In ricordo di MASSIMO TROISI… il sessantunenne

(Ricordo di Massimo Troisi già proposto in passato. Per non dimenticare)

Sessantuno anni fa nasceva un vero Napoletano. All’alba del 1994, Massimo Troisi, affetto da problemi cardiaci, si recava negli Stati Uniti per dei controlli e apprendeva che doveva sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, ma decideva di non rimandare le riprese del suo nuovo film “Il postino”, terminate con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura. Troisi moriva il 4 Giugno 1994 nel sonno, 12 ore dopo aver terminato le riprese, nella casa della sorella Annamaria e in compagnia del suo più grande amico d’infanzia, Alfredo Cozzolino, a Ostia. A 41 anni, lasciava un vuoto incolmabile nella cinematografia italiana e nel cuore dei Napoletani. Lasciava Napoli orfana di un vero paladino, un artista consapevole che non aveva mai umiliato la napoletanità, mai svendendola ai soliti luoghi comuni e imponendola invece a tutto il paese anche attraverso l’uso spregiudicato e orgoglioso della lingua madre.

Massimo Troisi meridionalista sul palco


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La napoletanità di Troisi

(di Claudia Velardi)

Troisi, nonostante fosse per un ribaltamento del classico cliché napoletano (tipologia dei personaggi, recitazione, idee…), auspicava ad un recupero ed a una valorizzazione della napoletanità.  Uno degli scopi principali di Massimo Troisi era quello di riuscire ad essere popolare in tutt’Italia, nonostante le grandi differenze regionali del nostro Paese, e questo perché era convinto che il patrimonio artistico e culturale non può esser limitato da latitudini o steccati.  Far ridere é sempre stato difficile, ma non bisogna mai analizzare troppo il substrato, i meccanismi e le motivazioni della comicità.
Nella comicità partenopea, Troisi è stato un innovatore ed è stato prima specchio di se stesso e poi della sua gente. La fisicità di questo attore si esprimeva indubbiamente al meglio con le esibizioni dal vivo, che gli permettevano un rapporto col pubblico più caldo e diretto.  Troisi si rinnovava in continuazione, utilizzando per la rappresentazione della nuova napoletanità, nuovi linguaggi e forme espressive originali. La napoletanità di Troisi è un processo che va avanti per antitesi e per opposti: da una parte la rinnega e dall’altra la ricerca continuamente e disperatamente.  Il rapporto che Troisi, quindi, intraprende con Napoli e con la “napoletanità” è essenzialmente d’amore, ma è un amore vissuto da lontano, come tutti quelli più grandi c’è una punta d’odio, che gli consente però di capire quanto ami la sua città e quanto sia importante preservare il patrimonio artistico e culturale, pur cambiandolo e rinnovandolo.
Napoli è inserita in ogni sketch, in ogni film di Troisi, ed è un po’ un filo conduttore che attraversa la sua produzione.  Massimo Troisi, come disse lui stesso in un’intervista, era una parte di Napoli e, a sua volta, Napoli era una parte di se stesso. Anche quando non compariva direttamente, c’era, non come realtà specifica o particolare, ma come frammento di una realtà di più ampio respiro che varca i confini regionali.  Napoli, la napoletanità, sono per Troisi non solo folklore: sono anche lo specchio dello smarrimento esistenziale, del crollo di certe ideologie e dell’inaccettabile rassegnazione che appartengono al vissuto di tutti e non solo dei napoletani. Del resto i personaggi interpretati da Troisi parlano, è vero, napoletano ma potrebbero parlare qualsiasi altro dialetto.  Napoli è stata sempre una città complessa e difficile da capire e interpretare, ma Troisi lo ha fatto, anche sfruttando i moltissimi stimoli creativi provenienti da essa.
Troisi nella sua napoletanità, ci ha immesso qualcosa di veramente innovativo, anche rispetto ai grandi del passato: il superamento dei confini linguistici, razziali, interpersonali, ma specialmente amorosi. Sembra, infatti, strano che una ragazza possa dirigere le fila di un rapporto di coppia con un ragazzo del sud; ma invece è cosi, e quindi, anche in questa relazione si estrinseca una nuova maniera di essere napoletani ed accettare certe “nuove” situazioni; c’è, però, a questo punto un fatto fondamentale da chiarire: nei primi film di Massimo Troisi, ci troviamo quasi sempre di fronte a storie che raccontano il modo di essere napoletani e non Napoli come città.
La napoletanità vera e propria incarnata dall’attore è molto più evidente (come elemento di confronto e scontro con altri tipi di culture) nei personaggi di altri film girati da Massimo con altri registi, come i tre con Ettore Scola e “Hotel Colonial” della Torrini.  L’attore nei suoi film, ci dice che le banalità che si dicono e si scrivono su Napoli e i suoi abitanti, sul suo mare e sul suo Vesuvio, sono decisamente troppe. La vita a Napoli è, invece, ben altra cosa: è un’arte sottile.
W.A. Goethe diceva che solo a Napoli ognuno vive in una inebriante dimenticanza di sè. Napoli e tutto il suo cinema, con il sorriso ed il sentimento, aiutano l’intelligenza nel mestiere di vivere.

