Beneficenza e Cultura a Napoli con Carlo di Borbone

A Napoli, l’Ordine Costantiniano di San Giorgio inaugura il 25 ottobre, alla presenza del Principe Carlo di Borbone-Due Sicilie, un poliambulatorio specialistico gratuito in alcuni locali messi a disposizione dalla Reale e Pontificia Basilica di San Francesco di Paola in piazza del Plebiscito. La struttura funzionerà due giorni a settimana grazie al volontariato di otto medici, cavalieri o aspiranti cavalieri costantiniani. Cardiologia, Chirurgia, Dermatologia, Epatologia, Medicina interna, Nefrologia, Neurologia, Ortopedia e Pediatria sono i rami accessibili mattine e pomeriggi di tutti i martedì e giovedì.
L’Ordine Costantiniano di San Giorgio mette in campo diverse iniziative di solidarietà e la delegazione di Napoli e Campania, diretta dal marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, è impegnata concretamente sul territorio. «I volontari – dice Sanfelice di Bagnoli – hanno contribuito anche alle spese per l’allestimento». Il Gran Maestro dell’Ordine, S.A.R. Carlo di Borbone-Due Sicilie, non ha voluto mancare a questo nuovo appuntamento che fa parte dei solenni festeggiamenti per i diciassette secoli di vita dell’antico Ordine cavalleresco, che lo stesso Carlo ha voluto fossero caratterizzati da sole iniziative umanitarie. Il principe ereditario resterà in città per recarsi nel pomeriggio di Sabato al Comando dei Vigili del Fuoco cui donerà la medaglia d’oro per lo stendardo dei decorati al valor civile del Corpo, e conferirà medaglie di benemerenza ai componenti la Fanfara del Corpo, che non tutti sanno essere nato nel 1810 come “Compagnia de’ pompieri” di Napoli. La “Fanfara dei Civici Pompieri di Napoli” veste l’antica uniforme borbonica del primo nucleo di inizio Ottocento.
Carlo di Borbone-Due Sicilie sarà poi all’ “Archivio Storico” al Vomero per inaugurare la mostra di incisioni sulla verità storica firmata dal maestro Gennaro Pisco, per poi presenziare alla presentazione del nuovo libro di Pino Aprile Il Sud puzza – Storia di vergogna e d’orgoglio. In serata sarà infine ospite d’onore al teatro “Salvo d’Acquisto” presso i Salesiani per l’evento celebrativo del ventennale del Movimento culturale Neoborbonico, fondato da Riccardo Pazzaglia e Gennaro De Crescenzo il 7 Settembre 1993. Per l’occasione sono già esauriti gli ottocento posti del teatro in cui si esibiranno Eddy Napoli, Paolo Caiazzo e Gianni Aversano con Napolincanto. Previsti riconoscimenti per alcune personalità che hanno contribuito alla rivisitazione e rivalutazione della storia di Napoli e dei Borbone.

tratto da Made in Naples (Magenes, 2013), pag. 296:
[…] E resta anche qualcosa di meno evidente: mentre gli eredi Savoia si spendono in scandali e comparsate televisive, i discendenti Borbone, attraverso il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, che è patrimonio di famiglia, si producono silenziosamente in assistenza, beneficenza e solidarietà a livello internazionale, onorando la vera nobiltà europea d’Italia che è anch’essa napoletana […]

