Severgnini sul NY Times: “Perché nessuno va a Napoli”

Angelo Forgione – Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera, sulle pagine del The New York Times ha scritto una personale analisi dei motivi per cui il turismo di massa non giunge a Napoli e nel Sud-Italia. Non mi dilungo sulle sue considerazioni (chi vuole può leggere online ciò che ha scritto) che in qualche passaggio non condivido, preferendo riportare numeri per ribadire quanto già detto in altri termini sull’argomento.
Premesso che Napoli deve certamente impegnarsi molto di più a valorizzare e presentare al mondo il suo immenso patrimonio, la situazione non è così drammatica come la dipinge il giornalista lombardo. I turisti hanno spinto quella che fu meta del Grand Tour del Settecento al sesto posto nella classifica delle città italiane più visitate del 2013. Certo, non può essere vera soddisfazione per una città tra le più ricche d’arte e cultura del mondo, ma da qui a dire agli americani che i turisti non vanno a Napoli è francamente troppo. E siccome Napoli, nell’accezione di Severgnini, è da intendersi anche una città-regione, un’indagine dell’Istituto Tedesco Qualità e Finanza realizzata la scorsa estate ha paragonato l’offerta turistica di tutte le regioni italiane, tenendo conto del numero dei turisti, del giudizio sul sistema alberghiero fornito dagli stessi visitatori attraverso il sito Tripadvisor e delle attrazioni del territorio, mettendo sul podio Trentino Alto Adige, Toscana e Campania. Ugualmente non c’è da entusiasmarsi, né in Campania né in tutt’Italia, perché è tutto il nostro Paese a non sapersi sfruttare. Secondo i numeri snocciolati nell’ultimo report annuale della World Tourism Organization, l’Italia, che fino qualche decennio fa era la meta europea più gettonata, continua a cedere il passo rispetto a Francia e Spagna.
È altrettanto inconfutabile che Napoli sia stata penalizzata oltremisura dall’accanimento mediatico e storiografico. Più volte ho evidenziato che a inizio Novecento, come si può ascoltare in un documentario dell’Istituto Luce (clicca qui per guardare), i turisti riempivano Napoli in egual misura di quanto avveniva a Venezia, Firenze e Roma. Le quattro città d’arte più rappresentative d’Italia si contendevano il primato del turismo europeo e quello del mercato artistico. Poi, dopo le guerre, è sopraggiunta la tivù, e la denigrazione è diventata più dilagante. Decisivo è stato, soprattutto, il ricamo mediatico riservato alla questione del colera del 1973, che per un ventennio ha allontanato i turisti dalla città fino al G7 del 1994. In cinquant’anni, proprio la tivù (insieme agli altri media) ha fatto uscire Napoli dalla percezione collettiva del polo culturale italiano di cui fa parte, ma i turisti di oggi si riferiscono maggiormente alle sole Venezia, Firenze e Roma, perché per cinquant’anni così è stato inculcato, parlando di Napoli come di terra di esclusivo degrado. Senza dimenticare che oggi il nuovo turismo arriva dall’est, con tasche strapiene, per fare shopping più che per vedere arte.
Una volta detto questo potremo e dovremo denunciare gli scarsi investimenti, quelli sbagliati e il generale spreco della vocazione turistica di Napoli e dell’intero Sud, senza nasconderci dietro l’altisonante nome di cui pure Severgnini si è servito per il suo articolo americano, lui che ritiene gli italiani bisognosi della Lega.

