichetta illustrata. Quell’emigrato era Quirino Cristiani. Daniele Amato, nella sua tesi, scrive che, proprio per ovviare al’analfabetismo che dominava sulla lettura testuale, Carmine Cammardella ebbe bisogno di un’immagine ironica e atipica, che rispecchiasse sia la freschezza che la cultura della sua terra d’origine. E così Quirino Cristiani (molto famoso in Argentina in quel periodo dopo il successo di El Apóstol, ndr) sarebbe stato contattato e avrebbe disegnato per “La Sorgente” un simpatico animaletto dalle sembianze umane con grosse orecchie a sventola, una lunga coda e un improbabile paio di pantaloncini corti con due bottoncini cuciti sul davanti. Sornione, sbruffone, irriverente, goffo, monello e pasticcione; così era il topo-scugnizzo fatto per i napoletani da un disegnatore padovano trapiantato in Argentina, e così era a grandi linee il primo Mickey Mouse di Plane Crazy; addirittura trasformato in topo-cubano nelle vecchie etichette del rhum (vedi foto); sarebbe poi diventato un piccolo e tenero secchione per renderlo più consono alla cultura americana e capace di “globalizzarsi”, addolcendo lo sguardo e arrotondando il corpo.
E fu sempre Baccani a scrivere che dieci anni dopo, quindi nel 1930, la Disney, in procinto di espandersi su scala mondiale, si accorse della somiglianza e si rivolse alla ditta napoletana, così come pure alla Nerbini di Firenze, che in quegli anni pubblicava un settimanale dal titolo Topolino. I toscani, dopo aver cambiato la testata in Topo Lino, si accordarono e pagarono le royalties sui diritti d’autore, mentre “La Sorgente” riuscì a dimostrare che il suo topo antropomorfo era antecedente a quello disneyano, così come dimostrato anche negli anni Ottanta, secondo Rosanna Cammardella, dagli eredi al cospetto della richiesta di spiegazioni della Mondadori, che in quegli anni deteneva i diritti italiani di Mickey Mouse.
Quirino Cristiani e Walt Disney si sono mai incontrati? Si, ma non si sa se ciò è accaduto prima del 1941, anno in cui lo statunitense si recò in Argentina alla ricerca di nuovi mercati per sopperire alla crisi bellica in Europa. I due animatori si videro e, come si legge nel libro L’uomo che anticipò Disney (Tunuè, 2007) di Giannalberto Bendazzi, autorevole esperto mondiale di cinema d’animazione, l’italo-argentino scrisse in alcuni suoi appunti come si svolse il loro incontro, testimoniando in prima persona dell’ammirazione reciproca e del
sincero affetto, che potrebbe essere nato tempo prima. Cristiani fu voluto a lavorare per Disney, ma non ci andò mai. Era troppo fiero del suo lavoro per legarsi ad un padrone, dichiarando sempre la sua stima per il grande americano ma non rinunciando mai di puntualizzare che era stato lui il primo. Gli stili si somigliavano, ma c’è un particolare su cui riflettere, suggerito dal sociologo Vanni Codeluppi nel suo Il potere della marca. Disney, McDonald’s, Nike e le altre (Bollati Boringhieri, Torino 2001): Walt non sapeva disegnare se non con un tratto molto infantile. E questo avvalora la tesi secondo la quale Topolino non sarebbe una sua creazione. Forse neanche di Ub Iwerks, il suo collaboratore, cui alcuni attribuiscono la creazione grafica del topo più famoso del
mondo e del suo antesignano: il coniglio Oswald the Lucky Rabbit, del 1927. Era un Mickey Mouse con le orecchie non tonde ma allungate, più simili a quelle del topo de “La Sorgente” sulle etichette illustrate. Dunque, il primo topo antropomorfo era forse di Quirino Cristiani?
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Lo spettacolo delle Acque alla Reggia di Caserta
Angelo Forgione – Secondo appuntamento con “Le acque della Reggia. Acqua che viene… Acqua che va…”, la rappresentazione teatrale alla Cappella Palatina del Real Palazzo di Caserta già presentata lo scorso 30 novembre. In occasione di “Una notte al museo”, l’apertura straordinaria del 28 dicembre promossa dal Mibac, nei due spettacoli delle 20 e delle 22, i visitatori saranno trasportati indietro nel tempo, alla metà del Settecento, quando fu pregettato e realizzato il magnifico Acquedotto Carolino. Un adattamento teatrale delle lettere di Luigi Vanvitelli inviate a Roma al fratello Urbano tra il 1751 al 1768, con testi tratti dal libro “Reali delizie, itinerario storico-artistico in Campania Felix” di Ettore e Roberta Ventrella, e monologhi di Patrizio Ranieri Ciu. La ricostruzione della vita di corte prende vita con un ballo di dame e cavalieri che danzano sulla musica d’epoca eseguita della Grande Orchestra Reale. L’atmosfera settecentesca coinvolge il pubblico, che incontra la figura del grande architetto, pronto ad aggiornare sull’avanzamento dei difficilissimi lavori, portati avanti tra la perplessità di chi non pensava che le acque sarebbero arrivate fino ai monti Tifatini partendo dalle falde del Taburno. Quell’opera faraonica fece fiorire tante altre piccole iniziative imprenditoriali in tutta l’area casertana e implementò anche l’approvvigionamento idrico di Napoli.
