Quella sciarpa del Napoli contro il razzismo

Quella sciarpa del Napoli contro il razzismo

una forte denuncia di Red Ronnie… negli anni ’80

Angelo Forgione
Ritengo utile sottoporre questo vecchio contributo televisivo del 1989 che vede Red Ronnie protagonista di una singolare denuncia del razzismo contro i meridionali. Dopo più di vent’anni la denuncia è ancora attualissima, forse ancor di più. Ma le parole sono inutili… spazio alle immagini.

Napoli colera? Anche Milano e tutto il Nord l’hanno avuto. Lo sanno?

Angelo Forgione Milan-Napoli: un piccolo striscione viene inquadrato dalle telecamere di Mediaset Premium nel prepartita e diventa “grandissimo”; vi si legge “NAPOLI COLERA”. Il giudice sportivo lo sanziona con 10.000 euro di multa a carico del Milan per espressione di discriminazione razziale.
Ma quanta ignoranza! Sono passati quasi 40 anni dall’epidemia di colera a Napoli e ancora negli stadi si leggono certe idiozie, che non sono tali perché applicate al calcio ma perché dipingono una verità manipolata ancora oggi in molti scritti contemporanei che non raccontano la verità. Il colera del 1973 non fu dovuto alle condizioni igieniche di quella Napoli ma a delle cozze importate dalla Tunisia, ove era giunta la “Settima pandemia”, proveniente dalla Turchia via Senegal e partita nel 1961 dall’isola indonesiana di Sulawesi. Cozze che distribuirono il vibrione anche a Palermo, Bari, Cagliari e Barcellona. La città che uscì più velocemente dall’emergenza, in poco più di un mese, fu Napoli grazie ad una imponente profilassi e ad una grande compostezza dei napoletani. Le altre città convissero con la malattia per mesi, e addirittura Barcellona se ne liberò dopo quasi due anni. Non ci risulta che negli stadi si legga e si senta “Cagliari colera”, “Bari colera” o “Palermo colera”, e neanche “Barcelona colera” in Spagna. Furono i media dell’epoca a deformare la realtà consegnandola al pregiudizio italiano, realizzando servizi dai contenuti denigratori e titoloni a sensazione che ruppero le ossa all’immagine della città. Solo quando tutto finì e non c’era più niente da raccontare di Napoli fu reso noto che il vibrione era nelle cozze tunisine. Troppo tardi, e da allora, negli stadi d’Italia, il Napoli di Vinicio veniva accolto al grido di “colera”, e la vergogna continua oggi.

È chiaro che una città come Milano e, in generale, tutte quelle di un Nord non bagnato dal mare siano risultate decisamente meno esposte ad un pericolo del genere, ma l’ignoranza è ancora più profonda se consideriamo che nell’Ottocento diverse pandemie di colera colpirono violentemente Genova, Torino, Verona, Treviso, Venezia, Trieste, Parma, Modena, Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Pavia, Lodi, e proprio Milano, che contò migliaia di decessi. Il contagio in Lombardia partì da Bergamo, dove tornò più volte nel corso del secolo, segnato da svariate carestie ed epidemie con alto tasso di mortalità nella zona. E mentre a Napoli il colera del 1973 fu originato da una causa esterna, nelle città del Nord del secolo precedente fu cagionato dalle cattive condizioni igieniche dei centri e delle campagne insalubri, dove si affacciarono  il tifo petecchiale, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina, la difterite e pure il gozzo, un particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea tipico dell’alta montagna, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.

Fosse solo il colera condiviso con la gente partenopea! Come dimenticare le classi popolari lombarde e venete che hanno sofferto la pellagra? Mangiavano sola polenta di mais e sorgo, priva di vitamine e aminoacidi. Alimentazione carente.
Un vera e propria piaga che fu oggetto di studi a livello internazionale. Il primo censimento dei pellagrosi del Regno Lombardo-Veneto del 1830 contò nel solo territorio lombardo 20.282 pellagrosi, così ripartiti per province: Brescia 6939, Bergamo 6071, Milano 3075, Como 1572, Mantova 1228, Pavia 573, Cremona 445, Lodi 377, Sondrio 2. Anche la prima indagine sanitaria dell’Italia unita, nel 1878, evidenziò che da pellagra erano affette 97.855 persone, di cui 40.838 in Lombardia, 29.936 in Veneto (salito a 55mila nel 1881) e 18.728 in Emilia. Nessuna nelle regioni del Mezzogiorno.

