Una piazza per Totò

Angelo Forgione Caro Totò, ti hanno finalmente consacrato. Prima snobbato e ora insignito, dalla Laurea honoris causa a una piazza nel tuo quartiere, e chissà che non portino qui, prima o poi, la tua tanto bistrattata statua.
“Al mio funerale sarà bello assai – dicesti in vita – perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuto di qualcosa, bisogna morire”. Forse immaginavi di essere apprezzato più velocemente post mortem, almeno nella tua Napoli, dove corresti a riposare. E invece hai incontrato l’ostracismo dell’intellighenzia partenopea, che al tuo ricordo non ha voluto dar vigore. Ma la livella, ce l’hai insegnato tu, sistema tutto. Ed eccoti qui, riconosciuto tra i simboli universali della Napoli del Novecento, a furor di popolo, non d’altri.

(ph: Riccardo Siano)

largo_toto

Addio a Giuseppe Galasso, grande storico ma non acuto meridionalista

Scompare Giuseppe Galasso. Napoli e l’Italia perdono un grande storico, figura d’alto profilo del mondo intellettuale nazionale. Tuttavia, della sua lezione non tutto è da promuovere. La sua visione della Questione meridionale, poco moderna, soffriva di una visione liberale di retaggio risorgimentale. Del resto, da Presidente della Società di Storia Patria, non poteva che essere uno schierato risorgimentalista.

Il ricordo a La Radiazza (Radio Marte).

 

Attori indipendenti per protestare contro la riforma del Teatro e il depauperamento di quello napoletano

(riprese tratte da Life In Naples)

Un gruppo di attori indipendenti del Teatro napoletano (tra cui Nello Mascia, Francesco Paolantoni, Rosaria De Cicco, Cloris Brosca e altri) si sono messi insieme da qualche tempo «per “resistere” al sistema teatrale che ha cancellato la parola “merito” e che, totalmente asservito alla politica, privilegia gli amici degli amici».
La riforma ministeriale ha cancellato 300 compagnie piccole e medie, favorendo i Teatri Nazionali. Si intravede all’orizzonte la dismissione del finanziamento pubblico al teatro, che non è più considerato dallo Stato italiano un cardine dello sviluppo sociale.
La “protesta” napoletana è già andata in scena al “teatro Totò” di Napoli, con la commedia ‘O Vico di Raffaele Viviani. Non a caso, perché nel 1917, all’indomani della disfatta di Caporetto, fu messa in atto una forte campagna per far chiudere gli spettacoli di variété, “ poco edificanti per i reduci dal fronte”, che culminò con un divieto governativo. Fu allora che Viviani inventò un nuovo genere, in cui la prosa si fondeva con musica canto e danza. ‘O Vico ne fu la prima commedia. E fu sempre Viviani, nel 1928, a scrivere nella sua autobiografia:
“La mia vita fu tutta una lotta: lotta per il passato, lotta per il presente, lotta per l’avvenire. Con chi lotto? Non col pubblico, il quale anzi facilmente si fa mettere con le spalle al tappeto, ma con i mille elementi che sono nell’anticamera, prima di giungere al pubblico. Parlo del repertorio, delle imprese, dei trusts, dei trusts soprattutto. Oggi come ieri, l’uomo di teatro è in lotta continua coll’accaparramento dei teatri di tutta Italia, i quali sono tenuti e gestiti da pochissime mani, tutte strette fra loro”.

Napoli che votò monarchia nel ’46 cancella Vittorio Emanuele III ma Emanuele Filiberto non ci sta

