Demarco e la stantia denigrazione borbonica!

Demarco e la stantia denigrazione borbonica!
attacco a De Magistris sul Corriere del Mezzogiorno

Angelo Forgione – Qualche giorno fa, il direttore del Corriere del Mezzogiorno Marco Demarco ha scritto un editoriale con il quale ha analizzato la posizione ambigua del sindaco De Magistris a metà tra sostegno giocobino e borbonico (leggi l’editoriale), a proposito della bizzarra “scoperta” del fantasma al Museo Archeologico da parte dell’architetto Oreste Albarano che già si era segnalato nei mesi scorsi per non aver realizzato il proposito di ripulire il foro Carolino di Piazza Dante dalla scritta viva il brigantaggio“. Senza voler analizzare più di tanto la terminologia utilizzata e gli attacchi al sindaco, all’assessore Lucarelli, all’Assessore Esposito e a chi pensa, diversamente da lui, che il Risorgimento fu un atto di vera e propria pirateria internazionale, nello scritto vengono fuori i soliti luoghi comuni sulla dinastia borbonica chiamando in causa Ferdinando II, detto “Re Bomba” per via della repressione della rivolta di Messina del 5 Settembre 1848. È allora forse il caso di ricordare che fu quello certamente un brutto momento che nessuno dimentica, ma doveroso per mantenere il legittimo ordine costituito nei propri territori. La Sicilia, infatti, era insorta fomentata da Francia e Inghilterra che fingevano di condividere le rivendicazioni autonomistiche dei siciliani per trarne vantaggi economici e commerciali ma che erano stranamente sorde a quelle dei lombardi e degli irlandesi.
Dopo il rabbioso bombardamento che provocò centinaia di morti, Ferdinando II non se la sentì di continuare la riconquista dell’isola per non macchiarsi di efferata crudeltà ma ormai la propaganda antiborbonica l’aveva già ingiustamente etichettato per l’eternità. La riconquista avvenne solo l’anno seguente, e furono così ristabiliti a caro prezzo ordine e pace nei confini delle Due Sicilie senza che nessuno venisse condannato a morte per le sommosse provocate.
Clemenza e assenza di condanne anche nelle vicende delle barricate di Napoli del 15 Maggio 1848 erette dai liberali in Via Toledo che già avevano avuto dal re la costituzione richiesta. L’ordine fu quello di smantellarle usando la forza solo in casi estremi. E il caso estremo si verificò con uno sparo contro le truppe che partì dalle barricate e uccise un soldato. Alla fine furono 272 le vittime tra militari e civili. Ferdinando II, che amava tanto il suo popolo, rimase turbato sia dai fatti napoletani che da quelli siciliani e si sentì tradito ma non fece mancare la sua presenza negli ospedali per visitare i ricoverati.
Vittorio Imbriani commentò così: “Non chiamo rei coloro che materialmente uccidono ma quelli che hanno reso inevitabile il conflitto. I veri colpevoli dei guai di Napoli furono gli sciagurati o gli sciocchi che eressero le barricate. Siamo giusti: nessun governo costituito può tollerare insurrezioni armate, anzi ha il dovere di reprimerle. Dell’eccesso nella repressione immediata la gran parte della responsabilità morale ricade sugli insorti. Non è da condannare Ferdinando II per il 15 Maggio”.