Dove apprese il Vanvitelli le sue competenze di ingegneristica idraulica? Al fianco dell’amico Nicola Salvi, che a Roma aveva ricoperto la carica di “Architetto dell’Acqua Vergine del Salone e suoi acquedotti e fontane” e firmato la realizzazione della Fontana di Trevi. Vanvitelli, in seguito, fece qualcosa di molto più imponente: oltre 38 chilometri di percorso idrico con pendenza perfetta, nove trafori e il Ponte della Valle di Maddaloni, il più grande d’Europa in quell’epoca, ispirato al Pont du Gard dell’acquedotto romano di Nîmes. L’architetto realizzò la più imponente opera di ingegneria idraulica del Settecento, dal 1997 inserita nella lista dei patrimoni UNESCO con la reggia e le seterie di San Leucio (maggiori approfondimenti su “Made in Naples” – Magenes, 2013)
Presepe, tombola, canzoni, dolci. Il Natale è napoletano.
Angelo Forgione per napoli.com – A molti sfugge ma è giusto ricordare che a Natale, ovunque ci si trovi, quando si canta in coro “tu scendi dalle stelle” davanti ad un presepe per poi riunirsi attorno a un tavolo con le cartelle numerate della Tombola tra le mani, in realtà si sta proseguendo negli usi e nei costumi la tradizione del Natale per come si è configurata nel Settecento a Napoli.
Da alcuni antichi documenti in cui se ne fa menzione, a Napoli sarebbero attribuite le primissime tracce di una rappresentazione lignea della nascita di Cristo già nel 1025 in una chiesa situata in piazza San Domenico Maggiore e scomparsa ad inizio Settecento, prima detta “la Rotonda” e poi dedicata alla “Santa Maria ad praesepe”. È una testimonianza ben più antica di quella del 1223, anno cui risale quella che è considerata la prima natività di Gesù a Betlemme con figure umane rievocata nella notte santa a Greccio, nella provincia di Rieti, per volontà di San Francesco d’Assisi.
In ogni caso, la grande tradizione presepiale napoletana del Settecento è stata capace di cambiare i canoni della rappresentazione religiosa e avviare una diffusione della stessa in tutti gli Stati preunitari e oltre i confini italiani. L’ispiratore fu il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, personaggio popolarissimo e influente, che andava in giro per i vicoli del centro e del porto per incontrare i peccatori e cercare di convincerli a pentirsi a colpi di bastone. Padre Rocco adottò il presepe come strumento di propaganda religiosa e di redenzione, esortando i malfattori a riprodurre la scena della Natività nel tentativo di accendere in loro la fede. Carlo di Borbone amava molto intrattenersi con il religioso e la sua passione per l’intaglio del legno lo condusse a dedicarsi personalmente all’allestimento di un presepe a corte col coinvolgimento della moglie Maria Amalia nella cucitura dei vestiti e dei principini nelle creazioni di creta. Fu solo l’inizio di un filone che contagiò tutta la città e l’intero Regno per poi essere svilita dall’avvento della tradizione pagana dell’albero priva di qualsiasi contenuto artistico-culturale.
Senza dimenticare i dolci natalizi, Napoli ha lasciato la sua impronta culturale anche sul Natale, partendo dall’Italia dove, accanto alla tradizione borbonica del presepe, è stata adottata anche quella della tombola, frutto della creatività dei napoletani che non vollero rinunciare al gioco del Lotto quando lo stesso padre Rocco riuscì a convincere Re Carlo a bandirlo durante le feste natalizie; quella della smorfia, forma folcloristica di cabala legata all’esoterismo mediterraneo per l’interpretazione dei sogni legata etimologicamente ed esotericamente alla divinità greca dei sogni Morfeo; quella della canzone natalizia, creazione del teologo moralista napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, nato a Marianella, che durante la novena del Natale 1754 compose l’inno “Tu scendi dalle stelle”, il più famoso tra i canti natalizi in lingua italiana che Giuseppe Verdi consacrò come colonna sonora «senza la quale non sarebbe Natale». Per rendere comprensibile a tutti la sacralità del Natività, nel 1758 il religioso scrisse “Per la nascita di Gesù” poi pubblicata nel 1816 col titolo di “Quanno nascette Ninno a Bettalemme”, una pastorale in napoletano derivata nella struttura musicale da quella in italiano.
