La pizza regina ha finalmente abbracciato la sua vera storia. Alla “pizzeria Carmnella”, Vincenzo Esposito ha preparato per i membri del Movimento V.A.N.T.O. la “Fior di margherita”. E non finisce qui: a Novembre, la pizza coi petali sarà presentata in una importante serata-evento anche da una nota pizzeria napoletana. Ne parleremo più avanti.
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Enzo Coccia, il pizzaiuolo consapevole
Angelo Forgione – Dopo la pubblicazione del contributo del compianto Vincenzo Pagnani, torno sull’argomento “pizza margherita” per evidenziare quanto detto dal maestro pizzaiuolo Enzo Coccia al Corriere del Mezzogiorno:
«L’11 giugno del 1889 non nasce la Margherita, ma solo il nome. Raffaele Esposito davvero si recò al bosco di Capodimonte e preparò tre tipi di pizze: bianca con lo strutto, l’altra con i pesciolini, verisimilmente alicette, e un’altra con pomodoro e mozzarella. Quest’ultima fu chiamata Margherita, ma già esisteva, come si legge nel libro di de Bourcard di quarant’anni prima».
Forse non nacque neanche il nome, visto che il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume del libro Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti citato da Coccia, parla di “sottili fette di muzzarella”. E le fette, distribuite con disposizione radiale, dal centro verso il bordo, disegnavano il fiore di campo da cui è possibile che la pizza abbia preso il nome già ad inizio Ottocento, per essere offerta all’omonima Regina nel 1889.
È ora che tutti i pizzaiuoli di Napoli, come Enzo Coccia, raccontino la verità, quella che le associazioni locali di tutela del prodotto hanno ben trascritto nel Regolamento UE.
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
Schifano, Masaniello e storiche menzogne
di Donatella Gallone per ilmondodisuk.com
Nella notte tra il 15 e il 16 luglio il campanile della Basilica del Carmine ha preso fuoco in un suggestivo spettacolo che ha riaccenso l’antica celebrazione religiosa della Festa in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Ma il 16 luglio segna anche il culmine e la fine della rivolta di Masaniello, assassinato nella piazza della chiesa nel 1647. Di lui, tra ieri e oggi, parla Jean-Noël Schifano che ne è sempre stato affascinato, ponendolo al centro del suo romanzo “La danza degli ardenti” pubblicato negli anni ottanta.
Persone e circostanze che avrebbero fatto inorridire Masaniello.
Il busto di Enrico Cialdini all’ingresso della Camera di Commercio di Napoli. Il generale assassino, inviato dai Savoia nel 1861 nell’ex regno delle due Sicilie per reprimere il brigantaggio, firmò un massacro che lo avrebbe fatto passare alle cronache come “criminale di guerra”.
Sotto inchiesta per riciclaggio di denaro, il salernitano Nunzio Scarano, addetto all’Apsa, considerata la cassaforte del Vaticano. Lo chiamavano Monsignor cinquecento per il taglio delle banconote che era solito portare in tasca.
C’è un piemontese alla guida del Madre a Napoli. Ma c’è un napoletano a dirigere un museo d’arte contemporanea a Torino?
Durante la trasmissione la zanzara su radio 24, fa lo sgambetto a se stesso, don Luigi Merola, prete anticamorra, dichiarando a sorpresa che Berlusconi è un perseguitato e Cosentino non è un camorrista, non ci sono le prove per affermarlo.
Roberto Saviano parlando di mafia a Castel Capuano con il ministro Cancellieri, ha sottolineato che Napoli deve rompere con il passato.
Il segno della febbre
Ha la voce un po’ raffreddata al telefono, Jean-Noël Schifano – colpa del capricci metereologici parigini – ma l’amore per Napoli, di cui è orgogliosamente cittadino onorario (e a cui ha dedicato, in qualche modo, tutti i suoi libri, anche quando lei non ne è protagonista) è talmente grande da ridargli un vigore che non risparmia fendenti.