De Sanctis e la goliardica incoerenza

l’accanimento dell’Olimpico dice che non è problema causato dagli ultras

Angelo Forgione – Roma-Sampdoria di domenica 16 febbraio, curve dell’Olimpico vuote per cori di discriminazione territoriale dei tifosi romanisti. Prima del fischio d’inizio della partita, il settore dei Distinti Sud occupato dai tifosi della Roma intona ancora cori contro il popolo napoletano. Seguono applausi dalla tribuna Monte Mario. Cori di invocazione al Vesuvio anche durante la partita, e persino dopo, al termine del fragoroso inno di Venditti, il cui sfumare da spazio alle esortazioni vesuviane. Troppo forte la rabbia della recente e dolorosissima eliminazione dalla Coppa Italia con Maradona che alzava pollice, indice e medio davanti le telecamere. E così, un problema che si è fin qui considerato dei soli ultras, cioè da stadio, si è rivelato invece molto più diffuso e radicato. Vera e propria intolleranza, poi hai voglia a dire che la chiusura dei settori penalizza anche i tifosi meno incandescenti. Contro l’Inter, sabato 1 marzo, si giocherà in un Olimpico ancora più vuoto, e quelle dei Distinti Sud sapevano che sfida stavano lanciando.
Sulla vicenda si è espresso il portiere giallorosso Morgan De Sanctis, per anni al Napoli a fare da vero e proprio capitano senza fascia, sempre pronto a spendere qualche buona parola per la città partenopea anche nei momenti di maggiore aggressione mediatica. Ha provato a sensibilizzare i tifosi romanisti, evidenziando quella che ha definito un’anomalia tutta italiana: “Se c’è un po’ di cultura, di buon senso e di responsabilità, anche quella minoranza si deve rendere conto che non è più il caso di continuare a fare questo tipo di manifestazioni, chiamiamole pure goliardiche”. Morgan De Sanctis non ha avuto il coraggio di condannare i suoi attuali tifosi, scegliendo la diplomazia alla coerenza. Era lui quello che il 25 aprile 2013, alla vigilia della trasferta di Pescara, disse ai microfoni di Radio Marte: “Ci sono tanti tipi di discriminazione, gli stessi napoletani sono oggetto di discriminazione territoriale che però non viene considerata tanto grave quanto dovrebbe. I cori beceri contro la nostra tifoseria vanno puniti”. Ma si sa, nel mondo del calcio, in cui si cambiano città e tifosi come le macchine, il savoir-faire è fondamentale, e De Sanctis ha percorso la strada meno impervia.
A chi scrive non piace neanche lo striscione “noi non siamo sporchi romani”, esposto in una curva del San Paolo per “rispondere” alle offese ricevute. E neanche il lancio ripetuto di petardi al’indirizzo dei “nemici”. Quelle non sono risposte e autodifesa ma malcostume che si somma a malcostume, perché agli ultras non importa nulla delle offese ricevute, che sono anzi ottimo pretesto. Le punizioni cambieranno a fine anno, perché è ormai chiaro che i tifosi se ne infischiano delle sanzioni severe. La sospensione della pena è stata introdotta per arginare il rischio, nella certezza che il Napoli fosse ospitato solo una volta l’anno, ma senza considerare che l’idiozia dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza il Napoli di scena. Il rischio è quello di ammainare bandiera bianca e abituare a ritenere normali certe manifestazioni che di normale non hanno nulla, perché certi cori non sono goliardate da stadio ma nascono da una certa propaganda ottocentesca anti-meridionale, amplificata dai media nel Novecento, tradotta in messaggi deviati nelle arene calcistiche della nazione che sono entrate – ed entrano – nella testa e nei comportamenti dei bambini, persino nelle scuole (clicca qui). E tutto questo deve finire. Mai smettere di indignarsi.

Napoletani indifferenti? Offesa la memoria di Maurizio Estate

Angelo Forgione – Torno ancora sulla vicenda dello scippo sventato da Benjamin al centro storico, di cui  ancora si continua a parlare a distanza di una settimana. Lo faccio per aggiungere un altro contributo alla discussione, rivolto soprattutto a chi, con tanta superficialità, sostiene che i napoletani restino indifferenti agli atti predatori. Evidentemente ci si dimentica di Maurizio Estate, il ragazzo di 22 anni che il 17 maggio 1993 mise in fuga due rapinatori che, nel suo autolavaggio nella zona bene di via dei Mille, cercavano di rapinare l’orologio di un cliente. Li inseguì a piedi, di corsa, mentre loro erano in vespa e per poco non riuscì a mettergli le mani addosso. Li vide in faccia, e quello sul sellino posteriore gli urlò “bastardo, dovevi farti i fatti tuoi”. Mezz’ora dopo se lo ritrovò di ritorno a sparagli un colpo in petto. Oggi, a più di vent’anni da quel triste evento, i familiari di Maurizio sono orgogliosi del suo gesto e nessuno di loro pensa che Maurizio avrebbe dovuto farsi gli affari suoi. A via Vetriera, il luogo dell’omicidio, c’è una targa comunale su cui si legge “a Maurizio Estate che pagò con la giovane vita il suo altruismo con commossa partecipazione della cittadinanza e attenta memoria della circoscrizione – Il Comune pose affinché non diventi più tragico eroismo un gesto di naturale solidarietà”. Bastava ricordare Maurizio invece di chiamare in causa Salvo d’Acquisto e gli scugnizzi delle Quattro Giornate. E invece, in questa settimana di caos mediatico nessuno ha parlato di lui, neanche il sindaco De Magistris, che avrebbe fatto bene a ricordarlo quando, giustamente, ha accolto Benjamin a Palazzo San Giacomo.
Chi giudica i napoletani per certi comportamenti li offende due volte, perché sono proprio loro le prime vittime dell’assenza di Stato e occupazione. E, spesso, della cattiva informazione.

