Angelo Forgione – La banda dei Rolex l’aveva colpito sotto casa, in Piazza Bologna a Roma. Lino Banfi fu bloccato e minacciato di morte, obbligandolo a sfilarsi il prezioso orologio. L’attore attese le volanti della Polizia e raccontò che i due banditi avevano il volto coperto da caschi integrali e parlavano in napoletano. I giornali romani, ma anche nazionali, diffusero la notizia, dando per certo che a colpire in vari quartieri di Roma in pieno giorno erano gruppi di malavitosi campani in trasferta. Il che è pure vero, ma non nel caso di Lino Banfi. Già, perchè due rapinatori di Rolex sono stati arrestati a Roma, Enrico Tricarico e Gianfranco Palma, entrambi romani, di 60 e 40 anni. Quest’ultimo era fresco di un colpo in zona Prati. L’altro è stato trovato in possesso di un ciclomotore rubato e di una riproduzione di una pistola Beretta calibro 9×21.
Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro è soddisfatto per l’esito delle indagini, indiziando i due malviventi ammanettati della responsabilità degli scippi armati registrati ultimamente a Roma, compreso quello a Lino Banfi. Il quale, lo sappiamo, vuol bene tantissimo a Napoli, città dove ha conosciuto la carità e l’umanità in un brutto periodo della sua vita, e dove ha mosso i primi passi della sua carriera. Lui ha raccontato solo quello che gli è parso di sentire. Ma va evidenziato un nuovo fenomeno preoccupante: i rapinatori di Rolex di Roma starebbero usando una tecnica per depistare le indagini, cioè simulare l’accento napoletano. Sempre che l’attore, pur conoscitore dell’inflessione napoletana (minuto 4:00), l’abbia ben riconosciuta.
Archivi tag: movimento
Perchè una “cruda” ZTL non può funzionare a Napoli
Angelo Forgione per napoli.com – Piazza Dante, Via Duomo, Chiaia: caos da zone a traffico limitato a Napoli. La confusione e l’esasperazione è esplosa in una manifestazione sotto Palazzo San Giacomo, mettendo nel mirino il sindaco De Magistris e l’assessore alla viabilità Anna Donati.
La verità è che Napoli è una città peculiare, unica, dove non è detto che funzioni ciò che funziona altrove. Il centro antico di Napoli, ad esempio, è urbanisticamente strutturato sul trimillenario schema ippodameo greco a scacchiera, ideato dall’urbanista Ippodamo da Mileto nel V secolo a.C., e tale è rimasto (per fortuna): tre grandi direttrici da est a ovest su tre livelli protesi sul mare. Le piazze-hub di sfogo non esistono ma ci sono solo degli slarghi adiacenti alle strette strade. E in mancanza di sfoghi, le strade deputate ad accogliere le auto diventano a traffico ingolfato, mentre quelle pedonalizzate, dove i cittadini non arrivano coi mezzi pubblici insufficienti, diventano deserti.
L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo, basa la sua attività sull’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, antropologi, storici dell’arte, geografi, storici e urbanisti di diversi Paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive all’UNESCO, che a sua volta ne decide l’eventuale inclusione nella sua lista. Ebbene, nella valutazione ICOMOS del centro storico di Napoli si legge che “è difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a detenerla”.
Bisogna una volta e per tutte prendere atto che Napoli è totalmente diversa (l’assessore Donati da Faenza lo sa?), che questo è un pregio che non va trasformato in un limite cercando di attuare modelli sperimentati altrove con più semplicità. Aggiungiamoci poi che Napoli è la città più densamente popolata d’Italia, con le sue circa ottomila anime per chilometro quadrato a fronte delle settemila di Milano e Torino e delle duemila di Roma, e che il parco veicolare è in numero elevato in relazione agli abitanti. In questo genere di città, certe misure necessitano, ancor di più che in altre, di un servizio pubblico efficiente e continuo, di un sistema di metropolitane a regime e fino a tarda ora, ma anche di un’illuminazione pubblica potenziata e di forze dell’ordine a sufficienza per garantire la sicurezza serale. Condizioni che al momento non sussistono, e così il suicidio è assicurato, compreso quello commerciale delle piccole attività strangolate nelle diverse aree “recintate”.