Anche da Parigi, dove è tornato dal 1998, dopo aver acceso la vita culturale partenopea per anni, alla guida dell’istituto francese di via Crispi, non ha mai smesso di amarla e di seguirla, come un trepido e premuroso compagno fedele fino all’ultimo respiro, ferito quando s’infanga l’immagine della sua donna con l’artificio delle menzogne che cominciano il loro cammino dall’Unità d’Italia.
Masaniello, invece, è il segno della febbre, il testimone e anche il giocattolo in un momento storico in cui la città era affamata da un’aristocrazia avida che viveva a spese della plebe. Lui è “l’archetipo del personaggio storico napoletano”: non si ribella all’autorità spagnola, ma si rivolta contro la nobiltà partenopea e la sua è un’azione che parte dallo stomaco, dalla mancanza di cibo, dalla miseria.
Napoli, capitale della tolleranza
La “nazione” Napoli non è luogo delle rivoluzioni, ma capitale della tolleranza, qui dovrebbe celebrarsi ogni anno la festa universale in suo nome, il 16 luglio ricordando quel giorno del 1547 (giusto un secolo prima che fosse assassinato il capopopolo della sommossa) quando i popolani si mescolarono agli aristocratici, confluendo in unico flusso di gente e scesero in strada contro la decisione del viceré don Pedro di Toledo d’istituire il tribunale dell’Inquisizione. Un movimento compatto, guidato da Bernardo Tasso, padre del poeta e drammaturgo Torquato. E dalla loro parte si schierò anche un futuro cardinale, il nobile Annibale Bozzuto.
La pizza “Fior di margherita”
La festa della tolleranza renderebbe giustizia alla storia napoletana che è stata falsificata, “scuntraffatta”, svuotata della sua identità in un presente in cui le istituzioni non fanno nulla per recuperarla, eccetto la Provincia di Napoli. Che per Jean-Noël compie un lavoro culturale importante attraverso convegni e iniziative come il Premio Masaniello (nato per valorizzare il patrimonio di Partenope), offrendo un esempio di armoniosa tolleranza. E a proposito di storia scuntraffatta, chiude il suo “ragionamento masaniellano” citando un altro caso di manipolazione. Quello della pizza Margherita. «Non lo sapevo nemmeno io. L’ho scoperto leggendo il libro Made in Naples di Angelo Forgione, di cui ho scritto la prefazione. Non è mai stata una pizza in onore della regina Margherita, ma era dedicata al fiore, un secolo e mezzo prima del 1860. Con i petali, che all’origine erano grandi, e la foglia, il basilico. Quindi proporrei di chiamarla pizza “Fior di margherita”, così si saprà che c’è un’altra menzogna storica in un alimento conosciuto dal mondo intero».
Per ristabilire la verità. E pensare al futuro. Masaniello ne sarebbe contento.
Tutte le volte che Napoli è arrivata prima
Made in Naples a la Feltrinelli. Foto e video
Grande folla lo scorso 8 luglio a la Feltrinelli di Chiaja a Napoli per la presentazione del libro Made in Naples di Angelo Forgione. Più di duecento persone hanno affollato fin sulle scale la sala eventi al piano inferiore della libreria, incollati alle sedie o in piedi per circa due ore, attente alle parole di Jean-Noël Schifano e Pino Aprile che hanno affiancato l’autore in un momento di grande intensità.
(video: Marco Rossano)
(foto Mafredi Adamo)
La pizza Margherita? Altro che 1889, è più antica!
