‘Napoli Velata’, il femminino secondo Özpetek

Angelo Forgione per napoli giornale – Dopo il ritorno alle sue radici, con Rosso IstanbulFerzan Özpetek consacra al cinema le similitudini riscontrate tra la sua città di origine e Napoli, abbandonandosi al fascino della città vesuviana nel noire in chiave erotica-esoterica Napoli Velata.
È una storia caricata di mistero, audace nel presupposto, che mette la storia personale di un complesso personaggio femminile al centro di una Napoli complessamente barocca, ricca di un’umanità eterogenea. Adriana, un’attempata Giovanna Mezzogiorno, è una donna disagiata e duale, sensuale e istintiva nella vita privata ma anche fredda e razionale nella sua professione di medico legale, e incarna Napoli, doppia e contrastata. La donna è posseduta sessualmente e mentalmente dal virile Andrea (Alessandro Borghi), a tal punto da immaginare una realtà inesistente con un fratello gemello, identico nelle sembianze ma diametralmente opposto nella sessualità, dotato di un femminino decisamente marcato, frutto dell’inconscio e del desiderio della protagonista. È l’elemento mentale a menare le danze e a confondere lo spettatore, nel pieno di un disagio causato da uno choc infantile, a causa del quale Adriana perde il contatto con la realtà e inizia a viaggiare lungo un difficile percorso mentale totalmente isolato e proprio, rappresentato scenicamente dal prologo, una ripresa prospettica della scala elicoidale del palazzo Mannajuolo di via Filangieri, metafora psicanalitica e freudiana della complessa spirale mentale in cui un soggetto indebolito dagli eventi infantili può restare intrappolato, ma anche espressione figurata dell’utero femminile, poi richiamato in una successiva scena girata nella Farmacia degli Incurabili.

Il racconto è intriso di eterosessualità, ma non abbandona l’omosessualità tanto cara al regista con l’accoppiamento danzante di Valeria (Isabella Ferrari) e Ludovica (Lina Sastri) dietro a una maschera, e descrive pienamente le due polarità, rappresentate nei “gemelli” Andrea e Luca ma anche racchiuse nella figura di Pasquale, un inappuntabile Peppe Barra che finisce per interpretare sostanzialmente se stesso. Numerose sono le figure femminili, tutte fondamentali, a rimarcare la femminilità che Özpetek ha riconosciuto in Napoli: «Napoli è donna perché nel modo di fare dei napoletani c’è il lato migliore della vita». E il lato migliore della vita, nel film, è il sesso istintivo, l’unione dei corpi, in una lunghissima e spinta scena tutt’altro che velata, senza tabù e senza controfigure.
Il tema ricorrente è chiaramente quello del velo, a partire dal titolo, che richiama al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino nella Cappella Sansevero del Gran Maestro Raimondo de’ Sangro, per proseguire con la “Figliata dei Femminielli”, il rito che si rifà al mito platonico dell’androgino, durante il quale un velo viene posto tra la scena e lo spettatore per invitare a sentire più che a vedere. E ancora, nella Farmacia degli Incurabili, dove Pasquale spiega il significato di un velo scolpito, sorretto da tre angioletti, rappresentante i misteri alchemici della Massoneria, prima di approdare davanti al bassorilievo dorato dell’utero velato.
Altro simbolo ricorrente è la scala, tra palazzi e scalinate urbane, metafora di ripido e faticoso cammino iniziatico verso la conoscenza e la soluzione. Quella del Palazzo Mannajuolo ha pure la forma di un occhio, ancora un altro elemento ricorrente, ripetuto in un oggetto simbolo della pellicola, cioè la “vista” che va oltre la vista. “Qui non vident videant”, chi non vede veda, imperativo evangelico che si lega alle esperienze di Adriana e che ben si accosta a Napoli, città davvero velata, che necessita di essere sentita e non semplicemente osservata, spesso attraverso un filtro distorto dall’esterno. È l’esperienza personale di Özpetek, folgorato dalla città una volta fattane l’esperienza: «Non conoscevo davvero la bellezza di questa città prima di toccarla con mano, ma quando mi ci sono immerso per preparare La Traviata al teatro San Carlo ho deciso di raccontarla al cinema». E l’ultima scena di un film che, volutamente, confonde il suo esito, sembra proprio un suggerimento ad “ascoltare” una delle città più indecifrabili del mondo: Adriana lascia la Cappella Sansevero e si allontana di spalle imboccando la strada laterale, e allora la ripresa la segue, gira l’angolo dopo di lei e mostra una strada vuota. La donna c’è, perché se ne odono i passi, ma il “cieco” non la vede.
«Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, –  dice Özpetek – una città pagana e cristiana, mistica e realistica allo stesso tempo. Il contrasto è la sua bellezza, condita da una sensualità che è nell’aria e nel comportamento dei napoletani. Come si fa a non innamorarsi di Napoli e dei napoletani? È simile alla mia Istanbul per il sentimento delle persone e per il loro atteggiamento, e poi entrambe hanno il mare. Napoli per me è la vera cultura italiana, rappresenta l’Italia nelle sue radici».

