“Made in Naples” sul periodico Neapolis Futura

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«Ganso al Napoli? Non bastano i soldi della camorra». Parole di chi vide sfilarsi Careca.

il presidente del club di San Paolo “dimentica” il PPC ma non l’estate 1987

Angelo Forgione – Inqualificabile uscita di Carlos Miguel Cástex Aidar, presidente del club di San Paulo, per commentare ai microfoni di Radio Jovem Pan la voce di calciomercato che vorrebbe il Napoli sul calciatore paulista Ganso: «Non bastano neanche tutti i soldi della Camorra per portarcelo via. Il Napoli non ha forza economica per garantirci i 25.000.000 di euro necessari per l’acquisto: la Camorra non ha più tutto questo potere.»
Veramente un galantuomo il numero uno paulista, uno dei tanti del mondo del calcio, che di organizzazioni criminali se ne intende. Lui, che è avvocato basiliano, conosce benissimo le gesta del pericolosissimo PCC, il Primeiro Comando da Capital, la mafia di San Paolo, che, secondo i rapporti del governo brasiliano, è la più grande organizzazione criminale del Brasile, con ramificazioni in Paraguay e Bolivia, alleanze con la Yakuza giapponesemafia cinese, e un’adesione di circa 13.000 soci, 6.000 dei quali in carcere.
Ma un motivo per tanto sprezzo nei confronti di Napoli Aidar lo serba probabilmente dall’inverno del 1987. A quell’epoca, per un primo mandato, era già stato presidente del San Paolo e andò su tutte le furie quando il Napoli gli strappò Antonio Careca con un accordo privato e in tempi strettissimi. Il grande attaccante, ambito da mezzo mondo, si mise in testa di giocare a tutti i costi con Maradona e decise fermamente la sua destinazione, forte di una scrittura privata che gli permise di svincolarsi a circa due milioni di dollari. Il Napoli versò fulmineamente due miliardi e 600 milioni di lire. Aidar trattò con un club spagnolo, sapeva di poterne avere molti di più, almeno il doppio, per un fuoriclasse di quel genere, che passò al club partenopeo a prezzo “stracciato” e senza una trattativa con la società di appartenenza. Lo scontro con Ferlaino fu durissimo ma i tentativi di far saltare l’accordo non sortirono alcun effetto. Careca firmò a maggio e si unì a Maradona nel matrimonio più bello che il San Paolo, lo stadio, abbia mai celebrato. Aidar dovette arrendersi, e non bastò l’incasso di un’amichevole Napoli-San Paolo (foto) a placare la sua ira. Dopo ventisette anni, Aidar non ha ancora dimenticato. Lo stile, a prescindere, non si compra e non si vende.

Al Maschio Angioino la primissima Mostra dell’Arte Tridimensionale

Napoli precede Parigi, dove un allestimento simile è in fase di studio al Louvre

Angelo Forgione – L’ingegner Pietrangelo Gregorio è il protagonista di un capitolo di Made in Naples, libro della Napoli che crea da almeno quattro secoli. Grande genio cui si debbono numerose invenzioni (oltre 300 brevetti), alcune delle quali tradotte in primati napoletani, e già creatore della prima emittente televisiva privata d’Italia via cavo (Telediffusione Italiana – Telenapoli) negli anni Settanta, è oggi, a 86 anni, protagonista della sperimentazione del primo sistema di ripresa e di riproduzione televisiva in 3D per il digitale terrestre, col quale sta cercando di abbattere il monopolio delle costose piattaforme satellitari a pagamento. Dopo il giusto spazio assegnatogli in Made in Naples è ora il Comune di Napoli a tributare all’inventore i giusti meriti e ad annunciare un nuovo primato napoletano, ospitando una mostra d’arte tridimensionale nel museo del Maschio Angioino che si inaugurerà venerdì 23 maggio alle ore 11.00 nella Torre del Beverello.
La mostra sarà visitabile fino al 30 settembre 2014. Orari di accesso al pubblico: ogni giorno dalle ore 10.30 alle 16.30 (escluso la domenica).