Angelo Forgione – Prima di lasciare questo mondo e dopo aver letto il mio saggio Made in Naples, dalle pagine de Il Tempo, Ruggero Guarini aveva raccolto pubblicamente una mia proposta all’Associazione Pizzaiuoli Napoletani, chiedendo anch’egli di ridiscutere la storia della pizza Margherita, pur estremizzando un po’ il concetto. Di fatto, nel complesso universo dell’identità napoletana da ricostruire descritto nel mio libro trova ovviamente spazio la brillantissima stella del piatto simbolo di Napoli, ma anche dell’Italia, che ha davvero superato ogni frontiera, divenendo vero cibo globalizzato senza marchio. Ho voluto indagare su quanto gli gravita attorno, compresa la nascita della regina delle pizze, la Margherita, mettendo in forte discussione quella che, in base alla ricostruzione storica basata sugli eventi del Settecento e sui trattati di cucina dei maggiori cuochi dell’epoca, si configura come una leggenda ricca di fantasia ancora oggi narrata al fine di mantenere un velo di romanticismo su un simbolo dell’Italia nel mondo.
La Margherita, come tutti sanno, è attribuita a Raffaele Esposito, un pizzaiolo della pizzeria “Pietro… e basta così”, fondata nel 1880 da Pietro Colicchio, oggi “antica pizzeria Brandi”, nei pressi di Palazzo Reale. La storia racconta che la sera dell’11 giugno 1889, nelle cucine reali della Reggia di Capodimonte, Esposito avrebbe infornato tre diversi tipi di pizza per omaggiare la visita del re Umberto di Savoia e della regina Margherita, la quale ne avrebbe fatto espressa richiesta. Una con olio, formaggio e basilico; un’altra con i cecenielli (bianchetti); un’altra ancora con pomodoro e mozzarella, cui la moglie di Esposito, Maria Giovanna Brandi, avrebbe aggiunto una foglia di basilico. La regina piemontese avrebbe gradito quella evocante i colori della bandiera italiana, che, per l’occasione, sarebbe stata battezzata col suo nome. In realtà, esistono testimonianze della nascita di un tipo di pizza preparata con la mozzarella e il pomodoro ben prima della visita dei Savoia a Napoli.
Già in età borbonica, quella di Ferdinando IV, proprio pasta, pomodoro e mozzarella erano stati issati a pilastri di una rivoluzione agricola epocale che ha poi fatto la fortuna di Napoli, collocandola nella storia della cucina occidentale. La produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento. Il pomodoro, quello tondo, giunse attraverso la Spagna nel Seicento, ma intorno al 1770 prese il via la storia del pomodoro lungo, proveniente dall’America latina, in dono al Regno di Napoli dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex re di Napoli Carlo III, padre di Ferdinando IV, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà (la prima “marinara”, del 1734, era diversa da quella odierna, fatta inizialmente con acciughe, capperi, origano, olive nere di Gaeta e olio, e senza quel pomodoro che avrebbe fatto irruzione qualche decennio dopo). È dunque assai difficile considerare che i napoletani abbiano potuto metterci più di cento anni per versare pomodoro e mozzarella, insieme, su una pizza.
Per entrare nei dettagli della ricostruzione storica rimando alla lettura di Made in Naples. Qui basta accennare che la nascita della Margherita è databile almeno alla metà dell’Ottocento, qualche decennio in anticipo rispetto all’omaggio ai Savoia di Raffaele Esposito. Tutto ciò pare che le associazioni napoletane di categoria lo sappiano, poiché sono state proprio loro a fornire una prova di grande peso che sin qui è rimasta distrattamente ignorata ma che è ora il caso di porre al centro della discussione. Basta dare un’occhiata al Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge testualmente:
“Le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.”