Napoli e Milano sul palco

È andata in scena l’anteprima dell’adattamento teatrale di Napoli Capitale Morale all’Avanposto Numero Zero di Napoli.
Sul palco, con le letture di Marilia Marciello e le musiche del Maestro Raffaele Cardone, per la regia Egidio Carbone Lucifero, ho portato l’essenza del dialogo tra Napoli e Milano, interrotto dall’Unità e dall’Italia sradicata dalle sua Cultura.
A far Cultura, nonostante tutto, ci proviamo.

PizzaUnesco e presepe tra caffè e mandolini

Il promotore della campagna #pizzaUnesco, Alfonso Pecoraro Scanio, col maestro pizzaiuolo Franco Pepe, al Gambrinus per mettere un pastore pizzaiuolo, dono di un’artista dei maestri di San Gregorio Armeno, nel presepe dello storico Gran Caffè.
Invitati all’evento, l’organizzatore di ‘Napoli Pizza Village’ Claudio Sebillo, Franco Manna di Rossopomodoro, Antimo Caputo del Molino Caputo, Angelo Forgione, Patrizio Oliva, Enrico Durazzo di Napolimania, i mandolinisti dell’Accademia Mandolinistica Napoletana e la Fondazione UniVerde Coldiretti Campania, oltre ai padroni di casa Antonio, Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, che hanno offerto un brindisi natalizio.
L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, riconosciuta patrimonio immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, può essere un veicolo per il rilancio delle tradizioni artigiane e culturali di Napoli.

‘Napoli Capitale Morale’ in scena all’AvaNposto Numero Zero

Debutterà giovedì 28 dicembre sul palco dell’AvaNposto Numero Zero l’adattamento scenico di Napoli Capitale Morale, l’ultimo successo editoriale di Angelo Forgione, edizioni Magenes. Il saggio affronta il rapporto fra Napoli e Milano attraverso sei secoli, descrivendo gli intensi contatti fra le due città faro del Sud e del Nord d’Italia, l’una capitale morale pre-risorgimentale e l’altra capitale morale post-unitaria. In scena, l’attrice Marilia Marciello, che leggerà alcuni brani scelti del saggio, e lo stesso autoreche introdurrà e collegherà le varie epoche con brevi spiegazioni. L’accompagnamento musicale sarà affidato alle note del Maestro Raffaele Cardonementre la regia sarà curata dal Direttore Artistico del teatro, Egidio Carbone Lucifero. La Dama con Ermellino di Leonardo Da Vinci, indossa abiti in stile napoletano d’epoca aragonese, l’affermazione ottocentesca del Teatro di San Carlo è legata all’intraprendenza di un milanese, il Neoclassicismonato a Napoli, ha trovato applicazione a Milano prima di imporsi definitivamente in terra partenopea. Sono sono alcuni degli esempi che raccontano gli intensi e ricchi scambi culturali fra le due metropoli, interrotti dall’Unità nazionale. Una vicenda molto lontana dall’attuale convivenza forzata, priva di dialogo tra le parti del Paese. Quando si è interrotto questo dialogo? Quando diffidenza e rancore hanno preso il posto di stima e rispetto? La rappresentazione si propone di ritornare alle origini della vera Storia d’Italia, sconosciuta a molti, dalle cui dinamiche è nata una nazione disgregata. Una proposta oltre le urla, gli insulti e le mistificazioni dell’informazione. «S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani» ebbe a scrivere in realtà Massimo d’Azeglio, descrivendo, in poche parole, l’impossibilità di un processo davvero unitario. Riscoprire il passato, è un’urgente necessità, di fronte alle due derive che si vanno sempre più affermando nel nostro Paese: il radicato leghismo, con tutto il suo volgare antimeridionalismo, che tende ad allontanare sempre di più i vari pezzi della Nazione, e la crescente esaltazione neo-meridionalista di pancia, intrisa di improduttivi provincialismi, che, con la sua miopia prospettica, rischia di compromettere la credibilità delle pur giuste rivendicazioni del meridionalismo intellettuale. Occorre trasformare la menzogna in verità, convertire il rancore in fierezza e liberarsi dalla soffocante ignoranza, a lungo coltivata e distribuita nell’Italia separata dalle sue nobili radici.

