10 anni di De Laurentiis, l’uomo giusto per il Napoli

la decade dell’uomo che ha dato solidità e valore al club azzurro

Angelo Forgione La sera del 26 luglio 2004 il “San Paolo” di Napoli era gremito da quarantamila persone in ansia, e non si giocava alcuna partita. Era semplicemente l’adunata di “Orgoglio Partenopeo”, indetta dai tifosi delle curve e cavalcata da Luciano Gaucci per cercare il consenso della gente nella sua scalata all’esanime Società Sportiva Calcio Napoli, finita in tribunale sotto istanza di fallimento per un’ottantina di milioni di euro di debiti. Il 2 agosto la vecchia società si spense per sentenza della settima sezione falimentare del Tribunale Cvile di Napoli, condannata a ripartire dalla Serie C con una nuova proprietà. Alla curatela fallimentare pervenirono sette offerte: dopo quella iniziale della Napoli Sportiva di Gaucci, anche i concreti propositi dell’udinese Pozzo, del napoletano senese Paolo De Luca, dell`Azzurra Calcio capeggiata da Luis Vinicio, del gruppo italo-americano Caretti Family Group, della Napoli Sport e, ultima in ordine di tempo, quella di Aurelio De Laurentiis, già in precedenza interessato, senza successo, all`acquisto del club partenopeo. Offerta vincente e blitz riuscito in extremis. Il 6 settembre 2004, Aurelio De Laurentiis divenne presidente del “Napoli Soccer”, denominazione della nenoata società che in seguito avrebbe riacquistato il nome e i trofei principali.
È banale accostare la decade di De Laurentiis
a un film, anche perché la storia è ancora in divenire e non se ne conosce il finale. Aurelio, intanto, ha stimolato l’appettito ai tifosi, che spesso dimenticano come dieci anni fa il Napoli, pur essendo la quarta società italiana per bacino d’utenza, fosse scomparso dal panorama nazionale, e non per il solo fallimento ma per i risultati delle stagioni precedenti: cinque campionati di Serie B e uno solo mediocre di A. Il declassato sodalizio azzurro, non troppo lontano dai trionfi maradoniani, si era standardizzato in cadetteria. Insomma, Calcio minore. Il Napoli di oggi è invece fedele alle sue potenzialità, è solidamente ai vertici del Football nazionale, è l’unico top-team che non dipende dalle banche, vince qualche trofeo nazionale e si fa onore nell’Europa maggiore in cui l’Italia è marginale. Ma l’appetito annebbia la vista, e il tifoso più affamato vuole lo scudetto, non riesce a vedere il progetto vincente, non arriva a comprendere che negli sport di squadra ciò che fa la differenza sono le capacità manageriali dei dirigenti, le competenze dello staff tecnico, la preparazione dell’equipe medica e, in primo luogo, le risorse economiche a disposizione e la peculiarità dell’area geografica in cui le società sportive sono ubicate.
Aurelio De Laurentiis conosceva bene la realtà in cui andava a misurarsi. Dicevano che non capisse nulla di Calcio, e lo diceva anche lui, ma conosceva l’imprenditoria e sapeva che il Napoli era l’unica squadra della terza città d’Italia, mentre le squadre di Roma, Milano e Torino si dividevano i loro territori. Sapeva anche che a questo vantaggio si opponeva lo svantaggio territoriale di un club ubicato in una città decisamente più povera e disorganizzata delle altre tre, quella Napoli in cui lo stadio era già inadeguato e il centro sportivo era un campo di patate; quella in cui, per sua stessa azzardata ammissione, «funziona solo il Napoli». E infatti nessun imprenditore locale aveva saputo e voluto salvarlo dalla cattiva gestione di Ferlaino, solo portata al baratro dal romagnolo-bresciano Corbelli e da Naldi. Per comprendere l’importanza delle risorse territoriali è sufficiente raffrontare il sistema sportivo all’europea, finalizzato alla vittoria, e quello statunitense, non rivolto all’affermazione massima della performance sportiva, che è solo uno dei mezzi per ottenere il vero obiettivo da conseguire: il profitto