In collaborazione con Napoli Tà-Ttà, le nuove t-shirt e felpe identitarie disegnate da Angelo Forgione. Tre soggetti per diffondere l’identità consapevole dei napoletani.
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Eduardo e l’influenza della politica
Angelo Forgione –
Nei giorni scorsi, dalle pagine de Il Mattino, il maestro Roberto De Simone ha espresso il suo parere sulle “celebrazioni defilippiane” in corso. Il contenuto revisionistico del suo scritto è tanto coraggioso quanto, a mio parere, condivisibile in diversi passaggi, perché condanna l’apologetica che non aiuta a comprendere i nostri fondamenti culturali. De Simone, da persona che ha certamente voce in capitolo, ha sviscerato con apparente azzardo i limiti sopraggiunti dell’opera eduardiana, consacrata nel momento in cui si fece meno genuina e “napoletana”, senza dimenticare i sempre vivi lampi di genio, e concludendo con una cruda constatazione:
“in Italia, con la fine dell’egemonia democristiana, l’avanzata al potere delle sinistre produsse un ulteriore consolidamento del mito eduardiano, avviando la nominanza del drammaturgo a traguardi agiografici. In questo modo la politica fece propri i temi filumeneschi, cupielleschi, jovineschi, ricambiando l’attore con la nomina di senatore a vita, e con una eduardoteca prodotta dalla televisione di Stato. L’imbalsamazione era compiuta già in vita.”
E proprio questo pensiero finale che aiuta a comprendere appieno lo “sfogo” di Roberto De Simone circa un grande interprete internazionale del teatro napoletano che ebbe evidentemente buon sostegno dal mondo politico di sinistra (mentre la DC gli impedì di aprire una sua scuola di recitazione). Fu evidentemente quel mondo ad affermare, e quindi ad influenzare, la figura del secondo Eduardo, diversa dal primo. E mi è venuta in mente una cruda intervista rilasciata proprio da Peppino, che col fratello Eduardo interruppe ogni rapporto anche umano dopo il furioso litigio del 1944, allorché, durante le prove di uno spettacolo, fu da lui rimproverato davanti a tutta la compagnia e gli rispose «Duce… Duce… Duce…», con tanto di saluto romano. Un’offesa insopportabile per chi detestava un Regime che bandiva l’umanità plebea del neorealismo e ostacolava le opere in linguaggio napoletano. Peppino, nella sua amara confessione, denunciava la sensazione di un boicottaggio politico nei suoi confronti, voluto dall’ambiente di Eduardo, fatto senatore a vita da Sandro Pertini, un ex partigiano, con investitura nel 1981. Vittorio Gleijeses, in La Storia di Napoli, aveva già scritto coraggiosamente che tra i suoi tanti meriti vi era anche la colpa imperdonabile “di aver distrutto la maschera di Pulcinella nella commedia Il figlio di Pulcinella”. Ed è significativo che proprio nell’aula di Palazzo Madama sia stata celebrata la sua figura lo scorso 31 ottobre.
Nulla toglie al valore di Eduardo, drammaturgo rappresentato in tutto il mondo già dal 1947, ma semmai aggiunge elementi di riflessione critica più profonda e meno solenne sulla storia d’Italia.
Imbrattata Milano, si se putèsse vede’
Angelo Forgione – Nottetempo, qualcuno ha pensato di imbrattare con una ‘tag’ la ‘Porta di Maria’ bronzea del Duomo di Milano. In poche ore, la scritta è stata rimossa. Alla luce del giorno, i monumenti di Napoli vengono ricoperti di spruzzi e nessuno interviene. A Milano, per conservare e valorizzare il Duomo si spendono 50mila euro all’anno con interventi rapidi. A Napoli si lascia marcire l’immenso patrimonio, educando i cittadini più giovani al brutto e, cosa ancor più grave, all’emulazione. E poi arriva, una tantum, la pulitura d’emergenza che non risolve il problema. Di esempi se ne potrebbero fare tanti, a cominciare dalla basilica di San Francesco di Paola, passando per la basilica di Santa Chiara e la fontana di Carlo II a Monteoliveto, senza dimenticare il portale d’ingresso del Maschio Angioino, ripulito qualche anno fa dopo che per mesi era stato lasciato “marcire” alla vista dei turisti. Tutto ciò evidenzia la necessità a Napoli di un nucleo antigraffiti efficiente come quello di Milano e un diverso approccio alla grave problematica, risorse permettendo.