Angelo Forgione per Napoli freepress È in dirittura d’arrivo il percorso iniziato nel 2015 dalla giunta De Magistris per il cambio toponomastico della strada prospiciente il Castel Nuovo, sottratto a Vittorio Emanuele III e assegnato a Salvatore Morelli, liberale pugliese, massone e avversario di Ferdinando II di Borbone. Un passaggio di consegne non troppo rivoluzionario nei significati politici ma certamente clamoroso per l’importanza del personaggio spodestato, il terzo re dell’Italia unita. In suo soccorso è giunto il discendente Emanuele Filiberto, con una lettera pubblicata sulle pagine de Il Mattino in cui è contenuto il lamento indirizzato al sindaco di Napoli per la decisione, inoltrandosi in un vicolo cieco della storia, una strada senza uscita.
Il principe basa la sua dolente rimostranza sui risultati del referendum istituzionale del Giugno 1946, allorché la monarchia ebbe a Napoli quasi l’ottanta per cento dei consensi, e sul fatto che per circa un decennio, fino ai primi anni Sessanta, un partito dichiaratamente monarchico governò la città. Due furono i motivi di quel coro partenopeo pro-Savoia che ancora oggi fa discutere l’Italia intera.
Primo motivo fu il retaggio storico dei napoletani, storicamente legati alla forma monarchica e poco inclini a quella repubblicana. Ospitare un re in città nutriva ancora l’antico ricordo di una capitale e di un regno ormai scomparsi, un regno che aveva portato il nome della città stessa. Strano a dirsi, ma Vittorio Emanuele III aveva mostrato amore per Napoli, la sua città di nascita. Ne parlava ottimamente il dialetto, e del resto qui era stato messo a mondo l’11 novembre del 1869, e alla Scuola militare “Nunziatella” era stato allevato. Conosceva anche il piemontese ma, ancor più strano a dirsi, non amava troppo il Piemonte. Prima di ereditare il trono d’Italia, era stato il Principe di Napoli, titolo nobiliare affascinante per la gente della città, quantunque fosse subalterno e simbolo di una chiara sudditanza poiché spettante al primogenito del Principe di Piemonte, ovvero dell’erede al trono d’Italia. Quel titolo, sin dall’annessione del Sud al Regno di Sardegna, aveva avuto sempre l’intento di rafforzare fra i napoletani il sentimento patriottico di matrice piemontese.
Un altro fattore, secondario ma non poco incisivo sulla maggioranza bulgara dei monarchici napoletani e del resto del Mezzogiorno, fu rappresentato dalle manipolazioni politiche del ministro dell’Interno, il repubblicano piemontese Giuseppe Romita, che orchestrò le prime elezioni amministrative dopo la dittatura fascista in modo da mettere in secondo piano l’espressione dei meridionali. Quelle consultazioni si svolsero, fatto fondamentale, poco prima del referendum, ma non dappertutto. Le votazioni furono distribuite non in una sola tornata ma, irregolarmente, in due momenti, il primo in primavera e il secondo in autunno, a distanza di mesi, in modo da piazzarvi in mezzo proprio il più importante referendum del 2 e 3 giugno per scegliere tra la monarchica e la repubblicana. Il clima politico di quei mesi lo espresse il socialista Pietro Nenni: «O la repubblica o il caos». Liberata l’Italia dal Nazifascismo e dalla furia distruttiva anglo-americana, bisognava liberarsi anche dei Savoia.