Beppe Severgnini, a columnist at Corriere Della Sera, expounded on the pages of NY Times a personal analysis of the reasons why tourists don’t come to visit Naples – and neither South Italy.
I’d rather list some statistics which prove what I’ve already said on this argument before. Once assumed that Naples should undertake much more to improve itself in order to offer its huge patrimony to the rest of the world, the real situation is not as dramatic as the one depicted by the lombardo journalist. The city, which used to be the destination of the eightieth century’s Grand Tour, according to tourists settled down to the 6th place in the chart of the most visited cities of 2013. In these days of spring Naples is full of tourists.
Obviously, this cannot be seen as a cheering piece of news for one of the richest cities in the world in terms of art and culture. Nonetheless, to tell American readers that tourists don’t come to visit Naples it’s an overstatement.
Let’s take for granted that Naples, according to Severgnini’s point of view, has to be seen as a city-region: last summer a study of the German Insitute of Quality and Finance compared the touristic offer of all Italian regions. The study took into account the number of tourists, the evaluations about accommodation structures given by the tourists themselves on Tripadvisor.it and touristic attractions. The result was Trentino Alto Adige, Toscana and Campania on the podium. As already said, there’s nothing to be overjoyed about it, neither in Campania, nor in Italy, because it’s our country that can’t find the way to make the most of itself. According to the results of the last annual report by the World Tourism Organization, Italy, which has long been the most attractive European destination until a few decades ago, keeps on losing pace with France and Spain. Nevertheless the fact that Naples has been strongly damaged by aggressive media and historiographic is irrefutable.
As also shown by a documentary of Istituto Luce, I highlighted in many occasions that in the early twentieth century Naples was crowded by tourists just like Venice, Florence and Rome. The four main art cities of Italy competed for the leadership of tourism and art in Europe.  Later, there came television, and so denigration spread increasingly. Above all, the media embroidery upon the epidemic of cholera that spread in 1973 was decisive.
For about twenty years, all the efforts made by press and television to disparage the city have kept tourists away from Naples until G7 of 1994.  For fifty years, tv and all other media cooperated in gradually dismissing the city from the general perception of Italian cultural pole. Today, tourists only relate to Venice, Florence and Rome because that’s what they have been instilled and taught for decades. Press and media succeeded in picturing Naples as a land of absolute decay.  We should also take into account that today modern mass tourism mostly comes from East and Middle East with overflowing pockets, aiming at doing some shopping instead of visiting museums.
Once assumed this, we could point at the poor investments and the wrong ones; denounce the waste of natural vocation to tourism of Naples and South Italy as a whole, without hiding behind the striking and resounding name of Naples.
In conclusion, it is true that Naples and the South-Italy must attract more because they can and do not know how to do it like in the North-Italy, but instructions should solve internal problems and also outside, in a nation that is truly united.

a Venezia Pulcinella e l’uovo alchemico della vita

Angelo Forgione – Dopo le edizioni di Amalfi, Positano, Salerno, Rapallo, Santa Margherita Ligure e Portofino, il Festival internazionale dell’animazione ‘Cartoons on the Bay’, organizzato dalla Rai, si è spostato a Venezia. 8 saranno i vincitori dei ‘Pulcinella Award’, tra le 40 opere in concorso in questo week-end. Premio significativo sarà il ‘Pulcinella Award alla carriera’ per Guillermo Mordillo, in laguna insieme a Bruno Bozzetto per scegliere i nuovi talenti dell’animazione, tra i 25 partecipanti, nella sezione ‘Pitch me’.
Sarà inoltre premiata con il ‘Pulcinella Studio Italiano dell’Anno’ la Mad Entertainment, la factory creativa e produttiva fondata a Napoli nel 2010 da Antonio Fresa, Luigi Scialdone e Luciano Stella, che ha anche realizzato la sigla di ‘Cartoon on the Bay 2014’, sviluppata sul tema di quest’anno: la paura, che, come la tradizione seicentesca del giuglianese Giambattista Basile insegna, nelle favole, da cui nascono i cartoons, serve ad abituare i bambini alle future difficoltà e a prepararli alla vita. Pulcinella, il piccolo pulcino, nasce dall’uovo alchemico della vita, con un riferimento storico-esoterico tutto napoletano, e già dai primi respiri trova la morte a incombere. Ma Pulcinella è fuoco vulcanico, esplosivo, ed “erutta” immediatamente con tutta la sua vitalità, già pronto ad affrontare le difficoltà con la sua indole “leggera” e incurante del pericolo con cui esorcizza le paure e sfugge alle avversità dell’esistenza. Come nel cartoon del 1973 di Emanuele Luzzati e Giulio Gianini, i suoi nemici sono i Carabinieri, anche qui con un riferimento storico risorgimentale, che finiscono per essere loro stessi rincorsi dalla morte, mentre Pulcinella naviga su una gondola in acque più o meno tranquille.
“La creatività solare del Mezzogiorno italiano, l’estro di Partenope – ha detto Stella a Adnkronos/Ign – hanno fatto di MAD studio uno dei più significatici esempi degli ultimi anni di tenacia e professionalità, a dimostrazione che l’animazione tricolore è pronta con i suoi nuovi protagonisti ad affrontare altre e più severe sfide”.