Tavecchio sanzionato anche dalla Fifa
Angelo Forgione – La sanzione Uefa inflitta a Tavecchio per la famosa gaffe sul fantomatico Opti Pobà è stata applicata anche dalla Fifa, per violazione dell’articolo 3 dello statuto e perché “la discriminazione non deve aver posto nel gioco del Calcio”. È bene ricordare che l’organo continentale e quello mondiale hanno ritenuto colpevole colui che la procura federale della Figc assolse, ovvero fu la stessa Federazione ad autoassolsversi. Come dire innocente in Italia ma colpevole nel mondo. Il danno d’immagine per il Calcio e le istituzioni italiane è sicuramente maggiore degli effetti pratici della sanzione che colpisce Tavecchio, il quale sostiene ancora oggi di aver cancellato la chiusura dei settori per discriminazione territoriale esclusivamente per adeguarsi all’Uefa, che invece aveva chiesto più rigore alle varie federazioni nazionali. Meditate gente.
Il restauro (inutile) dei monumenti equestri al Plebiscito
Angelo Forgione – I timori che nutrivo alla lettura del progetto di restauro dei monumenti equesti al Plebiscito erano fondati. Era in corso un vivace scambio di battute a La Radiazza, su Radio Marte, tra Francesco Borrelli e una dipendente della ditta “TecniKos restauro”, che sta operando al restauro, quando quest’ultima, infastidita dalle polemiche sulla lentezza del lavoro agitate dal programma radiofonico, ha chiesto di impegnarsi invece in una battaglia per l’installazione di adeguate recinzioni. Ed è proprio ciò che sto sollecitando da anni, cioè da quando la II Municipalità ha operato il ripristino delle statue di Dante e di Paolo Emilio Imbriani, attorno le quali sono state installate delle recinzioni non invasive che si sono rivelate il miglior deterrente contro i malintenzionati privi di sensibilità culturale, i quali con troppa facilità deturpano i preziosi monumenti della città.
La richiesta fatta dalla restauratrice evidenzia il problema serio che si ripresenterà a restauro completato: l’immediata ricomparsa di nuove scritte sui basamenti, di cui la ditta stessa è consapevole. Il progetto, infatti, prevede una “protezione e integrazione cromatica” con un protettivo per le parti lapidee a base di polimeri paraffinici per garantire una piu agevole pulitura in seguito, ma lascia comunque esposte tali parti e facilmente raggiungibili dai ‘vandali’. Peraltro, al punto 4 relativo alle “raccomandazioni e interventi di manutenzioni”, si legge che “completato il restauro, nasce l’esigenza di garantire un servizio regolare di controllo e di manutenzione necessario alla conservazione dell’opera restaurata […]“.
Dunque, la ditta operante sa benissimo che, senza una recinzione adeguata, i monumenti e tutto l’emiciclo saranno di nuovo imbrattati dai ragazzi presenti in zona, i cui comportamenti sono stranoti. Nella sezione “Integrazione al progetto”, si legge appunto che è previsto “il monitoraggio dello stato di conservazione del bene restaurato per sei mesi”, periodo durante il quale saranno rimosse le scritte vandaliche apposte, e che nei sei mesi successivi si potrà valutare una proroga dei tempi manutentivi, di sei mesi in sei mesi. Ciò conferma la consapevolezza dell’altissimo rischio di recidiva, fenomeno che altrove, con una buona recinzione, si è evidentemente azzerato.
Voci di corridoio dicono che sia la Sovrintendenza a impedire l’installazione delle recinzioni, che, se fatte con criterio e ricercatezza stilistica, non pregiudicherebbero in nessun modo l’opera. Non trascurabile, inoltre, il fatto che nel progetto non si fa menzione neanche del ripristino dei leggii posti alle spalle dei monumenti, il che vorrebbe dire che i cittadini più “distratti” continuerebbero a non capire l’identità e il significato dei soggetti borbonici raffigurati in livrea romana, nonché la stessa fattura dei monumenti e il contesto storico-artistico (neoclassico; ndr) in cui furono realizzati, sulla scia della scoperta delle antiche città vesuviane sepolte dall’eruzione del 79 dC.
Saranno soldi spesi bene?