Enrico Lucci e lo scippo del web

Angelo Forgione – Enrico Lucci, a Le Iene, con la sua classica verve, ha provato a “ricostruire” il contorno dello scippo sventato dal nigeriano Benjamin. Inutile dire che le testimonianze raccolte vanno nella direzione da qui tracciata a caldo, mentre tutta Italia esercitava lo sport nazionale del dito puntato sui napoletani. Compresa, purtroppo, anche una certa stampa napoletana. A pagarne le spese, ancora una volta, il popolo partenopeo, caricato oltremisura di colpe oltre quelle effettive. Altrettanto inutile dire che Lucci, pur fornendo una diversa interpretazione degli accadimenti, col suo stile criptico, ha inteso spalancare la porta ai dubbi sui napoletani, non chiuderla, mettendo sarcasticamente a confronto la Napoli eroica che fu con quella un po’ imbrigliata di oggi. Ora tutti a riscrivere “ecco la verità”, perché così hanno suggerito le testimonianze nel servizio de Le Iene (non Lucci), compiendo lo stesso errore di informazione iniziale. Perché nessuno ragiona con la propria testa, nessuno indugia a guardare bene quel mondo circoscritto delle immagini che non mostra tutto il resto e non fa ascoltare le voci; perché conviene enfatizzare la realtà complessa di Napoli; perché nessuno ha il coraggio di andare controcorrente; perché nessuno è corretto verso una città che merita scosse ma anche più rispetto.

clicca qui per vedere il video tratto da Le Iene

Di seguito, alcune testimonianze colte sui vari quotidiani:

tratto da La Repubblica
“Eppure il video non racconta tutta la verità”, afferma l’architetto Stefano Di Benedetto, che alla scena dello scippo era presente, e che vuole raccontare la sua versione della vicenda. Senza nulla togliere al gesto di Benjamin. Ma “restituendo alle persone che erano presenti la dignità negata loro dalle immagini che li presentano come sordi e muti dinanzi all’aggressione”. Quanti erano in via Capitelli al momento dello scippo, racconta Di Benedetto, “non sono rimasti affatto immobili. Alcuni hanno inveito contro l’aggressore, sono volate parolacce e insulti. La signora aggredita, forse temendo un crescendo di violenza, diceva “lasciatelo andare”. Nessuno di quanti erano lì è rimasto insensibile a quanto accadeva. Un signore ha preso la targa del motorino, io sono corso a chiamare i vigili che erano poco lontani, l’anziano che dal video sembra dare una pacca sul braccio dello scippatore gli ha, in realtà, inveito contro. Ma tutto questo dal video non si evince”. Nessuna indifferenza, secondo l’architetto. “L’unica cosa che non abbiamo fatto, e ne sono orgoglioso e contento, è non averlo a nostra volta aggredito, non averlo linciato” insiste. Sottolineando, infine, che lo scippatore “era una persona smarrita, era in pigiama, sembrava sotto l’effetto di qualche droga”.

tratto da Il Fatto Quotidiano
Buongiorno a tutti, sono Stefano.
Fra il video, i commenti giornalistici e quelli che leggo – superficialità, mancanza di informazione, volontà di gridare alla vergogna. Preciso l’accaduto in quanto ero presente all’evento. Appena si è sentito il rumore della caduta del motorino, sono, siamo usciti fuori dal tabaccaio. La scena era la seguente, una serie di persone che inveivano contro lo scippatore, ingiuriandolo anche con parole forti, la borsa della signora fra le mani dell’amico extracomunitario, e qualcuno che vedendo un ragazzo a terra e non avendo visto lo scippo, normalmente cerca di rialzarlo da terra, così come avviene sempre a NAPOLI. Tengo a precisare per tutti che lo scippatore in questione versava in pessime condizioni, chiaramente sotto l’effetto di stupefacenti, con lo sguardo smarrito, in pigiama. Assicuratomi così come tanti altri delle condizioni della signora, chiedendole se avesse bisogno di essere accompagnata al più vicino pronto soccorso. La signora, ovviamente impaurita, rendendosi conto che forse di li a poco le persone presenti avrebbero potuto usare violenza, a chiesto a tutti di lasciarlo andare, mentre uno dei passanti prendeva il numero di targa. Mi chiedo cosa si sarebbe dovuto fare, cosa si aspetta l’opinione pubblica. Violenza sullo scippatore, linciaggio? Farsi giustizia modello ronde? Napoli è una città in cui malgrado tutto ancora sopravvive il senso di umanità e della misura. Giornalismo spazzatura che alimenta le urla degli stolti.