Napoli culla del cinema e del doppiaggio italiano

Angelo Forgione – È una storia tutta da raccontare quella del cinema italiano, che parte dal tramonto dell’Ottocento, quando Napoli abbracciò con gioia la nascita della “pellicola”. I primi film muti dei fratelli Lumière furono proiettati a fine secolo nel Salone Margherita e anche Napoli ne fu protagonista dopo che Loius e Auguste filmarono, nel 1898, il lungomare di via Santa Lucia prima della costruzione del nuovo rione umbertino, una pulitissima e ordinata via Toledo e altre immagini di una città animata da carretti trascinati da asini, carrozzelle e autobus a trazione animale.
Sulla scia dell’apertura del primo Cinematografo in Francia, datato 1902, fiorirono a Napoli venti sale cinematografiche; la più significativa fu quella storica del 1905, quando a piazza Municipio fu inaugurato il Cinematografo Parlante, poi Salon Parisien, che anticipò il Radium Cantante di Roma dell’anno seguente, rendendo Napoli la città cinematograficamente più importante del regno d’Italia. Nel 1908, esistevano in Italia sette riviste specializzate di cinema e ben sei erano pubblicate a Napoli. Nel 1911 divennero undici su ventotto nazionali.
Episodi di doppiaggio pionieristico sono descritti nel libro Tradurre per il doppiaggio (Hoepli, 2005), in cui si legge che Il cinema Iride di Napoli ingaggiò Antonio Jovine e Giuseppina Lo Turco per doppiare Il fu Mattia Pascal. I due doppiatori si sistemarono accanto allo schermo con megafono in mano e, seguendo i movimenti delle labbra degli attori, recitarono le didascalie che avevano imparato a memoria. Il pubblico era per lo più analfabeta e la lingua di doppiaggio era il dialetto.
Anche la produzione di pellicole iniziò a proliferare a Napoli, a partire dal lavoro dei fratelli Troncone, pionieri dell’industria cinematografica con la Partenope Film del 1906. Il Vomero fu la Hollywood italiana e vi sorsero tutte le primissime case di produzione cinematografiche d’Italia. Giuseppe Di Luggo fondò nel 1912 la Polifilms, ceduta per difficoltà economiche a Gustavo Lombardo nel 1919, imprenditore napoletano della distribuzione che creò, sempre al Vomero, la Lombardo Film, poi rinominata Titanus, una delle maggiori realtà dell’industria cinematografica italiana. Tra il 1924 ed il 1925 più di un terzo dei film italiani fu prodotto sotto il lombardo_filmVesuvio, con soventi espressioni dialettali. Lombardo realizzava la sua produzione cinematografica in un capannone oggi scomparso, rilevato da Di Luggo e ubicato all’incrocio tra via Cimarosa e via Aniello Falcone. Oggi una lapide, apposta su un fabbricato del dopoguerra, al n.182 di via Cimarosaì, ricorda la presenza in quel luogo della prima “Cinecittà” italiana. Per le scene in esterna, la Titanus aveva disponibilità del giardino di Villa De Gaudio, ubicata nel luogo dove oggi è la FNAC di via Luca Giordano e di proprietà dell’amico Giovanni De Gaudio, fondatore del glorioso teatro Diana. Le pellicole venivano lavorate nella Eliocinegrafica di via Tito Angelini. Alla fine degli anni Venti, la Titanus si trasferì a Roma, dove i forti incentivi del governo fascista richiamarono il mondo della celluloide. Con l’avvento del Fascismo, la lingua unica doveva essere l’italiano e l’interesse del Regime per lo strumento cinematografico, utile alla propaganda, produsse nel 1931 un legge per accentrare la produzione nazionale nella capitale, marginalizzando la produzione napoletana. Lombardo, a Roma, adottò lo scudo come emblema, facendo crescere lì la mitica Titanus, con cui lanciò Totò sul grande schermo. Tra le due guerre, in un periodo di grande crisi anche per il cinema nazionale, la salernitana Elvira Notari, la prima regista donna del cinema italiano, antesignana del Neorealismo, creò il filone partenopeo girando pellicole basate su famose canzoni, sceneggiate, romanzi e fatti drammatici realmente accaduti in città.  Le pellicole della Notari che proponevano ambienti napoletani stereotipati vennero posti sotto censura per offesa della dignità partenopea. Al regime, che intendeva restaurare i fasti della Roma imperiale, non piaceva l’umanità plebea e non tollerò film con posteggiatori, scugnizzi e vicoli con panni stesi in cui si parlava in napoletano. Mentre in Italia si censuravano i dialetti, i film napoletani venivano esportati, spesso clandestinamente, negli Stati Uniti e in Sudamerica, a gran richiesta delle comunità italiane.
Il primo cinema non riuscì a incollare gli spettatori alle grezze immagini proiettate sulla tela. Napoli poteva però offrire la sua creatività per rendere gli spettacoli più godibili. In città, la tradizione napoletana del canto era già stata applicata alla recitazione sul finire dell’Ottocento, dando vita al Varietà, fatto da cantanti, macchiette, ballerine e soubrette. E così, negli anni Trenta, alcuni esercenti pensarono bene di abbinare alle proiezioni dei film degli spettacoli dal vivo. Le compagnie napoletane del Varietà si adattarono e abbreviarono i loro spettacoli che, come si può leggere su Made in Naples (Magenes, 2013), “andarono a precedere i film, inserendovi anche attori comici e caratteristi. Fu partorito il Teatro d’Avanspettacolo, in cui si misero in mostra artisti geniali come Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo.”
Crollato il fascismo, il palcoscenico umano di Napoli, ideale per rappresentare drammi e passioni, riprese ad essere tra i più attraenti per il cinema italiano, ospitando decine di commedie all’italiana. La tradizione è proseguita con l’oplontino Dino De Laurentiis, zio dell’attuale presidente del Calcio Napoli, che, per destino, è ripiombato da Roma nei destini dell’intrattenimento partenopeo.