De Magistris preannucia correttivi e affida la sue riflessioni ad un video diffuso in rete. Il primo passo va in direzione della sicurezza serale e prevede la riapertura, dalle ore 21 fino alle 8 del mattino, dei due “passanti” di piazza Dante e via Duomo della grande ZTL del centro storico, accessibili giorno e notte al passaggio dei motorini.
Certo è che Napoli deve assumere una dimensione europea a tutti i costi, riducendo l’uso dell’automobile e godendo di strade in cui ci sia vita ogni giorno. Ma per far cuocere la pasta sarà necessario prima far bollire l’acqua; il grano duro, buttato subito nella pentola fredda, non è mai mangiabile.
Napoli risorsa per l’umanità
pizza “a ogge a otto” e “caffè sospeso” contro la recessione
Era il 1734 quando nacque la pizza Marinara. Quatto anni dopo, partendo da Port’Alba, ai Decumani si diffuse la nobile abitudine di vendere pizze cotte a legna e fritte, soprattutto ai passanti, col sistema di pagamento “a ogge a otto” che permetteva di saldare il debito fino a otto giorni dal consumo. Il successo fu enorme e le strade di Napoli divennero, negli anni, un andirivieni di consumatori e venditori ambulanti di ogni genere alimentare. Un boom che decretò l’inizio della grande storia della pizza napoletana. In tempo di crisi economica come quello attuale, l’antica tradizione torna esempio sociale. A rilanciarla è il pizzaiolo Gino Sorbillo a Via Tribunali.
Rinvigorito è anche il “caffè sospeso”, partendo dallo storico Caffè Gambrinus di Antonio e Arturo Sergio. Una ritualità che scalda più il cuore che il palato, una volta sicuramente più
viva. Una grande lezione di solidarietà che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla. Recentemente adottata anche a Milano e un po’ dappertutto, persino all’estero.
Napoli, ancora una volta, riscopre sé stessa e dà fondo alla sua tradizione storica per combattere la modernità che non corrisponde a progresso sociale, divenendo modello anticonformista ad ogni latitudine.
Ciao “maledetto califfo”
Era un “romanaccio” tifoso dell’Inter, ma non tutti sanno che aveva origini campane (Pagani) e rendeva spesso omaggio a Napoli. Nel 1994, A Sanremo cantò NAPOLI, una canzone con la quale esternò tutta la sua fiera meridionalità e la speranza di rispetto tra Nord ricco e Sud povero. “Gondoliere, verrà un pescatore da Napoli… la sua barca non è bella come una gondola… ma lui arriva dal mare, tu allora rispettalo… è come te…”
Arrivò ultimo in classifica. Al dopofestifal, da uomo libero, disse a tutta l’Italia: «Sbattono la mia bella canzone all’ultimo posto perché canto Napoli mettendo in secondo piano Venezia».
Ciao “maledetto califfo”.
SOS Mozzarella di Bufala DOP, il Consorzio lancia la petizione
Avvelenamento dei terreni agricoli della Campania coi rifiuti tossici, boicottaggio della pizza, attacco alla mozzarella di bufala… di esempi se ne potrebbero fare tanti, ma ognuno ha una testa per pensare e trarre delle conclusioni su un Paese fatto di chi decide per sé e contro gli altri, e chi si comporta da colonizzati. La situazione è ormai insostenibile e occorre darsi una mossa prima che del patrimonio meridionale restino solo le briciole.
Il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala DOP ha lanciato una petizione per salvare un tesoro che fa parte della storia e della tradizione gastronomica della Campania dall’offensiva di una legge definita “assurda” (leggi qui). Le firme possono essere apposte su un form (clicca qui).
Lassù sanno che non riusciranno mai a eguagliare la mozzarella bufalina campana, perché le loro bufale non sono particolari e non forniscono un latte superiore come quello degli esemplari mediterranei della Campania. Non si può consentire di lascirgli mollare un altro ceffone storico al Sud. Le chiacchiere dei politici meridionali non bastano più.
servizio tratto da 8NEWS (Canale 8)
Addio agli alberi in Villa Comunale
Angelo Forgione – Il giorno dei funerali degli alberi della Villa Comunale è arrivato. Nel senso che erano già morti. I movimenti e i comitati civici ne danno il triste annuncio dopo aver lanciato l’allarme negli scorsi anni. La causa indicata pare proprio essere la stessa che avrebbe creato problemi agli edifici della Riviera di Chiaia: la linea 6 della metropolitana.
