La scorsa settimana, il sito Padova Oggi ha commentato la notizia di una rapina così: «I tre giovani responsabili intercettati da una pattuglia di militari sono un italiano e un serbo entrambi di vent’anni e un napoletano 19enne. I carabinieri li hanno sorpresi ancora in possesso della borsa rubata». Notizia poi corretta, ma nella discriminazione territoriale cadono in tanti, e qualche anno fa capitò persino al Tg2 Rai (leggi).
17 marzo, festa di ciò che non riguarda il 17 marzo
Angelo Forgione – Si celebra oggi, 17 marzo, la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, istituita con la legge 23 novembre 2012, n. 222. Pura propaganda, perché l’Unità nazionale non fu conseguita il 17 marzo 1861, quando mancavano lo Stato della Chiesa, il Veneto, la Venezia Giulia, il Friuli e il Trentino Alto Adige, ma il 20 settembre 1870, con la breccia di Porta Pia che aprì la strada a Roma capitale; la Costituzione italiana ha visto la luce il 22 dicembre 1947, dopo ben ottantasei anni di Statuto Albertino, ovvero lo Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia; altrettanti anni durò “La Marcia Reale”, l’inno nazionale monarchico del Regno di Sardegna esteso all’intera Italia, che fu sostituito nel 1946 dall’inno repubblicano di Mameli, cioè “Il canto degli italiani” (vero titolo, nda). Resta la bandiera italiana, sempre tricolore, certo, ma che in quel 17 marzo aveva lo stemma sabaudo al centro. E allora diciamolo che il 17 marzo è la festa dell’apologia sabauda, non quella della proclamazione dell’Unità ma quella dell’auto-incoronazione di Vittorio Emanuele II quale “Roi d’Italie”, cioè Re d’Italia in rigorosa lingua francese, non italiana, con la quale il sovrano piemontese estese la sua sovranità sui territori invasi. “Victor Emmanuel II assume, pour lui et pour ses successeurs, le titre de Roi d’Italie” si legge nell’atto di incoronazione del parlamento di Torino.
Chissà se i parlamentari attuali hanno appreso tutto questo, visto che l’ignoranza circa le vicende storiche della storia d’Italia fu smascherata dalla trasmissione Le Iene nel giorno delle celebrazioni del “150esimo”, quando all’esterno di Montecitorio i politici italiani, fatto salvo Matteo Renzi, andarono nel panico per le domande sul 17 marzo 1861 (guarda il video).
Continua dunque la confusione voluta delle massime Istituzioni, sulla falsa riga delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, non ancora compiuti di fatto (accadrà solo nel 2020, ndr). Celebrazioni condotte in maniera anti-repubblicana dal Presidente della Repubblica che festeggiò il giorno della monarchia, rendendo omaggio alla tomba del re Vittorio Emanuele II.
Lamont Young via dal Vomero con la forza
Angelo Forgione – Chi ha letto Made in Naples, nella trattazione de “la speculazione edilizia” (pagina 288), avrà appreso che le validissime proposte urbanistiche per la città di Napoli formulate da Lamont Young, eclettico architetto napoletano di origini britanniche, furono boicottate dall’imprenditoria legata alle banche torinesi che misero le mani sul Vomero e sul centro della città, contribuendo all’esplosione dello scandalo della Banca Romana. L’urbanista contestò veementemente la realizzazione delle funicolari che conducevano al Vomero perché in antitesi col suo concetto di trasporto urbano più ampio e futurista. Il primo progetto di metropolitana fu infatti suo: “Già nel 1872, presentò i disegni della metropolitana di Napoli che prevedevano la costruzione di una strada ferrata sotterranea, con strutture sopraelevate in alcuni tratti, di connessione tra Bagnoli, Posillipo, Vomero, San Ferdinando e Capodimonte”. […] Entrò in un violento contrasto con la Banca Tiberina di Torino, che avviò la realizzazione delle funicolari di Chiaia e di Montesanto, in conflitto con i prospetti dell’urbanista, e gli espropriò nel 1886 un suolo di proprietà tra i tanti confiscati per costruire la stazione di via Cimarosa”.
Lamont Young morì suicida nel 1929, nella sua abitazione di Pizzofalcone, al culmine di un’esistenza fuori dal suo tempo, in una città già troppo difficile per il suo genio a metà strada tra creatività partenopea e rigidità anglosassone.