Un nuovo primato napoletano: La prima Mostra dell’Arte Tridimensionale nel complesso monumentale di Castel Nuovo

Il 23/05/2014 verrà inaugurata a Napoli nella Torre del Beverello, in Castel Nuovo, la prima mostra dell’arte tridimensionale. Un evento di particolare interesse scientifico, relativo all’applicazione della tecnologia anaglifica ai processi di promozione dell’arte e della valorizzazione dei beni culturali.
Vero è che, per anni, si è sempre discusso sulla possibilità di diffondere la stereoscopia e il tridimensionale, partendo dai musei, col semplice mezzo anaglifico (visione con occhiali bicolori), senza dover ricorrere a sofisticate tecnologie, cinematografiche o televisive. Avvalendosi di esperti stereografi si sono infatti organizzate, in passato, mostre tridimensionali nelle metropoli di Los Angeles, Parigi, Francoforte, Montreaux, dove le immagini presentate, di piccole dimensoni (30×40 cm.) e con un rilievo limitato, non destarono tuttavia alcun interesse da parte dei visitatori. Ragion per cui le mostre tridimensionali furono abbandonate.
In Italia le ricerche continuarono, seguendo le originali teorie ed innovazioni stereoscopiche del sistema “Stereogregor”, ideate dal ricercatore napoletano Pietrangelo Gregorio (noto per essere il pioniere della televisione libera italiana) che consentivano numerose nuove possibilità: basti ricordare lo schermo tridimensionale più grande del mondo (60 metri di lunghezza, primato ancora imbattuto!) realizzato nella sala Plinio a Pompei, nel 1994, sul quale 48 proiettori tridimensionali sincronizzati proiettarono, per oltre un anno, le più suggestive immagini degli scavi di Pompei, come ampiamente riportato dai mass media dell’epoca.
Sempre seguendo questo sistema, Geppino Gregorio, figlio del celebre inventore, e gli ingegneri Zipoli, Di Febbraro e Caputo hanno dato vita al “Centro Ricerche Scientifiche” con lo scopo di rielaborare il sistema
anaglifico, riuscendo ad ottenere immagini tridimensionali di grande formato, riducendo così, notevolmente, i difetti dell’anaglifo e mostrando una notevole profondità di rilievo con un effetto gradevole e stupefacente.
Si è così potuta realizzare la prima Mostra dell’ Arte Tridimensionale, esposta nella Torre del Beverello, in Castel Nuovo. Napoli è dunque la prima città a presentare una mostra di Arte Tridimensionale, mentre al museo del Louvre di Parigi è ancora, da anni, in fase di studio, una “mostra stereoscopica anaglifica”.
Le opere esposte
Questa prima mostra comprende 12 opere su tela pittorica in formato 100 x 140 cm., concernenti opere d’arte del Museo Archeologico di Napoli (Agrippina, Divinità fluviale, i Corridori), fontane monumentali partenopee (fontane del “Nettuno”, degli “Innamorati”, del “Carciofo”), Castel Nuovo con il suo Arco di Trionfo (con un eccezionale percezione del rilievo), Castel dell’Ovo, Chiostro grande di San Martino, Palazzo Reale, Basilica di San Francesco da Paola, ed infine, la nuova Piazza Bovio.
Per ogni opera è stata curata la particolare ripresa 3D, molto diversa da quella abituale, per stabilire le migliori convergenze e le varie parallassi con le relative distanze stereoscopiche. La tecnica “italiana” Stereogregor, utilizzata da Geppino Gregorio, che ha curato le riprese e le configurazioni 3D, offre una gradevole e suggestiva percezione della terza dimensione, al punto da rendere necessaria al visitatore un’ampia sosta davanti ogni opera e, per consentirne la visione contemporanea al vasto pubblico, si è scelto di aumentare il numero dei visori con l’ausilio di uno speciale strumento predisposto per meglio apprezzare tutti i particolari delle riproduzioni.