Anche Luigi Settembrini, agli studenti universitari che dopo l’unità d’Italia si lamentarono delle condizioni dell’ateneo, rispose che “esse erano il frutto della colpa di Ferdinando II che non aveva impiccato tutti i pazzi e gli esaltati del ’48”.
Dopo i fatti del 1848 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle Due Sicilie se si eccettua quella del regicida Agesilao Milano. Ferdinando II commutò 42 sentenze in 19 ergastoli, 11 in 30 anni, 12 in pene minori. E graziò 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. Nel Regno di Sardegna, solo dal 1851 al 1855, le condanne con esecuzione furono 113.
Questo era il “Re Bomba”, denigrato ingiustamente mentre ai veri carnefici venivano affibbiati soprannomi lusinghieri. Vittorio Emanuele II è il “Re galuantuomo” solo perchè mantenne in vigore lo Statuto Albertino, e poco importa agli antiborbonici di ieri e di oggi che fece bombardare ferocemente Genova, Gaeta, Capua, Ancona e Palermo, radendole letteralmente al suolo, saccheggiandole e lasciando una scia di sangue dietro di se. Senza contare poi i lager di prigionia e la repressione del brigantaggio che in 10 anni causò circa 800mila morti al sud.
La differenza tra le “repressioni” di Ferdinando II e le stragi di Vittorio Emanuele II sta nella legittimità degli interventi, doveroso nel caso del Borbone che cercò di garantirsi l’ordine nei propri confini e delittuoso nel caso del Savoia che si impossessò di territori non propri senza dichiarazione di guerra.
E cosa dire allora del discendente Umberto I di Savoia, detto “Re Buono” per aver fronteggiato il colera a Napoli nel 1884? Un’appellativo così tenero per un sovrano che fece usare i cannoni a Milano, e fu strage, per disperdere gli affamati partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare, la cosiddetta “protesta dello stomaco”, causata dal forte aumento del costo del grano in seguito all’ormai abolita tassa sul macinato (1868-1884).
Tirando le somme, per amor di verità, l’editoriale di Marco Demarco ripercorre ancora lo stile delle menzogne di Gladstone sul governo di Napoli come “negazione di Dio” ampiamente sbugiardate dallo stesso autore al tempo in cui la sua Inghilterra si distingueva per i massacri di irlandesi e indiani. Nessuno crede più a quella propaganda e trincerarsi ancora dietro certi soprannomi denigratori è esercizio che non piace ai lettori, sempre più informati di quelle vicende.
Il “terronismo” sembra ormai diventato un’ossessione per il direttore del Corriere del Mezzogiorno che, come da lui stesso scritto, non vuole rimanere vittima dell’esser nato nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Curiosamente, la voce di popolo è stata amplificata proprio dal suo stesso quotidiano che nell’autunno del 2009 ha organizzato un articolato sondaggio per designare il personaggio storico preferito dai Napoletani, supporto da Confindustria Campania e curato da Giuseppe Galasso. Risultato: Ferdinando II vincitore a mani basse!
Infine, un commento del tutto personale: De Magistris si circondi di chi ritiene più opportuno, basta che sia per il bene di Napoli. Le discussioni storiche servono solo a ripristinare la verità e, semmai, a ridestare orgoglio. Che magari è fondamentale per risolvere i problemi della città.