I settentrionali, affetti dall’anche detto “mal de la rosa”, erano tra quelli che, con tono sdegnoso, chiamavano “mangiamaccheroni” i napoletani, i quali evitavano tutta una serie di malattie legate alla monoalimentazione con la loro ricchezza alimentare fatta di pasta, verdure in abbondanza, frutti, compreso quello ricco di vita che loro mangiavano già in grfan quantità e che al Nord non era conosciuto: il pomodoro! Lassù lo consideravano uno dei simboli di meridionalità rozza. Il modello alimentare napoletano, studiato sul posto dal fisiologo americano Ancel Keys, alla base della “dieta mediterranea”, li conquistò e li migliorò, e la pellagra sparì.

“Colerosi” e fesserie varie ai napoletani? E se quelli iniziassero ad abbassarsi all’infimo livello? Cadrebbero nel tranello dell’ignoranza. Meglio lasciar fare agli altri.

pellagra

Napoli ha ancora un’anima capitolina

Napoli ha ancora un’anima capitolina

il Sindaco di Bari Emiliano, l’inno di Paisiello e il Nord sordo

L’anima capitolina di Napoli è ancora ben viva e palese. Basterebbe ricordare l’esito del sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai napoletani del Corriere del Mezzogiorno nell’autunno 2009 o il continuo spuntare di bandiere delle Due Sicilie allo stadio “San Paolo”; e al Forum dei Comuni per i Beni Comuni di Sabato 28 Gennaio se n’è avuta un’altra piccola conferma quando il sindaco di Bari Emiliano ha fatto una citazione storica sull’inno delle Due Sicilie: «Napoli era l’ispirazione di ogni sentimento di un meridionale. Persino l’inno borbonico era scritto da un tarantino». Dalla platea del teatro “Politeama” applausi di compiacimento che il primo cittadino barese ha frenato istituzionalmente precisando che non si trattava di “nessun concedimento”, parlando però di un “sedimento” che permette di vedere il disinteresse verso il Sud nelle stanze della politica. Chiamiamolo sedimento o come vogliamo, ma è chiaro che si tratti di meridionalismo.

Addio Guida, addio Fnac (?)

Addio Guida, addio Fnac (?)

duro colpo agli amanti della lettura della zona collinare

Angelo Forgione – Caro fitti al Vomero. E così la libreria “Guida Merliani” ha chiuso i battenti per sempre dopo 40 anni di attività (spazio a McDonald’s?) mentre si avvia allo stesso destino la “FNAC” di Via Luca Giordano che pure è una multinazionale ma è in fase di tagli per 80 milioni sul territorio italiano, colpendo anche il punto vendita di Napoli. In poco tempo, un duro colpo (probabilmente doppio) agli amanti della lettura del quartiere collinare che si aggrappano al baluardo “Loffredo“.
Una situazione che viene da lontano e che ha visto scomparire tanti locali storici del Vomero, sostituiti da questo o quella banca. Il caso della “FNAC“, a Napoli dal 2003, può essere indicativo di come la globalizzazione possa distruggere le economie locali. Un megastore che per anni si propone come punto di riferimento positivo distrugge inevitabilmente l’economia locale fatta di piccoli punti vendita settoriali; scomparendo lascia il deserto.
I “rumors” parlano di trattative con “Mediaworld” per la cessione del fitto e per il riassorbimento dei 60 dipendenti.