Il Comune di Napoli avverte che “a partire da mercoledì prossimo, per circa otto giorni lavorativi, la Villa Comunale di Napoli sarà interessata da lavori di abbattimento di ben 31 alberi tra palme, lecci, querce e pini. Il provvedimento si è reso necessario al fine della messa in sicurezza dei luoghi e a causa delle precarie condizioni statico/vegetative delle alberature».
Messa in sicurezza, va bene. Ma il Comune non specifica le cause dell’emergenza. Che invece sembrerebbero già più o meno note, divulgate dal professor Caniparoli e dal geologo Franco Ortolani, specificate anche all’ex sindaca Iervolino da una relazione del geologo Giovanni De Medici della Federico II. La Linea 6 ha intercettato ben tre falde acquifere, ostruendo l’afflusso delle acque piovane dolci a monte e facendo avanzare le infiltrazioni marine sotto la Villa Comunale. Gli alberi hanno bevuto acqua salata dalle radici negli ultimi anni, e sono morti.
Era la Villa Reale di Napoli, ammirata dal mondo intero per la sua bellezza. Quando Ferdinando IV Borbone ordinò nel 1778 all’architetto Carlo Vanvitelli di realizzarla, fu categorico: “Deve essere una passeggiata da Re”. Oggi, dopo l’inqualificabile stile della cancellata firmata Mendini, la pavimentazione sbagliata in battuto di tufo che sbriciola, la sporcizia e l’incuria, l’aggressione delle sculture, lo scempio della Cassa Armonica e la morte degli alberi secolari, l’unico a regnare è ormai solo il degrado. E tanti ringraziamenti a chi sta distruggendo la grandezza e la bellezza di Napoli, pur avendo teoricamente il compito di valorizzarla e rilanciarla.
È vivamente consigliato l’ascolto del video almeno dal minuto 20:00 (relazione del prof. Caniparoli durante l’Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia del 13 marzo 2011. Tema di discussione: “La linea 6 della Metropolitana di Napoli e l’impatto ambientale sugli assetti idrogeologici”)
Nello Mascia: «l’Unità è spaccatura difficilmente sanabile»
Di seguito, uno stralcio dell’intervista esclusiva all’attore Nello Mascia firmata da Luca Cirillo per calcionapoli24.it
È credibile se diciamo che il Napoli squadra è lo specchio di una città capace di andare oltre se stessa, di sognare, ma anche ferma sui propri limiti?
“Dare una risposta è difficile, è un discorso molto complesso. Partiamo dalla squadra. Il Napoli negli ultimi anni ha offerto una collettivo di assoluto valore nazionale, in grado di poter competere per il primato. Merito del Presidente, certamente, che io non amo molto, ma merito soprattutto di Mazzarri che li ha forgiati uno ad uno, questi ragazzi. Quest’anno c’era la possibilità di sperare in qualcosa di più di un piazzamento, ma c’è stata a gennaio una frenata causata da una campagna acquisti invernale sballata e non appropriata. Ho avvertito una sorta di abbandono di fronte ad un obiettivo possibile. Parlo da tifoso innamorato, bastava un aggiustamento a centrocampo e qualcosa in difesa, invece sono arrivati calciatori non funzionali. Inoltre cìè da notare un altro aspetto raccapricciante, inquietante. I reiterati episodi di terrorismo ai danni di tanti giocatori. Penso a ciò che hanno subito Hamsik, Cavani, Behrami, e non solo. Mi sembrano non casuali, ti fanno credere che ci sia un disegno ordito con la finalità di non far decollare il progetto. Forse non è un luogo comune affermare che a Napoli realizzare qualcosa di buono è mille volte più difficile che altrove. Del resto se Maradona avesse giocato nella Juve avrebbe vinto 10 scudetti”.