De Laurentiis chiude ai Napoletani? Tutt’altro, ne stimola l’orgoglio.

De Laurentiis chiude ai Napoletani?
Tutt’altro, ne stimola l’orgoglio.

«I Napoletani al Napoli non li voglio!»

Angelo Forgione – «I Napoletani al Napoli non li voglio perché non inclini a venirci». La frase dell’istrionico De Laurentiis in merito alle voci sull’interessamento al calciatore napoletano Bocchetti sembra un’accusa alla gente di Napoli in generale e in buona sostanza è così, ma la dichiarazione conserva un’accezione positiva rispetto al concetto di Napoletanità. Il presidente ha modi di pensiero e parola tutti suoi e si esprime per iperboli e ossimori che spesso irritano. È chiaro che la pietra dello scandalo sia Criscito che non ha accettato minor retribuzione in cambio della maglia della sua città, dichiarando di andare a San Pietroburgo in una grande squadra e in una bellissima città. Scelta insindacabile, ma indigesta per un presidente che fa della Napoletanità un “plus” su cui costruire un rinnovato orgoglio e prestigio attrattivo. E infatti De Laurentiis rispose piccato dicendo che la città russa é brutta (e non ci vivrebbe nemmeno neanche per tutto l’oro del mondo), esagerando sapendo di esagerare perché non lo é affatto. Il concetto può essere discutibile sotto il profilo professionale e imprenditoriale, ma è apprezzabile dal punto di vista di un romantico attaccamento alla città che ogni Napoletano dovrebbe nutrire e che io stesso cerco di accrescere passando per la nostra storia e cultura oltre che per lo sport. Certamente il patron va in conflitto con la sua stessa gestione degli affari, peraltro ineccepibile, e tira acqua al suo mulino. E neanche può negare che Cannavaro sia Napoletano. Concetti raramente applicabili al business calcio, ma nessuno si consenta di strumentalizzare la dichiarazione che deve essere spunto per una profonda riflessione sulle potenzialità di Napoli che potrebbe primeggiare col giusto atteggiamento della sua gente. Del resto, alzi la mano chi se la sente di dire che i Napoletani, nel complesso, amano in concreto la loro bellissima città con i propri comportamenti quotidiani. La concordia tra De Laurentiis e De Magistris, con la “benedizione” del Cardinale Sepe, dimostra l’opportunità di veicolare messaggi di riscatto anche attraverso il calcio, e ciascuno di noi intenda se sia populismo o qualcosina di più.

L’appunto a De Laurentiis è quello di spiegare simili affermazioni e non lasciare adito a interpretazioni tendenziose di chi non attende altro che puntare il dito sui Napoletani.

De Laurentiis “bacchetta” i calciatori Napoletani durante la telenovela Criscito

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De Laurentiis anti-San Pietroburgo e pro-Napoli

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Criscito si difende dalle accuse di De Laurentiis

Pontelandolfo, 14 Agosto 1861: per non dimenticare!

Pontelandolfo, 14 Agosto 1861: per non dimenticare!
a 150 anni dall’eccidio simbolo della conquista del Sud

“Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti. Quale desolazione… non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava”.

CARLO MARGOLFO, bersagliere entrato a Pontelandolfo, 1861

ESTADIO DEPORTIVO e il doppio senso su Napoli

ESTADIO DEPORTIVO e il doppio senso su Napoli
il direttore, contattato da RadioMarte, censura il titolo

Il Siviglia vince anche a Napoli dopo la valanga di goal alle squadre precedentemente incontrate in precampionato e il quotidiano sportivo “Estadio Deportivo” titola così: “Possono con tutti (anche con la camorra)”. Gioco di parole visto che camorra in spagnolo significa anche lite. Peccato però che anche la telecronaca spagnola per la tv tematica del Siviglia aveva più volte tirato in ballo la “camorra Napolitana”.
Gianni Simioli per Radio Marte predispone un contatto telefonico con il direttore del quotidiano che si scusa per aver esagerato e giocato sul doppio senso della parola.
D’accordo con Gianni Simioli, riprendiamo l’audio dell’intervento in sintonia con la filosofia di V.A.N.T.O. che fa della richiesta di scuse il miglior deterrente per chi si macchia di simili attacchi ai Napoletani, affinché non ci ricaschino. E infatti, dopo le scuse, sul sito di “Estadio Deportivo” viene modificata la prima pagina dell’8 Agosto dalla quale viene fatta rimuovere la frase ambigua.

La traccia audio è gentilmente concessa da Radio Marte per fattiva collaborazione dell’amico Gianni Simioli.