Il destino di un mendicante che impatta con uno scippatore

Ancora giudizi sommari su un video muto

Angelo Forgione – Lo scippo nei pressi di piazza del Gesù sta facendo parlare (come al solito) di una Napoli indifferente e senza reattività di fronte alla micro e macro criminalità. Un fondo di verità c’è, perché la gente non si sente tutelata e non può e non vuole farsi giustizia da sola, ma forse siamo al ricamo. Condanna sui napoletani perchè il caso ha voluto che sia stato un extracomunitario a diventare, suo malgrado, protagonista degli eventi. L’africano è lì in quel momento, si trova sul punto preciso dello scippo, seduto su una fioriera mentre passa la donna che incrocia lo scippatore. È travolto dalla dinamica e ne diventa parte per inerzia. La sua azione fa perdere l’equilibrio al reietto e lentamente accorre un capannello di gente, anche dai negozi, attirata dal trambusto, ed è plausibile che non capisca che si tratti di scippo ma di incidente (vedendo lo scooter a terra), e soccorre il colpevole. L’extracomunitario non parla bene l’italiano ma ha la borsa della donna in mano. Dunque, non si può sapere se tutti abbiano compreso che si sia trattato di rapina, e infatti qualcuno alza persino lo scooter. La donna, sotto shock, fa capire con lentezza che è stata aggredita. Un uomo si avvicina allo scippatore e gli dice qualcosa, toccandogli il braccio “affettuosamente”. Ma non si può sapere cosa. Lo scippatore appare intimorito, anche inesperto, e prova a fuggire appena possibile, ma viene spinto dall’extracomunitario. Sopraggiunge un altro signore con cappello e nota che la targa del motoveicolo è coperta, probabilmente cercando di leggerla. Presumibilmente, l’uomo di cui sopra si sbraccia per richiamare l’attenzione di qualcuno nei paraggi (forze dell’ordine in piazza del Gesù?), ma inutilmente. Quando lo scippatore riparte, l’uomo sembra fare un gesto come per dire «non si muovono!».
Fermo restando che l’encomiabile Benjamin è stato il più risoluto, anche perché è quello che ha capito bene cosa sia successo essendone rimasto coinvolto, e che gli altri avrebbero potuto fare certamente molto di più, il vero colpevole del video è l’uomo che, mentre accade il fatto, cammina in alto e fa finta di non vedere nulla, tirando dritto. Peggio dell’altro testimone oculare che entra da destra e lo si vede solo indicare il malvivente. Va bene analizzare il disagio dei napoletani e i loro timori, ma ricamare sull’indifferenza e addirittura sul favoreggiamento mi sembra l’ennesimo atto di sciacallaggio mediatico che ingigantisce i pur gravi problemi sociali di Napoli comuni ad altre città. La manipolazione è forzata a puro scopo sensazionalistico, e di precedenti pure ce ne sono (guarda qui). Il malvivente è stato poi identificato ed arrestato dai Carabinieri, ma presto sarà libero, perché così funziona in Italia. Questo è il vero problema su cui si dovrebbe discutere.
Non ho alcuna voglia di difendere nessuno ma solo l’esigenza di dire quello che ho percepito con obiettività in un filmato muto. Se mi sarà sfuggito qualcosa, me lo si perdoni. Certo è che se la prossima volta si eviterà al malfattore di svignarsela avremo fatto un passo avanti. Questi miserabili agiscono in pieno giorno e tra la gente proprio perché sanno che la reazione non è mai troppo decisa. A me non piace questa Napoli e preferisco concentrarmi sulle parole di Benjamin dopo l’accaduto dette a Fanpage, una vera e propria lectio magistralis di vita di una persona povera che non va a rubare ma chiede aiuto alla gente.

Nuova “Città della Scienza”, spazio alla spiaggia

previsto l’arretramento della struttura (che non poteva stare sul mare)

