Quel SILENZIO sui campi italiani che non c’è

Angelo Forgione – Mi sarebbe piaciuto che il minuto di SILENZIO chiesto dalla SSC Napoli per onorare la memoria di Pasquale Romano, il trentenne di Cardito vittima innocente della guerra tra clan prima di Napoli-Chievo, oltre a quella del Caporale Tiziano Chierotti, fosse durato un minuto e non 30 secondi. Mi sarebbe piaciuto che il minuto di SILENZIO fosse di raccoglimento, cioè SILENZIO assoluto, introspezione, concentrazione spirituale, e non di applausi che vanno benissimo se alla fine del SILENZIO. Mi sarebbe piaciuto che l’arbitro Celi avesse atteso che l’annuncio del minuto di SILENZIO fosse diffuso, invece di decretarne frettolosamente l’inizio (e la fine) e costringere lo speaker a parlaci su. Mi sarebbe piaciuto che, almeno per una volta, i telecronisti l’avessero chiamato minuto di ovazione e non di SILENZIO. Perchè il minuto di SILENZIO, in Italia, dovrebbe chiamarsi per come viene interpretato. È una questione di cultura, quella che ci manca in tante, troppe occasioni.
Ieri c’è cascata anche Napoli che avrebbe potuto dare migliore dimostrazione di coscienza e dolore rispetto ad una delle tante tristi vicende che colpiscono nel profondo la sua parte sana e vitale. Occasione sprecata. Ma chiariamoci, è un malcostume diffuso; in Italia non siamo capaci di onorare le vittime come in altri paesi dove il rispetto del tempo e del SILENZIO è vero raccoglimento (video).

Terremoto TGR Piemonte con epicentro Napoli, la RAI detta nuove regole

Giampiero Amandola fu avvisato dal montatore ma…

Ma che sconquasso ha scatenato V.A.N.T.O.! Sospensione di Amandola, scuse della sua redazione e della Rai di Roma ai napoletani e agli italiani, sdegno di tutta la categoria giornalistica, iniziative legali, affermazione di verità storiche su cui sono poi inciampati noti giornalisti-scrittori. Ora anche nuove regole interne alla RAI, ed è giusto così.
Alla sede Rai di Torino le acque sono ancora molto agitate e si susseguono le conseguenze del servizio definito “razzista” nel comunicato di scuse che ha mortificato l’ambiente torinese e tutta la classe giornalistica. Il direttore dell’informazione regionale Alessandro Casarin, accompagnato dal vicedirettore Federico Zurzolo, si è recato ieri nel capoluogo piemontese per incontrare l’intera redazione. Ma già Mercoledì pomeriggio si era collegato in teleconferenza con tutte le redazioni locali per raccomandare due nuove “rigide” regole: i testi redatti dai giornalisti devono essere accessibili, e dunque inseriti nel sistema editoriale interno alla Rai, in modo da poter essere letti da capiservizio e capiredattori, mentre il responsabile della messa in onda del tg dovrà controllare o far controllare dai capiservizio i servizi montati prima che vengano trasmessi.
L’omesso controllo è chiaramente il vero motivo dell’imbarazzo di Casarin ed è altrettanto evidente che la figuraccia sia stata grande e la RAI non si possa consentire una perdita di credibilità. È la stessa dinamica riscontrata nella questione Gambero Rosso-pizza per cui chi ha commesso un autogoal ha prima chiesto scusa e poi promesso di “aggiornarsi” per salvare la reputazione.
Amandola, sospeso dalla RAI, avrà trenta giorni di tempo per rispondere all’Ordine dei giornalisti del Piemonte che ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti convocando anche il caporedattore Carlo Cerrato (che durante l’edizione del TG piemontese non era in redazione), il vicecaporedattore e capocronista Massimo Mavaracchio (responsabile di messa in onda) e il vicecaporedattore Gianfranco Bianco che ha condotto il tg dello scandalo. E nell’accertamento interno delle responsabilità emergono particolari interessanti. Pare che Amandola, consegnando il suo pezzo pochi minuti prima della messa in onda e rendendo di fatto impossibile il controllo, sia stato “avvisato” dal montatore che, confezionando con lui il servizio, gli avrebbe fatto notare che la considerazione sulla puzza era inopportuna. La risposta di Amandola? “Tu non capisci l’ironia”.

Napoli – Paris Saint Germain, vince l’accoglienza napoletana

Tre giorni di sport e cultura a Napoli in occasione di un’amichevole di calcio tra il Napoli e il Paris Saint Germain femminile. Un gemellaggio che la società napoletana sta stringendo con quelle delle maggiori città europee. Finisce che le francesi vanno via entusiaste dell’accoglienza napoletana.