Volendo fare una disamina complessiva, prescindendo da Napoli, è tutta l’Italia che se la passa male…
“E’ un momento disperato, non so come riusciamo a campare. Quello che avviene in Italia non accade in nessun’altra parte del mondo. Vedere una Carfagna al Governo, per dirne una, è una aberrazione tutta Italiana. E ormai è una cosa digerita come fosse normale. Si è perso il senso della Politica nella sua reale e nobile accezione, ovvero del fare qualcosa per i più deboli, di portare coloro che camminano più lentamente alla stessa velocità di chi viaggia a vele spiegate. E invece viviamo serenamente una situazione devastante. E non esiste più nemmeno l’indignazione, il rigetto. Ho vissuto sette anni a Palermo, una città meravigliosa tra architettura, tradizioni, cultura, totalmente rovinata e ferma al dopoguerra. Nel centro storico Ci sono palazzi bombardati, sventrati, ferite aperte. Sono lì da 70 anni. Una mostruosità atroce. E i palermitani non protestano”.
Si può individuare un problema originario alla fonte di tutto ciò?
“Uno è poco, almeno due e solo per iniziare a ragionare. L’Italia non è mai stata una nazione che si avverte coesa e coscientemente confluita in uno Stato. Si vive un’inerzia storica su concetti imposti. Al sud soprattutto, il cittadino si è disaffezionato all’idea di Stato finendo per favorire l’affermazione dell’Altro Stato: mafia, camorra ecc. ecc. che si sono sostituite all’organo centrale perché capaci di accogliere le istanze di chi è stato volutamente ridotto alla fame. L’unità d’Italia non è certamente stata un bene visto che gli invasori hanno rubato i soldi dalle banche meridionali e su quelli hanno costruito la loro ricchezza lasciando i depredati in una condizione di abbandono totale. Una spaccatura che difficilmente potrà trovare un punto su cui saldare unioni. E, per tornare al calcio, quei cori che si sentono ogni domenica sono l’indice del decadimento. Una schifezza davvero insopportabile. Che oltre tutto non viene punita dagli organi competenti.”
Ci vorrebbero dei trascinatori, intellettuali nuovi…
“In effetti manca un faro, un punto di riferimento. Mi manca molto Pasolini, una mente deliziosa che faceva bene al mondo. Si sente il vuoto per l’assenza di gente come Eduardo De Filippo, oppure Raffaele Viviani, uomini che regalavano arte, sperimentazione continua, che esprimevano tutto il dolore, con reazione, al depauperamento delle ricchezze di Napoli al cospetto di chi, proveniente da paesi con culture modeste, è capace di esaltare quel poco che ha, mentre da noi si perde tutto fra invidie, gelosie e frazionamenti interni. Penso a ‘Campanilismo’, poesia proprio di Viviani”.
A New York, la cucina napoletana è “cool”
Pasquale Cozzolino, Executive Chef napoletano negli States:
«La pizza Napoletana alla conquista di New York»
di Angelo Forgione per napoli.com – Pasquale Cozzolino, figlio di Napoli, fa onore alla sua città e a sé stesso all’estero. Fino a un paio di anni fa viveva nella centralissima Via Toledo, poi ha fatto la valigia ed è volato a New York per deliziare gli americani con l’arte culinaria della sua terra. Oggi è Executive Chef nel cuore di Brooklyn, dove prepara anche la vera pizza napoletana con enorme successo. Tutto come a Napoli, perché non potrebbe fare diversamente un cuoco che ha ricevuto il diploma di “Ambasciatore della pizza napoletana” dall’Associazione Verace Pizza Napoletana. «Arrivano tutti gli ingredienti da Napoli, l’unica cosa di New York è l’acqua», dice Cozzolino.
La stampa specializzata di New York si interessa ai suoi paccheri col baccalà e alla sua pizza verace. Per lui, la qualità del cibo è fondamentale e nei suoi piatti ci mette la napoletanità. La storia della cucina napoletana la conosce benissimo ed è orgoglioso delle sue origini. Si dichiara “un meridionalista”, fiero della storia del Regno di Napoli. «In troppi non hanno cognizione di quella storia, e io tento di educare le persone alle vicende che si nascondono dietro i piatti che preparo». Dalla sua amata città e dal suo amato Napoli non intende staccarsi neanche d’oltreoceano. E da quello che racconta, la sua è una vera missione identitaria applicata al lavoro.
Chef, come ve la passate voi napoletani a New York?