L’ombrello di Maradona? Come il ghigno di Bocca.

Fazio nella bufera. Troppo permissivo con Dieguito… come con lo scrittore

Angelo Forgione – Il gestaccio di Maradona a “Che tempo che fa” è deflagrato ben oltre il tonfo generato dall’impatto della sua mano sinistra sull’avambraccio opposto, ed era prevedibile. Sterile entrare nel merito del giudizio della plateale mimica, che si commenta da sé, e di tutte le reazioni politiche che ne sono conseguite. È forse più utile, se possibile, offrire un diverso spunto ad un dibattito di fatto improduttivo e affrontato da tutti alla stessa maniera: Maradona irriverente, Fazio buonista, pubblico vergognoso. Va benissimo, gesti del genere in tivvù non si fanno perché diseducativi, e siamo tutti d’accordo, ma, allo stato delle cose, al mondo politico fa comodo un Maradona fuori dal recinto, spintovi dai continui blitz che lo accolgono nel “Bel Paese”, per spostare l’attenzione su problemi fittizi e proiettare l’immagine di un Paese che lotta efficacemente contro l’evasione fiscale, come se fosse quella l’unica piaga che l’ha ridotto in ginocchio. La stessa tempestività di intervento contro il gesto del fuoriclasse argentino andrebbe usata contro gli evasori fiscali d’Italia, seriamente, e per mettere in campo soluzioni vere alla staticità del Paese, schiacciato da una pressione fiscale senza precedenti. Ma se i politici se la sono presa con Dieguito, anche Fazio non se la sta passando bene in queste ore, reo di non aver censurato verbalmente il gesto maradoniano e aver consentito l’applauso del pubblico. Il conduttore ha capito subito che le cose, per lui, si stavano mettendo male. Era già parso in difficoltà di fronte alla sfrontatezza di Maradona che nella tivvù di Stato si scontrava contro Equitalia. E quando è arrivato pure Gianni Minà a spalleggiare il re del calcio, l’imbarazzo è stato evidente. «Io spero che l’avvocato di Maradona – ha detto Minà – vinca questa battaglia perchè questa storia di Maradona con Equitalia è di quelle che ci lasciano perplessi». Fazio, ormai alle corde nell’angolo dello scomodo ruolo in cui si trovava, lo interrompeva facendo leva sulla volontà di chiarire da parte di Maradona.
Non è la prima volta che episodi controversi si verificano nel suo salotto senza essere da lui stigmatizzati, con conseguenti reazioni di approvazione del pubblico in studio e disapprovazione a casa. Successe anche quando, qualche anno fa, Giorgio Bocca fu verbalmente violento nei confronti di Napoli e Palermo (clicca qui), indicando come soluzione ai problemi del Sud il “forza Etna, forza Vesuvio” di stampo leghista, cui fece seguire un ghigno beffardo. E anche in quell’occasione il pubblico presente si beò di cotanta irriverenza e la sottoscrisse con un sonoro applauso. Le critiche di oggi a Maradona e Fazio sono ben diverse dal silenzio di allora, ma la dinamica è perfettamente la stessa. Basta applicare il commento al gestaccio espresso da Marino Bartoletti (clicca qui) durante il Processo del Lunedì alle parole di Giorgio Bocca per notare che le situazioni sono sostanzialmente analoghe. Stessa irriverenza, seppur in forme diverse, stessa permissività, stessi applausi. Dobbiamo pensare che se un argentino sregolato sfida l’Italia, l’Italia si indigna, mentre se un settentrionale inquadrato offende il Meridione, per l’Italia è normale?