Angelo Forgione – Lunga sarà la strada per scoprire chi siano mandanti ed esecutori dell’incendio della “Città della Scienza” che devastò il complesso la sera di lunedì 4 marzo 2013, nel giorno di chiusura settimanale al pubblico. Ma intanto è stato anticipato, nel corso di una conferenza stampa nel polo di ricerca e divulgazione scientifica di Napoli, parte del progetto della ricostruzione della plesso scientifico e della realizzazione della spiaggia pubblica a Bagnoli. Lo “Science Center” arretrerà di circa 10 metri per permettere la realizzazione di una terrazza sulla spiaggia, lì dove insisteva prima dell’incendio del 4 marzo, che diverrà l’ingresso alla spiaggia con la realizzazione di nuovi percorsi di camminamento. Ed è proprio il recupero della spiaggia una delle principali chiavi di lettura dei tristi eventi, considerando che, secondo il Piano Regolatore di Napoli, relativamente all’area di Bagnoli, i capannoni andati in fiamme erano tecnicamente un abuso edilizio, non potendo essere ubicati sulla costa di Coroglio in quanto impedivano il previsto ripristino della linea costiera (leggi articolo del 6 marzo ’13). La posizione individuata è una sorta di compromesso, visto che i comitati civici avevano chiesto la dislocazione completa della “Città”.
La spiaggia sarà realizzata al posto dell’attuale scogliera, con il ripascimento del tratto di costa. La rinascita di Città della Scienza, che cambierà aspetto rispetto ai vecchi capannoni ex industriali e dovrebbe essere terminata il 31 dicembre 2016, costerà circa 65 milioni, di cui 22,5 a carico della Fondazione Idis, 34 milioni a carico della Regione e 8 milioni del Governo. La firma ufficiale sarà posta a Coroglio il 4 marzo 2014, simbolicamente nell’anniversario e nel luogo del rogo.

Bologna chiede scusa a Napoli

Qualche tempo fa fu la redazione regionale Rai del Piemonte, colta in castagna, a dover chiedere scusa ai napoletani per il razzismo da stadio. Non lo fece il Comune di Torino, come il consiglio comunale di Bologna, che oggi, dopo i cori razzisti intonati ieri allo stadio Dall’Ara, ha stigmatizzato più spontaneamente ogni forma di espressione di stampo razzista e si è scusato con la città di Napoli e con tutti i cittadini che non si sentano rappresentati dal fanatismo ultras. È quanto si legge in un ordine del giorno approvato all’unanimità (clicca qui). Il Consiglio “auspica che le società calcistiche prendano una volta per tutte le distanze da ogni forma di violenza”. Il sindaco felsineo Virginio Merola ha commentato in una nota dicendo che “si è trattato di comportamenti che nulla hanno a che fare con lo sport. Una violenza verbale inconcepibile, da condannare”. Inoltre, secondo Merola, “è stata infangata la memoria di Lucio Dalla, persone che ha sempre amato la sua città e Napoli”. Nulla invece l’informazione sulla vicenda da parte della redazione regionale Rai dell’Emilia Romagna.

Bologna in corsa per l’oscar della stupidità (sportiva?)

Fischi su Dalla e sdegno di Gianni Morandi. La deriva dello stadio di Bologna.

Angelo Forgione – Lo striscione esposto dai tifosi bolognesi durante Bologna-Napoli, che recitava “Sarà un gran piacere quando il Vesuvio farà il suo dovere”, supera forse per cattivo gusto ogni altra volgarità letta e ascoltata negli stadi italiani negli ultimi decenni. A parte il volgare godimento espresso per eventuali catastrofi naturali, i cervelloni dell’idiozia hanno assegnato alla natura un dovere di comportamento imposto da una norma, dove per norma si intende la morte dei napoletani. La natura, si sa, non accetta compiti dall’uomo, ma semmai glieli suggerisce. Il vero problema è che l’unica norma o dovere nei nostri dannati stadi è la volgarità, l’offesa e il razzismo.
La stupidità aveva già offeso la memoria di Lucio Dalla, il bolognese napoletano, le cui note di “Caruso” erano state sommerse dai cori discriminatori di circa settemila sostenitori rossoblù. Sempre gli stessi, mentre i partenopei gridavano “Lucio, Lucio” dall’altra parte. Sempre più preoccupante la tendenza dello stadio felsineo, che già nel corso della partita all’insegna della lotta contro il razzismo tra Italia e San Marino della scorsa primavera aveva fatto notizia per la inopportuna rivendicazione anti-napoletana. Duro e nausato Gianni Morandi, che ha voluto far risuonare “Caruso” al Dall’Ara. “Non credevo che il tifo fosse degenerato a questo punto”, ha detto il cantante bolognese, lamentandosi del fatto che “sono lontani i tempi quando lo stadio di Bologna veniva preso ad esempio per la civiltà e la sportività del pubblico presente, che sapeva addirittura applaudire la squadra avversaria quando giocava meglio della nostra”.