romita

I napoletani e tutti i meridionali, quindi, si videro pure aggirati ed estromessi dalle scelte politiche, tutte ormai dominate dal “vento del Nord”, definizione coniata in quei frangenti per definire la spinta politica settentrionale alla destituzione della monarchia e alla svolta democratica, accusando la strategia del ministro Romita, da lui stesso spiegata in seguito: mettere in minoranza il Sud, storicamente legato alla forma monarchica, facendo votare immediatamente il Nord alle amministrative prima che si votasse per il referendum, il quale si sarebbe svolto con i primi risultati, prevedibilmente filo-repubblicani, delle elezioni amministrative nel Settentrione. Furono mandate molto presto al voto locale le città di tendenza repubblicana, Milano compresa, la più filo-repubblicana, quella che era stata la sede in Alta Italia del Comitato di Liberazione Nazionale e che, a guerra finita, risultava a tutti quale primaria roccaforte del nuovo corso politico repubblicano. I milanesi votarono il 7 aprile, mentre si fecero votare dopo il referendum i napoletani, il 10 di novembre, sette mesi più tardi, come un po’ tutte le città del Sud, tendenzialmente filo-monarchiche, evitando così che un risultato anti-repubblicano potesse condizionare altre città nella consultazione sull’istituzione statale.
Il referendum spazzò via, dopo ottantacinque anni di regno indegno, la Corona sabauda, colpevole negli ultimi venti di aver dato il potere al Fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare di più fu proprio la volontà delle regioni settentrionali: in tutte le province a nord di Roma, tranne Cuneo e Padova, prevalsero le preferenze per la repubblica. Nelle restanti a sud, tranne Latina e Trapani, vinsero quelle per la monarchia. Ancora una conferma di quanto fosse nettamente diviso il Paese. Milano si espresse in gran maggioranza, per quasi il settanta per cento, a sostegno della forma repubblicana. Napoli si proclamò la città più monarchica d’Italia, con un risultato record che sfiorò l’ottanta per cento, ma in realtà non tutti i votanti credevano veramente nel Re come rappresentante unitario della nazione. Per alcuni, più che di effettiva affezione ai Savoia, si trattò di dare uno schiaffo alla classe politica settentrionalista che marginalizzava il Sud da ormai ottant’anni e di un’espressione di protesta contro un Nord guidato da Milano che influenzava le scelte e decideva le sorti dell’Italia.
A risultati accertati, tra mille polemiche di brogli, il fronte monarchico del capoluogo campano insorse in via Medina, dove si trovava la sede del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti. Sotto ordine giunto da Roma, la polizia sparò ad altezza d’uomo. In nove persero la vita e undici tra i circa centocinquanta feriti morirono in agonia, senza processo e giustizia. Per placare gli animi e “risarcire” la città, il 28 giugno l’Assemblea Costituente mise a Capo dello Stato un monarchico napoletano, Enrico De Nicola, eletto al primo scrutinio con circa il settantacinque per cento dei suffragi dopo aver votato egli stesso a favore della monarchia, convinto dalla necessità di assicurare un trapasso meno traumatico possibile al nuovo sistema e di proporre ai filo-monarchici meridionali una figura capace di riscuoterne il gradimento.
Nella sua lettera, Emanuele Filiberto scrive anche che “la storia non si affronta a colpi di censura” e che “le rimozioni toponomastiche sono una forma tipica di ogni sistema illiberale che pensa di sviare il dialogo con il proprio passato a colpi di bianchetto”. È esattamente il presupposto per cui condannare la cancellazione della toponomastica borbonica operata dai suoi antenati, a partire dall’elegantissimo corso Maria Teresa in corso Vittorio Emanuele, pure rovinato da un secondo tratto post-unitario verso la Cesarea edificato in spregio alla vista panoramica che i Borbone avevano preservato sul primo, e la differenza la si notare a vista d’occhio. Furono proprio i Savoia a cancellare per primi i nomi di quelle strade che erano intitolate alla dinastia decaduta, abbattendo gli stemmi gigliati e apponendo lapidi e statue per l’edificazione della nazional piemontesizzazione. Il giglio del granducato e il leone di San Marco lo lasciarono in bella vista sui palazzi di Firenze e Venezia, ma a Napoli lo scudo sabaudo lo sostituirono a ogni stemma gigliato delle Due Sicilie, magari coperto, come l’effigie reale borbonica posta sull’arco scenico del Real Teatro di San Carlo, poi riscoperta e ripristinata nel 1980. Impossibile ripristinare il palco reale, marchiato a rilievo dalla croce sabauda, usurpatrice della magnificenza della bellissima tribuna coronata.
Emanuele Filiberto dovrebbe sapere almeno che il suo Vittorio Emanuele III era segretamente legato alla Gran Loggia d’Italia, avvalorata da una comunione nazionale in una Conferenza mondiale dei Supremi Consigli di rito scozzese, e che fu quella loggia ad accreditare Mussolini presso le importanti massonerie britanniche e americane. Ma quando il Duce si oppose alle organizzazioni massoniche, queste gli misero contro il Re d’Italia, il quale ne ordinò l’arresto nel 1943, sostituendolo col massone Pietro Badoglio. E se l’amata Napoli, la città più bombardata d’Italia, fu rasa letteralmente al suolo, con morti e conseguenze sociali ancora oggi drammaticamente vive, fu anche a causa di quel re pupazzo, Vittorio Emanuele III, che concordò e siglò segretamente l’armistizio con gli Alleati anglo-americani a luglio, ma l’accordo fu reso noto solo qualche mese dopo per insistere ancora nella strategia psicologica finalizzata a stimolare la disapprovazione popolare nei confronti di Mussolini per la decisione di seguire la Germania di Hitler in guerra. Il piano, concertato tra Washington e Londra, fu accettato in modo occulto anche dalla Casa Reale a Roma e, soprattutto, dalla Massoneria italiana in cerca di riscatto. Tutti corresponsabili di immotivate vessazioni sulla pelle e sulle vite della popolazione, Vittorio Emanuele III in primis.
Emanuele Filiberto avverte infine che Napoli ha molti problemi più urgenti e prioritari della crociata toponomastica, perché tanti giovani non trovano un lavoro e la criminalità organizzata non accenna a deporre le armi contro lo Stato. Drammaticamente vero, ma tutto ebbe inizio con l’invasione sabauda al Sud, con la cancellazione di Napoli Capitale, con il patto scellerato con l’allora contenibile camorra voluto dell’amico di famiglia Garibaldi, usato e poi licenziato a lavoro ultimato, e con il cagionato inizio dell’emigrazione.
Emanuele Filiberto si accontenti dello scippo del parto della pizza “margherita”, dazio pagato per pubblicizzare la salubrità dell’acqua e dei cibi assicurata dopo il colera del 1884 dal nuovo acquedotto del Serino. Si accontenti dell’efigie marmorea dei Savoia all’ingresso di Palazzo Reale, dove una statua, quella di un suo avo, è l’unica minacciosa con spada sguainata. Si accontenti di ciò che ancora è intitolato alla sua casata, ed è sempre tanto, finché il tempo non lo spazzerà via inesorabilmente, perché per Umberto I, che finì ammazzato al quarto attentato dopo aver seminato malcontento in lungo e in largo, e per il minaccioso Vittorio Emanuele II si potrebbe suonarla come per “sciaboletta”. È verissimo che la storia non si censura, e infatti la si deve raccontare a fondo, soprattutto quando risulta manipolata per processo di edulcorazione.