Contributo associativo 8€ con consumazione

Giovedì 28 dicembre 2017, ore 21.00

AvaNposto Numero Zero.
Napoli, via Sedile di Porto, 55 (Via Mezzocannone)

Narrazioni: Angelo Forgione
Letture: Marilia Marciello
Accompagnamento musicale: Raffaele Cardone
Regia: Egidio Carbone Lucifero

Botteghino:  366.1149276 – botteghino@avanpostonumerozero.it

La settima vita di ‘Made in Naples’

Va in macchina la settima ristampa di Made in Naples, dalla primavera del 2013, uno dei libri più amati dai Napoletani e da tutti quelli che veramente vogliono capire “il fervido mondo” partenopeo perduto nella storia falsificata, ma che finalmente risorge e si rinapoletanizza.
Grazie a chi l’ha letto e ne ha decretato il successo. Grazie anche a chi lo leggerà. Grazie a chi lo ha regalato e a chi lo regalerà.
“QUI NON VIDENT VIDEANT”

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Speciale editoria ‘la Repubblica’ (edizione Campania)

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‘Napoli Capitale Morale’ a Casalnuovo tra scrittura e scultura

Venerdì 15 dicembre, ore 18, al Palazzo Lancellotti di Casalnuovo di Napoli, particolare presentazione di Napoli Capitale Morale, nella cornice della mostra Dal Principio al Principe 2.0 del maestro scultore Domenico Sepe. Modera Monica Balsamo. Ingresso gratuito.

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Muti: «Napoli cultura immensa e sconosciuta, se le mangia tutte!»

Angelo Forgione – «Sono stanco dell’immagine falsata di Napoli, si parla solo della delinquenza, anche se ci sono città dove la criminalità fa molte più vittime. Una immagine che oscura la sostanza vera della città. Della grandezza della Napoli della cultura il mondo non sa niente. Certo, sono contento del riconoscimento dell’arte dei pizzaiuoli napoletani, ma il mondo deve sapere che abbiamo un centro storico che non teme confronti, dove sono concentrati il Museo Archeologico, il Conservatorio di San Pietro a Majella, i Gerolamini, e tanto altro. Per non parlare della Scuola Musicale Napoletana del Settecento, e anche di questo nessuno sa nulla. Paisiello era il preferito da Napoleone, Cimarosa fu chiamato a San Pietroburgo, senza dimenticare Scarlatti. Prima dell’allestimento nel 2014 di un presepe napoletano presso l’Art Institute di Chicago, il presepe napoletano era sconosciuto agli americani».
Parole di Riccardo Muti, delle quali approfitto per sottolineare che è proprio per questo enorme e delittuoso vuoto di cultura che ho scritto, almeno per gli italiani, Made in Naples e Napoli Capitale Morale. Ma non sono certo i libri che mettono in chiaro la grande Cultura di Napoli a godere dei riflettori internazionali, e neanche nazionali, tutti puntati sulla narrazione del male. Magari un giorno, chissà, riuscirò a veder tradotti i miei, almeno per i turisti stranieri che giungono in città. Mi basterebbe. E intanto vado avanti.