Perché il Natale occidentale è Napoli, e Napoli è Natale. E spesso gli altri si adeguano senza saperlo.
(le storie accennate sono approfondite con completezza nel libro “Made in Naples”)
Una passeggiata con re Nasone
di Francesco Canessa – “La Repubblica” Napoli, pag I e VIII, 18 dicembre 2013
“Sarà stata l’imprevista rilettura del poemetto digiacomiano Lassammo fa’ Dio capitatomi la sera prima tra le mani mentre cercavo altro nello scaffale, ma la storia di Nostro Signore che decide di trascorrere una giornata a Napoli con San Pietro che gli fa da guida, l’ho rivissuta assai simile in sogno.” (clicca sull’immagine per ingrandire il seguito dell’articolo)
Lino Patruno: “Made in Naples, libro stupefacente!”
recensione di Made in Naples a cura di Lino Patruno per la Gazzetta del Mezzogiorno
Leggi Napoli e poi… impara perché ti piace
“Made in Naples”, una storia senza nostalgia
di Lino Patruno
C’è una città che unanimemente è considerata una meraviglia “unica e irripetibile” nel mondo. Una città italiana.
È fra le più antiche d’Europa e della Terra. Anzi per l’Unesco è la “culla della civiltà europea”. E il suo centro storico è il più vasto fra quelli inclusi nel patrimonio universale dell’umanità dallo stesso organismo dell’Onu. Dalle sue parti è nata l’Italia con lo sbarco di Enea col ramo d’oro e coi Romani che la elessero luogo “dove il dolore svanisce”.
È la città che, diversamente da capitali come Roma Parigi Londra, è fiorita su una straordinaria bellezza del luogo. Una cultura trimillenaria in un paradiso terrestre. Per questo c’è chi la considera “l’unica vera capitale che abbiamo”.
La sua lingua è la più parlata nel Paese dopo l’italiano. E fra le più parlate dell’emigrazione mondiale.
È l’unica città che non ha mai perso il suo carattere e la sua identità, più forte di ogni americanizzazione e ogni cinesizzazione. Oltre che la lingua, non hanno imitazioni la sua tradizione, la sua musica, il suo cinema, il suo teatro, la sua letteratura, il suo mito.
Vanta il più grande e antico teatro d’opera d’Europa. Sotto il suo cielo sono nati il Melodramma, l’Opera comica, l’Opera buffa, Qui venne ad abbeverarsi Mozart per poter diventare Mozart.
Qui sono nati (o sono diventati grandi) Paisiello, Cimarosa, Mercadante, Piccinni, Scarlatti, Pergolesi, Traetta, Jommelli, Porpora, Leo.
Qui è nata la Canzone melodica che ha traversato tutti i confini. Il suo Festival di Piedigrotta non era meno famoso del Carnevale di Rio e dell’Oktoberfest di Monaco di Baviera. Qui è nata “O’ sole mio” conosciuta quanto l’Inno di Mameli.
Qui sono nate la Sceneggiata, la Tarantella, l’Avanspettacolo, la Macchietta, il Varietà. Qui sono nate due maschere planetarie come Pulcinella e Totò.
Frutto dell’inventiva di questa città e della sua anarchica energia vitale sono icone, bandiere universali come la Pizza, il Caffè, il Caffè e Cornetto, il Babà, la Pasta, i Macaroni, la Mozzarella, la Pastiera, la Zeppola, la Parmigiana, il Ragù, la Salsa di pomodoro, la Mpepata, il Tiramisu. E se non sono nati tutti qui, da qui sono arrivati ovunque non meno di una Cocacola.
Da qui si è diffuso il Presepe. E qui è nata anche la Musica sacra popolare: è il suo Alfonso Maria de’ Liguori ad aver composto “Tu scendi dalle stelle”.
Qui sono stati nati il Lotto e la Tombola. Qui hanno inventato la Smorfia.
Ospitale e tollerante, è la città che ha scacciato il nazismo e non ha mai costruito ghetti. Laicamente cattolica e sola nel rifiuto dell’Inquisizione, ora è impreziosita da un patrimonio inesauribile di un migliaio di chiese e conventi.
La sua sartoria di lusso da uomo ne ha fatto uno stile che dalla città prende il nome. E la cui perizia artigianale si traduce in un culto che va oltre i pur conosciutissimi marchi multinazionali.
I suoi tesori artistici, culturali, archeologici, monumentali, ambientali ne spiegano l’attrattiva turistica ancòra vivissima insieme all’area circostante dai nomi entrati nella leggenda.