aziendale. Le risorse territoriali sono il motivo per cui nei principali campionati nordamericani di Basket, American Football, Baseball e Hockey, là dove il vincolo tra i team e il territorio è molto meno forte che in Europa, capita non raramente che i proprietari decidano il trasferimento delle loro squadre in aree metropolitane diverse, in base a precise opportunità economiche di cui avvantaggiarsi, in primo luogo i bacini d’utenza. Lì vige una sistema differente, in cui non è previsto il meccanismo gerarchico delle categorie sportive regolate da promozioni e retrocessioni. E perciò le squadre nordamericane sono dette “franchigie”, dal termine inglese franchise, col quale si indica l’insieme delle attività commerciali di un’azienda autorizzata a operare in un determinato settore. Nel Calcio europeo non è solo impensabile ma anche impossibile che il Milan si trasferisca a Napoli e viceversa; i club europei sono radicati nel territorio d’origine e non hanno alcuna esclusiva anti-concorrenza, potendone insistere nella stessa città più d’uno a competere nella stessa categoria. Le diverse economie dei territori in cui sono nati e operano è decisiva nei destini della loro vita sportiva, agevolata o penalizzata a seconda che si trovino in una zona opulenta o depressa. Nel campionato italiano la provenienza territoriale è ancor più determinante che negli altri tornei europei, influente nel raffronto espressivo delle economie delle due Italie separate in cui operano i club, i quali restano comunque aziende.
Quando Aurelio De Laurentiis prese il Napoli non masticava Calcio ma sapeva bene che era una squadra con un grosso seguito in un territorio penalizzato. Si mise in testa di equilibrare i pro e i contro, di far quadrare i conti e mettere a frutto un’azienda dalle ottime potenzialità. Non era una missione umanitaria, certo, perché il Napoli gli garantiva visibilità e notorietà, aprendogli altre porte nei palazzi importanti. Da buon imprenditore, aveva la pazienza giusta per ripartire da zero e far crescere lentamente la neonata creatura. La crescita prosegue di anno in anno, quasi impercettibilmente, e Aurelio continua ad avere la stessa pazienza di allora, con operazioni mirate, riequlibri e innesti migliorativi, proprio come fanno i proprietari delle franchigie americane, e senza la frequente schizofrenia europea. Non ha ancora vinto lo scudetto del pallone ma vince da tempo quello dei bilanci, che non è esattamente quello dei fatturati. Juventus soprattutto, ma anche Milan e Inter sono lontane, e lo resteranno. Ai tifosi tutto questo non interessa. «Noi vogliamo vincere», dicono, e il presidente scende anche dall’autovettura per saltare addosso a chi glielo sbatte in faccia. Lui, Aurelio il visionario, si innervosisce perché ha da tempo pronunciato la formula magica per far quadrare tutto, e prima o poi la magia regalerà ciò che la gente desidera, ciò che a Sud, Roma ministeriale a parte, è sceso solo tre volte, dico tre. Anche questo a De Laurentiis non sfuggiva in quell’agosto di dieci anni fa.
A chi scrive, invece, non sfugge che Aurelio e il suo Napoli non sono mai stati implicati nei numerosi scandali che dominano il retropalco oscuro del Calcio italiano. Il popolo sportivo di Napoli, la sera del 26 luglio 2004, si aggrappò ad una “rotonda” figura che annunciò di aver preso casa a Posilllipo e di voler restare per sempre a Napoli, ma di lì a poco si sarebbe rifugiato a Santo Domingo per sfuggire all’arresto per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta del Perugia, poi patteggiando tre anni di pena indultata. Dunque, chi ha occhi per guardar lontano non li chiuda per sognare uno scudetto che non riscatta una città. È così che un popolo sportivo diventa maturo, aiuta se stesso e dà i giusti connotati al vero orgoglio partenopeo.
Auguri Aurelio, Auguri Napoli, grande esempio di managerialità sportiva.