Libero saluta Napoli con provocazione

L’eliminazione del Napoli dalla Champions League ha consentito lo “sfottò” al solito Libero. Senza soffermarmici troppo su, una risposta ironica non poteva mancarmi:

Tu che cogli l’occasione per mostrarmi l’avversione,
col sarcastico sorriso leggi bene questo avviso.
Dall’Europa me ne esco, ma festeggio con l’Unesco.
Della pizza sono ghiotto, della Champions me ne fotto.

L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani è patrimonio immateriale dell’Umanità

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Angelo Forgione – L’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani è ufficialmente patrimonio immateriale dell’Umanità. Ne ha dato l’annuncio la delegazione italiana ai lavori UNESCO in Corea del Sud, guidata da Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde ed ex Ministro delle politiche agricole, tra i principali promotori di una petizione internazionale lanciata nel 2014 che ha superato la quota prefissata di due milioni di firme.


Pizzaiuoli, non pizzaioli. Vi è una u in più a differenziare le parole, u come unicità, u come universalità. Non è esattamente il prodotto, la pizza napoletana, a trionfare ma una complessa cultura che ha intercettato il mondo e ottimizzato qualcosa che veniva da lontano per sconfiggere la fame del popolo. I napoletani, nel Settecento, hanno messo mano al frumento della Mesopotamia, all’olio dell’antica Grecia, al pomodoro delle Americhe, alla bufala indiana, e hanno codificato la pizza, che per circa tremila anni era rimasta bianca. È a Napoli che è divenuta rossa e filante, quando l’antica capitale, già patria della prima pizzeria, quella di Port’Alba del 1738, stimolò la rivoluzione del pomodoro, che fino ad allora era rimasto pianta da ornamento per gli orti europei. Un dono nel 1770 dagli amici peruviani, allora governati dai Borbone, le prime coltivazioni nel territorio vulcanico della Campania, e l’alimentazione cambiò. E poi la mozzarella, che dalla Real Tenuta di Carditello partì alla conquista della città nel 1780. Così, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la pizza, fin lì pizza e basta, divenne pizza napoletana. Non più solo l’antichissima ‘mastunicola’, dal napoletano vasinicola, cioè basilico, e la ‘marinara’, concomitante con l’indipendenza del Regno del 1734, il cui nome era dovuto ai pescatori che la mangiavano nei forni pubblici al ritorno dalle uscite in barca, diversa da quella odierna, fatta inizialmente con acciughe, capperi, origano, olive nere di Gaeta, sale e olio, e senza quel pomodoro che avrebbe fatto irruzione a fine secolo.
Ma si dovette attendere che passassero le ondate di colera che imperversavano in Europa perché anche gli altri italiani iniziassero a conoscere la pizza napoletana. Quel cibo era destinato ai poveri, si vendeva per strada, preparato con acqua di dubbia salubrità, e fu ritenuto un possibile veicolo di contagio. Carlo Collodi, nel 1886, in piena unità nazionale, lo presentò agli italiani nel peggiore dei modi in un suo libro: “sudiciume complicato” per gente rozza che lo mangiava con le mani. La pizza napoletana perse richiamo, ma poi divenne perfetta per enfatizzare i meriti del Risanamento e del nuovo acquedotto del Serino, e fu agganciata alla propaganda sabauda, in cui fu convogliata anche la figura alla moda della regina Margherita, attorno alla quale, grazie all’apporto di un fitto stuolo di giornalisti e scrittori, si sviluppò un vero e proprio culto del “margheritismo”. A lei fu intitolata la pizza tricolore, con pomodoro, mozzarella e basilico, presentata quale assoluta novità quantunque fosse già gustata a Napoli da almeno vent’anni e senza troppi clamori. Il testo di Francesco de Boucard “Usi e Costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti”, nel capitolo “Il Pizzajuolo” curato da Emmanuele Rocco, pubblicato nell’edizione del 1866, parlava chiaramente di pizze “coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico”, aggiungendovi “delle sottili fette di mozzarella e, “talvolta (…) del pomidoro”. La descrizione indica che già prima del famoso omaggio alla regina piemontese si preparava, “talvolta” tra tante varianti, una pizza con pomodoro, mozzarella, basilico e spruzzate di formaggio grattugiato. Era chiaramente una prima “margherita”, non la pizza delle pizze prima che Raffaele Esposito la preparasse per i Savoia nel 1889, rendendola la più famosa per motivi di immagine. La si fece credere creata per l’occasione della visita dei sovrani al duplice scopo di creare simpatia verso Casa Savoia e di ricostruire l’appetibilità del tipico cibo di strada napoletano, dando merito all’acqua nuova di aver sanato la città ed i suoi alimenti.