Il biglietto da visita di questa città finora ripercorso è tutt’altro che enfasi per quanto troppo dimenticato. Tutto è così. E lo è anche se non si citano suoi primati del passato che fanno parte di una storia più controversa. Ma non è storia controversa che a cavallo fra ‘700 e ‘800 sia stata la culla della Filosofia, della Scienza economica e dell’Illuminismo italiano. E che il suo economista Gaetano Filangieri con la sua “Felicità delle nazioni” abbia ispirato la Costituzione degli Stati Uniti e preceduto il molto più celebrato scozzese Adam Smith e la “Ricchezza delle nazioni”. Questa è la città in cui sono nati (o sono diventati grandi) Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Pietro Giannone, Giovanbattista Della Porta, Antonio Genovesi, Celestino Galiani, Francesco Maria Pagano, Giuseppe Maria Galanti, Giovanbattista Vico. Questa è la città in cui Giovanbattista Basile col suo “Lo cunto de li cunti” e Giovanbattista Marino sono stati i precursori della letteratura fiabesca che poi ha avuto, da Perrault in poi, successori foresti puntualmente più celebrati. Questa è la città cui nel 1224 Federico di Svevia donò la prima università pubblica del mondo.
PS. La città di cui finora si è parlato è Napoli. E tutto ciò che finora ne è stato detto è raccontato da Angelo Forgione (giovane scrittore, giornalista, grafico) nel libro “Made in Naples” (prefazione di Jean Noel Schifano, Magenes ed., pag. 315, 15 euro). Sottotitolo:
“Come Napoli ha civilizzato l’Europa (e come continua a farlo)”. Libro stupefacente! Forgione rifugge dalle nostalgie e non nasconde drammi, raccontando anche perché la sua sia una città “baciata da Dio e stuprata dagli uomini”. Spiega perché in fondo Napoli rappresenti tutto il Sud. Ma aggiunge che un Paese più amante di se stesso dovrebbe avere più Napoli, non meno Napoli nell’anima. Perché Napoli è qualcosa di grandioso che non dovrebbe sfuggire. A cominciare dalla capacità di resistenza che la fa sopravvivere e vivere, nonostante tutto, così “giovane e irriducibile” da 29 secoli.
Joe Bastianich: «innamorato della cucina di Napoli». Ma cade sulla parmigiana.
Angelo Forgione – Il popolare giudice di “MasterChef” Joe Bastianich, in occasione della manifestazione Eataly di Roma, ha confessato di prediligere la napoletana (ma anche la città) tra tutte le buonissime cucine d’Italia: «sono particolarmente innamorato della cucina di Napoli». Ma poi è cascato sulla parmigiana e sulla sua provenienza: siciliana o campana? «Io penso che sia una cosa siciliana, direi» (guarda il video da Repubblica.it). Risposta a sensazione, senza troppa convinzione. E il popolare quotidiano online ritiene svelato l’arcano. Macché!
Come ho scritto in Made in Naples, ne Il Cuoco galante del napolitano di origini pugliesi Vincenzo Corrado, il primo trattato scritto di cucina mediterranea (1773), compare una spiegazione per cuocere le melanzane come le zucchine, alla napoletana (a Napoli si fa anche la parmigiana di zucchine; ndr). Spiegazione poi ripresa dall’aristocratico napoletano Ippolito Cavalcanti nella Cucina teorico-pratica (1839), dove è proposta la prima ricetta delle “Milinsane alla parmegiana“, gloria culinaria di Napoli, e poi anche di Sicilia, giacché i due regni, in quegli anni, erano unificati sotto i Borbone. Sono infatti tanti i punti di unione tra la cucina napoletana e quella siciliana, a cominciare dalla rosticceria, innovata dai monzù, napoletanizzazione dei cuochi francesi monsieur, voluti a corte dalla regina Maria Carolina. Fu proprio la sovrana la vera ispiratrice della fortunata fusione della cucina francese con la tradizione napoletana e siciliana, capace di regalare ai posteri incredibile varietà e rinomata bontà. Sartù, arancini e supplì furono proprio una vittoria degli chef d’Oltralpe che riuscirono a imporre con grande difficoltà il riso alla pastaiola Napoli, capitale delle Due Sicilie.
Di Parmigiana ognuno fa la sua variante, a Napoli, in Sicilia e pure in Emilia. Già, proprio in Emilia. Ma perché la ritroviamo anche lì? Non bisogna dimenticare che i Borbone di Napoli erano imparentati coi Borbone di Parma e che Carlo di Borbone, Re di Napoli, figlio della parmigiana Elisabetta Farnese, era stato Duca di Parma e Piacenza. Il nome “Parmigiana”, o alla parmigiana, deriverebbe proprio da un modo di cucinare alla parmigiana – adottato anche nelle cucine borboniche del Regno meridionale – se è vero che proprio nel testo del Cavalcanti si trovano altre ricette “alla parmegiana”: strati sovrapposti di ortaggi fritti, inframezzati da formaggio parmigiano e poi cotti al forno. Tra Parma, Napoli e Palermo, l’asse culinario ha una storia comune tra il Settecento e l’Ottocento.