L’esegesi dello spot Panda

L’esegesi dello spot Panda

come nasce il messaggio “marchionnista” dei buoni e dei cattivi

Angelo Forgione – Torno sullo spot della nuova Fiat Panda a poco più di una settimana dal lancio. Uno spot che ha diviso l’opinione tra chi lo apprezza e chi lo critica ferocemente. Ed essendo tra quelli che l’hanno criticato da subito, attivando una procedura di verifica presso l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (in attesa di verdetto), sono stato io stesso oggetto di condivisioni e contestazioni. Il dato certo è che sulla pagina ufficiale di Fiat su youtube i commenti sono rivolti più all’azienda che al prodotto. Questo è indice di una spaccatura tra chi lo vede semplicemente come spot e chi invece ne percepisce i messaggi aziendali ai lavoratori di Pomigliano e ha più rabbia nel contestarlo.
Il fastidio è provocato dalla filosofia esternata da Marchionne che ha parlato agli operai napoletani, invitandoli a mettersi in riga e a non fare i “fiom-pulcinella”, colpendo così anche la napoletanità rivestita di accezioni negative. Ma è procurato anche dalla presunzione da parte dell’AD Fiat di ergersi a giudice di Italia giusta e Italia sbagliata, abbandonando colpevolmente la coerenza necessaria per ottenere l’apprezzamento del pubblico: la Fiat che minaccia prima di lasciare l’Italia perchè ostacolo allo sviluppo dimenticandosi della qualità produttiva dello stabilimento napoletano per poi autocelebrare un proprio prodotto “made in Italy” decantando a posteriori le virtù dei lavoratori di Pomigliano, infastidisce. 
Nello spot c’è tutto il “ricatto” e basta ascoltare le parole di Marchionne rivolte al sindacato Fiom in tempi di trattative e scontri per capire come nasce lo spot, soprattuto la dichiarazione finale: «o facciamo il nostro lavoro seriamente o sennò la Fiat non è interessata». 
Sabato 28 Gennaio si è svolto a Napoli il Forum dei Comuni per i Beni Comuni e al Teatro Politeama si è vissuto un momento intenso ed emozionante quando Antonio Di Luca, operaio sindacalista Fiom di Pomigliano cassintegrato, ha letto alla platea, alla presenza di De Magistris, Vendola, Emiliano e Zedda, la testimonianza di un operaio “mobbizzato” che può far ben comprendere i presupposti che hanno portato al concepimento del messaggio pubblicitario della nuova Panda. La denuncia è chiara: gli operai di Pomigliano che hanno la tessera Fiom sarebbero sgraditi (pulcinella) e sono pronte nuove cause sindacali.
È chiaro che la visione asettica e disinteressata dello spot non consenta di comprenderne i presupposti; c’è infatti bisogno di tener conto delle dinamiche aziendali e sindacali che hanno preceduto il riassetto della Fiat di Pomigliano per afferrare il concept dello spot oltre la rappresentazione scenica. Purtroppo, parlando agli operai, si sono toccati anche tasti diversi quali la napoletanità in senso più ampio: come già evidenziato nella mia recensione, l’immagine finale dell’automobile in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca sul claim “questa è l’Italia che piace” al termine di un’intera ambientazione a Napoli si configura come un messaggio negativo per la città partenopea. E puntualmente il Comune di Lucca comunica con orgoglio che “non a caso la nostra città è stata scelta per rappresentare un luogo d’arte riconoscibili in tutto il mondo e quale porta bandiera di quanto c’è di positivo e bello nel nostro paese” avocando a sé l’immagine positiva dell’Italia.
Ho spulciato sulla rete per capire come lo spot venga giudicato da chi va oltre il giudizio “artistico” e ho trovato tanta corrispondenza col mio giudizio. La condanna è tutta per il “marchionnismo” che intende dividere il mondo in buoni e cattivi, dove i secondi sono quei meridionali che non fanno quello che lui vuole. Marco Giusti su “il Manifesto” non sopporta Pulcinella in versione negativa “uè-uè” e si dispiace perchè non riesce proprio a capire quale carica negativa possano avere i maccheroni e non crede che agli operai possa far piacere sapere che si lavora alla grande solo se non si perde tempo con spaghetti e Pulcinella. Giovanna Cosenza su “Il Fatto Quotidiano” scrive che la Fiat svaluta implicitamente una certa Italia del Sud  dividendo il paese tra buoni e cattivi. Giampaolo Rossi su “Panorama” dice che lo spot è fin troppo carico di retorica e incoerenza. L’Unità sottolinea la provocazione di un’Italia tosta contro i Pulcinella. Libero punta il dito su Marchionne. Per Vincenzo Basile di fanpage non è felice l’abbinamento tra pasta-Vesuvio e voce fuoricampo che invita a non accontentarsi dell’immagine non brillante dell’Italia. TM news decreta la bocciatura dello spot da parte del web. E in tutto questo sono nati anche eloquenti controspot dalla parte degli operai.
Al di la del dibattito, è inconfutabile che la réclame sia al centro dell’attenzione e non è passata inosservata. E questo, nel bene e nel male, vuol dire qualcosa in un’epoca in cui le macchine si vendono sempre meno. Chi continua a venderle e non conosce crisi sono quei produttori che non hanno bisogno di realizzare spot ideologici perchè la loro migliore pubblicità è fare macchine di qualità.
Insomma, lo spot dell’Italia che piace non piace. 