Il regolamento certifica di fronte alla Commissione Europea un diverso parto della pizza tricolore, collocandolo nel periodo borbonico che precede addirittura di circa un secolo la data del 1889, anno dell’assaggio e non della nascita, vantato dalla pizzeria “Brandi” con un’epigrafe all’inizio della salita Sant’Anna di Palazzo. Apposta nel 1989, la lapide con tanto di stemma a croce sabauda indica:
“Qui 100 anni fa nacque la pizza Margherita”
Si tratta evidentemente di una piacevole suggestione per i turisti e nulla più, anche perché il racconto vuole che Raffaele Esposito abbia infornato a domicilio, presso la Reggia di Capodimonte e non nella pizzeria di Chiaja, quella pizza già esistente e corrispondente nei colori al vessillo del Regno d’Italia. Tra l’altro, la regina piemontese che dice al pizzaiuolo «comme è bbona e comme è bella chesta pizza. Come si chiama?» è ricca di fascino ma poco credibile se si considera che a Margherita di Savoia piaceva esprimersi in dialetto piemontese, in francese e tedesco mentre non amava farlo in italiano… figurarsi in napoletano. Insomma, un’operazione di marketing, sia dinastico che commerciale, per una pizza che già prima si mangiava in città come altre e che, elevandola a “regina” e associandola alla propaganda dell’Italia unita, ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del piatto tipico napoletano su tutto il territorio della Nazione allargata. Ma ormai la pizza napoletana è nel mondo, ed è anche il momento che l’identità storica della città si spogli dell’inganno, riprendendo i suoi veri connotati.
Magari, chissà, anche il nome “margherita” esisteva già, poiché il filologo Emmanuele Rocco, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di “sottili fette di muzzarella”. Vuoi vedere che dalle disposizione radiale delle “fette di muzzarella” veniva fuori il disegno del fiore di campo che è anche il nome della regina piemontese? In ogni caso, la pubblicazione è del 1858, e testimonia come la “margherita” si preparasse già almeno trent’anni prima della data che la storia d’Italia ha tramandato, se non ancora prima. Non sappiamo perché le associazioni di categoria abbiano dato un intervallo di tempo tra il 1796 e il 1810, ma le seconde pizze descritte dal Rocco, quelle con formaggio grattugiato e basilico, e condite con strutto in luogo dell’olio, cui si aggiungeva la mozzarella e talvolta, tra tante varianti, il pomodoro, indica che già a metà dell’Ottocento almeno si preparavano pizze con pomodoro, mozzarella, basilico strutto (olio) e spruzzate di formaggio grattugiato. E se non è una “margherita” questa…
approfondimenti su “Made in Naples” di Angelo Forgione (Magenes, 2013)
La Pizza Napoletana STG cerca nome. Diamole anche la sua vera identità.
Angelo Forgione – La “Pizza Napoletana STG” cerca nome. In base alle nuove disposizioni dell regolamento comunitario dell’UE 509/2006 sarà obbligatoria una denominazione propria per distinguerla dalle altre pizze senza riconoscimento, cioè quelle “false”.
In poche parole, bisognerà aggiungere un altro termine all’attuale denominazione (esempio: “Pizza Napoletana Verace STG” o “Pizza Napoletana Tradizionale STG) e comunicarlo all’Unione Europea. Questo per ridurre al minimo il rischio che il consumatore possa essere tratto in inganno trovandosi davanti sia a una “Pizza Napoletana Stg”, che deve rispettare precise regole di produzione, che ad una pizza spacciata per napoletana ma che di napoletano ha solo il nome.
L’Associazione Napoletana Pizzaiuoli, rappresentata dal presidente Sergio Miccù, sta preparando un concorso di idee per fornire alcuni suggerimenti al Governo italiano e ha già iniziato a raccogliere suggerimenti. L’occasione è ghiotta per ridare identità al piatto principe della cucina partenopea e alla stessa storia di Napoli. Già, perché, come scrivo e dimostro nel mio libro Made in Naples (in uscita il 29 maggio), l’origine della pizza napoletana è racchiusa nel Settecento napoletano. La Marinara, infatti, nasce nel 1734 e la Margherita si definisce tra il 1796-1810, così come indicato nel Regolamento UE n. 97/2010 del 4 febbraio 2010 redatto dall’Associazione Verace Pizza Napoletana e dell’Associazione Pizzaiuoli Napoletani. La data del 1889 attribuita a Raffaele Esposito dell’attuale pizzeria Brandi riguarda non l’invenzione della Margherita ma l’offerta alla regina Margherita di Savoia di una pizza che già esisteva da almeno ottant’anni, così come indicano alcuni trattati di cucina del Regno di Napoli, data in assaggio alla regina d’Italia per il colore dei suoi condimenti che ricordavano la bandiera tricolore.