Ecco di seguito il decreto prefettizio del 1888 con cui il Prefetto Morelli decretò la cancellazione della proprietà privata della famiglia Young.

Nuovi fondamenti scientifici sulle “case baraccate”
Angelo Forgione – Le notizie sulla lungimiranza borbonica in tema di prevenzione antisismica continuano a diffondersi. Dopo il test di settembre del Cnr-Ivalsa di San Michele all’Adige (Trento) e Università della Calabria, altri approfondimenti arrivano dalle sezioni di Bologna e di Pisa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (leggi notizia Ansa).
La soddisfazione personale non è quella di essermene occupato prima, nel mio saggio Made in Naples (pubblicato a maggio scorso e scritto in precedenza), ma di aver dimostrato che chi studia e approfondisce oltre i luoghi comuni, sfidando la cultura storica tradizionale, in certi casi può arrivare da solo alla verità, senza supporti accademico-scientifici. Se oggi la voglia di scoprire genera una pubblicistica considerata “di improvvisazione” da qualcuno è perché gli storici cosiddetti “patentati” hanno evidentemente condotto la macchina verso una strada senza uscita. La saggistica seria può anticipare la scienza e riequilibrare l’ottica storica.

Erri De Luca: «Napoli ancora capitale alla sua maniera»
In occasione del ciclo di conferenze “Ciutat Oberta” al CCCB di Barcellona, Erri De Luca ha raccontato l’importanza della città di Napoli nella sua vita e nella storia del Mediterraneo. «Napoli appartiene al Mediterraneo più che all’Italia. L’accordo tra Napoli e Italia – ha detto ancora una volta lo scrittore – non è stato un contratto alla pari tra Nord e Sud ma tra conquistati e conquistatori». Il riassunto della conferenza “Mediterraneo, mare di popoli” è intervallato da un’intervista di Marco Rossano.
La Voce del Sangue
Presentato in anteprima il 21 novembre, al rinato cinema Astra di via Mezzocannone a Napoli, il cortometraggio La voce del sangue firmato dal regista porticese Francesco Afro de Falco è ora disponibile online sul canale youtube di Federico Salvatore. Ambientato nel 1753, il lavoro racconta la vicenda di Giuseppe Sanmartino, scultore del Cristo Velato, la famosa opera custodita nella Cappella Sansevero. Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, gli commissiona il compimento della scultura a causa della prematura morte del veneto Antonio Corradini, che ha fatto in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo (oggi conservato al Museo di San Martino). Sanmartino, che fino a quel momento si è distinto per la creazione di bellissimi pastori da presepe, si scontra con la paura di un fallimento e viene colto da una improvvisa paralisi emotiva, ma poi, avvalendosi di un corpo femminile (nella realtà era la giovane e bella Iris, berbera tunisina al servizio a casa Sansevero dal 1747), affronta a modo suo la sfida di realizzare l’opera secondo l’indicazione dell’esigentissimo committente: deve superare in bellezza e perfezione la Pietà di Michelangelo.
Il “corto” è un concentrato di suggestioni, simboli e riferimenti esoterici, alla base della creazione dello storyboard, e trasferisce allo spettatore notevoli spunti a livello vibrazionale, riprendendo i fili con la Città illuminista abitutata a pensare e far pensare e con un discorso tutto napoletano abbandonato forzatamente e sommerso dalla prostituzione intellettuale del filone “liberale”, che ha condotto alla schiavitù del grande Pensiero napoletano e alla sepoltura della sua produzione intellettuale.
La riproduzione a grandezza naturale del Cristo velato realizzata dall’artista Luca Nocerino e Federico Salvatore nei panni del Principe rendono l’opera molto accattivante. Un Giuseppe Sanmartino più anziano della realtà (quando scolpì il Cristo velato aveva 33 anni) è interpretato da Lello Serao, anche produttore. Il cast è completato da Lucia Rocco.