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I monumenti equestri al Plebiscito? Sopravvissuti.

I monumenti equestri al Plebiscito? Sopravvissuti.

dalla pubblicazione “Largo di Palazzo” una foto emozionante

Angelo Forgione – I monumenti equestri in bronzo di Piazza del Plebiscito a Napoli rappresentano un patrimonio artistico 1inestimabile perchè scolpite da Antonio Canova, massimo esponente del Neoclassicismo, e completate dal suo allievo Antonio Calì utilizzando il modello canoviano della scultura corporea di Carlo III per realizzare la figura di Ferdinando IV nello stile intrapreso dal maestro. Eppure le due statue hanno rischiato seriamente di sparire, evitando la cattiva sorte grazie ai napoletani che le hanno “protette” in questi duecento anni circa di presenza nello slargo.
Si racconta che nel 1860, la furia iconoclasta di repubblicani e liberali avrebbe voluto che i due sovrani borbonici sparissero dal luogo ma le sculture sarebbero state salvate sfruttando una falla culturale, fingendo che in realtà si trattasse di imperatori romani, così come suggerito dall’armatura con la quale i due re furono raffigurati dal Canova per attinenza ai richiami storici del Neoclassicismo ispirato dagli scavi di Pompei.
Arrivarono poi le bombe dal cielo della seconda guerra mondiale. Napoli fu, durante il conflitto bellico, la città italiana che subì il numero maggiore di bombardamenti, con circa 200 raid aerei dal 1940 al 1944, di cui ben 181 soltanto nel 1943, con un numero di morti intorno alle 25.000 persone, in gran parte tra la popolazione civile. E anche i monumenti ne fecero le spese. Basti ricordare il violento bombardamento degli Alleati del 4 Agosto 1943 che provocò un incendio alla chiesa di Santa Chiara, durato quasi due giorni e capace di distruggerla quasi interamente.
I monumenti equestri del Plebiscito furono in quel periodo messi in sicurezza e superarono il pericolo brillantemente. Lo attesta l’immagine tratta dalla pubblicazione Largo di Palazzo che Valerio Maioli mi ha donato al tempo dell’approfondimento sul suo impianto di illuminazione artistica della piazza realizzato in epoca bassoliniana e poi neutralizzato, foto raffrontata ad uno scatto contemporaneo. E così ho trovato online una testimonianza tratta dall’archivio fotografico Parisio.
Oggi godiamo ancora della loro bellezza e del loro valore simbolico per la città, mentre l’inciviltà dei giovani moderni purtroppo ne fa bersaglio di insignificanti scritte sui basamenti, a testimoniare la perdita di memoria storica di un popolo che fa male a se stesso.

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Nuovo spot “Panda”, un insulto ideologico a Napoli!