Polveri sottili, il paradosso delle città di mare

Angelo Forgione – Torino, Milano e Napoli svettano sul podio delle città europee più critiche per inquinamento atmosferico. 39 microgrammi di Pm10 per metro cubo a Torino, 37 a Milano e 35 a Napoli, anche se la città campana ha superato il limite giornaliero 43 volte, contro i 112 del piemontese e i 97 del lombardo. Seguono Siviglia, Marsiglia e Nizza, dove la concentrazione media annuale di Pm10 di 29. Roma si piazza insieme a Parigi al settimo posto, con 28 microgrammi per metro cubo. È quanto emerge da un’elaborazione fatta da Legambiente sulla base dell’ultimo report del 2016 diffuso dall’Oms, relativo a 20 grandi città di Italia, Spagna, Germania, Francia, e Regno Unito.
Per Torino e Milano non c’è troppo da stupirsi, dal momento che il satellite ha dimostrato che l’area più inquinata d’Europa è proprio la pianura padana, e in generale il Nord-est. C’è invece da capire perché dietro le due città del Settentrione d’Italia vi siano delle città di mare, dove l’aria gode dello spazzamento della brezza marina. A Napoli, un problema sono certamente le automobili vecchie, con una media di vetture euro 0 intorno al 28% contro una media nazionale del 10%. Ma a peggiorare l’aria delle città di mare è la presenza delle navi, dei tanti traghetti e giganti da crociera, in particolar modo proprio a Napoli, il cui porto è solo parzialmente elettrificato, cosa che costringe molte imbarcazioni a tenere i motori accesi anche in ormeggio. E queste sono motorizzate attraverso un carburante con alto contenuto di zolfo, elemento che nel carburante per le auto non c’è più.
(video tratto dalla trasmissione Rai “Indovina chi viene a cena”)

Babygang: «Torino non è Napoli». Nessuna lo è.