«Maradona es más grande que Pelé». Lo dissero i napoletani 30 anni fa.

Argentini e napoletani accomunati dalla religione maradoniana

Angelo Forgione – «Maradona es más grande que Pelé». È il coro che gli argentini, a mo’ di provocazione, hanno sbattuto in faccia ai brasiliani nel corso dei Mondiali. Creato qualche anno fa da Ignacio Harraca, un tifoso del Plantense, club della terza divisione argentina, è lo stesso che due napoletani inventarono trent’anni fa esatti. Il fuoriclasse argentino, nell’estate del 1984, era in rotta con il Barcellona e fece di tutto pur di lasciare la squadra catalana. Iniziò una trattativa estenuante senza certezze, ma il maestro Emilio Campassi fiutò il boom e coinvolse Bruno Lanza per confezionare una canzone celebrativa dell’acquisto del secolo napoletano. Fu scritta a piazza Carlo III, e non poteva essere altrimenti, visto che un altro Re stava entrando a Napoli per poi renderla “capitale” in un altro storico 10 maggio. Lanza non era appassionato di Calcio e non conosceva più di tanto Maradona. Campassi sì, benissimo, e gli disse che era il giocatore più forte mai nato. «Ma il più forte non e Pelè? Scusa l’incompetenza, ma allora Maradona è meglio ’e Pelè?». E nacque il tormentone, una sentenza senza punti di domanda. Campassi ci mise la voce nella sala di registrazione di via Santa Lucia. Trentacinquemila cassette regolari de L’inno a Maradona pronte già venti giorni prima che si chiudesse l’estenuante e incerta trattativa tra Napoli e Barça.
La sera della firma si contarono circa due milioni di nastri pirata, tutti venduti. L’industria del falso aveva fatto gli straordinari. E così l’intuizione di Campassi divenne la colonna sonora del Napoli che sognava il trionfo. Sarebbe arrivato insieme a La favola più bella, altro successone che proprio Maradona avrebbe cantato nel 1987 insieme a Bagni, Giordano, Carnevale, Ferrario, Romano e Sola, trascinati in sala di registrazione proprio da Emilio Campassi. Furono gli alfieri del primo scudetto azzurro, quelli che diedero corpo al diktat «nun putimme cchiù aspetta’, finalmente ce putimme vendica’». Campassi e Lanza erano evidentemente stufi della secolare colonizzazione di Napoli. E Maradona, per sua stessa autoproclamazione, si fece proprio simbolo della vendetta sportiva contro il potere economico del Nord. Lui certe dinamiche le capiva molto bene. Una grande gioia non effimera, ma pur sempre infruttuosa, immersa nella sedimentazione sociale di una città mai pronta alla rivoluzione politico-culturale e ingannata proprio dal miraggio del riscatto col pallone sotto al braccio. Ma Maradona è meglio ’e Pelè, e su questo pochissimi a Napoli e in Argentina discutono.