Il meridiano di Napoli
Castel Sant’Elmo, punto “Greenwich” per la cartografia moderna
L’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, il primo istituto in Italia per la misurazione del tempo esatto, la rilevazione meteorologica e le diverse scienze, fu pensato nel 1791, quando Ferdinando IV di Borbone avviò dei lavori per adibire una sezione del Museo Archeologico con quegli scopi. Lavori poi sospesi perché la zona infossata non si prestava agli obiettivi. Il primissimo osservatorio operante fu allora ospitato nel 1807 nel monastero di San Gaudioso, poi soppresso, che rimase attivo fino all’inaugurazione dell’edificio di Capodimonte, avviato a costruzione nel 1812 da Gioacchino Murat, progettato in perfetto stile neoclassico dai fratelli Gasse e inaugurato nel 1819 dallo stesso Ferdinando IV, diventato I di Borbone dopo il secondo ritorno sul trono.
Pur in mancanza di un osservatorio astronomico in città, il Sovrano volle degli esperti per “correggere” la carta topografica del regno e così Ferdinando Galiani, Segretario dell’Ambasciata del Regno di Napoli a Parigi, individuò il talento del grande cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni (Padova, 1736 – Napoli, 1814) che soggiornava in Francia e lo segnalò allo Stato Maggiore dell’Esercito del Regno di Napoli, interessato a disporre di carte geografiche precise e a grande scala.
Rizzi-Zannoni operò a Napoli per circa un trentennio, producendo 32 fogli dell”Atlante Geografico del Regno di Napoli di grande pregio tecnico e scientifico, dando luogo alla nascita, nel Mezzogiorno d’Italia, della moderna Cartografia geodetica, basata sulla conoscenza esatta della posizione di alcuni punti. Sul terrazzo di Castel Sant’Elmo, scelto per la vastità dell’orizzonte visibile, il cartografo effettuò il 24 gennaio 1782 una serie di osservazioni astronomiche per calcolare il corretto posizionamento degli elementi da cartografare. Le coordinate di Castel Sant’Elmo ebbero per Rizzi-Zannoni lo stesso ruolo delle coordinate dell’Osservatorio di Greenwich nel Regno Unito (poi designato nel 1884 come “meridiano zero” per la determinazione della longitudine della Terra dalla Conferenza Internazionale dei Meridiani, nda). Il meridiano di Napoli passava esattamente sul bastione nord della fortezza, incrociando anche il litorale dell’attuale Villa comunale.
Recentemente, in occasione del bicentenario della morte Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, proprio sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo è stata apposta una targa in ricordo dell’opera napoletana del grande cartografo. Da lì, fino alla soglia del 1960, veniva sparato un suggestivo e fragoroso colpo di cannone a mezzogiorno in punto, udibile in tutta la città. Chi non aveva l’orologio al polso veniva avvisato dell’ora di metà giornata e chi ce l’aveva lo controllava per regolarlo. Quel colpo era preciso, affidabile e di riferimento per tutti perché collegato alla misurazione del tempo con lo Strumento dei passaggi di Bamberg, un macchinario della seconda metà dell’Ottocento che rilevava l’istante di passaggio di una stella sul meridiano del luogo di osservazione, registrandone la posizione esatta. Era il congegno con cui si misurava l’ora precisa all’epoca, brevettato da Carl Bamberg, imprenditore tedesco figlio di un orologiaio autodidatta. Il suo telescopio nacque da una particolare montatura di lente detta “a cannocchiale spezzato”, ideata dall’astronomo ungherese Franz Xaver von Zach, chiamato a Napoli da Gioacchino Murat nel 1815 per dirigere l’Osservatorio di Capodimonte. Istituto che oggi mostra lo strumento nel padiglione Bamberg del suo museo.
Attacco al caffè napoletano
Un esperto triestino prova a demolire la “tazzulella”. Cosa c’è dietro?
Angelo Forgione – Andrej Godina è un triestino che vive a Firenze, dottore di ricerca in Scienza, Tecnologia ed Economia dell’Industria del caffè, e dall’alto di questa qualifica sta provando a sfatare il mito del caffè napoletano. Quando un triestino si occupa di caffè per professione è facile che sulla sua strada incroci uno studioso di cultura napoletana che ha scritto nel suo ultimo libro un intero capitolo dedicato alla storia del caffè napoletano. Perché si sa, Napoli e Trieste rappresentano due scuole e due filosofie in tema, capitali italiane della bevanda nera, legate a doppio filo dal retaggio viennese di Maria Teresa d’Austria, il cui impero aveva in Trieste un importante porto e la cui figlia Maria Carolina portò a Napoli il costume asburgico. Il gusto dei triestini predilige un infuso delicato, fruttato, acido e dolce nel retrogusto. I napoletani preferiscono invece un caffè corposo, intenso, forte, deciso nel retrogusto dal tono amaro e non acido, e lo ottengono con una tostatura controllata e una piccola aggiunta di robusta di buona qualità alla pregiata arabica.