Angelo Forgione per Napoli freepress  Effetto emulazione a parte, è un fatto che le babygang esistano da sempre, così come è un dato di fatto che quelle napoletane facciano più notizia delle altre. È un vecchio guasto mediatico, antico quanto le babygang stesse, che i più scafati conoscono bene. I gruppetti del male sono a Napoli, a Roma, a Milano, a Torino e in città anche più ricche, come Londra, dove Scotland Yard sta cercando di arginare un serio problema di controllo minorile del mercato della droga (nella seconda parte del video).
E meno male che qualche procuratore di città importanti, come quello di Torino, Anna Maria Baldelli, abbia precisato che «Torino non è Napoli», e che lì, nel capoluogo piemontese, «non ci sono le babygang ma ci sono ragazzi che commettono reati in gruppo e che quindi vanno perseguiti per quello di cui si rendono responsabili». Qualcuno dovrebbe spiegarle che per babygang, nel dizionario italiano, si intendono delle bande di giovanissimi teppisti, laddove per banda si intende un “qualsiasi gruppo turbolento di persone” e per teppisti si intende “gruppo di violenti e vandali”. Ora, si dà il caso che la parola teppista deriva da “teppa”, ossia il misto fra erba e sassi che contraddistingueva il terreno attorno al castello Sforzesco di Milano nell’Ottocento, dove si riuniva la Compagnia della Teppa, composta da milanesi antiaustriaci dediti ai danneggiamenti, al furto e alle imprese di natura goliardica. Insomma, anche l’etimologia coinvolge il Nord, Milano, laddove le babygang non fanno di certo sentire la loro mancanza. Basta digitare su google le parole “babygang Torino” oppure “babygang Milano” e “babygang Roma” per fare la loro conoscenza e sapere delle loro gesta. Accoltellano e uccidono, sfasciano treni e stazioni delle metropolitane. Ma non permettetevi di chiamarle babygang, quelle appartengono solo a Napoli. Gli altri sono solo ragazzi che commettono reati in gruppo.
Ed ecco che, puntuale, arriva il campanello d’allarme. Alcuni operatori turistici del centro storico di Napoli, avvisa il presidente dell’associazione B&B campani, Agostino Ingenito, hanno lamentato la cancellazione di prenotazioni da parte di viaggiatori stranieri ed italiani perché preoccupati della violenza in città e per il fenomeno delle babygang. Questo accade quando si monta cattiva propaganda e si rende locale un problema universale. Londra, Parigi e Barcellona sono protette dai media delle loro nazioni. Napoli no.
«Dobbiamo inondare la rete di informazioni positive su Napoli e convincere tutti che sia una città che bisogna visitare almeno una volta della vita», disse lo scorso anno lo spagnolo Joseph Ejarque, esperto di management turistico, incaricato dal Comune di Napoli di dirigere il comitato tecnico del Piano Strategico del Turismo. Quando la comunicazione nazionale deforma la percezione della realtà complessiva c’è poco da fare.

Almeno, però, qualcuno ci restituisce i riflessi filmati di alcuni ragazzini napoletani che chiedono pubblicamente scusa ai Carabinieri per le malefatte durante il cosiddetto “falò di Sant’Antuono”. Sì, perché a Napoli può succedere di tutto, anche questo quando c’è dialogo, quello che in genere manca, e che se davvero vi fosse aiuterebbe a focalizzare un altro aspetto trascurato del problema partenopeo: il disagio dei ragazzi delle famiglie più povere che, come in nessun’altra città occidentale, vivono gomito a gomito con quelli più fortunati. Per troppo tempo si sono alimentate le risacche napoletane di miseria, annidate in quartieri non solo periferici della città. Non esiste nel cuore di Milano, di Torino, di Roma e di Londra una commistione tra borghesia e popolo minuto come a Napoli, dove anche nel centro sussistono concentrazioni indigenti, proprio a ridosso di importanti strade di demarcazione sociale, a Santa Lucia, al “rettifilo”, a Toledo, etc. Nascono da qui alcune croniche criticità, come quella di chi non ha niente e vede diverso il suo vicino, al quale cerca di sottrargli qualcosa.
Già… Torino non è Napoli, e non solo Torino.

Emergenza babygang, tra vuoto di valori e ‘cattiva maestra televisione’