Nuovo spot “Panda”, un insulto ideologico a Napoli!

messaggi agli operai di Pomigliano, offese alla Napoletanità

Angelo Forgione – È partita il 22 Gennaio la campagna Fiat per il lancio della nuova Panda, il più importante del 2012 per la casa. 
Ideata da Kube Libre, il cortometraggio prende spunto da una domanda: “Quale Italia vogliamo essere?”

Girato a Napoli e dintorni, lo spot (in basso) ideato da Maxus, diretto da Luca Maroni e prodotto da Movie Magic (ma mutuato da quello della Jeep Grand Cherokee di Chrysler dedicato a Detroit prima capitale dell’auto e poi della miseria) parla agli italiani ma soprattutto ai lavoratori di Pomigliano d’Arco che sono proprio gli attori.
Basta poco per capire che i 90 secondi della pubblicità (dai tagli più corti non si evince) “incarnano” un messaggio di Sergio Marchionne ai dipendenti dello stabilimento napoletano. Si tratta del primo spot classista anti-sindacale, primo caso in Italia, in cui un datore di lavoro comunica agli operai le scelte a disposizione. Lo slogan scelto è “L’Italia che ci piace”. Da una parte c’è quella che produce, che sfida il mercato, che lavora con impegno e dall’altra ci sono gli italiani del folklore, di Pulcinella e dei maccheroni. Le formiche e le cicale. Una campagna che riflette la seccatura di Marchionne rispetto alle resistenze del sindacato Fiom circa il suo “modello produttivo Fiat”. 
Un messaggio agli operai di Pomigliano ma anche un’offesa a tutti i napoletani e alla napoletanità, che secondo l’azienda torinese sarebbe l’immagine folcloristica, pittoresca e degradante del paese.

Lo spot, recitato da una voce fuori campo, inizia con degli spaccati contrapposti dell’Italia: l’arte, l’inventiva, il talento per iniziare bene, come se non appartenessero anche questi ai napoletani, decadendo poi nel folklore e nella disoccupazione a cui fa da contraltare l’impiego offerto da mamma Fiat a Pomigliano. Messaggi negativi (ma il folklore è negativo a prescindere?) immortalati su immagini di Napoli: un Pulcinella in un teatro, quartieri popolari agghindati da panni stesi, giovani disoccupati con lo sguardo spento e arrabbiato sullo sfondo di un mercato rionale, uno skyline di Pomigliano con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio dove l’operosità è rimarcata come “Italia capace di grandi imprese industriali”.

”Noi possiamo scegliere quale Italia essere”, dice lo speaker, come dire che possiamo scegliere se essere l’opulenta cultura piemontese o quella pigra napoletana. La scelta è sottolineata da un nuovo contrasto di concept visivi: da una parte artisti e operai Fiat e dall’altra i maccheroni, il Vesuvio e il golfo; il tutto corredato da una riflessione inquietante: “è il momento di decidere se essere noi stessi o accontentarci dell’immagine che ci vogliono dare”. E qui viene fuori l’equivoco degli stereotipi degli italiani verso i meridionali che sono quelli degli stranieri verso gli italiani, con quel pizzico di invidia verso una città capace di esprimere se stessa nel mondo, nel bene e nel male.
Offese subliminali alla Napoletanità nell’associazione immagini-speakeraggio, e “pizzini” agli operai di Pomigliano già piegati alle volontà superiori e ora umiliati con messaggi anche eloquenti in uno spot che decanta un prodotto fatto bene, che se è tale è grazie a quegli stessi operai che fanno di Pomigliano un modello qualitativo ancorché produttivo.
Napoli offesa in tutto lo spot, anche nel finale dove una Panda esce dallo stabilimento, percorre il lungomare di Napoli e le strade costiere della Campania per poi approdare come d’incanto in Piazza dell’Anfiteatro a Lucca, da Sud a Nord, mentre la voce esclama “questa è l’Italia che piace”.
Il messaggio commerciale sembra voler dire agli operai di Pomigliano di smetterla di protestare e di mettersi a lavorare. Qualcuno dica a Marchionne che i napoletani hanno bisogno del lavoro ma non di costruire auto per sentirsi uomini migliori, per sapere di essere artisti, creativi e stakanovisti anche godendo dei piaceri delle proprie ricchezze paesaggistiche e della propria cultura. E se non fossero ottimi lavoratori, Pomigliano non sarebbe il miglior stabilimento Fiat al mondo come da lui stesso asserito. Questo lo sapevano tutti, ma lui l’ha detto solo quando gli operai si sono piegati alle sue condizioni.
L’azienda torinese aveva già dato un segnale alla presentazione aziendale della nuova vettura, quando sulla brochure si leggeva “Noi siamo quello che facciamo”, riformulato nello spot; un claim che non è sfuggito a quegli operai che sanno cosa si legge su un muro di ingresso del forte piemontese di Fenestrelle: “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce“. In quella fortezza furono deportati i soldati napoletani che non volevano giurare per Vittorio Emanuele II.
Cornuti e mazziati, e lo sdegno monta.