“Napoli maledetta”… da Genny ‘a carogna a “Gomorra” di Saviano

Nel video, il riassunto della puntata del 12 maggio di Clandestino su Tele Club Italia. “Napoli maledetta” tema del dibattito televisivo, tra accanimento mediatico per i fatti relativi alla finale di Coppa Italia di Roma, le polemiche su Roberto Saviano per la fiction “Gomorra” e umiliazione della cultura napoletana, sostanzialmente ignorata dai media nazionali.

La “Grande Puzza” di Londra (che denigrava Napoli)

Angelo Forgione – A metà dell’Ottocento, l’egemone Inghilterra ignorava completamente le conseguenze dello sviluppo industriale, preferendo compiacersi dei privilegi di una Londra già grande e classista. A quel tempo, con Parigi, Vienna e Napoli, era tra le città europee che si potessero definire capitali. Popolosa, abbiente, ma anche illiberale, discriminatoria e sporca, ma talmente sporca che i londinesi vivevano nel lerciume e nell’assenza pressoché totale d’igiene. Questa era la Londra di Palmerston e Gladstone che, per scopi politici, denigrava politicamente la Napoli già dal 1832 provvista del “Regolamento per la nettezza delle strade, ed altri siti”, col quale era fatto divieto di gettare a qualsiasi ora da balconi e finestre “alcun materiale di qualunque sia la natura”, comprese “le acque servite per i bagni o qualunque altro uso domestico”. Tutti accorgimenti per il decoro per la città ma anche per contrastare (inutilmente) le epidemie di colera che imperversavano in Europa da nord.
Il 31 agosto del 1854 una violentissima epidemia colpì il quartiere londinese di Soho. Nel giro di tre giorni morirono 127 persone. In poco più di una settimana Londra si ritrovò in ginocchio: alla fine si contarono 616 vittime in tutta la città. Moriva chiunque bevesse acqua ma non chi era ebreo e neanche chi tracannava birra. Perché mai? Semplicemente perché gli ebrei si lavavano le mani più spesso degli altri – interrompendo così il ciclo-orofecale – e gli avventori del pub bevevano birra pastorizzata che distruggeva i batteri. Londra aveva circa 200.000 pozzi neri ma la maggior parte non erano espurgati. Questo si traduceva in un fetore diffuso, frequenti straripamenti nelle condutture stradali ed epidemie. La situazione peggiorò notevolmente nella caldissima estate del 1858: l’acqua del Tamigi, dove i londinesi riversavano escrementi e rifiuti di ogni sorta (ma anche sulla strada, per finire comunque nel fiume trasportati dall’acqua piovana), si ridusse notevolmente. Le feci finirono per intasare il letto del fiume, che si riempì di cadaveri animali, viscere dei macelli, alimenti avariati e scorie industriali. Uno spettacolo allucinante! Per Benjamin Disraeli il Tamigi era “una puzzolente pozza stigiana di ineffabile ed insopportabile orrore”. La gente camminava per le strade proteggendosi con dei fazzoletti, attanagliata dall’afa che favoriva la diffusione dei batteri. Ne venne fuori un tanfo così vomitevole che per consentire le sedute alla Camera dei Comuni si montarono tende imbevute di cloruro di calcio. Quell’odore fu chiamato The Great Stink, la “Grande Puzza”, un evento che ebbe una tale portata sociale e politica da influenzare la storia della città, sollevando l’ignorato problema dell’igiene urbana. È storia di una Londra che imponeva la sua egemonia e difendeva a scapito altrui il proprio posto di prestigio nella politica internazionale, facendosi giudice di giustizia e punendo ciò che riteneva sbagliato.
Il Metropolitan Board of Works decise di implementare il sistema fognario (che all’epoca non arrivava al centralissimo Soho), la rete idrica cessò di essere contaminata e le epidemie di colera divennero un tragico ricordo, anche se la decenza nel centro di Londra ci mise anni per imporsi. Come scrisse a inizio Novecento Jack London ne Il popolo degli abissi, “La civiltà ha centuplicato le capacità produttive dell’uomo e, a causa della cattiva gestione, i suoi uomini vivono peggio delle bestie”.
Cos’è successo dopo a Londra, Napoli e Parigi, è più o meno noto a tutti.