“Sedotta da Napoli”, la passione dell’inviata del New York Times
“più di Firenze, Roma e Venezia, è una delle città più romantiche del mondo”
Angelo Forgione – Un lungo reportage è stato pubblicato nei giorni scorsi dal New York Times, titolato “Sedotti da Napoli” (articolo sul sito del NYT). La firma è di Rachel Donadio, inviata in Europa per il noto quotidiano americano, prima a Roma e ora a Parigi. E proprio dal suo soggiorno romano che la giornalista ha iniziato a conoscere da vicino la città partenopea: “Ogni volta che potevo allontanarmi da Roma, città paludosa e sempre capace di sedurti, ma mai di sorprenderti, venivo a Napoli, una scarica di adrenalina infallibile, uno schiaffo in faccia, a solo un’ora di treno a Sud”. Come spesso accade da un punto di vista straniero, la Donadio ha cancellato la banalità, pur non nascondendo le insidie di cui anche a Napoli, come dappertutto, bisogna difendersi, esaltando un luogo sorprendente: “La sua magia può essere potente. Più dell’elegante e sobria Firenze o della sgargiante Roma con la bellezza perfetta delle sue rovine, e dell’ultraterrena Venezia, direi che è la grossolana, squallida e leggermente minacciosa Napoli ad essere una delle città più romantiche del mondo”. Certo, grossolana e squallida non si direbbe, ma solo la Donadio potrebbe chiarirci se si tratta di sarcasmo o sensazione concreta.
C’è spazio anche per un po’ di revisionismo storico, anche se infarinato da qualche imprecisione cronologica: “Il passato della città brilla più del presente. Dopo il periodo più tranquillo nei secoli 13° e 14° in cui gli angioini hanno lasciato l’impronta nell’architettura medievale della città, i Borbone hanno contribuito a trasformare Napoli nella capitale cosmopolita e vivace dell’Impero spagnolo (Napoli, al tempo dei Borbone, era indipendente). Ed è rimasto per secoli un centro di commercio e di apprendimento. Il giovane Cervantes fu di stanza qui per cinque anni come militare, e i Quartieri Spagnoli furono costruiti per ospitare le truppe spagnole al tempo del Regno delle Due Sicilie (i quartieri spagnoli furono costruiti al tempo del Vicereame spagnolo, molto prima delle Due Sicilie), il periodo in cui l’Italia meridionale era sotto il dominio spagnolo. In quel periodo, il Sud-Italia era molto più ricco rispetto al più povero Nord. Dopo l’Unità d’Italia, alla metà del 19° secolo, il tenore di vita e il reddito pro-capite del Sud sono crollati. Oggi, a Napoli, molti ritengono che il Sud stava meglio prima dell’unificazione”.
Londra e Milano si inchinano a Napoli
Angelo Forgione – Affascinato dal paradigma dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, che, come più volte ho scritto in questo blog e, soprattutto, nel mio libro Made in Naples, è la teoria economica che può risolvere i problemi italiani e dell’Europa contemporanea, ho scovato un’interessante confessione di Phillip Blond, il teologo anglicano e uomo politico inglese che ha formulato per il Primo Ministro britannico David Cameron la Big Society, un programma di riforme apparentemente rivoluzionario col quale lo stesso Cameron ha vinto le elezioni nel 2010. Qualche mese dopo il suo arrivo al n. 10 di Downing Street, Phillip Blond presenziò a un convegno all’Università Cattolica di Milano. Da quanto si può leggere in una relazione di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore, in quell’occasione il consulente di Cameron dichiarò al pubblico:
«Noi inglesi credevamo di essere arrivati per primi ma dobbiamo riconoscere agli italiani e ai napoletani in particolare di averci anticipato.»
E infatti, in Made in Naples scrivo:
“Nel maggio 2010, il premier britannico David Cameron vinse le elezioni con un programma di riforme contenente la rivoluzione della Big Society, un modello sociale per assegnare ai cittadini parte del potere detenuto interamente dallo Stato e del mercato. Niente di nuovo per una teoria completamente mutuata dall’Economia Civile di Antonio Genovesi di due secoli e mezzi più vecchia. La patria del capitalismo, pur ricca e dinamica, si sta evidentemente accorgendo che il proprio modello necessita di modifiche. Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero (l’Economia Politica di Adam Smith) che l’ha inginocchiata.”