Bene. A New York, essere napoletani è motivo di vanto. Napoli è una città conosciutissima, il New York Times le dedica ogni anno un dossier e nell’ultimo ha evidenziato come la stampa italiana ne parli prevalentemente per evidenziarne i fatti brutti, senza dare molto spazio alle tante cose positive. Gli americani ci difendono a ragion veduta, senza i pregiudizi tipici della stampa snob italiana.
Del resto, di cuochi napoletani ce ne sono tanti lì…
Si, ma non siamo tutti di Napoli. Se vogliamo fare una distinzione, il numero di campani in generale è nettamente superiore… di napoletani della città ne siamo pochissimi. Io sono l’unico chef “pizza e cucina” di Napoli a New York. Lo sottolineo semplicemente perché, per quanto riguarda la pizza, quella napoletana ha le sue migliori espressioni sul territorio cittadino partenopeo. Ma, da Roma in giù, per loro, siamo tutti napoletani. Bisogna solo “combattere” per spiegare bene cos’è il cibo e la pizza napoletana, che per troppi anni sono stati comunicati male.
Qual è il riscontro della nostra cucina a New York?
Per i newyorchesi, cucinare a casa è come per un italiano andare a cena fuori, è un evento sporadico o quantomeno non usuale. Per loro, avere a disposizione una moltitudine di ristoranti di cucine provenienti da tutte le latitudini è di vitale importanza, perché hanno preferenze e gusti a seconda dei quartieri e delle etnie. L’unica cucina che riesce a mettere d’accordo tutti è quella italoamericana, che è totalmente diversa dalla cucina italiana, sia per qualità che per esecuzione. Ma la vera cucina napoletana, che si sta facendo strada da pochissimo insieme ad altre cucine del Nord-Italia, si sta avviando a soppiantarla. Ovviamente, per avere una cucina di qualità si alzano i prezzi e anche una pizza verace napoletana diventa un piatto gourmet di fascia alta. Ma i newyorchesi adorano la pizza napoletana, la trovano salutare, leggera e fresca. La pizza napoletana è la rivoluzione… è una pizza a lunghissima lievitazione, con prodotti campani come il pomodoro San Marzano, la mozzarella di bufala, l’olio extravergine e la cottura in forni a legna o a gas ad altissime temperature. È un prodotto per loro impossibile da realizzare. Ecco perché sta diventando la regina della pizza gourmet in America, ed il fatto che sia di moda a New York sta facendo fiorire pizzerie napoletane in molte altre città. Attenzione però, perché si sta correndo il rischio di abbassare la qualità, perché molti improvvisati si buttano in questo business con immaginabili risultati. Il mio compito e quello di altri chef italiani è quello di tenere la guardia alta e segnalare eventuali “abusi” o travisazioni.
Quindi i newyorchesi sono ormai in grado di riconoscere una vera pizza napoletana, dal tipo più croccante alla romana?
In linea di massima, si. Riescono a riconoscere le differenze. Hanno capito che, mangiando una vera pizza napoletana, consumano un prodotto artigianale unico nel suo genere, antico come le mura di napoli e di una qualità e di una digeribilità impareggiabili. Anche qui, come a Napoli, è ormai costume locale disquisire sulla pizza più buona tra le napoletane di New York. La pizza napoletana è una realtà consolidata e vincente negli ultimi cinque anni, ma ovviamente c’è tanto ancora da fare; il vero boom ci sarà quando si riuscirà a far mangiare la pizza napoletana anche là dove non se la possono permettere, riducendo il prezzo al piatto e mantenendo la qualità. Bisogna aprire pizzerie dove i costi di gestione dei ristoranti sono decisamente più bassi. A Brooklyn per esempio, dove io ho aperto un ristorante insieme a due soci newyorchesi e dove possiamo offrire la vera pizza napoletana a un costo decisamente alla portata di tutti: 11 dollari per una Margherita, circa 8,50 euro. Il riscontro é positivissimo!
E la pizza all’italiana è richiesta come la napoletana?