TGR Piemonte, servizio razzista durante Juventus-Napoli

Non si trovano definizioni per il servizio andato in onda durante la partita Juventus – Napoli nel TG regionale del Piemonte. L’unica che viene in mente è “razzista”.
L’edizione delle 19:30 inizia poco prima che la squadra juventina segni i due goal che stendono il Napoli. Gian Franco Bianco aggiorna sul risultato di 0-0 e introduce un servizio firmato da Giampiero Amandola, giornalista della testata regionale piemontese della RAI, che si era recato ai cancelli dello Juventus Stadium per ascoltare le due tifoserie. Tra i tanti interventi, vengono fuori due clamorose perle. Prima due giovani che urlano ai microfoni la frase razzista “o Vesuvio lavali tu” che viene serenamente inserito nel montaggio come se fosse un normale e innocuo sfottò. Poi lo scivolone ancora peggiore di Amandola cui uno juventino spiega che i napoletani sono ovunque perchè sono «un po’ come i cinesi»; seguono eloquenti risatine sarcastiche e, cosa ben più grave, la gravissima osservazione del giornalista che afferma «li distinguete dalla puzza, con grande signorilità». E il tifoso, compiaciuto dell’assist insperato: «molto elegantemente, certo». Stavolta la risatina è del giornalista.
Un servizio del genere, sia pur rivestito di una comoda ironia, diffonde pessimi ideali nei telespettatori, soprattutto tra i più giovani. Ed è inconcepibile che un giornalista spalleggi l’ignoranza dei tifosi, ma ancor più inconcepibile che il direttore di redazione possa accettare la messa in onda di un siffatto montaggio.
In attesa di punizioni sia al Napoli per gli ingiustificabili danni da reazione procurati dai suoi tifosi (se confermati e reali) che alla Juventus per gli incessanti cori razzisti provocatori, ci attiveremo per denunciare il fatto agli organi competenti e chiederemo ai colleghi della redazione Rai di Napoli di chiedere spiegazioni a quella di Torino, alla quale è possibile segnalare l’indignazione all’indirizzo di posta elettronica redazione.torino@rai.it, ritenendola responsabile di cattiva informazione e diffusione di ideali razzisti, pratica deontologicamente scorretta. Giornalisti e redazioni avrebbero il compito di denunciare, non di fomentare.

il videoclip montato contiene parte del servizio integrale che è disponibile sul sito della TGR e che per correttezza segnaliamo.

Autodenigrazione tra “napoletanizzazione” e “piemontesizzazione”

Angelo Forgione – “Napoli is not Italy”, così recitava uno degli striscioni allo “Juventus Stadium”. Si scriverebbe Naples, ma è un dettaglio. E già questa scritta basterebbe per sanzionare la Juventus dopo che nessuno si è preoccupato di minacciare la sospensione della partita per i continui cori razzisti, le invocazioni al Vesuvio e le etichette di “terremotati” ancora di moda a certe latitudini dove la tragedia si è manifestata vicina solo qualche mese fa. Che pochezza!
Sotto, lo striscione di Pozzuoli bianconera, e non c’è bisogno di aggiungere altro. Nessuno sospende le gare, nessuno chiede rispetto (Kawashima e Zoro restano gli unici esempi di dignità), nessuno dall’alto prende provvedimenti e poi tutti finiscono per scandalizzarsi dei fischi napoletani all’inno nazionale o di qualche tafferuglio che ne sono la diretta conseguenza.
Gli juventini che intonano la Canzone napoletana (e gli riesce non male visto che sono in tanti meridionali, Pozzuoli bianconera docet) a mo’ di sfottò evidenziando la l’EGEMONIA CULTURALE NAPOLETANA DEL BELLO. Loro hanno imparato le canzoni di Napoli, i napoletani non ne hanno mai sentita una di piemontese. E i loro cori razzisti evidenziano l’EGEMONIA MILITARE PIEMONTESE DEL BRUTTO che è storicamente sempre la stessa. I napoletani hanno esportato cultura e poi si sono infilati le loro divise per trovare lavoro e servire quella patria fatta a Torino. Chi le porta oggi con grande onore, al Sud come al Nord, non si ritenga offeso perchè, prima dell’unità d’Italia, Carabinieri e Bersaglieri erano esclusivamente piemontesi (e li erano stati fondati i corpi), un popolo di cultura militare dedita alla conquista riuscita solo al Sud con la denigrazione e i sotterfugi, un popolo che per fare regge e cultura ha dovuto chiamare i meridionali a corte. Ed è per questo che a loro il razzismo riesce facile.
In una manifestazione retrograda e eticamente diseducativa della nostra società qual è una partita di calcio allo stadio, abbiamo assistito ai due fenomeni che hanno costruito la moderna società italiana: la napoletanizzazione e la piemontesizzazione. Con una grave anomalia ben più grave, e cioè che il meridione, dopo aver infilato le divise piemontesi, ha “infilato” anche il loro razzismo che è diventato autodenigrazione.
E non veniteci a dire che si tratta di calcio e niente di più. Qui c’entra la prevenzione e la repressione che attiene ai palazzi istituzionali. E scusate se è poco.