La pastiera di Verona, una vecchia storia

Riesplode oggi un caso vecchio (già trattato nel 2011)

Angelo Forgione – Aprile 2014: tutti a parlare della pastiera industriale di Verona, la “deliziosa torta con grano saraceno” che di vera pastiera non ha nulla. Questo prodotto non solo non è fresco ma non è neanche nuovo. È infatti sul mercato da molti anni, e ne accennai già nel dicembre 2011 nel videoclip “Nord palla al piede” (al minuto 12:37) con cui evidenziai le interdipendenze economiche tra Settentrione e Meridione e smontai la propaganda leghista, e non solo leghista, che ha fulcro nella “fiaba” del Sud-zavorra. Un videoclip che, tra l’altro, ebbe la “benedizione” dell’ex-dirigente RAI Enrico Giardino, scomparso lo scorso ottobre, ricercatore di soluzioni ed alternative rispetto agli schemi dominanti, impegnato nella battaglia per la libertà di informazione, nella demistificazione delle menzogne mediatiche e delle ipocrisie della politica nazionale ed internazionale, che in un suo articolo scrisse: “I nostri governanti lasciano fare e assecondano l’arbitrio padronale. Desertificando e immiserendo il Sud produttivo, ci vengono a dire, mentendo, che il Sud è la “la palla al piede dell’Italia”. E’ una spudorata menzogna, come dimostra con i numeri e con un video illuminante il blog di Angelo Forgione”.
Il prodotto veronese è il simbolo della flessione del mercato dei dolci industriali che invadono piccola e grande distribuzione nelle festività religiose (e non solo). Una flessione che neanche la forte riduzione dei prezzi ha arginato. E le aziende hanno dovuto spingere sull’innovazione e sulla comunicazione. Su queste direttrici anche Melegatti ha premuto l’acceleratore con una serie di investimenti mirati e ha ampliato la sua offerta per supplire ai classici prodotti che non tirano più. E così sono nate le novità, “scippando” anche i nomi delle tradizioni forti e lontane, quelle che rievocano qualità e bontà.
Il dibattito è scoppiato quando il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito ha scritto un editoriale in cui ha definito questa storia “una semplificazione perfetta dei problemi del Mezzogiorno” e ha puntato il dito sullo scarso senso d’impresa del Meridione. Il suddetto videoclip di approfondimento è già sufficiente per andare più a fondo rispetto al problema (ne consiglio la visione). Polito ha scritto che “nessuno qui da noi, con capitale del Mezzogiorno, con lavoratori napoletani, producendo reddito che resta al Sud, abbia avuto la stessa semplicissima idea della Melegatti o abbia trovato i mezzi per metterla in pratica: trasformando cioè l’artigianato in industria e la tradizione in marketing”. Ed è qui che si sviluppa il nuovo dibattito. Un dolce del genere, per gli ingredienti richiesti, non può diventare un prodotto industriale, e neanche potrebbe mai essere messo sul mercato da un’azienda napoletana e – credo – neanche meridionale. Il rispetto della tradizione è qualcosa che impone delle strategie a chi si propone al pubblico, che deve mettere mano al portafogli solo quando convinto di ciò che acquista. La soluzione della questione, che vale anche per indebolire le convinzioni di Polito, la offre la D’Amico, con sede legale a Napoli e stabilimenti a Pontecagnano Faiano, nel Salernitano, che un prodotto-pastiera industriale l’ha messo sul mercato, ma non ha umiliato nome, preparazione e tradizione, realizzando un kit in scatola in cui sono racchiusi i prodotti essenziali per la facile preparazione di una vera pastiera napoletana: grano già cotto, aroma millefiori, zucchero a velo e, in più, un ricettario tradizionale. Tutta un’altra storia!
Diciamolo serenamente che lo spirito imprenditoriale al Sud ha ampi margini di crescita così come problemi endemici da risolvere, ma è comunque vivo. Il vero problema non è l’innovazione e neanche la minore produzione ma la distribuzione, in gran parte in mano al Nord, autentico ostacolo allo sdoganamento dei prodotti industriali del Sud. Quanti kit pastiera di D’Amico arrivano a Verona?