Stefano Zamagni, che in un’altra relazione orale sul web smaschera Blond (guarda il video), si rammarica nello scritto che l’Italia abbia disimparato quello che gli inglesi vengono a imparare in Italia, e si irrita per il fatto che “non sappiamo valorizzare le nostre radici che sono di gran lunga superiori a quelle degli altri”. Il cattedratico riminese afferma anche che “l’illuminismo napoletano ha una marcia in più rispetto a quello milanese – anche se c’è Beccaria”, affermando questo concetto pure negli ambienti accademici milanesi, tant’è che lo scorso 14 novembre ha tenuto una discussione all’Istituto Lombardo di Milano in occasione del convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo”, sulla cui presentazione si leggeva: “gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi”.
L’esigenza di un ripensamento dell’economia mondiale ha coinvolto anche papa Francesco, che, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium dello scorso 26 novembre, ha chiesto pubblicamente un’economia più umana, diversa da quella imperante che uccide. In privato, alla vigilia del G8 dello scorso giugno, aveva già avuto uno scambio epistolare con David Cameron, ricordandogli che “il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini”. La sua lettera era piena di concetti formulati a Napoli da Antonio Genovesi circa due secoli e mezzo fa; concetti che Cameron, evidentemente, conosceva già benissimo, visto il consulente di cui si avvaleva.
Londra e Milano, capitali finanziarie, si inchinano alla cultura economica della povera Napoli, ma questo nessuno lo racconta. Tocca agli economisti illuminati come Zamagni organizzare convegni che facciano luce sulla vera cultura universale di Napoli, e agli scrittori, come il sottoscritto, che sentono il dovere di raccontare un’altra Napoli, all’avanguardia per cultura e dentrice di soluzioni per i mali del mondo moderno. Ma qualcuno ha voluto e vuole che resti in silenzio ed economicamente arretrata. Riflettiamo!
8 dicembre, Festa napoletana nel mondo cattolico
Dalla guglia di Napoli alla colonna di Roma, Napoli decisiva nella la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione, Patrona delle Due Sicilie
La solennità dell’Immacolata Concezione è antica, importata nell’Italia meridionale dai monaci bizantini e inserita nel calendario della Chiesa universale da papa Alessandro VII con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum dell’8 dicembre 1661. La Festa in suo onore celebra un dogma cattolico proclamato l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX, che, con la bolla Ineffabilis Deus, fece della Vergine Maria l’unica creatura concepita senza quel peccato originale che invece appartiene a ogni essere umano alla nascita. Tre anni dopo fu eretto un monumento celebrativo a Roma, in piazza Mignanelli, adiacente a piazza di Spagna. Il Pontefice fece installare una colonna con una statua bronzea della Madonna alla sua sommità, inaugurata l’8 dicembre 1857 col fondamentale aiuto di 220 pompieri. Dal 1953, il Papa di turno esce dal Vaticano ogni 8 dicembre e si reca ai piedi della Colonna per presenziare all’affollata cerimonia dell’offerta di una corona di fiori apposta proprio dai Vigili del Fuoco sulla statua della Madonna, una tradizione inaugurata nel 1923.
Nel percorso di definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, fondamentale importanza la ricoprì il vicino Regno delle Due Sicilie. Dietro il monumento romano si intrecciano infatti le storie delle cattolicissime Roma e Napoli, a quel tempo preunitario vincolate dall’amicizia tra Pio IX e Ferdinando II delle Due Sicilie, tant’è che, nel 1852, il Re di Napoli era stato ospite con tutta la famiglia a Castel Gandolfo, dopo che, nel novembre 1848, il Papa era stato ospitato nella napolitana Gaeta durante il suo riparo dalla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Fu proprio a Gaeta che il Santo Padre, preoccupato per le sorti della Chiesa di Roma, ascoltò le parole del Cardinale Luigi Lambruschini: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». Da Gaeta, Pio IX indirizzò a tutto l’episcopato cattolico l’enciclica Ubi Primus Nullis per accogliere i pareri (in larga parte favorevoli) dei Vescovi sull’eventuale proclamazione del dogma. Il Papa vi rimase fino al settembre 1849, per trasferirsi a Napoli, dove alloggiò alla Reggia di Portici, che lasciò nell’aprile del 1850 per rientrare finalmente nella liberata Roma, dirigendosi direttamente al Vaticano, scelto come sua nuova residenza in luogo del Quirinale.