Fenestrelle da prigione-lager a luna park

Angelo Forgione – Proprio ora che si sta diffondendo la conoscenza dell’aiuto fondamentale che Garibaldi chiese ai malavitosi meridionali nella sua scalata al meridione, e a conoscere i misfatti di Fenestrelle, il forte piemontese in cui furono reclusi i soldati delle Due Sicilie che non vollero giurare per un re diverso dal proprio, anche la televisione nazionale torna utile a fronteggiare l’assalto delle verità che vengono dal passato. Funge allo scopo Piero Angela col suo “SuperQuark“, che ha come collaboratore fisso il piemontese professore Alessandro Barbero, il quale, nella puntata dell’11 Agosto, con abile maestria da demolitore, ha proposto alla platea estiva due storielle sulla Napoli vicereale e risorgimentale condite da quello sprezzante anti-meridionalismo figlio della più stantia cultura lombrosiana.

La prima carica di tritolo è esplosa (si fa per dire) a Piazza Mercato, scenario storico di Masaniello, e Barbero qui si è mostrato revisionista a suo modo, tirando fuori imprecisati «documenti recenti e rapporti di polizia» non mostrati e non decumentati che dimostrerebbero che il famoso capopopolo del ‘600 sarebbe stato un camorrista che non avrebbe difeso il popolo ma «gli interessi di chi prelevava il pizzo che si ritrovava meno in tasca a causa delle tasse diventate più pesanti». È netta la sensazione che il professore volesse convincere sulla sussistenza di un “ambiente malavitoso” non già nella Napoli vicereale ma addirittura nel Medioevo, interpretando gli scritti di Boccaccio che descrivono uomini dei quartieri bassi col coltello in mano e pronti a sfruttare la prostituzione. Quanto accadeva in ogni grande città d’Europa, Londra in primis, i cui sobborghi erano ben peggiori di quelli di Napoli. La verità è che Boccaccio amò profondamente Napoli, città di corte reale (angioina) dove poté crescere culturalmente, già ben più colta della Firenze provinciale nella quale, quando fu costretto dal padre a rientrare, sperò di ritornare nell’amata “Gerusalemme terrena perduta e sempre desiderata”, cioè Napoli. In quanto a prostituzione, antica come il mondo, vorremmo domandare al professore se i lupanari dell’antica Roma possano costituire prova che gli antesignani dei camorristi fossero magari parenti di Giulio Cesare. Suvvia!
E quando la bomba è già esplosa, Barbero così afferma: «a Napoli, da secoli, si vede bene più che altrove questo mondo della malavita».
Detto questo, il professore accende la seconda miccia tra le Alpi Cozie tirando fuori «un altro documento venuto fuori di recente che riguarda il nostro Risorgimento». E questa bomba, ancora più potente, fa capire dove il Nostro vuole arrivare, incurante della memoria di chi a Fenestrelle perse la vita per amore della propria patria e per fedeltà al proprio Re sconfitto. Barbero sostiene che a guardia del forte-lager, dove le condizioni di prigionia erano inumane, ci fossero anche alcuni napoletani che avevano invece accettato l’illegittimo regno d’Italia di Vittorio Emanuele II entrando nel regio esercito nazionale. Dunque, questi napoletani spergiuri, secondo la magistratura piemontese dell’epoca, avrebbero consentito a quelli d’onore e incatenati di dedicarsi al gioco d’azzardo in cambio di una percentuale sulle vincite… “per diritto di camorra”.
Chi conosce la storia di Fenestrelle, fortunatamente documentata anche da RAI 150, sa benissimo in che condizioni si svolgeva la vita nel forte, non a caso definito “lager dei Savoia”. Nell’alta Val Chisone, il freddo era insopportabile per gente abituata al clima mite del meridione e le guardie dell’esercito piemontese sradicarono persino gli infissi per torturare i Napoletani col “salutare” freddo alpino. Il professore Barbero dovrebbe spiegarci come facessero dei veri e propri seviziati a dedicarsi ad attività ludiche e a farlo persino a carattere d’azzardo, e con quali soldi.
Nel documentario di RAI 150, questo si ricco di documenti d’archivio in visione, il ricercatore piemontese e guida di Fenestrelle Luca Costanzo afferma che «ciò che è sicuro è il patimento del freddo da parte dei prigionieri, ed è pacifico che soldati che provenivano da località del sud, equipaggiati per quelle località, trovandosi in certe condizioni non… (sopravvivevano)».
I sorrisi e i modi di Barbero francamente disgustano e stridono con l’amarezza che accompagna il ricordo di quegli avvenimenti da parte di chi sa. La sortita a “SuperQuark“, non casuale nei tempi e, come descritto, anche nei modi, cela un duplice obiettivo antirevisionista: quello di nascondere sotto il tappeto le vergogne del risorgimento facendo passare un lager per una sala giochi, una bisca clandestina, una succursale del malaffare napoletano dislocata tra le alpi, ma anche quello di mistificare l’origine del fenomeno camorristico in quanto sistema ramificato che nasce con l’attribuzione ai camorristi dell’epoca, dediti alla riscossione del pizzo dalle bische di quartiere, del compito di assicurare la sicurezza cittadina nella tumultuosa Napoli spaccata tra borbonici e liberali; un patto stretto da Garibaldi tramite il ministro di Polizia Liborio Romano in cambio del controllo di Napoli da parte dei camorristi durante la fase di transizione del regno. Un vero e proprio salto di qualità che fu l’origine del fenomeno come lo conosciamo oggi.
Alessandro Barbero, lo si intuisce dall’accento, è un piemontese purosangue la cui saggistica è ricca di Piemonte e Savoia, membro del comitato di redazione di Storica, e fa quindi il gioco dell’informazione di sistema. In TV hanno accesso quelli che raccontano la storia dei vincitori, e ora gli tocca anche aggiungere illazioni su bugie per smontare il duro lavoro di chi racconta la verità che, ora è chiaro, temono fortemente. Ma se la strategia è quella di trasformare un lager in un luna-park sappiano che non sono credibili, oltre ad essere disgustosi oltremisura.