il Prefetto uomo solo nella bufera, ma non si scusa

tutti contro De Martino e qualcuno lo definisce “borbonico”, ma è italiano

L’inciampo del prefetto uscente di Napoli Andrea De Martino è ormai un caso nazionale. Ma lui, ascoltato da repubblica.it, si sorprende del clamore e non si scusa, continuando a difendersi, seppur con un tono più dimesso rispetto a quello con cui ha strigliato Don Maurizio Patriciello, e professando la propria umiltà in nome delle carezze offerte ai parenti degli innocenti morti per camorra che dallo Stato da lui rappresentato chiedono invece difesa preventiva e non sterile conforto.
Nessuno a livello nazionale assolve il suo atteggiamento e qualcuno, pur analizzandolo correttamente, finisce per definirlo “borbonico” (e ti pareva!) mentre in realtà  nella Napoli Capitale si registravano picchi di 50 “udienze” al giorno e senza “filtri”. Il fare di De Martino è invece decisamente italiano, non c’è alcun dubbio. La sensazione è che ormai, in questo paese, non si comprendano più né la triste realtà né i significati delle parole. Resettare, grazie.

Mentre la Campania muore di tumore il prefetto redarguisce il prete

la spia dell’atavica spaccatura tra Stato e cittadini in cui si inseriscono le mafie

Che scena triste quella messa su dal prefetto uscente di Napoli De Martino Giovedì 18 Ottobre durante una riunione in prefettura sulla questione dei roghi tossici che avvelenano il territorio tra il Napoletano e il Casertano. Il parroco di Caivano don Maurizio Patriciello che si batte da tempo per denunciare il fenomeno, mentre ribadisce l’allarme per la situazione critica, è ripreso da De Martino solo perchè si è “permesso” di chiamare “Signora” e non “prefetto” la dottoressa Pagano, omologa di Terra di Lavoro.
De Martino perde le staffe e l’equilibrio linguistico: «Se io la chiamarei ‘signore’ invece di reverendo, lei che direbbe?». Ma non è questo il problema. Il fatto è che l’educazione di Don Patriciello è evidente e riconosciuta ed è semmai la posizione del rappresentante dello Stato a lasciare sgomenti e ad evidenziare un atteggiamento presuntuoso e superiore, ingiustificato e ingiustificabile, che un uomo di istituzione non dovrebbe mai avere nei confronti della società civile o, nella fattispecie, di un uomo di chiesa che pone problematiche drammatiche in difesa della gente. Che mentre muore di tumore e perde parenti è costretta a subire il Dott. De Martino che pretende il rispetto del bon-ton istituzionale.
De Martino è in uscita da Napoli ma il problema resta ed è serio. Si tratta della distanza tra Stato e cittadini che crea un vuoto nel quale si inseriscono mafie e delinquenze varie.