Durante la permanenza nella capitale dello Stato borbonico, il Papa benedisse i napoletani dal balcone del Palazzo Reale, sperimentò per la prima volta un viaggio in treno sulla linea Napoli-Nocera, visitò le officine ferroviarie di Pietrarsa, andò alla Reggia di Caserta e nell’enclave di Benevento. Il lungo soggiorno nei territori borbonici gli diede modo di avvertire di persona la grande devozione napoletana alla Vergine Maria. Lì, a Napoli, esisteva già un monumento dedicato all’Immacolata, eretto tra il 1747 e il 1750. Re Carlo di Borbone e la consorte Maria Amalia si erano fatti promotori della realizzazione di un monumento barocco dedicato alla Vergine, una scultura che ricalcasse una “macchina da festa”, da collocarsi nel centro della piazza del Gesù Nuovo. Il delegato alla raccolta dei fondi necessari, il gesuita Francesco Pepe, evangelizzatore instancabile che attirava moltitudini di fedeli, aveva messo insieme le tantissime elemosine dei cittadini devoti alla Vergine Maria, vogliosi di vedere presto nello slargo un monumento alla Patria Napolitana che ne rappresentasse la fede del popolo. La Guglia significò i tre componenti della Nazione partenopea tornata indipendente: la Chiesa, la Famiglia reale e il Popolo. Un’altra guglia era, sin dal 1733, pure a Bitonto, dove il culto mariano era fortissimo già dal forte terremoto che nel 1731 aveva colpito la cittadina pugliese. La successiva battaglia del maggio 1734, combattuta dalle truppe di Carlo di Borbone contro quelle austriache, i cui esiti avevano consegnato definitivamente il Regno di Napoli alla nuova indipendenza, aveva convinto la risparmiata popolazione locale che la Vergine vegliasse su
Bitonto, proclamata perciò Patrona della città. E sempre Carlo di Borbone volle la costruzione del monumentale Palazzo dell’Immacolatella nella zona portuale di Napoli, caratterizzato dalla statua della Vergine Maria alla sommità dell’edificio e da altri simbolismi mariani.
La festività dell’8 dicembre era già molto sentita nello Stato meridionale perché celebrativa della Patrona speciale della Patria Napolitana dal 1748. Fu proprio l’8 Dicembre del 1816 la data in cui, dopo il periodo napoleonico e il Congresso di Vienna, i due regni di Napoli e di Sicilia erano stati riuniti nel Regno delle Due Sicilie con la “Legge fondamentale del Regno”, un’entità statale spiccatamente mariana.
Pio IX, profittando del suo esilio napoletano, visitò chiese e istituti religiosi per toccare con mano quanto il clero del Mezzogiorno considerasse Napoli la vera autorità di riferimento, e non Roma, riscontrando una fortissima attesa della definizione del dogma dell’Immacolata. Conobbe don Placido Baccher, devotissimo alla Madonna e noto come “l’apostolo dell’Immacolata”, colui che aveva reso la Basilica del Gesù vecchio il luogo per eccellenza di venerazione della Vergine. Anche il Pontefice pregò davanti alla statua dell’Immacolata a bella posta per volontà del sacerdote napoletano, e fu proprio dinnanzi a quell’immagine che si convinse a proclamare il dogma mariano qualora ci fosse stata la restaurazione dello Stato pontificio. L’episcopato del Regno napoletano aveva già avviato delle petizioni che furono presentate il 27 settembre 1849 al Papa, allorché si recò al Gesù Nuovo per venerare l’Immacolata, e integrate da numerose altre una volta rientrato in Vaticano nel 1850, quando iniziò a lavorare per approntare la bolla definitoria dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1854, Pio IX celebrò in San Pietro la proclamazione del dogma e Ferdinando II, durante la consueta parata al Campo di Marte (attuale zona aeroportuale di Capodichino), ne ricevette l’annuncio telegrafico, ordinando un solenne Te Deum di ringraziamento. Il Popolo Napolitano accolse con gioia l’evento che rendeva universali i festeggiamenti per la Protettrice del Regno delle Due Sicilie in tutto il mondo cattolico.
Nel 1857, dunque, Roma ebbe il suo monumento mariano, analogo a quello di Napoli. Affine fu il metodo di finanziamento, perché se quello napoletano era stato realizzato con le offerte del popolo, quello romano fu realizzato proprio con soldi napoletani. Li elargì Ferdinando II a Pio IX in cambio dell’abrogazione definitiva di un antico tributo di sudditanza feudale, la cosiddetta “Chinea”, che Napoli aveva pagato in tempi antichi a Roma con la consegna affidata a un cavallo bianco condotto davanti la basilica di San Pietro ogni 29 giugno. L’omaggio era sorto coi Normanni nel 1059 e il suo plateale cerimoniale fu cessato da Ferdinando IV nel 1788, dopodiché la fiera e illuminista Napoli, non più disposta alla sudditanza, aveva dato sempre meno importanza alle annuali pretese della Santa Sede. Il 25 giugno 1855, Ferdinando II chiese a Pio IX di desistere dalle mai cessate richieste e, in forma di “buona uscita”, propose 10.000 scudi pontifici per l’erezione in piazza di Spagna di una colonna da dedicare all’Immacolata Concezione, sulla falsa riga di quella napoletana. Il Papa accettò, e il 5 luglio fece registrare ufficialmente la cessazione del tributo.