Per vedere la rubrica del prof. Barbero, cliccare qui (da 1:07.34)

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato

Busto di Totò sfrattato dal leghista mascherato
e intanto Napoli dimentica i suoi grandi figli

Angelo Forgione – Quanta pubblicità si è fatta il sindaco di Alassio (Savona), l’albergatore Roberto Avogadro, cacciando dai giardini comunali la statua del “principe della risata” Totò, artista nazionale che ha unito nella risata l’Italia come non ha invece fatto la politica. Contattato da Gianni Simioli su Radio Marte, Avogadro ha dichiarato che la statua non ha legami col territorio e di non essere lui un leghista, ma la verità è che non ha la tessera della Lega Nord ma leghista lo è dentro perchè lo dicono il suo passato, le sue dichiarazioni recenti e le sue azioni del presente.
Il sindaco alassino è stato eletto con la sua lista civica “A come Alassio” perchè in contrasto con alcuni suoi colleghi leghisti. Scaviamo nella recente storia di Alassio e scopriamo che Avogadro era già stato sindaco negli anni ’90, quella volta da laghista, ed è lui stesso a farci capire la sua intimità politica in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche mese fa in piena campagna elettorale: «Non me ne sono andato dalla Lega – dice Avogadro – sono loro che mi hanno congelato la tessera quando ho detto che avrei fatto la lista civica. Ma assicuro che la mia sarà un’amministrazione leghista».
Dunque Totò saluta Alassio che fa una brutta figura anche con la figlia Liliana De Curtis, intervenuta all’inaugurazione del monumento voluto dalla precedente amministrazione comunale. La sua statua poteva essere spostata e non buttata in uno scantinato. Ancora una dimostrazione del degrado sociale di cui la Lega e le idee leghiste sono responsabili in un paese già eterogeneo dal punta di vista storico. Cancellato un grande Napoletano da una piazza del nord nella speranza vana di cancellarlo dalla cultura italiana.
Napoli invece, sempre povera di strade e monumenti intitolati ai propri figli, è florida di nomi che ricordano uomini del nord. Sarebbe troppo banale ora ricordare i cosiddetti “padri della patria” che già in tanti a Napoli hanno capito occupare abusivamente i nostri luoghi e la nostra storia. Quella battaglia è contro i mulini a vento, ma se pensiamo che a Napoli non esiste un monumento al grande Luigi Vanvitelli, nato a Napoli e morto a Caserta dopo aver inventato il neoclassicismo in architettura e averlo diffuso in tutta Europa, forse sarebbe il caso di riflettere; tempo fa proposi di mutuare quella di Onofrio Buccini a Caserta con un calco e metterla al posto della palma morta di Piazza Vanvitelli al Vomero, riattivando un filone culturale che Napoli ha da tempo abbandonato dimenticando se stessa e la sua grande storia, ma l’amministrazione Iervolino vi piantò un poco edificante alberello-bonsai.
A Napoli non va assolutamente seguito l’esempio leghista ma avere al contrario grande rispetto per la cultura. Cioè, non dovremmo cancellare i grandi, quantunque settentrionali, ma semmai ripristinare le gerarchie e relegare per esempio il grande Alessandro Manzoni altrove in città, e consegnare una strada panoramica e assolata di Napoli a qualche grande Napoletano della letteratura come ad esempio Giambattista Vico che, delittuosamente, non ha domicilio, così come artisti come lo stesso De Curtis la cui tomba è abbandonata o Renato Carosone se non vogliamo andare troppo indietro nella grande storia di Napoli.