Made in Naples, ecografia della città

Raffaele Bussi per Il Mondo di Suk – È un’ecografia della città di Napoli, ci riferisce Jean-Noël Schifano nella prefazione, l’ultima fatica letteraria di Angelo Forgione Made in Naples che la casa editrice “Magenes” (Milano, pagg. 320, euro 15) ha di recente pubblicato. Città fedele a se stessa da sempre Napoli, a parere di Forgione, l’unica in Europa rimasta a un’epoca premoderna. Una città che conserva e rivendica le tradizioni, la cultura e le radici visibili nelle antiche strade, nei vecchi palazzi, nell’assetto urbanistico dei suoi quartieri che neppure “la cementificazione selvaggia degli anni 60” è riuscita a distruggere.
Angelo Forgione dipinge Napoli capitale del regno delle due Sicilie, capitale di quel meridione abbandonato che la dominazione borbonica aveva saputo riportare al suo antico splendore oscurato, nel secolo successivo, dall’ altra Italia, quella del Nord, che grazie all’accondiscendenza dei Savoia “aveva inaugurato l’esecrabile commistione tra finanza e politica”, atta a incrementare l’Italia del nord a discapito di quella del sud. Era forse questa l’Unità d’Italia? – si chiede l’autore, che scandaglia la Storia attraverso le cinque rivoluzioni borboniche, quella culturale, architettonica, industriale, alimentare edigienica per poi soffermare l’attenzione sulla favolistica, sull’opera e la musica sacra, sulla canzone, sulla tolleranza e le pari opportunità, sulla previdenza sociale, protezione civile e governo del territorio, igiene ambientale e raccolta differenziata, sull’economia civile e bancaria per concludere la ricognizione su aspetti della napoletanità (il caffè, la pasta, la pizza, la mozzarella di bufala, il Presepe, la musica sacra popolare, il lotto e la tombola) per arrivare alla conclusione che Napoli è stata città europea prima di altre, dove l’Europa è passata prima che altrove.
Ma l’anarchia, la maleducazione civica, il disinteresse per gli spazi pubblici, l’abusivismo, la delinquenza spicciola e quella organizzata tutto quel che deprime la società napoletana, disoccupazione a parte, ha segnato negativamente una città prestigiosa quale Napoli, mali addebitabili a grandi e reiterati errori del passato che hanno penalizzato sempre il suo popolo, non per questo sollevabile dalle sue responsabilità. Vi sono due storie, ci ricorda Forgione, quella ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad usum delphini, poi quella segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti , una storia vergognosa dalle illusioni perdute, per dirla con Honoré de Balzac. Angelo Forgione sostiene la tesi di Balzac, la fa propria e comincia la sua ricerca indagando nella storia occulta e confusa di Napoli, troppo interessante e decisiva perché i suoi avvenimenti potessero sfuggire alle manipolazioni narrative.
L’intento è attualizzare ciò che è accaduto nel passato e descriverlo per come si manifesta nel presente, purificandolo dal rancore, decodificando quindi la realtà di ieri per capire quella di oggi. L’autore ripercorre nel suo viaggio nel tempo la storia di Napoli nella sua evoluzione storico-culturale; si sofferma e analizza il periodo che va dalla seconda metà del ’700 alla seconda metà dell’800 anni di grandi e significative trasformazioni di ogni genere che mutarono radicalmente l’aspetto di Napoli sia dal punto di vista urbanistico che da quello sociale. Esamina con cura particolare, da cui emerge una profonda sofferenza, gli anni che vanno dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri, ne analizza la lenta e inesorabile decadenza. Certo Napoli capitale non è più, non primeggia più, offre all’umanità assai meno rispetto al passato, è piegata su di sé, fa fatica enormemente a riprendersi dai suoi affanni e dalla sua sciattezza mentale.
Forgione espone le sue tesi con forza e rigore, frutto di una ricerca accurata e decisamente ricca di documenti autentici che sono regolarmente citati nell’opera. L’argomentazione risulta quindi rigorosa, talvolta polemica, ma non pesante, riuscendo a creare un certo equilibrio tra le parti, sezionando il libro in capitoli. Ciascuno capitolo sviluppa un’area tematica diversa e si snoda secondo una sequenza cronologica ben definita. Le tesi sostenute sono sempre supportate da uno spirito critico lucido e razionale che gli consente di analizzare ed esporre la difficile realtà napoletana.
Il testo storico è contemporaneamente intrigante perché ricco di scoperte, curiosità, eventi, particolari sconosciuti o quasi che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la civiltà partenopea attraverso un linguaggio chiaro, ricco di incisi napoletani, prerogativa che rende il testo di piacevole lettura e adatto a un pubblico motivato e variegato.

Roma-Napoli, la verità sul gemellaggio interrotto (dai romanisti)

Non fu il gesto di Bagni il pomo della discordia ma l’appartenenza di Giordano.

(articolo scritto prima della morte di Ciro Esposito per gli scontri a Roma del 2014)

Angelo Forgione Napoli e Roma. I rapporti storici tra le due città vicine sono sempre stati stretti e, talvolta, amichevoli. Basti ricordare che le Due Sicilie e lo Stato Pontificio furono legati da un profondo cattolicesimo e che Papa Pio IX, durante il suo esilio per la Repubblica Romana, fu ospitato per un anno e mezzo da Ferdinando II nei territori di Napoli, prima a Gaeta e poi a Portici.