Eduardo e quel peso eccessivo al fujitevénne
Angelo Forgione – A trent’anni dalla morte di Eduardo De Filippo, credo sia per via di un certo modo di interpretare Napoli che la rassegnazione del suo fujitevénne sia stata caricata di un peso maggiore della speranza affidata al messaggio di Napoli milionaria!, di cui è passata alla storia la frase Ha da passà ‘a nuttata. Credo che il neorealismo eduardiano meriterebbe invece di essere rivisitato più a fondo e non ridotto a sentenza ma ampliato al complesso degli interrogativi globali, tuttora irrisolti, che condividono le stesse esperienze degli spettatori a cui si rivolgono e ne agitano i sentimenti. Ecco perché Eduardo è universale e contemporaneo. Ecco perché, a partire dall’Argentina e dall’Eritrea, nel 1947, è stato tradotto e rappresentato in giro per il mondo, da Jaime de Armiñán, Fernando Fernán Gómez e Pau Mirò in Spagna e Karolos Koun in Grecia, passando per la Francia, la Germania e lo straordinario successo in Inghilterra con la regia di Franco Zeffirelli. Continuo a pensare che ha da passà ‘a nuttata. Intanto che passa (e sembra non farlo), s’ha da jì, non s’ha da fujì.
Napoli senza casco? Non è sempre mezzanotte
“Non è sempre mezzanotte” è il titolo dell’iniziativa del conduttore tv Luigi Concilio e del regista Fabio Carrasta, i quali, con un video, intendono smentire il messaggio diffuso da Luca Bertazzoni con un suo servizio televisivo andato in onda il 23 settembre 2014, all’interno del programma televisivo Servizio Pubblico, in onda tutti i giovedì, dalle 21:10 su La7, e condotto da Michele Santoro.
Nell’RVM proposto dall’emittente nazionale, il giornalista Bertazzoni ha intervistato alcune persone del Rione Traiano, le quali, apparentemente senza spontaneità e con una volgarità spinta e non censurata, hanno dichiarato di non indossare il casco per scelta, lasciando intendere (sia loro che il conduttore) che nella città partenopea sia solo un optional, e che non c’è alcun rispetto per le forze dell’ordine. Concilio e Carrasta intendono smentire tutto con un loro servizio in cui vengono proposte immagini di normale viabilità napoletana in zone varie e interviste a personalità assennate (e non ragazzini probabilmente strumentalizzati da un “copione”), che con le loro dichiarazioni confermano che nella nostra città, con le normali eccezioni, il casco è di uso comune, sia per il rispetto del codice della strada, sia per il buonsenso dettato dalla prudenza.
L’iniziativa si avvale della partecipazione del senatore del Movimento Cinque Stelle Sergio Puglia, del consigliere comunale di Napoli Andrea Santoro, dell’assessore alla Polizia Municipale del comune di Casoria Luisa Marro, dell’avvocato Angelo Pisani, fondatore del movimento “Noi Consumatori” e legale di Diego Armando Maradona, e dello scrittore e giornalista Angelo Forgione, esperto della storia e della cultura di Napoli.
L’iniziativa cercherà copertura mediatica nei prossimi giorni, partendo dalla pubblicazione online del videoclip realizzato da Concilio e Carrasta e dalla condivisione nei social network, di cui si fa richiesta a tutti gli spettatori che apprezzeranno.
Mandorlini e il lamento del provocatore
Angelo Forgione – «Trentamila tifosi del Napoli hanno offeso l’allenatore della squadra avversaria, cioè io: a noi volevano chiudere la curva e ci hanno dato una multa di tremila euro per dei cori che nessuno ha sentito, trentamila tifosi che mi offendono invece niente». Così Andrea Mandorlini in esclusiva alla trasmissione Mediaset Tiki Taka, in riferimento alla partita di domenica del suo Verona al San Paolo, lamentando l’assenza di provvedimento da parte del Giudice sportivo che la settimana scorsa aveva squalificato la curva scaligera per presunti cori razzisti contro Muntari durante la partita con il Milan, sanzione poi tolta.
Difesa d’ufficio debole, di fatto personale, e in linea col personaggio, lo stesso che nel luglio 2011, in occasione della presentazione dell’Hellas Verona neo-promosso in Serie B, trascinò i suoi tifosi nel canto di “Ti amo terrone” (vecchia canzone degli Skiantos eletto a coro della curva dell’Hellas) per sbeffeggiare i salernitani, appena sconfitti e falliti. Il tutto sotto lo sguardo divertito di giocatori, società, sindaco (leghista) di Verona e autorità locali varie. Un allenatore, che per ruolo era (ed è) chiamato a educare allo sport e non all’ostilità, inciampato nell’errore – non l’unico – di omologarsi al mondo del tifo meno intelligente.
Il fatto è che Mandorlini fomenta malcostume e razzismo e poi si lamenta delle offese alla sua famiglia, mettendo sullo stesso piano un certo razzismo di provocazione, a cui ha evidentemente aderito, e una certa maleducazione diffusa di reazione. Reazione che sull’allenatore ravennate piovve già due mesi dopo l’episodio che lo vide protagonista, quando il calciatore napoletano Aniello Cutolo, con la maglia del Padova, fece goal al “Bentegodi” di Verona e andò ad esultargli in faccia, urlandogli: «ti ha fatto gol un terrone!». L’allenatore scaligero fu espulso e al calciatore, negli allenamenti dei giorni seguenti, fu assegnata una scorta da Carabinieri e Digos. I 70 chilometri di distanza tra Padova e Verona erano davvero poco rassicuranti.