Andrej Godina ha fatto di recente una puntatina a Napoli per verificare la qualità del caffè partenopeo e ne ha scritto un articolo distruttivo (clicca qui per leggere), poco credibile, che è stato pubblicato su un manciata di portali tematici. Il suo viaggio alla volta del caffè di Napoli, a quanto si apprende dall’incipit dello scritto, è stato il primo della sua vita, dettato da quell’opinione diffusa sulla superiorità partenopea rispetto a tutte le scuole italiane, compreso la triestina, ascoltata dai tempi dell’università. Il racconto personale degli assaggi di Godina e del suo accompagnatore Andrea Matarangolo, trainer barista romano, nel titolo, apostrofa come “presunto” il mito del caffè di Napoli, e in effetti lo demolisce senza appello. L’esperto, secondo la sua cronaca, parte da Firenze con il sapore in bocca di un buon caffè Illy 100% Arabica preparato con perizia ineccepibile. Lo raggiunge sul treno il barista Andrea, salito a Roma Tiburtina dopo aver anch’egli bevuto un 100% Arabica preparato secondo una propria ricetta. Giungono a Napoli e subito la loro bocca si guasta con un caffè di un bar della stazione. Ma c’è il tempo di passare alla Feltrinelli e acquistare il mio Made in Naples per la lettura del capitolo dedicato al caffè, che dev’essere stata veramente spasmodica, al punto da “minuscolizzare” Naples, pluralizzare il mio cognome e sbagliare anche il nome dell’editore. E così parte il tour “ricco di buone speranze e di voglia di degustare il famoso caffè napoletano”. Tre sono le tappe in piazza Garibaldi e tre sono i fiaschi. Il voto medio assegnato ai caffè assaggiati nella piazza della stazione è quattro (4).
Godina cita il paragrafo in cui descrivo il vero segreto del caffè napoletano, che non è la leggendaria acqua ma la tostatura della miscela “cotta al punto giusto”, ma lui e Andrea preferiscono non commentarlo, e lo scrivono. Perché lo ritengono tutt’altro che un segreto? O perché lo ritengono il segreto del cattivo gusto dell’infuso partenopeo? Mistero.
I primi quattro assaggi dei due esperti risultano disgustosi a tal punto da sconsigliare di proseguire verso piazza del Plebiscito. Ma loro insistono e sfidano le ulteriori tre tazze ingerite al corso Umberto. Altro disgusto, e anche sporcizia in un bar. Il voto qui è ancor più basso: tre (3).
Eccoli nel salotto della città, dove c’è Gambrinus, uno dei locali storici d’Italia, quello della Belle Époque di Napoli. Ma che delusione! Voto quattro (4) alla tazzina del più famoso bar di Napoli, che riesce solo a incuriosire per la complessa ritualità.
Prova d’appello a Santa Lucia, in un piccolo e moderno locale dove il barista si intrattiene a discutere amabilmente dell’arte della preparazione. Ma niente da fare, nonostante la mancata attribuzione del voto (basso) e qualche aggettivo negativo in meno rispetto alle degustazioni precedenti, anche questo test è insoddisfacente.
Le conclusioni sono senza attenuanti: “Piazza Garibaldi, corso Umberto I, via San Carlo, piazza del Plebiscito, via Santa Lucia. Per gli appassionati del buon caffè, un percorso da non farsi se lo scopo è quello di degustare un caffè espresso di qualità”. La loro consolazione è la sfogliatella con la meravigliosa vista del Vesuvio dal Plebiscito. Come dire che il caffè non è arte napoletana.