La grande bellezza, una riflessione profonda

Angelo Forgione – La visione de “La grande bellezza”, in onda in prima visione tv su Mediaset, ha lasciato interdetti alcuni spettatori di un film che è una sorta di “Dolce vita” dei giorni nostri (motivo per cui è piaciuto agli americani) e mostra una Roma bellissima e patinata ma vuota intellettualmente, metafora dell’Italia di oggi. La stessa luminosità di Roma nella pellicola non presenta la Capitale in chiave realistica ma lontana dagli affanni e decisamente trasfigurata nello stile immaginifico di Sorrentino. Tony Servillo interpreta la parte di un apprezzato scrittore caprese, un intellettuale “svuotato” perché travolto dalla mondanità di una città che ha prosciugato la sua ispirazione. Il film non poteva che essere ambientato a Roma, meravigliosa città che non attinge le diverse culture per ridistribuirle ma, al contrario, assorbe l’identità degli individui. A Roma si deve diventare romani, abbandonarsi al suo incantevole provincialismo per non sentirsi stranieri. Alberto Moravia e Jean-Noël Schifano, nei loro incontri romani degli anni Ottanta, si dicevano di quanto Roma fosse città ignorante, uno scenario interessante senza umanità e contenuti, e quanto i romani vivacchino sull’Impero, non accorgendosi che non producono più cultura da secoli ma solo quelle espressioni politiche e vaticane che, con la breccia di Porta Pia, hanno stretto un patto affinché fosse esteso il loro potere su tutta la nuova Nazione. Il film mi dice – e credo di non sbagliare – che anche Sorrentino, da napoletano trapiantato a Roma (elemento fondamentale di comprensione), ha denunciato in arte lo svuotamento intellettuale della capitale che ha contribuito in buona parte a quello dell’Italia, privata delle sue specificità in nome di un cultura unica che non appartiene a nessuno. Associamo il monologo di Crozza a Sanremo, ispirato al concept del film, e tutto quadrerà.
Il finale è un chiaro invito al ritorno alle “radici”, di cui si ciba l’anziana Suor Maria. La quale, al culmine della sua vita, completa il suo percorso di crescita rappresentato nella metafora della scala, approssimandosi all’acme della vera bellezza. E l’intellettuale si sblocca, abbandonando le perdizioni mondane e tornando alle sue “radici”, a Capri e all’intelletto (avete presente il Disinganno nella Cappella Sansevero a Napoli?), comprendendo che fin quando non arriva l’altrove c’è da salire faticosamente la scala per evolvere, dando il via al suo nuovo romanzo, ovvero sbloccando la produzione intellettuale. Quest’Italia, simbolo dei contrasti dell’umanità e dell’interruzione della produzione intellettuale, la scala l’ha presa in discesa. Per risalire deve tornare alle sua radici.

L’ombrello di Maradona? Come il ghigno di Bocca.

Fazio nella bufera. Troppo permissivo con Dieguito… come con lo scrittore

Angelo Forgione – Il gestaccio di Maradona a “Che tempo che fa” è deflagrato ben oltre il tonfo generato dall’impatto della sua mano sinistra sull’avambraccio opposto, ed era prevedibile. Sterile entrare nel merito del giudizio della plateale mimica, che si commenta da sé, e di tutte le reazioni politiche che ne sono conseguite. È forse più utile, se possibile, offrire un diverso spunto ad un dibattito di fatto improduttivo e affrontato da tutti alla stessa maniera: Maradona irriverente, Fazio buonista, pubblico vergognoso. Va benissimo, gesti del genere in tivvù non si fanno perché diseducativi, e siamo tutti d’accordo, ma, allo stato delle cose, al mondo politico fa comodo un Maradona fuori dal recinto, spintovi dai continui blitz che lo accolgono nel “Bel Paese”, per spostare l’attenzione su problemi fittizi e proiettare l’immagine di un Paese che lotta efficacemente contro l’evasione fiscale, come se fosse quella l’unica piaga che l’ha ridotto in ginocchio. La stessa tempestività di intervento contro il gesto del fuoriclasse argentino andrebbe usata contro gli evasori fiscali d’Italia, seriamente, e per mettere in campo soluzioni vere alla staticità del Paese, schiacciato da una pressione fiscale senza precedenti. Ma se i politici se la sono presa con Dieguito, anche Fazio non se la sta passando bene in queste ore, reo di non aver censurato verbalmente il gesto maradoniano e aver consentito l’applauso del pubblico. Il conduttore ha capito subito che le cose, per lui, si stavano mettendo male. Era già parso in difficoltà di fronte alla sfrontatezza di Maradona che nella tivvù di Stato si scontrava contro Equitalia. E quando è arrivato pure Gianni Minà a spalleggiare il re del calcio, l’imbarazzo è stato evidente. «Io spero che l’avvocato di Maradona – ha detto Minà – vinca questa battaglia perchè questa storia di Maradona con Equitalia è di quelle che ci lasciano perplessi». Fazio, ormai alle corde nell’angolo dello scomodo ruolo in cui si trovava, lo interrompeva facendo leva sulla volontà di chiarire da parte di Maradona.
Non è la prima volta che episodi controversi si verificano nel suo salotto senza essere da lui stigmatizzati, con conseguenti reazioni di approvazione del pubblico in studio e disapprovazione a casa. Successe anche quando, qualche anno fa, Giorgio Bocca fu verbalmente violento nei confronti di Napoli e Palermo (clicca qui), indicando come soluzione ai problemi del Sud il “forza Etna, forza Vesuvio” di stampo leghista, cui fece seguire un ghigno beffardo. E anche in quell’occasione il pubblico presente si beò di cotanta irriverenza e la sottoscrisse con un sonoro applauso. Le critiche di oggi a Maradona e Fazio sono ben diverse dal silenzio di allora, ma la dinamica è perfettamente la stessa. Basta applicare il commento al gestaccio espresso da Marino Bartoletti (clicca qui) durante il Processo del Lunedì alle parole di Giorgio Bocca per notare che le situazioni sono sostanzialmente analoghe. Stessa irriverenza, seppur in forme diverse, stessa permissività, stessi applausi. Dobbiamo pensare che se un argentino sregolato sfida l’Italia, l’Italia si indigna, mentre se un settentrionale inquadrato offende il Meridione, per l’Italia è normale?

Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto (dai romanisti)

Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano.

(articolo scritto prima della morte di Ciro Esposito per gli scontri a Roma del 2014)

Angelo Forgione Napoli e Roma. I rapporti storici tra le due città vicine sono sempre stati stretti e, talvolta, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio furono legati da un profondo cattolicesimo e che Papa Pio IX, durante il suo esilio per la Repubblica Romana, fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II nei territori di Napoli, prima a Gaeta e poi a Portici.

Anche nel calcio, la partita Roma-Napoli conserva significati particolari. È detto il “derby del Sole”, il Centro-Sud che si oppone all’antico potere del Nord-ovest, il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli per certi versi simili ma che oggi sono in aperta inimicizia calcistica. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima, per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano: il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli. I due nuclei si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due città, gridavano il nome dell’avversaria durante gli incontri, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma, tutti ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era la più grande festa del calcio italiano!

Nei secondi anni Ottanta, quando si sono invertiti i rapporti di forze e a sfidare le grandi del Nord si et proposto il Napoli di Maradona, l’amicizia si è improvvisamente rotta. Responsabilità addossata, per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un sgarbo alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Dieguito. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece il gesto dell’ombrello. Apriti cielo!
Ma perché il numero 4 azzurro si lasciò andare a quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, e Bagni continua a scusarsene, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto di fatto quando lo fece.
Il popolo azzurro gioiva per lo scudetto cucito al petto degli Azzurri ma veniva da anni di bocconi amari ingoiati, quando si era mostrato ben contento di sostenere la Roma di Liedholm nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra, gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche il bomber Bruno Giordano, bandiera della Lazio. L’astio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.

Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello che avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Una crepa si aprì nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal di Maradona, imbeccato proprio da Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della prima crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra capace di lottare per lo scudetto. Valori capovolti, anche grazie al contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai guastata, ma si provò comunque a celebrare la recente amicizia. Prima della partita, i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre in direzione della Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì partire il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, dando il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, evidentemente vittima di un tranello. Il portabandiera azzurro capì e riportò indietro lo stendardo, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu spiegato dallo sfortunato compagno.
In partita, al goal di Pruzzo, partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono, e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria partenopea, cui seguì tutto il più volgare sfogo di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri Azzurri andarono invece verso la Nord per donare le loro sudatissime maglie ai napoletani. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, apparentemente d’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo un’a’ardente lavata vesuviana. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadra in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con il gran cuore quello di Maradona, il fuoriclasse che fece vincere il Napoli e minacciò di farlo vincere ancora. Nell’ottobre del 1989, durante un Roma-Napoli disputato allo stadio Flaminio per l’indisponibilità dell’Olimpico, in rifacimento per i Mondiali italiani, i cori razzisti dei romanisti contro i napoletani piovvero esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto due mesi prima. L’imbarazzo fu enorme, al punto da spingere la FIGC a introdurre la “discriminazione territoriale” nel Codice di Giustizia sportiva. Qualche mese dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, l’odiato capopopolo di Napoli e carnefice della Nazionale italiana in maglia albiceleste, fu fischiato sonoramente dal pubblico dell’Olimpico durante l’esecuzione dell’inno argentino.

Più recentemente, un romanista doc qual è l’attore Massimo Bonetti ha raccontato il momento della rottura del gemellaggio tra romanisti e napoletani in un intervista concessa a Luca Cirillo per calcionapoli24:

“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.

Ricomporre la frattura, oggi, appare quantomai difficile, a testimonianza dell’ottusità di un mondo del calcio che è perfetta espressione delle pulsioni del Paese.

Maradona tira pietre allo “Stellone”

Angelo Forgione per napoli.com È troppo sagace Diego, e sa benissimo come accendere il suo esercito. Quando lui parla, non tira fuori parole ma lancia pietre. Gliene sono bastate sette ieri sera per far esplodere la platea assiepata sul lungomare, ai piedi dell’Hotel Continental, e poi tutti i siti internet. Sette pietre scagliate che valgono più di qualsiasi comizio-fiume. Sette pietre in cui c’è tutta la conoscenza della società napoletana rispetto all’italiana. Sono passati quasi ventitré anni da quella gragnola alla vigilia di Italia-Argentina nella sua Napoli: «Gli italiani si ricordano dei Napoletani solo quando c’è da tifare per l’Italia, poi si dimenticano di come li trattano». Maradona ha capito nel 1984, più di tanti napoletani, che Napoli è nazione stretta in una nazione che le sta stretta, e continua a comunicare così, tirando pietre allo “stellone” d’Italia.
«Io non mi vendo, io sono napoletano!». Tanto è bastato per far esplodere un boato degno dei reperti filmati dell’istituto Luce. E poco importa, ma anche no, che qualche napoletano di troppo si sia venduto al potere nel corso della storia. A proposito, di chi sono le migliaia di voti per la Lega Nord infilati nelle urne napoletane? E per certi culi grossi il traguardo è la poltrona. E per noi poveri fessi basta solo un Maradona… Parole e musica di Federico Salvatore.

tratto da calcionapoletano.it

Mino Raiola sguazza nei petroldollari e sputa su Napoli

Mino Raiola mangia con gli sceicchi e sputa su Napoli

«se propongo Napoli ai calciatori, mi licenziano»