Anche nel calcio, la partita Roma-Napoli conserva significati particolari. È detto il “derby del Sole”, il Centro-Sud che si oppone all’antico potere del Nord-ovest, il confronto dei due vessilli dell’identità territoriale più radicata, di due popoli per certi versi simili ma che oggi sono in aperta inimicizia calcistica. La storiaccia perdura da più di venticinque anni, ma prima, per più di un decennio, le due tifoserie si erano strette in un bellissimo gemellaggio, il più bello di sempre, e anche la nomenclatura storica dei gruppi delle curve lo sottolineavano: il Commando Ultrà Curva Sud della Roma andava a braccetto col Commando Ultrà Curva B del Napoli. I due nuclei si scambiavano bandiere al centro del campo, sfilavano sulle piste d’atletica degli stadi delle due città, gridavano il nome dell’avversaria durante gli incontri, adottavano cori comuni e si ospitavano a vicenda nelle rispettive curve. Fiumi di romani scendevano festanti a Napoli e la marea napoletana saliva a Roma, tutti ostentando serenamente i propri colori. Roma-Napoli era la più grande festa del calcio italiano!

Nei secondi anni Ottanta, quando si sono invertiti i rapporti di forze e a sfidare le grandi del Nord si et proposto il Napoli di Maradona, l’amicizia si è improvvisamente rotta. Responsabilità addossata, per errore, sulle spalle di Salvatore Bagni, autore di un sgarbo alla fine dell’incontro dell’Olimpico nella stagione 1987-88. Carico di adrenalina il guerriero azzurro dopo che Pruzzo aveva portato in vantaggio i giallorossi. L’arbitro aveva espulso i napoletani Careca e Renica, e il Napoli aveva pareggiato in nove uomini con un’inzuccata di Giovanni Francini su corner di Dieguito. “Tore” si recò sotto la curva Sud e fece il gesto dell’ombrello. Apriti cielo!
Ma perché il numero 4 azzurro si lasciò andare a quel gesto? La tradizione orale, in ogni storia, rende spesso verità qualcosa che non lo è. Quel gestaccio ci fu, e Bagni continua a scusarsene, ma il particolare trascurato è che il gemellaggio era già rotto di fatto quando lo fece.
Il popolo azzurro gioiva per lo scudetto cucito al petto degli Azzurri ma veniva da anni di bocconi amari ingoiati, quando si era mostrato ben contento di sostenere la Roma di Liedholm nella corsa al titolo contro la Juventus nei primi anni Ottanta. Con l’arrivo di Maradona in maglia azzurra, gli equilibri erano mutati e, per puntare allo scudetto, il Napoli aveva ingaggiato nell’estate del 1985 anche il bomber Bruno Giordano, bandiera della Lazio. L’astio per l’ex laziale fu più forte dell’amicizia coi napoletani.