Angelo Forgione – Emergenza babygang diffusa, con Napoli in prima pagina. Di chi le colpe? È chiaro che le cause siano riconducibili allo Stato, con la sua assenza ormai atavica e con la sua perniciosa tolleranza, e alla crisi di valori delle famiglie, soprattutto di quelle disagiate, più a rischio, ma non solo quelle. IIl problema è particolarmente sentito anche in Inghilterra, dove Scotland Yard si sta dando da fare per contrastare il fenomeno crescente delle babygang che si affrontano per il controllo dello spaccio di droga nelle periferie delle grandi città, Londra compresa. Stato, Famiglia e Scuola, questi sono i cardini dell’educazione civica, e quando i primi due vengono meno finisce per indebolirsi anche il terzo, al quale si sostituiscono i mass-media. I ragazzini che aggirano la scuola dell’obbligo corrono facilmente il rischio di preferire i modelli offerti dalla televisione al valore dell’insegnamento didattico, e in tal caso non trovano i genitori a dirgli cosa è giusto e cosa non lo è. Fanno da soli, scelgono in totale autonomia senza avere la facoltà di farlo, ed è qui che nasce il delicatissimo dibattito sulla serie di successo ‘Gomorra‘, che non è causa, certo che no, ma è certamente aggravante.
La denuncia del Male è esercizio giusto, giustissimo, ma romanzando il torbido mondo della camorra e isolandolo dalla realtà in cui è immersa, spettacolarizzando eccessivamente il Male denunciato, si è finito col sottrarre forza persuasiva alla denuncia stessa e parte dei consensi nei confronti di chi l’ha promossa. Gomorra uno, due, tre, e poi quattro. E poi ‘La paranza dei bambini’, “Zero Zero Zero”, tutto con incarichi di supervisione e diritti di autore. Ecco perché, per i suoi detrattori, Saviano non è più considerato un martire, non più emblema vivente di riscatto ma corresponsabile di aver reso il luogo da cui estirpare il Male esso stesso il Male inestirpabile. Saviano, che ha compreso da tempo di avere fedelissimi ammiratori ma anche coriacei detrattori, ha lasciato il proscenio alla dannazione, contribuendo a togliere la speranza da lui stesso accesa col suo primo libro. Il simbolo della lotta al malaffare è diventato al tempo stesso icona della dannazione, emblema della stessa marcescenza che denuncia. Critiche gli piovono anche dal mondo della Magistratura, che gli imputa di predicare bene con le parole e di razzolare male con la fiction televisiva, la quale ha un potere di fascinazione enorme sulle menti dei ragazzi più giovani, soprattutto quelli più a rischio. E chi si ostina a considerla innocua, a negare che Gomorra sia un’aggravante della condizione di disagio causata da Stato e Famiglia, a ripetere continuamente che Don Matteo non ha allevato chierichetti, farebbe bene a studiare l’opera del filosofo Karl Popper, che già nel secondo Novecento metteva tutti in guardia dalla capacità della tivù di condizionare le masse e il pericolo derivante dalla violenza spettacolarizzata, sia pure recitata.

Napoli Capitale Morale a Mattina 9

Due chiacchiere con Claudio Dominech su Napoli Capitale Morale e, più in generale, su Napoli, il Sud e l’Italia a ‘Mattina 9’ (Canale 9 Napoli).