L’8 dicembre del 1856, durante la festosa sfilata delle truppe nazionali al Campo di Marte, Ferdinando II subì l’attentato di Agesilao Milano, un soldato che uscì dalle righe e gli si scagliò contro colpendolo due volte con la lama della baionetta. Il Re fu ferito ma rimase stoicamente al suo posto e, dopo essere tornato a Palazzo Reale, fu visitato dai medici con esito tranquillizzante. Per ringraziare la Patrona del “miracolo”, fu decisa l’edificazione di un tempio all’Immacolata al Campo di Marte, la cui prima pietra fu posta dopo otto mesi di raccolta di offerte volontarie. La chiesa dell’Immacolata Concezione è ancora oggi molto popolare a Capodichino, affollata dai fedeli in piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco del Corso Secondigliano.
Secondo il parere del professor Gino Fornaciari, ordinario di Storia della Medicina e Direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, l’attentato ebbe probabilmente la sua importanza postuma poiché forse causò la morte per male oscuro di Ferdinando II dopo qualche anno, a causa delle ferite trascurate. Scomparso nel 1859 l’autoritario sovrano, gli eventi per il Regno di Napoli precipitarono e la protestante Londra armò il Piemonte per spazzare via la cattolicissima Napoli dallo scacchiere geopolitico e fare del Risorgimento una guerra contro la Chiesa cattolica di Roma e contro la concorrente Napoli. Proprio a Gaeta si rifugiò l’erede Francesco II per risparmiare alla sua capitale le sofferenze di una guerra all’ultimo stadio. E proprio l’8 dicembre del 1860, il giovane Re decretò la resa al Piemonte con uno struggente proclama che si chiudeva con una preghiera al “sommo Iddio” e alla “invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese”. La “fedelissima” Gaeta pagò l’ospitalità al Papa del 1848 e fu rasa al suolo dai cannoni rigati piemontesi. La Francia cattolica di Napoleone III assicurò ancora protezione a Roma, sostenendo l’Unità d’Italia ma assicurando il potere temporale di Pio IX. E fu proprio il piroscafo francese Mouette ad accompagnare in esilio Francesco II e Maria Sofia, per essere ospitati proprio a Roma dal Santo Padre, in segno di gratitudine per quanto fatto in passato. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, il potere temporale crollò definitivamente, ma la nuova Italia doveva restare cattolica e Vittorio Emanuele II, dopo lo spostamento della capitale da Torino a Firenze (per volontà di Napoleone III) e la successiva invasione di Roma, dovette riconoscere al Pontefice speciali immunità, gli onori di Capo di Stato, una rendita annua e il controllo sul Vaticano e su Castel Gandolfo. Pio IX scomunicò Casa Savoia per la politica ostile alla Chiesa, provvedimento reiterato tre volte e ritirato nel 1878, in punto di morte di Vittorio Emanuele II, ma solo perché il Re dell’Italia cattolica non poteva morire senza sacramenti.
L’Italia era divenuta politicamente e militarmente piemontese per volontà francese e inglese, ma napoletana e romana nel costume, nella religione e nella cultura. Compresa la celebrazione dell’Immacolata dell’8 dicembre, che, non per caso, vede continuare Napoli e Roma a procedere a braccetto nei festeggiamenti. Se a Roma è il Papa a presenziare all’omaggio dei Vigili del Fuoco alla colonna mariana, a Napoli è sono il Sindaco e il Cardinale a porgere sempre ai pompieri un fascio di rose da deporre tra le mani della statua della Vergine sulla Guglia. In altre città italiane, dopo l’affermazione del dogma mariano, sono sorte colonne dedicate alla Vergine Maria, la Regina che Napoli volle innalzata al cielo.

Bandiera delle Due Sicilie in una scuola del Vesuviano
Impazza sul web la foto di una bandiera del Regno delle Due Sicilie affissa sulla parete di una scuola, che, secondo quanto annunciato dalla pagina Facebook Vesuvio Live, sarebbe il liceo linguistico “De Bottis” di Torre del Greco.
Nella didascalia che accompagna l’affissione de “l’antico vessillo identitario di un Sud mai raccontato”, si legge che “il libro, che da anni ha offuscato delle giovani menti del Sud, sta via via lasciando il passo alla verità storica circolante sul web”.
Il revisionismo storico procede a passo spedito. Questi ragazzi sono solo stanchi delle bugie che hanno cancellato il loro passato e il loro futuro. Ecco a cosa serve seminare. Ecco la vera rivoluzione dei libri.