Tutti insieme contro i roghi tossici
Uniti per fermare i roghi tossici! La ”Terra dei fuochi” continua a bruciare. Per dire ancora una volta basta a tutto questo. Per riportare fortemente il tema tutt’altro che risolto al centro del dibattito pubblico. Per non dimenticare. Per continuare a impegnarci a fare ciascuno la propria parte.
Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare. Sabato 25 ottobre – piazza Dante – ore 16
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Bandiera delle Due Sicilie in caserma, storia di sconfinamenti.
Angelo Forgione – Corre sul web la notizia della denuncia (non arresto) di due persone, Ferdinando Ambrosio (36) e Nicola Terlizzi (38), per aver esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilie al termine della Corsa Storica dei Bersaglieri a Monte di Dio del 22 ottobre. Sarebbero stati fermati dalla Digos e denunciati per vilipendio alla nazione italiana e introduzione in luogo vietato.
Ambrosio e Terlizzi, evidentemente, intendevano lanciare un messaggio preciso, ben consci che i Bersaglieri (come i Carabinieri) sono un’Arma di origine piemontese, costituita nel 1836, utilizzata negli stupri e nei saccheggi dei territori meridionali durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, e rappresentano un simbolo di piemontesizzazione della Penisola. Il problema, nella poco chiara vicenda di cui sono protagonisti i due manifestanti, sta proprio nel luogo in cui sarebbe avvenuto il fermo: la caserma “Nino Bixio”, tra l’altro assegnata alla Polizia di Stato ma un tempo “Gran Quartiere di Pizzofalcone”, fortezza del Seicento costruita per accogliere le truppe fino ad allora alloggiate ai Quartieri Spagnoli e poi assegnata dopo l’Unità al 1° Reggimento dei Bersaglieri di Napoli, dedicata a Nino Bixio, colui che nel 1863 scrisse alla sorella riguardo al Meridione: “[…] Se io dovessi vivere in queste regioni preferirei bruciarmi la testa… […] Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Affrica a farsi civili!”.
Storie di altri tempi che qualcuno cerca di riaffermare. «Abbiamo mostrato la bandiera alla fine della parata – dice Nando Ambrosio – quando alcune telecamere della Rai stavano riprendendo i bersaglieri che si salutavano. A quel momento è successo un pandemonio, coi bersaglieri intorno che ci gridavano di tutto. Siamo stati circondati e poi condotti in una stanza, dove ci hanno perquisiti, interrogati e denunciati».
È bene chiarire che non esiste una legge che vieti l’esposizione di uno stato preunitario, ma esiste un Cerimoniale di Stato, secondo il quale è vietato esporre sugli (e negli) edifici pubblici istituzionali bandiere e vessilli non istituzionali o privati o di parte, ovvero possono essere esposte esclusivamente bandiere pubbliche istituzionali. Il fatto è che i manifestanti hanno evidentemente mostrato la bandiera in un edificio istituzionale d’ambito militare, durante un evento celebrativo, e questo giustificherebbe il sequestro del corpo del reato, ossia il vessillo. Altra faccenda è il vilipendio alla Repubblica, alle istituzioni, alle forze armate e alla bandiera italiana, che non appare chiaro dai fatti denunciati dai due manifestanti, i quali assicurano (e se ne assumono la responsabilità) di non aver lanciato insulti o frasi ingiuriose. L’Articolo 290 del Codice Penale prevede una multa da euro 1.000 a euro 5.000 “a chi pubblicamente vilipende le forze armate dello Stato o quelle della liberazione”. Gli articoli 291 e 293 prevedono la stessa sanzione per chi vilipende la nazione italiana e chi offende la bandiera o altro emblema di Stato attraverso ingiuria, distruzione, dispersione, deterioramento, occulatamento e imbrattamento della bandiera nazionale. Il verbale di sequestro indica il vilipendio alla nazione italiana. Non risulterebbe insulto o atto di manomissione da parte dei fermati, la cui colpa sembra essere quella di aver esposto la loro amata bandiera in un luogo in cui non potevano neanche entrare, per giunta in prossimità di telecamere, non di averla esposta. Insomma, una storia di sconfinamenti. Del resto, l’Italia è nata da un’invasione.