Italia corrotta, quando e come nasce

dall’Unità in poi, solo governi votati al profitto personale

Angelo Forgione La corruzione è un carattere distintivo e fortemente accentuato in Italia. Non è solo una percezione nostrana ma qualcosa di ben radicato nell’opinione pubblica internazionale. Nella classifica di dicembre 2013 dei coefficienti di corruzione di 177 Paesi nel mondo, redatta dalla ong Transparency International, l’Italia si è piazzata al 69esimo posto, a pari “merito” con il Kuwait e la Romania, e dietro a Uruguay, Botswana, Costarica e Lesotho. L’ultima posizione è occupata dalla Somalia, proprio quella nazione con cui l’Italia di Craxi strinse patti basati sul traffico di armi e rifiuti tossici, dai quali è poi conseguito l’inquinamento della Campania e del Mezzogiorno. In Europa, peggio di noi fanno solo Serbia, Bulgaria, Grecia e Albania, oltre a Russia e Ucraina. Ma qual’è l’origine di tanta disonestà?
L’Italia è nata così, non lo è diventata. Tanto per cominciare, fiumi di denaro in piastre turche, facilmente commerciabili e difficilmente tracciabili, sono scorsi da Londra via Torino per pagare la spedizione garibaldina e annettere il Sud al Piemonte. II criminologo positivista dell’Ottocento Cesare Lombroso, un grande agitatore di idee che fa discutere ancora oggi, molto criticato per alcune sue teorie scientifiche sulla fisiognomica destituite di ogni fondamento, ma al quale va comunque riconosciuto il merito di aver iniziato gli studi criminologici moderni, nel suo trattato L’uomo delinquente del 1876 lanciò strali su ministri e deputati del Regno d’Italia, da Cavour ad Agostino Depretis, in carica in quel momento:
“[…] Una triste osservazione in Italia mi ha dimostrato che dopo Cavour non si ebbe un ministero completamente onesto che potesse reggersi. Se vi prevalevano uomini troppo onesti, il ministero era certo di una brevissima durata, perché non aveva abbastanza tenacia, furberia, tristizia contro le mene parlamentari. […] Il ministro certamente più carico di delitti che sia mai esistito poté or ora, non solo reggersi davanti alla Camera, ma anche davanti alla opinione pubblica e governare senza una vera opposizione nel paese che tanto più gli si prostrava sommesso, quanto più si allontanava dalla legge. Ed è morto pieno di onori e d’anni ed ha una statua collocatagli certo per volere di molti italiani, quel ministro mediocrissimo di mente che se pur non corrotto instaurava da noi la più sfacciata corruzione parlamentare. Ecco dunque il vizio divenuto quasi necessario pel governo parlamentare. Anche agli specialisti medici, avvocati, la bugia è necessaria nei nostri tempi, è quasi la base delle loro operazioni.”
Del resto, quando Vittorio Emanuele II morì, nel 1878, lasciò debiti su questa terra per 40 milioni di lire dell’epoca, circa quarantacinque milioni di euro attuali, e lo storico Denis Mack Smith, specializzato nella storia italiana dal Risorgimento, afferma in Vittorio Emanuele II (Laterza, 1983) che “le carte di Cavour vennero tolte di forza dal governo italiano agli eredi del conte nel 1876, e in seguito soltanto poche persone hanno potuto vederle. Sembra che nel 1878 una parte di quelle carte siano state trasferite negli archivi reali, e ciò serviva senza dubbio a nascondere certi fatti nei quali il sovrano era coinvolto”. Una disinvolta tendenza a dissipare che iniziò allora, quando la corte sabauda era considerata tra le più sfarzose e spendaccione d’Europa.
I primi scandali finanziari del Regno d’Italia furono anche copiosi. Vale la pena citarne qualcuno per tutti: dietro la regia del politico e banchiere Pietro Bastogi, Ministro delle Finanze, le Ferrovie Meridionali furono cedute alla propria compagnia finanziaria privata, per poi subappaltare clandestinamente i lavori, dando luogo alle indagini di una Commissione d’inchiesta parlamentare, senza che però le speculazioni sulla costruzione delle reti ferroviarie terminassero. Il capitale fu ripartito tra le banche del Nord, con Torino, Milano e Livorno che presero la fetta più grande. Sempre dietro la regia di Bastogi, nel settore edilizio si sviluppò una forte speculazione a Roma, Napoli e Milano, nata dall’alleanza tra aristocratici proprietari terrieri e grandi banchieri settentrionali, interessati a guadagni a breve termine e senza rischi. In quegli anni, tra l’altro, fu decisa l’edificazione a Roma del Vittoriano, monumento nazionale a Vittorio Emanuele II appena morto, un’enorme mole di marmi e sculture dal costo insostenibile per l’Italia. Gli squilibri creati dall’edilizia impazzita fecero crollare il settore e fallire gli istituti di investimento immobiliare, generando lo scandalo della Banca Romana. Per coprire le enormi perdite, l’istituto di credito capitolino forzò l’emissione di moneta senza autorizzazione e stampò un ingentissimo quantitativo di banconote con un numero di serie identico ad altre emesse precedentemente, riservandone una parte per pagare politici e giornalisti. Una colossale truffa in cui furono implicati Francesco Crispi, Giovanni Giolitti e una ventina di parlamentari, nonché, seppur indirettamente, il re Umberto di Savoia, fortemente indebitato proprio con la Banca Romana.