Nord e Sud tra sesso e autoerotismo

Milano e Roma in testa agli accessi Youporn, Napoli e il Sud praticano più sesso

Angelo Forgione – A “La Radiazza” di Gianni Simioli (video in basso), su Radio Marte, sono state ripescate le statistiche degli accessi al sito youporn.com, divulgate nel 2012, che indicarono l’Italia tra i Paesi con più frequenze e Milano e Roma in testa tra le città che a livello mondiale avevano fatto registrare il maggior numero di traffico sul sito di filmati pornografici gratuiti per eccellenza. Primato per le due città non proprio dei più prestigiosi ma comunque da prendere con le pinze, vista la differenza di informatizzazione e accessi a internet tra Nord e Sud.
Dunque, i meridionali sono davvero meno avvezzi all’autoerotismo? Forse, ma non è questo il dato interessante. Meglio riferirsi alla recente ricerca di mercato realizzata da Doxapharma, promossa dalla Società italiana di urologia (Siu) e dell’Associazione ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), per fotografare le abitudini sessuali di coppia in Italia. Coinvolto un campione di 3 mila uomini e donne, fra i 18 e i 55 anni. Lo studio conferma il proverbiale “ardore” degli uomini del Sud: Sicilia, Campania, Basilicata e Calabria sono infatti le regioni dove i maschi sono più attivi sotto le lenzuola e alzano la media. Più “freddi”, in coda nella classifica, sono invece i friulani, i trentini e i lombardi, che insieme ai toscani sono anche i meno soddisfatti della propria vita sessuale. L’attività sessuale è forse condizionata dell’ansia da prestazione, visto che i più frustrati e timorosi di deludere la compagna sono proprio gli uomini del Friuli, mentre i meno preoccupati di lasciarla insoddisfatta sono i siciliani. I più ossessionati da un possibile tradimeno della partner sono calabresi e lucani, e perciò, pur essendo tra quelli in testa per frequenza dei rapporti, sono anche i più colpiti dal problema dell’eiaculazione precoce maschile, con una frequenza doppia rispetto alla media. Qui vincono Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria ed Emilia Romagna.
In generale, gli italiani fanno l’amore 108 volte all’anno, al di sopra della media del pianeta (103 rapporti). Insomma, il sesso made in Italy prevede 9 rapporti al mese, alla media di 1 ogni 3 giorni. Il problema è che gli italiani lo fanno frettolosamente: una coppia italiana su quattro è insoddisfatta dei tempi dell’amore e non raggiunge il piacere perché il rapporto si consuma entro i 2 minuti. Inoltre, 7 italiani su 10 si sentono insoddisfatti della proprie vita intima, aprendosi a infedeltà e rottura.