“La Domenica Sportiva Estate” porge le scuse

“La Domenica Sportiva Estate” porge le scuse 
 ammissione di colpa dopo il “taglio” del Napoli

A seguito della cancellazione del Napoli dalla scaletta della puntata del 7 Agosto, giungono le scuse da parte di Paola Arcaro, curatrice dell’edizione estiva milanese de “La Domenica Sportiva”.

Paola Arcaro:
Lei ha ragione, avevamo in previsione di dare il risultato dell’amichevole della sera, i ritardi accumulati sui tempi della diretta ci hanno fatto correre troppo “dimenticando” la notizia. È stato comunque un errore. Spero possiate accettare le nostre scuse.

Angelo Forgione:
Le scuse, per situazioni così “lievi”, si accettano sempre. Purchè non si abbiano a ripetersi e si garantisca ai Napoletani lo stesso rispetto assicurato ad altri bacini d’utenza, che è invece mancato nell’occasione denunciata.
Saluti.

(video) Sentenza calcioscommesse: DONI E I BERGAMASCHI NON SONO NAPOLETANI

(video) Doni e i bergamaschi non sono Napoletani!
Bergamo nella vergogna, Napoli esempio di lealtà

«Noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria, non abbiamo i boss dietro la rete della porta noi»… quella frase pronunciata in diretta nazionale da un tifoso dell’Atalanta che non abbiamo dimenticato. Come avremmo potuto?
Amarezza a Bergamo per le sentenze di primo grado del processo sportivo ai protagonisti del calcio-scommesse. Da li si era levata la protesta in difesa del capitano Doni, con tanto di esponenti della Lega Nord ad alzare la voce e tifosi che davanti alle telecamere dichiaravano «noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria…». Frase sdoganata su tutto il territorio nazionale per la quale Gad Lerner dovette scusarsi due volte coi Napoletani, anzi tre Facebook compreso, dopo la denuncia vibrata di V.A.N.T.O.
Purtroppo, per i sostenitori atalantini, la giustizia sportiva non ha ravvisato irregolarità nella posizione del Napoli come fece in tempi non sospetti una certa stampa a cui non parve vero poter sbattere il solito mostro in prima pagina: il pregiudicato a bordo-campo e la storia della sua mancata esultanza al goal del Napoli, che invece ci fu eccome. Sembrano tempi lontani e invece è storia di soli due mesi fa.
Che i bergamaschi non siano Napoletani è legge di natura. Ma ora è chiarissimo che non lo siano i giocatori dell’Atalanta condannati in primo grado e lo stesso Signori che pure di Bergamo è. Se lo fossero, si sarebbero comportati come il napoletano Fabio Pisacane e ora non si starebbero nascondendo per la vergogna. Vero Giorgio Buffoni?