L’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari della seconda metà dell’Ottocento scandirono lo sviluppo politico che seguì all’unificazione nazionale. Nel 1876, la “Destra storica” piemontese di Cavour, La Marmora e Ricasoli fu sconfitta dalla “Sinistra” monarchica di Depretis, Nicotera e Zanardelli. Ma i due schieramenti governativi non rappresentavano espressioni diverse e alternative, essendo facce della stessa medaglia, entrambe espressione della borghesia liberale. Si sviluppò il “trasformismo” del sistema di governo italiano, che costruiva ogni maggioranza con accordi e patti basati su interessi contingenti. Il clima consociativo, cioè privo di una vera e propria opposizione politica, alimentò le furbizie e le manovre segrete, costruendo un sistema politico a vantaggio di tutti, tale da non incoraggiare le riforme necessarie per modernizzare l’Italia, a favore degli interessi privati. Giustino Fortunato denunciò che il governo d’Italia delegò i politici meridionali  a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali. Già un rapporto del 30 novembre 1869 emesso della Prefettura di Napoli evidenziò le frequentazioni tra Giovanni Nicotera, futuro Ministro degli Interni, e un camorrista del quartiere Mercato. Lo Stato, in sostanza, garantiva riduzioni di pena e trattamenti compiacenti in cambio di favori elettorali. Nacque e si definì così il voto di scambio all’italiana. Nel 1901, in una Napoli travolta dalla speculazione edilizia piemontese-romana, nell’ambito del risanamento dei rioni popolari, e da una “tangentopoli” attorno agli appalti per l’illuminazione pubblica e i tram, venne istituita una Commissione d’inchiesta presieduta dal savonese Giuseppe Saredo, che portò a galla la grave situazione di inquinamento da accresciuto potere della camorra politico-governativa, accertando i legami del parlamentare Alberto Aniello Casale con la camorra, coinvolgendo anche il giornalista Edoardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino, accusato di aver intascato danaro per sostenere i corrotti sulle pagine del quotidiano. Un brano del rapporto conclusivo della Commissione appurò le responsabilità dei parlamenti di Torino, Firenze e Roma nell’accrescimento del potere camorrista:
“Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali. In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’alta camorra, costituita dai più scaltri e audaci borghesi. […] È quest’alta camorra, che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi e la pubblica fede.”
Con il dilagare indisturbato della corruzione dei deputati e la sparizione di soldi pubblici si inaugurò inevitabilmente la crescita del deficit dello Stato. Dopo il 1855, l’indebitato Piemonte, che da solo ebbe, fino al 1898, 41 ministri contro 47 dell’intero Sud, non compilò più il bilancio statale, oscurando le informazioni. Dopo aver invaso il Regno delle Due Sicilie, il Regno d’Italia si inaugurò a Torino con un alto debito che è sempre cresciuto nel corso di questi 153 anni, arrivando a superare i 2.000 miliardi di euro.
Il sistema politico-sociale della Nazione è rimasto sempre lo stesso, costruito sulla corruzione e sull’interesse personale. Ricordare la storia d’Italia del secondo Novecento servirebbe solo ad allungare il brodo. Meglio indugiare su una vignetta che nel 2009 ha vinto il Concorso nazionale di Satira e Umorismo “L’Ortica” (in basso). Si chiama “Homo Ridens: tributo semiserio a Darwin”, ed è stata realizzata da Marco Martellini, che ha disegnato ogni figura col un suo perfetto corrispettivo sul versante opposto. L’evoluzione della specie parte da una scimmia che si ingobbisce per diventare prima uomo di Neanderthal e poi predatore. L’acme è rappresentato da Giulio Cesare e dalla “civitas romana”. L’inizio dell’involuzione è rappresentato dall’Unità d’Italia nella figura del massone Garibaldi, omologo del predatore, che prelude alle tre figure imperanti della politica del Novecento: Mussolini, Andreotti e Berlusconi.
Mi fermo col quesito di Lorenzo Del Boca, dal 2001 al 2010 presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti: «Con queste premesse, è possibile pensare che l’Italia avrebbe potuto essere diversa da quella che è?» È l’interrogativo con cui, nel febbraio 2012, concluse un intervento (clicca qui per ascoltare) sulle nascita risorgimentale della corruzione in Italia. Per chi non lo sapesse, Del Boca è un piemontese doc di Novara, non un meridionale.