Anche Il Fatto Quotidiano e L’Unità ravvisano accezioni negative dello spot verso il Sud

Riflessioni sui “Forconi”

Riflessioni sui “Forconi”

Angelo Forgione – Centinaia di richieste mi giungono per conoscere il mio pensiero sul “Movimento dei Forconi”. Mi sembra quindi doveroso esprimermi sulla rivolta siciliana che è sintomo emblematico del disagio del popolo. Che sia partito dalla Sicilia è, secondo me, normale perchè le proteste partono sempre dal basso. E quando il basso corrisponde col profondo Sud laddove la questione meridionale è ancora più meridionale, tutto si incastra nel quadro della relazione causa-effetto.
La protesta sta avendo un successo perchè, oltre alla gente, si basa sulla partecipazione degli autotrasportatori che hanno bloccato non tanto le strade quanto i rifornimenti, e in una società in cui viveri e carburanti sono sullo stesso piano di importanza per la sopravvivenza è facile capire che se la protesta dovesse continuare con questi connotati potrebbe causare danni ai poteri forti. Un fenomeno che nasce perchè i carburanti costano troppo, non perchè il popolo del Sud non ha il piatto a tavola o perchè non ne può più di un paese sbilanciato a nord, ed è su questo che bisogna riflettere.
Alcuni focolai si accendono spontanei in altre zone del Meridione ma sono più che altro manifestazioni di malcontento, sfoghi giustissimi di alcune persone pronte a scendere in piazza che difficilmente incontrano la sensibilità di una vasta massa. Si organizzano su Facebook, lanciano il raduno, accolgono le solite adesioni a furia di click e “ci sarò”, per poi ritrovarsi in pochi per strada come nel caso di Pescara (minuto 6:00).
La protesta, oggi come oggi, necessita del blocco dei trasporti per ottenere il risultato siciliano, oppure del coinvolgimento di massa della gente, pronta a sacrificare giornate di lavoro (se c’è) per scendere in piazza ad oltranza, h24, per bloccare le strade. E nel secondo caso, l’identificazione coi forconi sarebbe anche superflua perchè sarebbe la vera rivoluzione.
A chi mi domanda quale sia la situazione di Napoli rispondo che non c’è nessuna delle due componenti; né il supporto degli autotrasportatori che possano generare il blocco, né il fuoco sacro del popolo, ancora troppo distante dal volersi riversare per le strade oltre le facili intenzioni manifestate con i click sui social network. C’è solo il malcontento dei meridionalisti che arriva da lontano e non è una novità.
Per Lunedì mattina è fissato un primo focolaio napoletano a Piazza Garibaldi. Un appuntamento a tempo, dalle 9:00 alle 10:00. E poi dopo? Tutti a lavorare? Immagino che molta gente lo farà anche prima, ma spero di no. Spero cioè di sbagliarmi, e di vedere tanta di quella gente da non aver bisogno di autotrasportatori per avviare una vera rivolta. Che prima o poi, continuando così, sarà comunque inevitabile.