No. La pizza “New York style” è molto simile alla pizza settentrionale, un prodotto di basso costo con prodotti di media qualità. Chiariamoci, le pizze “italiane” croccanti piacciono ai newyorchesi come piacciono anche le “slice pizzas” locali. Ma perché dovrebbero spendere molto di più per mangiare una pizza all’italiana che, in buona sostanza, nella loro cucina già esiste? Molte pizzerie che propongono pizze non napoletane sono costrette, per vendere quel prodotto, a giustificarne il costo, e pubblicizzano il forno a legna, il San Marzano e la mozzarella di bufala, finendo per diventare una brutta imitazione della vera pizza napoletana che tanto entusiasma i newyorchesi.
Ancora molti americani, ma in generale nel mondo, non sanno che la pizza è napoletana. Ma mi pare di capire che il “made in Naples” non finisce di trionfare all’estero, e che l’associazione pizza-Napoli-cucina continui a marciare spedita.
La napoletanità, appena metti piede fuori dall’Italia, è una carta vincente. Abbiamo una storia impareggiabile, e tutti i napoletani dovrebbero riscoprirla. Perchè la nostra marcia in più lontano da Napoli, un giorno, non sia più un freno a mano tirato a Napoli. Ma dirlo ad Angelo Forgione mi sembra un’ovvietà, e quindi mi fermo qui.
Massimo Troisi protagonista in Veneto
La quarta edizione del Vittorio Veneto Film Festival, kermesse del cinema per ragazzi in programma dal 17 al 20 Aprile prossimi, sarà dedicata a Massimo Troisi. «L’omaggio a uno dei nostri più grandi attori – spiega il direttore Elisa Marchesini – è quello di far conoscere alle nuove generazioni la figura di un artista completo, capace di portare il cinema italiano a livelli mondiali. A sessant’anni dalla nascita, un festival come il nostro, che si rivolge ai giovani, non poteva esimersi da omaggiare un artista che ha saputo spaziare dalla recitazione alla regia, passando per la sceneggiatura».
Per l’occasione, sarà lanciato uno speciale gemellaggio con la Città di San Giorgio a Cremano e sarà allestita una mostra dal nome “Buon Compleanno Massimo”, nella quale saranno esposte video-installazioni e la famosa bicicletta utilizzata durante le riprese del film “Il Postino”, messa a disposizione dall’Amministrazione Comunale sangiorgese.
Intanto, Lunedì 25 marzo, alle 20.30, ci sarà una proiezione speciale di “Scusate il ritardo” al cinema Martos di via Chiaia, a 30 anni dalla prima uscita in sala del film.
Quando i tunnel non facevano crollare Napoli
Angelo Forgione – Riviera di Chiaja devastata dai lavori del metrò. Palazzi che cedono, residenti sfollati, negozi chiusi, alberi in villa comunale che muoiono a causa dell’afflusso d’acque salate, acqua che invade la strada e la stessa villa ad ogni pioggia.
La pagina facebook di Cittadinanza Attiva ha pubblicato oggi una foto della cassa armonica allagata, povero monumento abbandonato. Lo realizzò Errico Alvino, lo stesso architetto che, tra il 1853 e il ’56, realizzò un tunnel borbonico per scopi militari, un traforo sotterraneo che congiunge il Palazzo Reale con Piazza Vittoria, passando sotto il Monte Echia.
Evidentemente, il sottosuolo di Napoli è pieno di cave di tufo e trafori, ma nonostante da circa 150 anni esista il tunnel di Alvino, non si sono mai registrati problemi di staticità degli edifici sovrastanti. Di grandi problemi, l’architetto borbonico ne trovò ma tutti furono risolti brillantemente con soluzioni a regola d’arte, compresi dei lavori idraulici per consentire il passaggio dell’acqua dell’antica “Bolla” a quote inferiori rispetto a quella della galleria. Soprattutto, il tunnel fu realizzato tenendo conto delle falde acquifere, cioè al di sopra e senza intercettarle. Tutto il contrario della galleria del metrò che di falde acquifere ne ha intercettate ben tre. E i risultati sono sotto gli occhi del mondo intero. È interessante notare che la visita all’originale percorso borbonico può deviare accedendo al traforo della “Linea Tranviaria Rapida”, scavato in occasione dei mondiali di Italia 90 e realizzato con l’impiego di cospicui fondi statali, con l’intento di collegare Piazza del Plebiscito con Fuorigrotta. Ebbene, quel progettò fallì perché intercettò la falda acquifera. Ora ci risiamo, mentre a quelli lì continuano a chiamarli retrogradi borbonici.