Pertanto, per ripristinare la verità storica e restituirci identità, sarebbe cosa giusta e importante proporre al presidente Sergio Miccù di marchiare la vera pizza con una denominazione che riconduca al vero periodo storico in cui è stata creata, quello del Regno di Napoli e dell’illuminismo napoletano in cui la coltura del pomodoro e la produzione della mozzarella ebbero un rivoluzionario impulso. Sarebbe ora di dargli, ora che ce n’è la possibilità, nomi veramente identitari come: “Pizza del Regno di Napoli STG”, “Pizza del Re di Napoli STG”, oppure “Pizza Reale di Napoli STG”, o ancora “Pizza borbonica di Napoli STG”. E, perché no, “Pizza Made in Naples STG”.
Inviterei quindi tutti i lettori di questo blog che condividono l’idea a inviare le proposte sopra elencate, o altre proprie, ai seguenti indirizzi:
info@pizzaiuolinapoletani.it e segreteria@pizzaiuolinapoletani.it
Napoli risorsa per l’umanità
pizza “a ogge a otto” e “caffè sospeso” contro la recessione
Era il 1734 quando nacque la pizza Marinara. Quatto anni dopo, partendo da Port’Alba, ai Decumani si diffuse la nobile abitudine di vendere pizze cotte a legna e fritte, soprattutto ai passanti, col sistema di pagamento “a ogge a otto” che permetteva di saldare il debito fino a otto giorni dal consumo. Il successo fu enorme e le strade di Napoli divennero, negli anni, un andirivieni di consumatori e venditori ambulanti di ogni genere alimentare. Un boom che decretò l’inizio della grande storia della pizza napoletana. In tempo di crisi economica come quello attuale, l’antica tradizione torna esempio sociale. A rilanciarla è il pizzaiolo Gino Sorbillo a Via Tribunali.
Rinvigorito è anche il “caffè sospeso”, partendo dallo storico Caffè Gambrinus di Antonio e Arturo Sergio. Una ritualità che scalda più il cuore che il palato, una volta sicuramente più
viva. Una grande lezione di solidarietà che suggerisce il pagamento anticipato di una tazzina a beneficio di ignoti indigenti che arriveranno a consumarla. Recentemente adottata anche a Milano e un po’ dappertutto, persino all’estero.
Napoli, ancora una volta, riscopre sé stessa e dà fondo alla sua tradizione storica per combattere la modernità che non corrisponde a progresso sociale, divenendo modello anticonformista ad ogni latitudine.
A New York, la cucina napoletana è “cool”
Pasquale Cozzolino, Executive Chef napoletano negli States:
«La pizza Napoletana alla conquista di New York»
di Angelo Forgione per napoli.com – Pasquale Cozzolino, figlio di Napoli, fa onore alla sua città e a sé stesso all’estero. Fino a un paio di anni fa viveva nella centralissima Via Toledo, poi ha fatto la valigia ed è volato a New York per deliziare gli americani con l’arte culinaria della sua terra. Oggi è Executive Chef nel cuore di Brooklyn, dove prepara anche la vera pizza napoletana con enorme successo. Tutto come a Napoli, perché non potrebbe fare diversamente un cuoco che ha ricevuto il diploma di “Ambasciatore della pizza napoletana” dall’Associazione Verace Pizza Napoletana. «Arrivano tutti gli ingredienti da Napoli, l’unica cosa di New York è l’acqua», dice Cozzolino.
La stampa specializzata di New York si interessa ai suoi paccheri col baccalà e alla sua pizza verace. Per lui, la qualità del cibo è fondamentale e nei suoi piatti ci mette la napoletanità. La storia della cucina napoletana la conosce benissimo ed è orgoglioso delle sue origini. Si dichiara “un meridionalista”, fiero della storia del Regno di Napoli. «In troppi non hanno cognizione di quella storia, e io tento di educare le persone alle vicende che si nascondono dietro i piatti che preparo». Dalla sua amata città e dal suo amato Napoli non intende staccarsi neanche d’oltreoceano. E da quello che racconta, la sua è una vera missione identitaria applicata al lavoro.