Ma cos’è quest’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani? È metodo di impasto, di lavorazione, di condimento e di cottura. La vera pizza napoletana è figlia di un’arte, appunto, che parte dalla lievitazione e arriva alla digestione. Una volta impastati la farina, il sale, l’acqua tiepida e il lievito di birra, grazie al riposo avviene tutta una serie di processi in cui sono complici il tempo e la temperatura. Il lievito si nutre degli zuccheri e, fermentando, produce etanolo e anidride carbonica. Ed è per questo che la lievitazione non deve mai durare meno di 12 ore, ma le 24 ore sono ormai il minimo standard, affinché le si eviti di proseguire durante la digestione, quando i batteri dell’intestino potrebbero riattivare la formazione del gas e provocare sensazione di gonfiore. L’abilità e la manualità del pizzaiuolo che lavora e stende l’impasto sono fondamentali per non rompere la maglia glutinica e quindi per trattenere l’anidride carbonica che poi andrà distribuita dal centro verso il bordo. Gas che si espande con il calore del forno, rimanendo intrappolato nella rete del glutine e creando delle bolle nel cornicione, là dove è stato spinto dalle dita incrociate del pizzaiuolo. Una volta liberatosi, il gas lascia ben visibile l’alveolatura nella sezione interna del cornicione, testimonianza visiva della digeribilità della pizza napoletana e segno della maestria della panificazione.Il condimento, basato su prodotti genuini, mai dev’essere assai liquido, per evitare di spugnare eccessivamente l’impasto. La pizza cruda si passa poi in forno a legna a circa 485 gradi e per circa 90 secondi, durante i quali la si fa ruotare per una cottura omogenea. Tutto ciò conferisce all’alimento determinate caratteristiche di digeribilità, umidità e morbidezza, esaltando le proprietà organolettiche di un piatto antiossidante e nutrizionalmente equilibrato, ricco di carboidrati, proteine, vitamine, ferro e grassi monoinsaturi, che si riconosce dalla caratteristica di poterlo piegare “a libretto” o “a portafoglio”, cioè due volte sulla sua larghezza.Questa è l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, patrimonio immateriale dell’Umanità costruito nei secoli in un Centro Storico che è anch’esso patrimonio dell’Umanità, ma materiale. Il resto è solo preparazione di pizza, l’imitazione che il mondo fa dei maestri di Napoli. E se in ogni parte del mondo la pizza è fatta da gente di ogni parte del mondo, a Napoli è lavorata dai napoletani, dai pizzaiuoli napoletani, quelli che hanno regalato al Globo uno stile di pizza superiore. La pizza è oggi cibo del mondo come pochi altri, la prima pietanza globalizzata della storia. Pochissime altre specialità internazionali si sono affermate come elementi identificativi di un popolo e della sua cultura; nessuna l’ha fatto con una simile velocità. Dal 1905, anno di apertura di Lombardi’s, la prima pizzeria napoletana nella Little Italy di Manhattan, al 2017 timbrato dall’UNESCO, è bastato un secolo perché la pizza divenisse il patto più global del pianeta. Il riconoscimento del marchio STG, Specialità Tradizionale Garantita, si è reso utile per combattere la contraffazione. Quello UNESCO si è reso necessario per chiarire a chi appartenesse l’arte della pizza, perché troppi americani sono ancora convinti che il disco di pasta condita, ormai sostituita nelle preferenze americane al panino con l’hamburger, sia nato negli States. In errore cadono anche altri popoli, identificando quello che è il cibo dei poveri per eccellenza come simbolo della borghesia capitalista d’America. L’UNESCO ha compreso che, oggi più che mai, tutto il mondo è Napoli, e deve saperlo.

Questa la motivazione ufficiale dell’Unesco: “Il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I Pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da palcoscenico durante il processo di produzione della pizza. Ciò si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale”.