Antonella Cilento: «Napoli nel 1600 già puzzolente come oggi»

Angelo Forgione – Antonella Cilento, scrittrice napoletana, a TG1 Billy del 18 maggio: «Napoli nel 1600 è la più grande città d’Europa… È già la metropoli di oggi, è già corrotta, sporca, puzzolente…»
C’è qualche “già” di troppo, e troppo pesante, nelle parole ascoltate in tivù, simili a quelle pronunciate in passato da un antimeridionale come Giorgio Bocca. In quell’Europa problematica, funestata da sporicizia ed epidemie, Napoli non era certo peggio di Parigi e Londra, tra le città più sporche e fetide del Continente, afflitte dal sudiciume maleodorante degli abitanti, molti dei quali non praticavano alcun tipo di abluzione.
Nel 1615 un grande napoletano, Giovan Battista Marino, fu severissimo nel descrivere Parigi dopo esservisi recato: “quando piove è il miglior tempo che faccia, perché allora si lavano le strade: in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani”.
Epidemie colpivano tutti a quei tempi, ed è nota la grande peste seicentesca di Napoli, le cui condizioni, nel Settecento e Ottocento, migliorarono (Goethe ne apprezzò la pulizia e detestò la sporcizia del Triveneto e non solo, mentre Restif de la Bretonne denunciò in Les Nuits de Paris il lerciume della capitale francese, dei cui miasmi narrano numerosi racconti dell’epoca) mentre quelle di Parigi e Londra restarono pessime. Si ricorda nel 1858 la drammatica “Grande puzza“, the Great Stink della capitale inglese, causata dal Tamigi, dove venivano gettati i rifiuti solidi e gli escrementi umani (e più o meno lo stesso accadeva nella Senna). Colera e febbre tifoide dilagarono drammaticamente.

Pistole nel calcio, la prima volta fu dei tifosi del Bologna

Gli spari a Roma prima di Fiorentina-Napoli non sono stati i primi tra tifoserie.
Storia del calcio violento e truccato di sempre.