Precisazione sul video “Rodriguez-Vidal”

Precisazioni sul video “Rodriguez-Vidal”

dimostrato che l’Italia è malata di un calcio malato

Angelo Forgione – Il video della curiosa circostanza del rigore di Vidal (Juventus) con Rodriguez (Cesena) tra i pali, caricato su youtube Domenica 15, è uscito da internet ed è ora argomento di discussione di trasmissioni, notiziari e quotidiani. La Juventus ha ritenuto di prendere le distanze con un comunicato ufficiale in cui definisce il tutto “un tentativo, subdolo e maldestro, di ledere l’immagine della società e del calciatore”, mentre il Cesena si è espresso verbalmente tramite il Direttore Sportivo Lorenzo Minotti che a Sky non ha alzato barricate dimostrando con le sue dichiarazioni di aver afferrato perfettamente lo scopo della clip (“Lo scopo del video, si capisce e si legge chiaramente, era proprio quella di demonizzare facili analisi di gesti e comportamenti dei calciatori in campo”).
Ovviamente, il caso è divenuto motivo di risentimento soprattutto dei tifosi juventini, spinti dal comunicato della loro squadra del cuore che ha avuto l’effetto di rendere erroneamente Vidal come obiettivo del video mentre la gestualità documentata è quella di Rodriguez. Tra l’altro il contributo non è commentato nè in forma sonora nè in forma testuale e non insinua alcuna opinione. Un tifoso del Napoli dal quale prendiamo le distanze aveva invece ripreso il video e corredato di accuse per poi cancellarlo dopo il comunicato della Juventus.
Il nostro video, neutro, è di fatto uno spunto di riflessione, così come evidenziato nello scritto che lo accompagna redatto e allegato nella descrizione del filmato su Youtube il 15 Gennaio.

Si è così dimostrato che in Italia basta poco per accendere una discussione calcistica su semplici congetture, figurarsi poi quando queste congetture sono esplicitamente tendenziose  come nel caso del video che ha interessato il portiere del Napoli De Sanctis.
Non si è pertanto lesa alcuna immagine della Juventus e del Cesena, di Rodriguez e di Vidal, ma si è dimostrato mediaticamente come ormai il calcio sia stato sporcato dalla recente vicenda del calcioscommesse ma anche da quella più remota di “calciopoli”. Si è dimostrato che ogni gesto è interpretabile e sospettabile. Si è dimostrato che il mondo del calcio, dagli addetti ai lavori ai tifosi, non è più un mondo sereno e credibile. Si è dimostrato che delle accuse a De Sanctis hanno viaggiato alla velocità della luce mentre un fatto analogo antecedente era stato ignorato.
Chi si sente offeso da un video e uno scritto senza accuse ad alcun calciatore o squadra ma dagli annunciati intenti di dimostrare quanto preavvisato, dimostra che questo è un paese fortemente calciocentrico. Pericolosamente tale.

Pisacane, anche Blatter si è svegliato!

Pisacane, anche Blatter si è svegliato!

V.A.N.T.O. invitato dalla Ternana

Missione verità sempre più compiuta. E così anche Blatter si è accorto di Fabio Pisacane. Il 12 Gennaio, dopo la serata della premiazione del “Pallone d’Oro” a cui è stato invitato Simone Farina, il Presidente FIFA ha scritto su Twitter di aver appreso (solo ora) della denuncia di Pisacane rispetto al tentativo di corruzione calcistica. Così, la sera del 14, Studiosport XXL ha bacchettato in maniera pungente i vertici del calcio italiano e mondiale per aver dimenticato il giocatore napoletano della Ternana, il primo a scoperchiare lo scandalo. Ma senza mea culpa, perchè a dimenticarsi di Pisacane non erano solo Abete, Paltini e Blatter ma anche la stragrande maggioranza dei media nazionali.
La Ternana Calcio ci ha in queste ore ringraziato nuovamente per aver lottato dall’inizio per portare alla luce la verità e ha invitato una rappresentanza di V.A.N.T.O. a “Liberati” di Terni affinchè si premi in campo il giocatore napoletano in una delle prossime partite per aver rappresentato il volto pulito di Napoli e del calcio italiano, cosa per cui tanto noi che evidenziamo le positività napoletane quanto il sodalizio umbro andiamo fieri.