«Se oggi propongo ad un top player di venire a Napoli – ha detto l’agente Mino Raiola – lui cambia procuratore. A Napoli, ma non solo a Napoli: in Italia in generale non viene, figuriamoci a Napoli. Il Sud-Italia in Europa fa paura, ci sono dei preconcetti. Il PSG ha un progetto, un sogno ed un grande progetto per combattere contro le grandi realtà, con una grande città alle spalle. Hamsik? Non sono stato attivo nell’affare Hamsik, altrimenti disturbiamo la colazione al presidente De Laurentiis, si scalda troppo e da simpatico diventa antipatico. Marek è un grande giocatore ed è la fortuna del Napoli, se poi ti senti un grande giocatore ti devi misurare con un’altra realtà per dimostrare il tuo valore. Il presidente De Laurentiis non la pensa così e per me è un’idea sbagliata».
Mino Raiola non è l’agente di Hamsik che è invece Juray Venglos. Parole inopportune pronunciate a “Radio CRC” che vanno in una sola direzione, quella di gettare ulteriore fango sul calcio italiano oltre quanto meriti e spostare l’interesse su altri campionati in cui l’agente ha forti interessi. E così ha lanciato un messaggio sibillino al giocatore slovacco: “vieni nella mia scuderia che ti porto dove girano i soldi e ci guadagnamo insieme”. Raiola non fa più affari in Italia e non può più farne perchè ormai i soldi sono altrove col dirompente e devastante ingresso degli sceicchi. Ma tirare fuori questioni sociali è veramente puerile e di cattivo gusto anche più dell’invasione di campo. Cosa c’entrano le questioni sociali con il calciomercato? A Raiola basterebbe ricordare che quando sceicchi e russi non c’erano i grandi giocatori sono venuti a Napoli con piacere in ogni epoca, e alcuni ci sono anche rimasti a vivere. Raiola legga questa lista: Jeppson, Pesaola, Vinicio, Canè, Altafini, Krol, Sivori, Maradona, Careca, Alemao, Lavezzi, Hamsik, Cavani. Tutti stranieri, e che stranieri, trasferitisi serenamente a Napoli facendone la storia, senza contare gli italiani. E non è che i preconcetti non esistessero. Per cui, se i grandi giocatori non verranno all’ombra del Vesuvio prossimamente sarà per colpa dei limiti dell’intero movimento calcistico italiano e per le follie degli sceicchi che ricoprono d’oro Ibrahimovic e Balotelli, entrambi della scuderia di Raiola che non può consentirsi di fare il sociologo sparando a zero su Napoli, sul Sud e sull’intera Italia solo perchè gli sceicchi non trovano nella Serie A uno strumento utile alla loro conquista dell’economia europea. Che volgarità!

in 120 secondi, la storia dei 7 anni di Maradona in Italia

in 120 secondi, la storia dei 7 anni di Maradona in Italia

5 Luglio, Natale sportivo di Napoli

Il 5 Luglio è come il Natale sportivo di Napoli, la data del festoso arrivo di Maradona a Napoli in quel lontano 1984. Della sua meravigliosa storia sportiva in riva al golfo sappiamo tutto e di più e a 28 anni di distanza ci piace rileggere in 120 secondi l’essenza della sua esperienza complessiva in Italia a cavallo dell’epopea che ne ha costruito il mito, dall’addio alla dorata e odiata Barcellona foriera di razzismo e dipendenza dalla droga alla fuga notturna da Napoli per lasciare l’Italia calcistica anti-napoli e ormai anche anti-Maradona, il cui governo sportivo spalleggiava ormai quello mondiale con cui “el pibe de oro” era entrato in conflitto.

Maradona ammira la Juve? Macchè, la detesta!

frasi di Boniperti manipolate nella forma e nel significato
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Angelo Forgione Nel giorno del venticinquesimo anniversario del primo scudetto del Napoli, il quotidiano torinese Tuttosport ha pubblicato una serie di frasi celebri circa la Juventus. Tra queste se ne legge una lusinghiera che avrebbe pronunciato Diego Armando Maradona: «Forse se fossi finito alla Juventus avrei avuto una carriera più lunga, vincente e tranquilla. Non rimpiango nulla, ma per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto».
Frase mai pronunciata, diciamolo subito. Tutto nasce da una dichiarazione di Giampiero Boniperti, che confessò qualche anno fa quanto, a suo dire, gli aveva confidato “el pibe de oro”, una frase manipolata dal giornalista Guido Vaciago, edulcorata e travisata, ed è facile dimostrarlo.
Era il 3 Luglio 2008 quando, su La Stampa di Torino, fu pubblicata un’intervista all’ex calciatore e presidente della Juventus alla vigilia dei suoi 80 anni in cui questi, tra le altre dichiarazioni, confessava il suo rimpianto di non aver portato Maradona alla Juventus:

«L’avevo preso – disse Boniperti – solo che il presidente della Federazione argentina, Julio Grondona, bloccò il trasferimento. Ordini superiori. Un giorno, molti anni dopo, ho rivisto Diego e sa cosa mi ha confidato? Se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena».