Nuovo record per i musei italiani nel 2017

Campania stabilmente seconda con interessante risultato della Reggia di Caserta


Angelo Forgione
2017_mibact_regioni
Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha presentato i numeri dei musei italiani del 2017, costantemente in crescita. Battuto ancora un record, quello del 2016, da 45.383.873 a 50.103.996 visitatori. Una crescita nella quale la Campania gioca un ruolo importante, coi suoi 8.782.715 visitatori e un +10,66 rispetto allo scorso anno. «La Campania – fa notare il ministro Dario Franceschini è ormai stabile al secondo posto della classifica delle regioni più virtuose: la rinascita di Pompei è stata sicuramente da traino ma sono state molto positive anche le altre esperienze delle gestioni autonome dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico Nazionale di Napoli, a Capodimonte, a Paestum».
Il Lazio resta la regione leader, dai 20.317.465 ingressi del 2016 ai 23.047.225 del 2017 (+13,44). Roma continua a fare da polo attrattivo internazionale, ma cresce Napoli con il suo polo tutto ancora da sfruttare appieno, motivando le lusinghiere previsioni di Franceschini per il suo ritorno nell’élite internazionale.
La Campania, dunque, si conferma seconda regione e rafforza il suo dato con circa 850mila ingressi in più rispetto al dato del 2016. Ancora molte le potenzialità inespresse, ma crescono gli Scavi di Pompei, quelli di Ercolano e Paestum, la Reggia di Caserta e il Museo Archeologico Nazionale. Segnali confortanti anche per il Museo di Capodimonte a Napoli, ancora attardato, coi suoi noti problemi logistici, ma finalmente nella top-30.
Classifica confermata anche per la Toscana, terza sullo zoccolo di Firenze, che torna a crescere dopo la flessione del 2016, toccando quota 7.042.018 (+10,22%). Inattacabili i tre gradini del podio, anche per il Piemonte e per la Lombardia, regioni dalla crescita molto più contenuta, soprattutto la seconda, che non ha goduto del dato offerto lo scorso anno da Mantova, la Capitale Italiana della Cultura 2016.
I più alti tassi di crescita si sono registrati in Liguria (+25,93%) e in Puglia (+19,48%), mentre male il dato dell’Abruzzo (-11,96%), delle Marche (-4,29%) e dell’Umbria (-5,32%)
2017_mibact_museiI dieci luoghi della cultura più visitati nel 2017 sono stati il Colosseo/Foro Palatino (7.036.104), gli Scavi di Pompei (3.382.240); gli Uffizi (2.219.122), le Gallerie dell’Accademia di Firenze (1.623.690), Castel S.Angelo (1.155.244), la Venaria Reale (1.039.657), il Circuito Museale Boboli e Argenti (1.000.482), il Museo Egizio di Torino (845.237), la Reggia di Caserta (838.654) e Palazzo Pitti (579.640). Tra i primi dieci siti, la miglior crescita è della Reggia di Caserta (+22,80%), anche se resta stabile al nono posto, con uno scarto di 201.003 visitatori rispetto alla Venaria Reale di Torino (lo scorso anno erano 328.963).
Oltre la top-10 vi sono la Galleria Borghese, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Ercolano, Villa d’Este e Paestum. Al 30° posto spunta l’importante Museo di Capodimonte di Napoli, del cui complesso primeggia invece ancora il Parco tra i luoghi della cultura gratuiti più visitati, secondo solo al Pantheon di Roma.
Nei dati non sono riportati il risultati di Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, regioni a statuto speciale (ma lo sono anche la Sardegna e il Friuli V.G.) che gestiscono autonomamente i beni culturali.
Notizie dunque positive, ma è bene ampliare lo sguardo almeno all’Europa e chiarire che i nostri musei e siti culturali, nonostante la crescita, non attirano come altri giganti dell’esposizione internazionale. Se storniamo Colosseo e Pompei, che non sono propriamente dei musei, il primo tale, ossia gli Uffizi, con i suoi 2,2 milioni di visitatori, è lontano dal Louvre (circa 9 milioni di ingressi), dal British Museum (6,7), dalla National Gallery (6,4) e pure dai Musei Vaticani (6,2), che non appartengono allo Stato italiano.

San Gennaro continua a portare turisti a Napoli ma i servizi restano al palo

Angelo Forgione Quando Josep Ejarque di FourTourism presentò il Piano Strategico del Turismo “Napoli 2020” finalizzato a rendere il capoluogo vesuviano una delle principali attrazioni europee, disse: «San Gennaro ha mandato i turisti a Napoli anche se non è stato fatto niente per attrarli. Ora bisogna rimboccarsi le maniche per portarceli». Era lo scorso aprile, e così si ammetteva che i meriti erano dell’insicurezza europea piuttosto che di pur sbandierate strategie d’immagine. La “provvidenza” patronale continua a mandare i turisti a Napoli, ma la città continua ad accoglierli in modo del tutto approssimativo. Pulizia delle strade deficitaria, anche quelle centrali; trasporti insufficienti e addirittura inesistenti a Capodanno (vergogna!); carenza assoluta di programmazione; monumenti fatiscenti e scarsamente illuminati a sera; canteri ovunque; inciviltà incidente; sicurezza percepita all’esterno molto scarsa.
I viaggiatori si innamorano della città, della sua umanità, dell’esperienza unica della napoletanità e del suo patrimonio culturale (anche se il Piano Stratetico non punta su questo ma esclusivamente sull’identità), ma non trovano standard europei, non la capitale continentale del turismo che dovrebbe e potrebbe tornare ad essere. La bellezza di Napoli attenua le carenze, ma quella è un dono di Dio e della Storia. Quanto può bastare per trattenere l’esercito dei viaggiatori mandato da San Gennaro? Prima che tutto rischi di esaurirsi sarebbe il caso di capire che non siamo nel Settecento del Gran Tour, in cui i tesori culturali attiravano i viaggiatori europei, ma nel Duemila, epoca di spietata concorrenza che corre su binari meno colti. E senza servizi non tutti tornano. Attrarli in massa, in queste condizioni di improvvisazione, è impossibile.