C’è spazio anche per definire vetuste e desuete le abitudini che ruotano attorno al caffè partenopeo descritte in Made in Naples. È vero, il caffè sospeso non è più un rito diffuso come lo era una volta, ma non è completamente estinto; e in tutto il mondo si parla ultimamente di questo atto di solidarietà tutto napoletano che prende piede un po’ ad ogni latitidine e in tutti i Continenti. Chi parla di storia e cultura racconta anche di una Napoli che nei periodi più poveri ha profuso la sua generosità, magari sotto le bombe degli Alleati che oggi non cadono più. E non vuole essere Cassazione scientifica ma fornire una visione istruttiva, possibilmente approfondita, sulle specifiche tematiche trattate.
Diciamolo subito che il caffè a Napoli non è ottimo dappertutto, perché qualche azienda minore inquina il mercato. Semmai è di qualità soddisfacente nella media, con punte di eccellenza. Non tutti i bar offrono una tazzina di qualità superiore ma nessuna è addirittura imbevibile come capita in altre città. Napoli è molto orgogliosa delle sue eccellenze, ma sa anche ammettere che altre sono di pari livello, se non superiore, quando il mondo lo confermi. I napoletani, selettivi nella scelta dei bar come delle pizzerie, sanno bene che il caffè Illy è buono, così come i triestini sanno bene che il Passalacqua, il Kimbo, il Kenon e tante altre miscele napoletane sono altrettanto buone. Del resto, alcuni bar napoletani preparano caffè con miscela triestina, senza farne mistero, e la stessa Illy scrive sul suo sito che “è Napoli a creare gran parte del carattere del caffè“. Nessuna rivalità, dunque, ma rispetto che non può essere rotto da un attacco così diretto e tranchant alle tazzine che si bevono a Napoli, descritte come ciofeche degne dei peggiori bar di Caracas. Forse saranno stati i nove caffè bevuti in una mattinata ad agitare Godina (che nemmeno alla scrivania è riuscito a scrivere correttamente l’autore e l’editore del libro sfogliato), ma mai nulla di simile si era letto sul caffè napoletano.
Non sono un tecnico e non ho la competenza e la preparazione indiscutibile di Godina, che per studi è definibile uno scienziato del caffè, ma dico che con la scienza dei degustatori è stata imposta dal marketing una cultura sbagliata. Ogni prodotto, compreso il caffè, bisogna saperlo prima di tutto preparare e la corretta degustazione deve essere solo una maniera per apprezzarlo meglio. Ogni arte è riconosciuta tale se arriva alla massa con apprezzamento, e un singolo esperto che la giudica negativa non può fare sentenza. Ho imparato a conoscere il mondo del caffè da studioso autodidatta e ho l’onesta di riconoscere e rispettare il grande valore delle due più importanti scuole in Italia. La provenienza di Godina appartiene al fronte del caffè più dolciastro e comunque di diversa tostatura, e qualche dubbio sull’onestà della sua operazione mi è sorta dopo aver visitato il suo profilo facebook, dal quale si evince che nel suo “espresso coffee tour in Naples” ha incontrato – e non credo per caso – Bernardo Iovene di Report, lo stesso inviato che mi ha intervistato a Dicembre per un approfondimento sulla filiera del caffè, tra Napoli e Trieste, in onda prossimamente. Il commento alle foto (in cui si vede Andrea Matarangolo intervistato) è una sentenza da Cassazione che suona come un campanello d’allarme: “in questa passeggiata partenopea ho definitivamente sfatato il mito del buon caffè a Napoli!”. Un po’ azzardato l’uso dell’avverbio che mi ha fatto pensare a Schwarzenegger nella locandina di Terminator. E allora ho appreso che Godina ha anche storto il naso per l’accordo commerciale Illy-Kimbo sulla commercializzazione delle capsule per contrastare la leadership di Nespresso, definendo l’azienda napoletana “una concorrente che offre al mercato caffè difettati“. E ho appreso anche che il suo articolo ha colpito per i toni usati pure oltreoceano, dove il blog “Espresso News and Reviews” di San Francisco ha commentato con perplessità e chiuso l’analisi scrivendo: “Difendiamo la nostra valutazione che lo standard dell’Espresso a Napoli batte quelli di qualsiasi altra città del mondo in cui siamo stati (e sono tantissime). Ma, come l’articolo di Mr. Godina dimostra, le opinioni variano“.