Leandro Arpinati

Angelo Forgione – I tristi eventi romani del 3 maggio che hanno preceduto la finale di Coppa Italia hanno un lontano precedente, che risale alla stagione 1924/25, quando Bologna era un faro del fascismo e Genoa e Bologna si contesero l’accesso alla finale scudetto contro i vincitori della Lega Sud. Ecco i fatti drammatici di quel tempo.
I liguri, una potenza calcistica di inizio Novecento, rincorrono il decimo scudetto. I felsinei, un’ambiziosa realtà emergente, sono guidati dal gerarca fascista e accolito del Duce Leandro Arpinati, presidente degli emiliani e vicepresidente della Lega Calcio. Un uomo potentissimo, una delle figure principali del regime fascista, capo dello squadrismo bolognese che già nel novembre del 1920 ha guidato i militanti armati nelle vicende della strage di Palazzo d’Accursio seguita all’insediamento della nuova giunta comunale socialista massimalista. Arpinati è vicesegretario del partito e podestà di Bologna, presidente del CONI e della FIGC, nonché, in seguito, sottosegretario agli Interni, cioè di fatto ministro.
La finale d’andata della Lega Nord va in scena a Bologna il 24 maggio 1925 ed è vinta dal Genoa per 2-1. I gol dell’ex Alberti e di Catto, con Schiavio che accorcia nel finale, indirizzano la vittoria verso i liguri. Sette giorni dopo, le squadre si ritrovano di fronte per il ritorno allo stadio di Marassi, gremito e pronto ai festeggiamenti. Ma il Bologna, a sorpresa, restisce il 2-1 con le marcature di Muzzioli e di Della Valle, dopo il provvisorio pareggio di Santamaria, e porta gli avversari allo spareggio in campo neutro. Il 7 giugno, a Milano, le squadre si ritrovano di fronte e il Genoa, grazie ai goal di Catto e Alberti, va all’intervallo sul punteggio di 2-0. Al 15’ della ripresa, il portiere genoano De Prà devia in angolo un potentissimo tiro del bolognese Muzzioli; l’arbitro Giovanni Mauro indica regolarmente la bandierina e a quel punto dirigenti e sostenitori bolognesi, tra cui alcuni uomini in camicia nera, irrompono armati sul terreno di gioco per accerchiare il direttore di gara e imporgli la convalida di un goal non visto per un buco nella rete, ma di fatto inesistente. Parole grosse, minacce e percosse conducono alla concessione del goal fantasma, con l’arbitro che promette ai liguri di mettere tutto a referto per far assegnare la vittoria a tavolino. Il Genoa la prende per buona e prosegue la partita tra ulteriori risse e tensioni che portano pure al pareggio felsineo dopo un fallo sul portiere genoano. Troppo per poter proseguire la farsa anche ai supplementari, il Genoa si rifiuta di giocarli e si affida al referto arbitrale. Ma il signor Mauro non fa alcuna menzione dell’aggressione e delle pressioni ricevute e omologa il risultato di 2-2 tra lo stupore dei liguri. Arpinati ha fatto valere la sua influente figura di dirigente della Lega e, soprattutto, di rampante gerarca fascista, imponendo un secondo spareggio, fissato per il 5 luglio a Torino, dove le due contendenti chiudono ancora in parità per 1-1. La forte tensione non genera nessun problema in campo ma violentissimi scontri si verificano in serata all’esterno, nella stazione ferroviaria di Porta Nuova, dove i treni delle due tifoserie si ritrovano divisi da quattro binari e un terzo convoglio, che all’improvviso si allontana. Bolognesi e genoani ora si guardano, prendono a inveire gli uni contro gli altri. Sui binari scendono i più scalmanati, si sfidano in una prima sassaiola mentre la polizia accorre a dividerli e a dare tempestivamente l’ordine di partenza del treno dei felsinei. La rincorsa al convoglio in corsa sembra riportare la calma, ma i tifosi di estrema destra del Bologna girano armati; e qualcuno fa fuoco: tra i venti e i trenta colpi, tutti in aria tranne tre. Due colpiscono di striscio un genoano e il capostazione. A terra resta un altro ligure, Vittorio Tentorio, trapassato da una pallottola in un punto fortunatamente non vitale e immediatamente trasportato in ospedale per le lunghe e necessarie cure.
I quotidiani tentano di minimizzare la vicenda, il governo, di destra, probabilmente copre i colpevoli, ma l’indignazione è tanta perché per la prima volta si è sfiorata la tragedia per una partita di calcio. Il Consiglio Direttivo del Bologna addossa ai sostenitori del Genoa la colpa degli incidenti e fa arrabbiare i vertici fedarali, che allora multano il club di Arpinati e gli impongono di identificare i colpevoli per evitare l’esclusione dal campionato. Il braccio di ferro è violento e il gerarca, dietro le quinte, fa radunare in piazza Nettuno a Bologna una folla ribelle. Va in scena un folle comizio sportivo, il primo del genere tenuto in Italia, da cui si leva il grido di protesta contro la FIGC. In un clima del genere non si può più andare avanti e si decide la sospensione della sfida tra le due squadre. Sembra una tregua per calmare le acque in vista dell’ennesimo spareggio da giocarsi a settembre, ma un nuovo colpo di scena firmato Arpinati è pronto: in Consiglio Federale della Lega Nord impone un nuovo spareggio a porte chiuse da disputare alle 7 del mattino del 9 agosto in un campo secondario del quartiere Vigentino a Milano. Bisogna che la notizia resti segreta per evitare ulteriori scontri, ma di quell’appuntamento il Bologna viene avvisato per tempo, mentre il Genoa riceve la notifica soltanto qualche giorno prima. I suoi calciatori sono al mare, non si allenano e non sono preparati, ma vengono convocati d’urgenza per essere catapultati in campo a Milano a prima mattina. Nelle case sono ancora tutti a dormire ma attorno al terreno di gioco ci sono carabinieri a cavallo e camicie nere emiliane ad assistere alla vittoria del Bologna per 2-1. Il Genoa è finalmente piegato, la conquista del decimo tricolore fallisce. Dopo la sfida finale contro i meridionali dell’Alba Roma, lo scudetto va al Bologna, il primo dei felsinei, sul quale gravano le manovre di Arpinati, l’unico uomo veramente decisivo del club emiliano. Sarebbe diventato l’anno seguente, guarda un po’, presidente della FIGC. Pistole e proiettili non si sarebbero più visti nelle dispute calcistiche fino al 2 dicembre 1973: un tifoso della Roma avrebbe colpito il napoletano Alfredo Della Corte con uno sparo alla bocca. E poi il 3 maggio 2014: a ottantanove anni dai fatti di Torino un altro romano e romanista, Daniele De Santis, ha fatto fuoco contro un altro tifoso napoletano, Ciro Esposito. Era anch’egli legato ad ambienti di destra.