Nella primavera del 1980, Boniperti volò in Argentina per prelevare Maradona dall’Argentinos Juniors, segnalatogli da Sivori, ma il presidente della federcalcio argentina Grondona bloccò il trasferimento del diciannovenne astro di casa poiché il ct dell’Argentina Menotti volle trattenere in patria i possibili nazionali per il Mundial del 1982. Non se ne fece niente, la Juve ripiegò su Liam Brady e due anni dopo scelse il suo fantasista, Michel Platini, mentre Maradona si accasò al Barcellona.
La presunta frase maradoniana, editata cinque mesi dopo la confessione di Boniperti nella forma attribuitagli ad arte da Guido Vaciago per vantare un’ammirazione fittizia di Maradona nei confronti della Juventus, non esiste come non esiste l’ammirazione stessa. Mai pronunciata né scritta da Diego. Esiste solo un «se fossi venuto alla Juve quando dovevo, magari avrei avuto una vita privata più serena», riportato da Boniperti e neanche confermato da Maradona. Del resto, non si potrebbe dar torto all’argentino, che ha sempre maledetto la classista Barcellona, dove si trasferì due anni dopo, per averlo condotto nel tunnel della droga nella quale si rifugiò per scappare dalla solitudine e dai catalani che lo chiamavano “sudaca“. Torino avrebbe potuto evitargli Barcellona, vero, ma quella frase, seppur detta, non intaccava affatto il suo matrimonio italiano mai tradito con Napoli, rappresentando una sorta di sliding-doors della sua vita. Il resto della frase, costruita ad arte in quel “per quel club ho sempre avuto grande ammirazione e rispetto”, non esiste neanche nel passaparola di Boniperti. E tantomeno esiste quella “carriera più vincente”.
Il destino portò Diego a Napoli, là dove capì sulla sua pelle che i sudaca esistevano anche in Italia sotto il diverso nome di “terroni”. E di Napoli divenne il condottiero, riconoscendo nella Juventus il simbolo del potere del Nord, la rappresentazione sportiva della questione meridionale applicata al calcio. Diego non avrebbe mai lasciato Napoli per un’altra squadra italiana, lo ha ribadito proprio in questi giorni lanciando un messaggio a Lavezzi.

Diego non ammira affatto la Juventus, non ammira affatto il potere di cui fu ed è antitesi incarnata. E questo è lui stesso a dircelo nel film di Kustorica, non certo la bocca di Boniperti o la penna di Guido Vaciago. La storia del calcio è legata alla maglia del Napoli, e qui non è questione di numeri da ostentare senza neanche averli.

videoclip: “10 MAGGIO ’87, La storia ha voluto una data”

10 Maggio 1987 – 10 Maggio 2012

25 anni oggi dal primo scudetto del Napoli

Venticinque anni oggi da quel giorno in cui Napoli si tinse d’azzurro ed esplose di gioia. 60 anni di speranza, un campionato di attesa, 1 settimana di passioneImmagini che vivono nei ricordi di chi c’era e nelle speranze dei più giovani che sognano di poter vivere quella emozione.
È questo l’obiettivo che il Napoli deve perseguire, a prescindere dagli uomini che lo rappresentano.
Rivediamo insieme un video che i più giovani amano perchè capace di trasferire, a loro che lo scudetto non l’hanno mai assaporato, le emozioni di quel Maggio del 1987. Questo è ciò che i tifosi vogliono! Tutto il resto è noia.
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