Il caffè da migliorare

Angelo Forgione – La tanto attesa inchiesta di Report (Rai Tre) sul caffè ha evidenziato i guasti del sistema in Italia, dimostrando che i torrefattori fanno spesso abuso della qualità “Robusta”, che costa la metà della “Arabica” e ha aromi legnosi, se proviene dal Vietnam, e di terra, se di origine Africana. Fari puntati anche sui baristi che in troppi casi non sanno cosa c’è nelle miscele che servono, non effettuano il “purge” (l’operazione a bottone per pulire l’acqua, che è però automatica con le macchine a leva diffusissime a Napoli), non puliscono i filtri dove lasciano sedimentare residui cotti più volte, non puliscono la campana del macinino e non macinano il caffè al momento, pregiudicando l’aroma. Il resto dell’inchiesta ha riguardato le capsule.
Niente paura, però. La cultura della bevanda a Napoli e nel resto d’Italia è intatta, e non basteranno i pareri sul sapore a umiliarla. Andrej Godina, l’uomo dei voti, è stato presentato come rappresentante della Scae (Speciality Coffee Association of Europe), ma in realtà le sue degustazioni sono state condotte a titolo personale e completamente individuale, con la stessa Scae che si è dissociata dai suoi pareri, e lui da Report. Non tutti i produttori e non tutti i baristi sono sprovveduti e una trasmissione che punta le telecamere dove le cose vanno male, cercando solo quelle e non le positività, può condizionare l’opinione pubblica. Ma è evidente che certi guasti finiscano col pregiudicare il mercato e abbassare la qualità, col rischio di cambiare il gusto e imporlo al pubblico. Insomma, anche sul caffè bisogna imparare a saper scegliere, e anche a pretendere. Non c’è dubbio che il caffè, soprattutto quello napoletano, è da proteggere.

Strade minori per Murolo, Carosone e Bruni

Angelo Forgione – La Giunta comunale di Napoli, approvando una deliberazione proposta dal Sindaco Luigi De Magistris, ha deciso che l’auditorium di Scampia sarà intitolato a Fabrizio De Andrè e che tre toponimi di tre traverse di via Nino Bixio a Fuorgirotta saranno attribuiti a Roberto Murolo, Renato Carosone e Sergio Bruni.
Premesso che l’auditorium di Scampia, senza nulla togliere a Fabrizio De Andrè, meriterebbe di essere intitolato a Lucio Dalla, artista legato e “rinato” a Napoli, non condivido affatto la pur giusta scelta di attribuire alla memoria di tre grandi interpreti della Canzone di Napoli delle stradine di fatto irrilevanti. Con la memoria storica non si può più essere così superficiali.

Godina si duole di Report, ma quel suo articolo…

Angelo Forgione – E ora Andrej Godina fa parziale marcia indietro e se la prende con la redazione di Report per averlo gettato in pasto ai leoni. In videocollegamento web con la redazione del TGR Campania, l’esperto triestino ha dichiarato di essere dispiaciuto del fatto che sia stato estrapolato solo il pezzo del suo assaggio del caffè napoletano nel primissimo promo, in un contesto di indagine che ha invece scandagliato l’intero sistema italiano. Io che vi ho partecipato lo sapevo, ma non potevano certo saperlo tutti coloro che in questi giorni hanno visto quella performance. Ma la cautela di Godina non convince per nulla, perché nell’articolo scritto di suo pugno il 27 febbraio, dopo la sua incursione napoletana, nel quale non faceva riferimento alcuno alla sua partecipazione a Report, parlava del solo caffè napoletano, compiacendosi sul suo profilo facebook di aver sfatato “definitivamente” il mito del buon caffè a Napoli. Quell’articolo sfuggì alla grancassa dei media ma non al sottoscritto, che annunciò quanto sarebbe accaduto. Certo, il caso è esploso perché i giudizi erano affidati alla diffusione di Report e non al piccolo portale su cui ha scritto Godina, ma tanto bastò, avendo il Nostro parlato anche in termini irridenti di quanto scritto circa il caffè napoletano sul libro Made in Naples. Per la serie “ccà nisciuno è fesso!”