Era il 26 ottobre 1986 (guarda il video): il Napoli, quello che avrebbe vinto il primo storico tricolore, salì a Roma col solito seguito infinito di sostenitori. Previsto il rituale gemellaggio con scambio di vessilli e giro di campo, ma dalla Curva Sud si alzarono cori contro Giordano, già beniamino dei partenopei. Dalla Nord, che accoglieva i tifosi ospiti, partì una timida risposta indirizzata alla bandiera romanista Bruno Conti. Una crepa si aprì nei rapporti tra le due frange. La partita scivolò via serenamente, dentro e fuori dal campo, nonostante l’intera posta portata a casa dal Napoli con un goal di Maradona, imbeccato proprio da Bruno Giordano.
Il 25 ottobre 1987 (guarda il video), 364 giorni dopo l’apertura della prima crepa, il Napoli tornò all’Olimpico fregiato di tricolore. La Roma non era più la forte squadra capace di lottare per lo scudetto. Valori capovolti, anche grazie al contributo di un purosangue laziale. L’armonia tra le tifoserie era ormai guastata, ma si provò comunque a celebrare la recente amicizia. Prima della partita, i due portacolori si incontrano nel cerchio di centrocampo. Da lì, iniziarono a correre in direzione della Curva Nord, occupata dai napoletani, tutti insieme a urlare forte “Roma… Roma…”. Poi verso la Sud romanista, per il rituale dello scambio delle bandiere. Il tifoso napoletano non sentì partire il coro “Napoli… Napoli…”, eppure porse ugualmente lo stendardo al romanista, il quale lo mandò platealmente al diavolo con un gesto inequivocabile, dando il via a inaspettati e sonori fischi della marea giallorossa e al lancio di oggetti verso il malcapitato, evidentemente vittima di un tranello. Il portabandiera azzurro capì e riportò indietro lo stendardo, mentre i napoletani, ignari di cosa fosse realmente accaduto dall’altra parte dello stadio, continuavano a inneggiare alla Roma. Non compresero lo sgarbo finché non fu spiegato dallo sfortunato compagno.
In partita, al goal di Pruzzo, partirono gli insulti napoletani verso gli ex amici. La tensione salì, le espulsioni di Careca e Renica l’acuirono, e l’insperato pareggio di Francini fece esplodere la tifoseria partenopea, cui seguì tutto il più volgare sfogo di Salvatore Bagni sotto la Curva Sud. Maradona e gli altri Azzurri andarono invece verso la Nord per donare le loro sudatissime maglie ai napoletani. Da quel giorno i romanisti si allinearono ai cori razzisti delle tifoserie nordiche; anche per loro, apparentemente d’improvviso, i napoletani puzzavano e meritavo un’a’ardente lavata vesuviana. Il Napoli, non più cenerentola del campionato ma squadra in grado di tenere testa a Milan, Inter e Juventus, pulsava anche col cuore laziale di Bruno Giordano, amato dai tifosi partenopei. Fu di fatto lui il vero pomo della discordia. E poi con il gran cuore quello di Maradona, il fuoriclasse che fece vincere il Napoli e minacciò di farlo vincere ancora. Nell’ottobre del 1989, durante un Roma-Napoli disputato allo stadio Flaminio per l’indisponibilità dell’Olimpico, in rifacimento per i Mondiali italiani, i cori razzisti dei romanisti contro i napoletani piovvero esattamente il giorno dopo una storica marcia antirazzista per le strade della Capitale, la prima grande manifestazione nazionale contro il razzismo in Italia, promossa dopo l’omicidio dell’immigrato Jerry Masslo avvenuto due mesi prima. L’imbarazzo fu enorme, al punto da spingere la FIGC a introdurre la “discriminazione territoriale” nel Codice di Giustizia sportiva. Qualche mese dopo, nel giorno della finale del Mondiale ’90, l’odiato capopopolo di Napoli e carnefice della Nazionale italiana in maglia albiceleste, fu fischiato sonoramente dal pubblico dell’Olimpico durante l’esecuzione dell’inno argentino.

Più recentemente, un romanista doc qual è l’attore Massimo Bonetti ha raccontato il momento della rottura del gemellaggio tra romanisti e napoletani in un intervista concessa a Luca Cirillo per calcionapoli24:

“Io ricordo bene l’episodio che pose fine al bellissimo gemellaggio tra le due tifoserie, ero allo stadio. Andò così: partì il tifoso romanista dalla Curva Sud con la bandiera e si diresse verso la Nord strapiena di tifosi biancoazzurri napoletani. Quando arrivò lì ci furono applausi e cori per la Roma da parte loro, una cosa bellissima. Partito dalla Curva Nord quello napoletano, invece, una volta attraversato il campo e giunto alla Sud, prese fischi e bottigliette. Da romanista vero, doc, oggi chiedo scusa agli amici partenopei. Poi si è scritto del gesto dell’ombrello di Bagni ecc. ecc., ma quello è un episodio successivo e sicuramente, seppur deprecabile, fu la reazione adrenalinica dopo un gol che valeva un pareggio riacciuffato in netta inferiorità numerica, non certo la causa della fine di quell’amicizia. Spero che in futuro si possa ripristinare quel bel clima”.

Ricomporre la frattura, oggi, appare quantomai difficile, a testimonianza dell’ottusità di un mondo del calcio che è perfetta espressione delle pulsioni del Paese.

A chi fa ridere la puzza di Napoli che non c’è?

Infelice battuta di Francesca Reggiani nei panni di Sophia Loren alla trasmissione radiofonica Ottovolante di Radio 2 del 12 ottobre. «Napoli? Quanto è bella Napoli, vista da lontano. Dal mio attico di Manhattan è la distanza giusta. Io salgo in terrazza con il binocolo e quella è veramente la distanza giusta perché mi arriva la poesia ma non la puzza». E il conduttore Savino Zaba se la ride.
La puzza della Napoli profumata di sapori e mare, quella stessa puzza che è costata cara a qualche giornalista e che l’Italia del calcio minimizza a rango di “sfottò”, continua a essere una costante che striscia anche nell’ironia brillante. Poi finisce che si scusano col solito “io amo Napoli”. Molti, troppi umoristi non saranno mai Grandi finché incapaci di far ridere tutti senza offendere nessuno. Proietti docet! Se la Loren originale si sente napoletana e non italiana ci sarà un perché.