vignetta

Le vessazioni degli automobilisti napoletani

Angelo Forgione – Ogni colonizzazione prevede che i colonizzati siano spremuti come bancomat. Oltre ai balzelli di benzina e tassa di possesso (e tangenziale a Napoli), gli automobilisti campani sono stati messi in condizione di pagare la RC auto più alta d’Italia, di avere paura di fare incidenti e di non denunciarli quando si verificano.
Con questa strategia, le società assicurative, quasi per intero del Nord, hanno abbassato artificiosamente il loro rischio, che ora è tutto a carico dei contraenti, e si sono garantite un esercizio più che vantaggioso. I campani, di fatto, non sono beneficiari di un onere a pagamento ma veri e propri tassati senza servizi.
Le truffe ci sono, e molte in Campania (secondo le statistiche dell’ANIA), ma questo è l’alibi per spremere i veri truffati, ovvero i tanti onesti che non provocano incidenti e vedono crescere continuamente il loro “premio”. La maggiore incidenza di truffe è compensata dalla minore casualità di incidenti, ora neanche più denunciati vista la psicosi generata. Ma il primo dato è enfatizzato mentre il secondo è insabbiato.
Inutile discutere di colpa generica quando questa la si fa scontare scientificamente agli innocenti. È la stessa differenza che passa tra il misero scippatore di Napoli e il ricco truffatore d’alta finanza di Parma.
E che dire dell’ennesimo aumento della Tangenziale di Napoli? Il problema non è il pedaggio, ma il costo del pedaggio. Gli scienziati del lucro lo aumentano con precisione svizzera mentre i transiti diminuiscono. Atlantia S.p.A. del gruppo Benetton di Treviso, la holding che gestisce gran parte della rete autostradale e la stessa Tangenziale napoletana, fa in modo di mantenere costante negli anni gli introiti. Le tariffe, dagli anni ’70, non servono più a ripagare l’investimento iniziale, e i costi di manutenzione costituiscono una percentuale molto bassa rispetto all’arricchimento dell’azionista privato, che ha trovato la gallina dalle uova d’oro.
Il 31 Dicembre del 2006 la tariffa era di 65 centesimi; dopo sette anni è salita a 95. Un aumento silenzioso e diluito nel tempo, oltre i parametri di rincaro. L’espediente sta nel fatto che la tariffa è soggetta ad incrementi omologati ai periodici aumenti autostradali. Proprio questo impone una distinzione perché un asse urbano non può subire l’identico incremento delle tratte autostradali, differenti per funzioni, finalità e utenze. Altro trucco sta nell’arrotondamento che fa scalare il balzello verso l’alto di 5 cent alla volta. È l’ennesima conferma di una vessazione continua senza possibilità di reazione da parte del popolo napoletano.
La gabella dura da 41 anni. La Tangenziale fu infatti progettata negli anni sessanta, in pieno boom economico, perché fosse un ponte viario da oriente a occidente. Il “balzello al casello” è un retaggio della sua costruzione. Un’infrastruttura ideata, progettata e realizzata con capitale interamente privato, primo esempio in Italia di project financing: 70% Iri, 15% Sme, 15% Banco di Napoli, senza finanziamenti dello Stato. La costruzione prima e l’esercizio poi, furono affidati alla “INFRASUD S.p.A.” del gruppo Iri-Italsat, con denominazione “Tangenziale di Napoli S.p.A.”. Gli investimenti iniziali furono senza dubbio notevoli e per sostenerli si adottò il pagamento del pedaggio. 300 lire nel 1972, anno di apertura al traffico, divenute praticamente 1.850. Un tributo dovuto per una convenzione della durata di 33 anni tra Anas e società di gestione firmata il 31 Gennaio del 1968 e scaduta nel 2001, quando proprio la società di gestione ritenne di non poter coprire le spese di manutenzione. La concessione è stata rinnovata nel 2008, con l’impegno da parte dell’azienda ad effettuare una serie di opere che giustificano il prolungamento del pedaggio. Necessità o espediente? Dovrebbe trattarsi di necessità perché nella proroga della concessione era prevista la realizzazione di un collegamento con l’asse occidentale che dovrebbe passare all’esterno della zona ospedaliera (pro utenti Ospedale Monadi) e uno spostamento più all’esterno dei caselli della stessa zona ospedaliera. Ma dopo cinque anni nulla è stato ancora messo in cantiere. Sta di fatto che per sette anni, dal 2001 al 2008, il pedaggio è proseguito nonostante fosse scaduta la convenzione e oggi, dopo 41 anni di esercizio, i costi iniziali sono stati abbondantemente ammortizzati.
Certo, l’arteria ha una manutenzione d’eccezione con una ripavimentazione costante, 65 telecamere di cui 34 nelle gallerie, tutor, una complessa sala monitoraggio, barriere fonoassorbenti e display informativi; sono poi 350 circa gli addetti tra casellanti e funzionari. Ma il pedaggio resta un’iniqua tassa a carico degli automobilisti napoletani come non accade in alcun’arteria cittadina d’Europa, oltre a rappresentare la principale causa della congestione del traffico, specialmente nelle ore di punta.
La Tangenziale è la più grande opera pubblica realizzata a Napoli nel dopoguerra, se si eccettua la costruenda nuova metropolitana. La superstrada urbana è una lunga striscia d’asfalto lunga 21 km che s’inerpica sulle colline di Capodimonte, dei Camaldoli e del Vomero per poi adagiarsi sulla zona flegrea verso Pozzuoli, raccordandosi infine con la Domitiana. Una strada ben progettata che sul piano tecnico-urbanistico è di livello superiore persino al G.R.A. di Roma e alle Tangenziali milanesi. Basti pensare alle soluzioni ardite utilizzate per adattare il progetto alla conformazione geologica dei siti stretti tra mare e collina: il viadotto di Capodichino, che per 1.360 metri “sorvola” il tessuto urbano, e la galleria che passa sotto la Solfatara sopportando una temperatura di 40°. Talmente solida che nel 1980 la struttura non riportò alcun danneggiamento dal terremoto e i giapponesi accorsero in massa a studiare il miracolo d’avanguardia.