Marco Manetti: «perdutamente innamorato di Napoli!»

Sul numero di maggio del magazine Ulisse, in distribuzione gratuita sui voli Alitalia, Napoli è protagonista di uno speciale “city guide” in cui, tra l’altro, il regista romano Marco Manetti, autore insieme al fratello Antonio del film poliziesco Song ’e Napule, svela il suo amore per il capoluogo campano nato “sul campo”, descrivendo in poche righe la magia della città scoperta durante le riprese:

Qual è il volto di Napoli che emerge più di ogni altro nel film?
Quello della sua estrema bellezza, perché Napoli è meravigliosa, e il rischio, com’è avvenuto di recente anche nel cinema, è quello che si mostrino soltanto i suoi lati peggiori, spesso legati al degrado delle periferie. Col nostro film, pur essendo un poliziesco, abbiamo voluto renderle un po’ di giustizia, mostrando le meraviglie del suo centro e la sua solarità, ispirandoci in questo a maestri quali Nanni Loy ed Ettore Scola.

Da romano quale sei, cosa ti ha affascinato di più della città?
La sua estrema vitalità. Napoli è una città molto stimolante. Me ne sono innamorato perdutamente!

 

Grillo a Napoli: «avevate inventato tutto e ve l’hanno rubato. Avrei fischiato anch’io l’inno»

«Se fossi stato napoletano avrei fischiato anch’io l’inno nazionale sabato sera. Ma quali fratelli d’Italia, i fratelli della p2, della massoneria, della ‘ndrangheta e della camorra? O i fratelli del Nord, che vi hanno portato tonnellate di rifiuti tossici? Lo Stato italiano qui non lo avete mai visto e vi ha fatto solo cattiverie». Così Beppe Grillo in serata a Napoli nel Rione Sanità durante un comizio elettorale.
«Non posso credere che Genny ‘a carogna sia il responsabile di tutti i mali del mondo – ha aggiunto Grillo – e ci dobbiamo stupire della polizia che dice “scusi signor carogna, possiamo giocare?” o del presidente della Repubblica che riceve un condannato in via definitiva al Quirinale? Voi napoletani avevate inventato tutto e vi hanno portato via tutto.»

Ostacolo alle indagini sulle (vere) trattative Stato-mafia

Angelo Forgione – Mentre tutti erano distratti da Genny ‘a carogna e dai fiumi di parole sulla sua maglietta e sulla trattativa per svolgere o meno la finale di Coppa Italia, una silenziosa circolare del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, azzerava il pool di Palermo, che non ha eguali per competenza, le cui indagini nel quadro delle trattative Stato-Mafia hanno delineato nuovi misteri legati a figure appartenenti ad ambienti di potere decisamente più alti di quelli toccati dalle precedenti attività investigative. La direttiva ordina che tutti i nuovi fascicoli d’inchiesta sulla mafia debbano essere affidati esclusivamente a chi fa parte della Dda, la direzione distrettuale. Striscioni contro lo Stato e a sostegno del pool antimafia di Palermo sono apparsi sui cavalcavia di viale Regione siciliana, nel capoluogo isolano. In uno degli striscioni è scritto: “Lo Stato carogna blocca il pool antimafia”.
Vale la pena ricordare che nel gennaio 2013 la Corte costituzionale accolse il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo per conflitto di attribuzione e dispose la distruzione delle intercettazioni tra il presidente Napolitano e l’ex presidente del Senato Mancino.