Chef, come ve la passate voi napoletani a New York?
Bene. A New York, essere napoletani è motivo di vanto. Napoli è una città conosciutissima, il New York Times le dedica ogni anno un dossier e nell’ultimo ha evidenziato come la stampa italiana ne parli prevalentemente per evidenziarne i fatti brutti, senza dare molto spazio alle tante cose positive. Gli americani ci difendono a ragion veduta, senza i pregiudizi tipici della stampa snob italiana.
Del resto, di cuochi napoletani ce ne sono tanti lì…
Si, ma non siamo tutti di Napoli. Se vogliamo fare una distinzione, il numero di campani in generale è nettamente superiore… di napoletani della città ne siamo pochissimi. Io sono l’unico chef “pizza e cucina” di Napoli a New York. Lo sottolineo semplicemente perché, per quanto riguarda la pizza, quella napoletana ha le sue migliori espressioni sul territorio cittadino partenopeo. Ma, da Roma in giù, per loro, siamo tutti napoletani. Bisogna solo “combattere” per spiegare bene cos’è il cibo e la pizza napoletana, che per troppi anni sono stati comunicati male.
Qual è il riscontro della nostra cucina a New York?
Per i newyorchesi, cucinare a casa è come per un italiano andare a cena fuori, è un evento sporadico o quantomeno non usuale. Per loro, avere a disposizione una moltitudine di ristoranti di cucine provenienti da tutte le latitudini è di vitale importanza, perché hanno preferenze e gusti a seconda dei quartieri e delle etnie. L’unica cucina che riesce a mettere d’accordo tutti è quella italoamericana, che è totalmente diversa dalla cucina italiana, sia per qualità che per esecuzione. Ma la vera cucina napoletana, che si sta facendo strada da pochissimo insieme ad altre cucine del Nord-Italia, si sta avviando a soppiantarla. Ovviamente, per avere una cucina di qualità si alzano i prezzi e anche una pizza verace napoletana diventa un piatto gourmet di fascia alta. Ma i newyorchesi adorano la pizza napoletana, la trovano salutare, leggera e fresca. La pizza napoletana è la rivoluzione… è una pizza a lunghissima lievitazione, con prodotti campani come il pomodoro San Marzano, la mozzarella di bufala, l’olio extravergine e la cottura in forni a legna o a gas ad altissime temperature. È un prodotto per loro impossibile da realizzare. Ecco perché sta diventando la regina della pizza gourmet in America, ed il fatto che sia di moda a New York sta facendo fiorire pizzerie napoletane in molte altre città. Attenzione però, perché si sta correndo il rischio di abbassare la qualità, perché molti improvvisati si buttano in questo business con immaginabili risultati. Il mio compito e quello di altri chef italiani è quello di tenere la guardia alta e segnalare eventuali “abusi” o travisazioni.
Quindi i newyorchesi sono ormai in grado di riconoscere una vera pizza napoletana, dal tipo più croccante alla romana?
In linea di massima, si. Riescono a riconoscere le differenze. Hanno capito che, mangiando una vera pizza napoletana, consumano un prodotto artigianale unico nel suo genere, antico come le mura di napoli e di una qualità e di una digeribilità impareggiabili. Anche qui, come a Napoli, è ormai costume locale disquisire sulla pizza più buona tra le napoletane di New York. La pizza napoletana è una realtà consolidata e vincente negli ultimi cinque anni, ma ovviamente c’è tanto ancora da fare; il vero boom ci sarà quando si riuscirà a far mangiare la pizza napoletana anche là dove non se la possono permettere, riducendo il prezzo al piatto e mantenendo la qualità. Bisogna aprire pizzerie dove i costi di gestione dei ristoranti sono decisamente più bassi. A Brooklyn per esempio, dove io ho aperto un ristorante insieme a due soci newyorchesi e dove possiamo offrire la vera pizza napoletana a un costo decisamente alla portata di tutti: 11 dollari per una Margherita, circa 8,50 euro. Il riscontro é positivissimo!