Napoli sottomessa che china la testa

Angelo Forgione – Quello che sta verificandosi ha dell’assurdo tutto italiano: è ormai chiaro che certi media nazionali stanno operando un’opera di convincimento affinché i cori razzisti nei confronti di Napoli, perché di questo si tratta, siano considerati semplici “sfottò”. È lo stessa volontà della Lega di Serie A, ormai alle corde di fronte al cartello messo sù dagli ultras di tutt’Italia che hanno già promesso di cantare su tutti i campi cori vietati in occasione della prossima giornata. Il primo risultato è che il giudice sportivo ha sospeso il giudizio sul ricorso del Milan avverso alla chiusura dell’intero stadio, in attesa della prossima riunione del Consiglio di Lega che chiederà alla FIGC di rivedere le norme sulla discriminazione territoriale. Cosa c’è dietro? La volontà di rivedere la norma, e pertanto, in virtù di ciò, si è evitato di danneggiare il Milan prima che la modifica (o cancellazione) lo renda vittima. La giustizia sportiva se ne è lavata le mani; si deciderà dopo che la Federcalcio avrà cambiato le sanzioni e, nel peggiore dei casi, verrà chiuso solo un settore del “Meazza”.
È sacrosanto che le società non debbano pagare certe colpe dei tifosi. È evidente che la chiusura totale degli stadi e le penalizzazioni delle squadre sono spropositate e costituiscono solo un arma in mano al nemico-ultras data proprio da chi lo sta combattendo, ma si tratta comunque di un’ennesima vergognosa mancanza di rispetto nei confronti della città partenopea da parte di chi continua a giocare a nascondino. Stiamo assistendo alla derubricazione dei “violenti” cori razzisti, di fatto in fase di inserimento nella categoria dell’ironico “sfottò”. Una battaglia sollecitata per anni, appena iniziata e già persa di fronte agli interessi economici. Molti di quelli che oggi minimizzano sono gli stessi che in passato hanno invocato maggior decisionismo. Un atteggiamento generale favorito da chi a Napoli ha porto l’altra guancia, scavalcando l’indignazione di buona parte del popolo partenopeo e rendendo possibile quest’ennesimo schiaffo alla città.
Nel corso della trasmissione radiofonica “Tuttazzurro” di giovedì sera, su Elleradio Roma del direttore Ezio Luzzi, mi sono confrontato personalmente con Alessandro, un curvista dello stadio “San Paolo” che per lavoro risiede al Nord. Una discussione a più voci condotta da Gino Di Resta che è servita quantomeno ad acclarare che a qualcuno non interessa nulla dell’identità territoriale e che il principale valore da preservare è quello della libertà di scontro, verbale o fisico, con le tifoserie rivali. È tutta qui la solidarietà espressa nella protesta inscenata a Napoli. Del resto, se le cose non stessero così, invece dell’inaspettata autodiscriminazione, al “San Paolo” si sarebbe gioito per la chiusura di una curva rivale, invece di autoinsultarsi. Questo non è sport, questa non è una sana società civile. Questa è l’Italia… e una Napoli che non mi piace.

La notte bianca al Vomero è Made in Naples

Torna la “notte bianca” al Vomero. Sabato 12 ottobre, dalle 19 alle ore 3, migliaia di persone si riverseranno nelle strade di Vomero e Arenella per la manifestazione “Vomero Notte 2013” e troveranno spettacoli, negozi e ristoranti aperti.
A piazza Vanvitelli, nel cuore del quartiere collinare, l’evento proporrà un palco made in Naples, all’insegna della cultura e del divertimento. Dalle 21, il padrone di casa sarà Gianni Simioli che introdurrà lo spettacolo di Simone Schettino (ore 22), preceduto dalla premiazione di Angelo Forgione (ore 21:20) per i tre millenni di cultura napoletana raccolti e descritti nel libro Made in Naples. Previsti altri momenti di forte significato identitario, tra cui l’altra premiazione a Marco Esposito per il libro Separiamoci, il Compra a Sud di Francesco Menna, Pietrarsa 1865 di Aldo Vella e altri, voluti dall’imprenditore Roberto Natale, organizzatore della manifestazione di piazza Vanvitelli, per valorizzare le capacità artistiche e intellettuali del territorio. La serata della centralissima piazza sarà coperta dalle frequenze di Radio Marte.