Giustizia sportiva è fatta, almeno per ora. Quella penale è altra cosa (e conosciamo l’infiltrazione delle mafie nel calcio), quella divina poi… è bello sapere che lassù qualcuno ci ama.

Quando i bergamaschi dicevano “non siamo napoletani”

Quando i bergamaschi dicevano “non siamo napoletani”
calcioscommesse: l’Atalanta e Doni rischiano grosso

Angelo Forgione – Processo Calcioscommesse in pieno svolgimento. Accuse e richieste di Stefano Palazzi, Procuratore Federale, separano quelli che rischiano grosso da quelli che possono tirare un sospiro di sollievo: in Serie A trema l’Atalanta, in attesa della sentenza di primo grado del processo sportivo prevista tra Lunedì sera e Martedì mattina.
La “Dea” dunque, in Serie A, è quella che rischia di più per responsabilità oggettiva. Nei guai il giocatore Thomas Manfredini e soprattuto Doni al quale viene contestata la violazione dell’articolo 7, quello che tratta l’illecito sportivo con l’aggravante dell’effettiva alterazione del risultato della gara.
«La Commissione Disciplinare, se riterrà provata la responsabilità, una volta quantificata la penalizzazione, la irrogherà nella stagione appena conclusa se avrà effetti concreti sulla classifica, altrimenti dovrà essere scontata nella stagione successiva», spiega l’avvocato Mattia Grassani, esperto di diritto sportivo.
Palazzi ha chiesto 7 punti di penalizzazione per l’Atalanta. 3 anni e mezzo di squalifica per Doni e 3 anni per Manfredini. Amarezza a Bergamo dove si trema per le sentenze di primo grado in arrivo, mentre la società orobica per ora non commenta.
Eppure li si era levata la protesta in difesa del capitano nerazzurro, con tanto di tifosi che davanti alle telecamere dichiaravano «noi non siamo napoletani, l’Atalanta è una società seria, non abbiamo i boss dietro la rete della porta noi».
Peccato per i sostenitori atalantini che la giustizia sportiva non abbia ravvisato irregolarità nella posizione del Napoli (ma su quali basi poi?) e questo è dato di fatto a prescindere dalle sentenze che verranno. Sembrano così lontani i tempi in cui la stampa aveva sbattuto il mostro in prima pagina: la storia del pregiudicato a bordo-campo e della sua mancata esultanza al goal della squadra di casa, che invece ci fu eccome (questione di scatti fotografici). Storia di soli due mesi fa quando Napoli sembrò l’epicentro del problema, e tutti a versare secchiate di fango sulla piazza partenopea: presidenti ad esaltare i boss dei prosciutti, quotidiani e siti del nord a prevedere la retrocessione del Napoli.
Che i bergamaschi non siano Napoletani è chiarissimo. Se lo fossero, oggi non starebbero rischiando la penalizzazione e il depauperamento del patrimonio tecnico della squadra del loro cuore.

 

“The Economist” descrive il fallimento dell’Italia unita

“a Napoli prima grande monarchia e poi cricca politica”