E la pizza all’italiana è richiesta come la napoletana?
No. La pizza “New York style” è molto simile alla pizza settentrionale, un prodotto di basso costo con prodotti di media qualità. Chiariamoci, le pizze “italiane” croccanti piacciono ai newyorchesi come piacciono anche le “slice pizzas” locali. Ma perché dovrebbero spendere molto di più per mangiare una pizza all’italiana che, in buona sostanza, nella loro cucina già esiste? Molte pizzerie che propongono pizze non napoletane sono costrette, per vendere quel prodotto, a giustificarne il costo, e pubblicizzano il forno a legna, il San Marzano e la mozzarella di bufala, finendo per diventare una brutta imitazione della vera pizza napoletana che tanto entusiasma i newyorchesi.
Ancora molti americani, ma in generale nel mondo, non sanno che la pizza è napoletana. Ma mi pare di capire che il “made in Naples” non finisce di trionfare all’estero, e che l’associazione pizza-Napoli-cucina continui a marciare spedita.
La napoletanità, appena metti piede fuori dall’Italia, è una carta vincente. Abbiamo una storia impareggiabile, e tutti i napoletani dovrebbero riscoprirla. Perchè la nostra marcia in più lontano da Napoli, un giorno, non sia più un freno a mano tirato a Napoli. Ma dirlo ad Angelo Forgione mi sembra un’ovvietà, e quindi mi fermo qui.
Scavi di Pompei e pizza napoletana esperienze top nel mondo
Angelo Forgione – Visitare gli scavi di Pompei e mangiare la migliore pizza al mondo a Napoli sono tra le “50 greatest travel experiences”, le più grandi esperienze di viaggio in giro per il mondo che si possono fare con un biglietto aereo. Le consiglia ai suoi lettori “The Traveller” (pag. 76), la rivista di bordo della compagnia aerea low cost Easyjet, leader in Europa, che nel numero di Novembre ’12 ha fornito consigli sui luoghi e le cose da non perdere in tutto il pianeta.
L’Italia fa la parte del leone con ben 5 segnalazioni nella speciale classifica e la Campania è l’unica regione italiana che si è aggiudicata due menzioni sulle cinque italiane. Alla posizione 18 gli scavi di Pompei, considerati “superiori a qualsiasi visita in un normale museo” dove “non serve una macchina del tempo: sembra infatti di stare al giorno dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. perché tutto è rimasto quasi intatto come allora”. Alla posizione 40 irrompe la pizza napoletana: “Mangiare la migliore pizza al mondo che senza alcuna sorpresa viene dalla città di Napoli dove fu creata la Pizza Margherita. Gino Sorbillo ha imparato i segreti della pizza da giovane, trasformandola in una vera e propria forma d’arte utilizzando i migliori ingredienti della produzione locale”. Due offerte al mondo della Napoli del ‘700 restano, a circa tre secoli di distanza, esperienze contemporanee di rilevanza assoluta.
Le altre citazioni italiane sono per una cena sulla terrazza del Centurion Palace di Venezia (23), la Prima della Scala (26) e il soggiorno in un trullo di Alberobello nelle Murgie (49).
Interessante segnalare che alla posizione 32 c’è la cisterna del “Sunken Palace” di Istanbul, un sito che attira milioni di visitatori e che ha un sito similare nella Piscina Mirabilis di Bacoli, la più grande cisterna mai costruita dagli antichi romani, che però è sostanzialmente chiuso ai turisti. E anche una Prima al San Carlo non è male. Vuoi vedere che qualcuno si renda conto che Napoli potrebbe vivere di solo turismo?