«Venaria reggia più bella d’Italia. Sfido Caserta!»

l’assessore alla Cultura del Piemonte fa marketing umiliando la cultura

Angelo Forgione – A pochi giorni di distanza dagli arresti relativi alle presunte tangenti legate ai restauri di alcune dimore storiche piemontesi, tra cui il complesso storico della Venaria Reale, Michele Coppola, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, ospite al programma Youtube di Klaus Davi, ha azzardato un confronto tra la Reggia sabauda e quella di Caserta, lasciandosi andare a un parere condivisibile nel presupposto della gestione monumentale ma completamente sbagliato nella comunicazione culturale: «In Piemonte abbiamo la Reggia più bella d’Italia, quella di Caserta è solo una Venaria minore. Sono pronto a fare una scommessa: prendiamo dei giudici e li portiamo sia a Caserta che alla Venaria».
Va subito detto che l’assessore Coppola ha avviato il suo colloquio con Klaus Davi precisando di non essere un assessore alla cultura che arriva da una cattedra universitaria, non uno storico dell’arte, ma uno cui è stato chiesto di occuparsi di un sistema di funzionamento. E infatti Coppola è in realtà un professionista del settore comunicazione e marketing, e da tale ha definito Venaria Reale “la reggia più bella d’Italia” invece che “la meglio gestita”, generando così un’artificiosa confusione per sminuire valori artistici e significati culturali di Caserta e fare leva sull’esempio di restituzione di un bene alla comunità che Venaria effettivamente rappresenta.
La verità è che Caserta è l’unica reggia europea d’Italia, perché racconta una trasformazione per tutto il continente, narra il valore universale di Pompei attraverso la genialità di Vanvitelli che, dopo aver osservato gli scavi borbonici vesuviani, rinnegò le ridondanze del Barocco e inaugurò il Neoclassicismo. La reggia di Caserta incarna la trasformazione del gusto europeo verso quel nuovo stile vanvitelliano nato all’ombra del Vesuvio e diffusosi fin nelle Americhe. La Venaria Reale, invece, non ha significati specifici e basta visitarla per accorgersi che, proprio perché rimessa a nuovo sei anni fa da un rudere dopo aver goduto di una pioggia di finanziamenti in vista delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità, è riempita di modernità decontestualizzate, e non presenta lo scalone, gli appartamenti, i giardini, le fontane e gli spazi di Caserta. Senza contare la “sedia volante”, il bagno di Maria Carolina e tutti i significati di civiltà che il palazzo vanvitelliano conserva. Coppola queste cose probabilmente le intuisce e le teme, perché è stato lui stesso a dire a Klaus Davi che il suo non è un giudizio sulla qualità architettonica ma si basa sul fatto che la reggia sabauda produce al contrario di quella borbonica. Tant’è che invita al confronto con dei giudici, ma non parla di storici dell’arte, i quali non avrebbero neanche il bisogno di recarsi di persona a verificare le differenti condizioni delle due regge perché le conoscono bene e si indignano già per quelle di Caserta, di cui conoscono il valore universale e artistico ben maggiore. Basta leggere le dichiarazioni di Philippe Daverio a Il Mattino di qualche mese fa per capire cosa significhi Caserta per il mondo e cosa si nasconde dietro al marketing politico dell’assessore Coppola:
“Sono legato al Meridione. Come alsaziano, mi sento molto meridionale e ho nei confronti di Napoli un’immensa gratitudine. Il Meridione ha bisogno di autocoscienza e autofierezza di appartenere al mondo. Da questo punto di vista, Caserta con la sua reggia è un simbolo potentissimo, ed anche per questo c’è una sorta di accanimento contro di essa.”
Ecco, Daverio potrebbe essere un giudice competente. Oppure bisogna affidarsi ai politici che ammazzano la cultura? In realtà basterebbe attenersi ai verdetti della storia d’Europa, e pure a quella d’Italia, scritta si sa da chi.

nel videoclip, il dibattito a “la Radiazza” su Radio Marte

Topolino napoletano a “Unomattina”

Angelo Forgione – Qualcuno ricorderà che lo scorso aprile, incuriosito dall’incredibile somiglianza tra Mickey Mouse e il topo degli sciroppi La Sorgente, contattai i responsabili dell’azienda di Caivano, che mi diedero delle informazioni sul perché il loro disegno campeggiasse da anni indisturbato sulle loro etichette. Il buon Ruggero Guarini, prima di lasciare questo mondo, ebbe giusto il tempo di stupirsi della primogenitura napoletana del primo topo antropomorfo dell’umanità e scriverne sui quotidiani nazionali. Senza dubbio, il fascino partenopeo attorno al topo più famoso del mondo è così coinvolgente da solleticare anche gli autori del programma Rai Unomattina, i quali hanno imbastito una simpatica discussione sul mio approfondimento, ma attribuendomi una storia sulla cui veridicità indago, peraltro smentendo l’esistenza di Michele Sorece.