Napoli e Torino: stessi debiti, stadi diversi.

come la Juventus ha costruito la sua casa

Angelo Forgione – Mentre impazzava il dibattito economico su fatturati e investimenti di Napoli e Juventus saltava il previsto incontro tra De Laurentiis e il sindaco di Napoli De Magistris per discutere (ancora) del futuro di quel ferro vecchio che è il “San Paolo”. Il primo cittadino si è irrigidito per le parole che il patron del Napoli aveva pronunciato poche ore prima: «Oggi incontrerò il sindaco per capire bene se dovrò andarmene in Inghilterra con Benitez e coi miei calciatori. Mi sono stancato, sono una persona che dice le cose come stanno, vuol dire che se non faremo lo stadio giocherà con Auricchio (capo di Gabinetto del Comune) in porta ed in Serie C. Quando dall’altra parte ho dei sordi devo solo prendere atto ed andarmene. Di progetti come quello dello stadio della Roma ve ne posso portare circa ventimila. I bagni del San Paolo resteranno chiusi fin quando non saranno aggiustati dal Comune».
Al Napoli virtuoso manca solo lo stadio di proprietà per issarsi tra i grandi club d’Europa. La Juventus può contare su questo cardine fondamentale. Già, ma come ci è riuscita? All’italiana, solo grazie ai “regali” di un ente pubblico (il Comune di Torino) alla proprietà juventina, la Exor S.p.A. che fa capo alla famiglia Agnelli, e al ricorso a una banca pubblica (l’Istituto per il Credito Sportivo). Tra il 6 dicembre 2002 e il 15 luglio 2003, il Comune di Torino trasformò la zona del precedente stadio “delle Alpi” da “area destinata a servizi” a “Zona Urbana di Trasformazione”, rendendo di fatto privata una zona una volta destinata a “Verde e Servizi” dal Piano Regolatore, e trasferì poi per 99 anni la proprietà e il diritto di superficie di un totale di 349mila metri quadrati delle aree (stadio e fabbricati) alla Juventus F.C., che è di fatto una Spa quotata in borsa. Il tutto per la modica cifra di 25 milioni di euro, 71,63 centesimo al metro quadrato per ogni anno di concessione. Dopo questo “regalo” furono concesse delle autorizzazioni commerciali e, soprattutto, una variante al Piano Regolatore per “redistribuire le consistenze edificatorie commerciali”. E così la Juventus, cedendo a Nordiconad (cooperativa che aderisce al Consorzio nazionale Conad), Cmb e Unieco i 34mila mq di spazi commerciali intorno allo stadio, ottenne ben 20,25 milioni di euro. A questi si aggiunsero i circa 75 milioni di euro pagati da Sportfive per trovare uno sponsor che desse il nome allo stadio (ancora non trovato) e i circa 60 milioni che la Juventus ottenne accendendo due mutui con l’Istituto per il Credito Sportivo, una banca pubblica, e quindi finanziata da soldi dei contribuenti, che di certo non pratica tassi di mercato. E non finiva qui. Nel novembre 2012 fu creata dal Comune di Torino una nuova “Zona Urbana di Trasformazione” di circa 260mila metri quadrati adiacenti lo “Juventus Stadium”, di cui 180mila destinati alla Juventus per la realizzazione della cittadella bianconera, comprendente campi di allenamento per la prima squadra, un albergo, servizi (tra i quali una multisala cinematografica), un centro benessere e residenze. Il tutto al prezzo ancor più stracciato di 10,5 milioni, 58,33 centesimi al metro quadrato per ogni anno di concessione.
Per gli ambientalisti, quella dello “Juventus Stadium” è una delle più grandi sconfitte: da immensa area agricola adatta a diventare il primo parco cittadino per estensione, trasformata in una distesa di cemento e supermercati. E intanto il Comune di Torino, come quello di Napoli, è diventato uno dei più indebitati d’Italia.
Tutto quanto accaduto a Torino è possibile a Napoli, nell’urbanizzatissima Fuorigrotta, dove ci si scontra sulla pista d’atletica?