Il dubbio è che Godina non sia andato a Napoli per iniziativa personale e a risolvere un proprio interrogativo, ma sia stato convocato. Lui che ha dichiarato di aver bevuto il miglior caffè della sua vita in piazza San Marco a Venezia (pagato 15 euro), ha testato dei bar a caso nel percorso che l’ha forse condotto a un appuntamento? La domanda, dunque, sorge spontanea: se due più due fa sempre quattro, cosa ne verrà fuori prossimamente, magari in tivù? Il timore è che sia partita un’offensiva al caffè napoletano. I baristi di Napoli stiano in campana: qualche punto debole c’è ed è bene che lo standard della “tazzulella” resti alto, tra miscela e preparazione, e che nasca una vera associazione di categoria che pensi magari ad un disciplinare di preparazione, così come fatto per la pizza napoletana, salvata dallo scippo che negli anni Ottanta qualcuno pensò di fare a Napoli.
Benitez: «napoletani e italiani devono valorizzare Napoli»
Rafa Benitez, nel corso di un incontro alla redazione del Corriere del Mezzogiorno, ha lanciato ancora un messaggio di ammirazione per la città. Lui, che è un giramondo, ha capito che le antichità della città non hanno rivali al mondo, e che c’è assoluto bisogno bisogno di valorizzarle.
«La grande bellezza è qua, è Napoli, e si deve sfruttare. Tutti devono capire che qui si deve venire. Una settimana non basta per vedere tutte le bellezze che ci sono in questa cittá, i napoletani e gli italiani devono capirlo e farla vedere a tutti. La città è bellissima! Gli americani fanno marketing e si esaltano per costruzioni di duecento anni. E qui, altro che duecento anni! Avete tutto, ma i napoletani devono essere orgogliosi e devono difendere questo patrimonio con correttezza, rispetto ed educazione. È una bellezza che può attrarre molta più gente di quanto già non faccia. Quando sono arrivato, ho chiesto a ogni giocatore cosa gli piacesse e cosa no della città. Nessuno mi parlasse male di Napoli, perché la città piace a tutti. Ieri, ad esempio, ci siamo allenati col sole, poi ho fatto una passeggiata e ho goduto tantissimo. Qui c’è il potenziale e adesso bisogna migliorare. Napoli può insegnare tanto. Devo dire che mia moglie è una guida fondamentale e mi indica tutto quello che hanno fatto i Borbone mentre io penso alla formazione da mandare in campo.»
In arrivo 135 milioni per alcuni monumenti del Sud
Il MiBACT ha firmato il decreto che autorizza 46 nuovi interventi di restauro nelle regioni dell’Obiettivo convergenza: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Il valore complessivo degli interventi, tutti immediatamente cantierabili, è di oltre 135 milioni di euro, aggiungendosi agli 87 interventi già finanziati a settembre 2013 per 222 milioni di euro, con procedure in corso di attuazione.
“Si tratta della più importante azione realizzata negli ultimi anni sul patrimonio culturale del Mezzogiorno d’Italia” dichiara il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, che sottolinea come: “questa operazione si inserisce nell’ambito del programma comunitario ‘Grandi attrattori culturali’ coordinato dal MiBACT in stretta collaborazione con la Presidenza del Consiglio – Uffici per la coesione territoriale – ed è il frutto di un’intensa azione congiunta e condivisa con le Regioni.”
5 gli interventi in Campania, per un totale di 43 milioni (di cui 11 destinati al ripristino delle facciate della Reggia di Caserta, 3 a lavori sulla Reggia di Carditello e il resto per Villa Campolieto, l’abbazia di Montevergine e il castello di Francolise);
15 gli interventi in Puglia, per un totale di 31, 8 milioni (5,2 milioni per le mura urbiche, 2,5 milioni per il teatro Apollo e 5 milioni per il complesso dello Spirito Santo a Lecce; 8,8 milioni per le aree archeologiche di Taranto e Manduria);
14 gli interventi in Calabria, per complessivi 26,8 milioni (tra gli altri, 1,5 milioni riguardano il centro e i ponti storici di Cosenza e, sempre nel capoluogo, 800mila euro per il recupero del complesso monumentale S. Agostino, 3 milioni alla valorizzazione del centro storico di Catanzaro);
3 gli interventi in Sicilia, per un totale di 33,7 milioni (polo museale di Siracusa e Ragusa, quello di Trapani e l’area arechologica del Bosco Littorio di Gela).