Angelo Forgione – L’importante testata londinese The Economist ha pubblicato recentemente, sia su carta che on-line, un reportage firmato da John Prideaux e titolato “Oh for a new Risorgimento”, sulla situazione politico-economica d’Italia, mettendo in evidenza molti problemi della società italiana nell’anno delle celebrazioni del 150° anniversario di unità e certificando dal punto di vista estero il fallimento della nostra Nazione. Si analizza l’anomalia di un Paese in cui il Primo Ministro governa in coalizione con i secessionisti della Lega Nord “che accusano Garibaldi di non aver unito l’Italia ma di aver diviso l’Africa”. Anche la celebrazione a Sud può apparire desolante perchè – si legge – “nel 18° secolo Napoli era la terza città più importante in Europa dopo Londra e Parigi. Prima di essere accorpata all’Italia unita, era la città Capitale di una grande monarchia (gli inglesi lo sanno meglio degli italiani, e del resto “The Economist” nasce nel 1843, in piena crescita delle Due Sicilie, ndr) mentre ora è governata da una cricca di politici inetti. In questi giorni la città è famosa per i suoi cumuli maleodoranti di rifiuti non raccolti, come allora lo era per la baia e il vulcano che prima e dopo meravigliarono Goethe e i visitatori del Grand Tour”. Si fa poi riferimento al fenomeno editoriale italiano, il bestseller Terroni di Pino Aprile che fa luce sulle ombre delle truppe del Nord che presumibilmente “liberarono dalla dittatura” il Sud nel 1860, dove per dittatura si intende la stessa monarchia definita “grande” in precedenza.
Il reportage sottolinea che, a differenza di altri paesi che rivedono la loro storia senza però mettere in discussione l’Unità, in Italia è diverso e si avverte che le regioni che compongono il paese sono troppo diverse per essere fuse in una singola nazione, e che, di conseguenza, l’Italia come Stato ha radici poco profonde. Secondo questa linea di pensiero, la mancanza del consenso al progetto nazionale avrebbe portato alla debolezza delle istituzioni e del governo.
L’analisi del divario Nord-Sud sfocia nella constatazione che il Meridione è di fatto la più grande e popolosa area sottosviluppata nella “Euro-zone”. Prideaux sottolinea che “il rapporto intende sostenere che le cause dell’attuale malessere dell’Italia e il divario Nord-Sud risalgono a un’epoca più recente e non a 150 anni fa”, così come del resto ampiamente evidenziato da recenti studi del CNR (Malanima e Daniele), della BANCA D’ITALIA (Fenoaltea e Ciccarelli), dallo SVIMEZ e dell’ISTAT, oltre che dal Financial Times ultimamente.
”Tra il 2000 e il 2010 la crescita media dell’Italia, misurata in pil a prezzi costanti è stata pari ad appena lo 0,25% su base annua. Di tutti i Paesi del mondo, solo Haiti e Zimbabwe hanno fatto peggio”.
La chiusura del dossier è una condanna: “L’Italia è diventata un luogo che è a disagio nel nuovo mondo, timoroso della globalizzazione e dell’immigrazione. Ha adottato una serie di politiche che discriminano fortemente i giovani a favore degli anziani. A tutto ciò si aggiunge un’avversione per la meritocrazia che ha finito col far emigrare un gran numero di giovani talenti italiani all’estero. Inoltre, l’Italia non è riuscita a rinnovare le sue istituzioni ed è per questo che soffre di continui conflitti di interesse debilitanti nella magistratura, la politica, i media e business. Questi sono problemi che riguardano la nazione nel suo complesso, non una provincia o l’altra. A tutto ciò non ha giovato l’irrompere di Berlusconi al Governo. È giunto il momento per l’Italia di smettere di incolpare i morti per le sue difficoltà, di svegliarsi e prendersi un sorso di quel delizioso caffè che sa fare”.
Insomma, anche per il The Economist l’Italia è da rifare… per un nuovo Risorgimento. Non c’è dubbio, e sicuramente non potrebbe essere peggiore di quello precedente, che ad una grande monarchia del Sud ha sostituito una cricca di politici inetti. Di luci ormai l’Italia ne ha ben poche e c’è poco da salvare, peggio di così c’è solo da scavare il fondo. E lo diciamo senza alcuna esterofilia, anche perchè proprio da Londra è partito tutto questo sfascio.