Napoli-Juventus non è una questione di soldi

Angelo Forgione – La lezione di calcio che il Napoli ha restituito alla Juventus dice che la diffenza in classifica tra le due squadre è falsa, ma intanto c’è, e le colpe sono tutte del Napoli, che non riesce ad essere affamato con le “piccole” come gli avversari. Inutile dunque spostare il dibattito in economia sportiva. Benitez ha parlato di fatturati juventini e Conte di investimenti napoletani. La verità è che l’ultimo saldo delle entrate dice 275 milioni per la Juventus e 125 per il Napoli, che è l’unica squadra della Serie A ad essere autosufficiente, ovvero a non dover ricorrere alle banche e alla proprietà. Ed è verissimo che il Napoli sia la società ad aver investito maggiormente nel mercato 2013/14, con esborsi per 100.700.000 €, ma ciò è stato possibile solo grazie alle continue plusvalenze degli ultimi anni, ultima la cessione di Edinson Cavani al PSG (+52.500.000 €), terza miglior plusvalenza in assoluto della storia. Insomma, il Napoli è più virtuoso e la Juventus è più ricca. Stop!
Uscendo dai freddi numeri, il Napoli che compete (almeno in casa) con Borussia Dortmund, Arsenal, Juventus e Roma in stagione ha l’obbligo di farsi competitivo per vincere le guerre e non solo le grandi battaglie. La zebra, intanto, si lecca le ferite dopo i calci sfrenati del “corsiero del sole”. Vittoria dal sapore diverso, perché Napoli-Juventus non è mai una partita normale. Napoli-Juventus è il confronto tra due mondi sportivi distanti, tra due tifoserie agli antipodi. Quella azzurra, fortemente identitaria, espressione del territorio di appartenenza. Quella bianconera, apolide e “nazionale” per definizione. Napoli-Juventus è Napoli-Italia più di ogni altra partita. E la differenza di scudetti vinti non conta, non solo per i napoletani, sempre chiari nel preferire gli avversari da battere, ma anche per gli juventini, spesso superbi nel considerare ogni partita come le altre. Non è per caso che un torinese doc come Claudio Marchisio, serio professionista e sincero amante di Napoli («non c’è nulla di più bello che svegliarsi a Napoli, aprire la finestra e affacciarsi sul Golfo… In ogni stagione!»), abbia dichiarato un anno fa «Quando mi trovo il Napoli di fronte scatta qualcosa di particolare che non mi scatta con nessun’altra squadra». Applausi sinceri alla sua autenticità lusinghiera.

Proposta oscena: “piazza Carlo III diventi Berlinguer”

il toponimo dovrebbe cambiare semmai in piazza Carlo di Borbone

Angelo Forgione – Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità (S. Lorenzo, Vicaria, Poggioreale, Zona Industriale), sfida la storia di Napoli e propone di cambiare il nome della piazza Carlo III in piazza Enrico Berlinguer. Inutile entrare nello specifico di una polemica che una scelta del genere provocherebbe, e che non si verificherà perché non spetta a Donzelli prendere decisioni del genere. È il caso di soffermarsi semmai sul tono di sfida con cui questa idea è stata inoltrata, espresso in un provocatorio post su facebook: “Non sono filoborbonico. Rispetto la storia della mia Napoli, ma ancor di piú quella nazionale. Mi oppongo ai rigurgiti secessionisti e sono un uomo di sinistra. Piazza Enrico Berlinguer”. Scusi, consiglier Donzelli, ma cosa le fa pensare che il sereno mantenimento del nome storico di una piazza (degradata) in cui insiste l’immenso Palazzo Fuga significhi la minaccia del secessionismo napoletano? Suvvia, smettetela di cercare di violentare la storia e la realtà. E se proprio vogliamo dirla tutta, il toponimo dovrebbe semmai cambiare in “piazza Carlo di Borbone”, così come il sovrano era chiamato a Napoli (Carlo III lo divenne dopo a Madrid). Le strade e le piazze i cui nomi sono da cambiare, a Napoli, sono ben altre, qualora se ne presentasse la possibilità nel mare delle più grandi criticità e priorità della città. Piuttosto, si prodighi per ridare decoro alla piazza e allo storico edificio borbonico, e lasci perdere la storia che evidentemente non conosce e non rispetta. Piazza Carlo di Borbone!