Lo spot beffardo di Autostrade per l’Italia… del Nord

Angelo Forgione – Nuovo spot di “Autostrade per l’Italia” dopo dieci anni di assenza dal circuito televisivo. Protagonista della comunicazione è una bambina alla guida di una automobilina a pedali. Lungo paesaggi, viene portata in stage diving dalle diecimila persone che in Autostrade lavorano e che tutte insieme, nella film, creano strade dove non ne esistono ancora.
Una nuova strategia comunicativa che sa di beffa per il Sud perchè punta a delineare l’azienda come uno dei motori portanti della nostra imprenditoria, cioè quella settentrionale. Beffardo anche il nuovo pay-off: “La passione di muovere il paese”. Lo spot finisce con la voce fuori campo che dice “apriamo nuove strade e creiamo lavoro per crescere… tutti”. Ma già beffarda è la denominazione “Autostrade per l’Italia” per una SpA del gruppo privato Atlantia (principale azionista la famiglia Benetton) che al Sud sparisce a Taranto e a sud di Napoli dopo aver spremuto gli automobilisti della sua Tangenziale. Si, perchè quel poco che resta della rete autostradale è di competenza dell’A.N.A.S. (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade), altra SpA avente come riferimento il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Che “Autostrade per l’Italia”, come “Ferrovie dello Stato” serva principalmente il nord lo si capisce osservando la sua rete che copre in maniera fitta il Settentrione per poi diradarsi al Centro e dissolversi al Sud. Il collegamento Tirreno-Adriatico è salvato dai due “ponti” che attraversano Lazio-Abruzzo e Campania-Puglia. Per non parlare della Sardegna che è completamente scoperta di rete infrastrutturale.
Atlantia e A.N.A.S., insieme, determinano comunque una situazione critica per il Sud. Tutte le regioni settentrionali presentano valori di copertura superiori alla media nazionale, ad eccezione del Trentino-Alto Adige con valori inferiori in entrambe le province autonome di Bolzano e Trento condizionate dalle caratteristiche orografiche. Le regioni del Centro presentano densità inferiori alla media nazionale, salvo Lazio e Abruzzo, con l’Umbria che è la regione centrale meno dotata. Il Mezzogiorno presenta la minore concentrazione complessiva; le due regioni che fanno eccezione sono Campania e Sicilia, mentre quelle con la minore dotazione sono Basilicata e Molise. Sempre meglio della Sardegna.

C’è puzza di razzismo a Torino, meglio avvisare Abete.

Angelo Forgione – Dal giorno dell’introduzione delle norme contro il razzismo che consentono la sospensione delle partite di calcio in caso di cori e striscioni razzisti ho avviato una battaglia per denunciare come tali norme non tutelassero i napoletani e per sollecitare il capitano del Napoli a indicare all’arbitro l’applicazione del regolamento. Puntualmente inapplicato.
Ora finalmente pare che qualcuno abbia ascoltato, anche perchè l’anno scorso, allo Juventus Stadium, se ne erano viste e sentite di cotte e di crude, e nessuno aveva battuto ciglio. Dunque, meglio mettere i vertici del calcio sull’attenti. Ci hanno pensato i senatori Antonio Gentile, Giovanbattista Caligiuri, Giuseppe Valentino, Francesco Bevilacqua e Vincenzo Speziali (PdL) che, proprio nel giorno delle veementi proteste britanniche sostenute dal Premier David Cameron per il comportamento razzista dei tifosi serbi nel match della loro under 21 contro l’Inghilterra, hanno chiesto in una lettera al presidente della FIGC di dare disposizioni rigide affinchè l’arbitro designato per Juventus-Napoli sospenda la partita, temporaneamente o definitivamente, in caso di striscioni o cori di contenuto razzistico contro Napoli e il Meridione.
«In passato – hanno scritto i senatori – sono stati tollerati striscioni come “benvenuti in Italia”, “La vergogna dell’Italia siete voi” oppure “Vesuvio erutta per no” che non hanno nulla di sportivo e che offendono non solo una grande capitale culturale europea, ma l’intero Sud. Il regolamento calcistico internazionale prevede durissime sanzioni contro cori e ingiurie o striscioni di carattere razzistico, sia per quanto riguarda la pelle, sia per quanto riguarda le provenienze territoriali che, purtroppo, ancora oggi sono oggetto di sfottò vergognosi. Invitiamo la società sportiva calcio Napoli – conclude la nota dei senatori –, in caso di reiterazioni di questi comportamenti e di atteggiamenti omissivi da parte dell’arbitro, ad abbandonare il rettangolo di gioco: non si possono più tollerare offese al Sud e all’Italia che è unica ed unita».
Chiamatela pre-campagna elettorale, chiamatela ingerenza politica, ma l’importante è che anche dal Senato sia arrivato uno squillo ad Abete. Certo, se s’impegnassero anche per togliere Napoli e il Sud dalla condizione coloniale in cui si trovano non sarebbe cosa sbagliata.

Passo indietro del Gambero Rosso: «scusate l’incompetenza»

a “Uno Mattina”, eloquente rettifica verbale di un curatore della guida

Angelo Forgione – E ora scopriamo che la scrittura del “software” che fa girare la Guida Ristoranti 2013 del Gambero Rosso è incompleta e i programmatori stanno lavorando ad un “aggiornamento” per renderlo corretto. La metafora informatica calza a pennello per descrivere un “errore di sistema” che danneggia l’immagine della pizza napoletana (ma non il gusto). Giancarlo Perrotta, uno dei due curatori di origini napoletane della guida, intervenuto a “Uno Mattina”, si è sostanzialmente scusato e ha chiesto pazienza per l’errore.
«Non c’è dubbio che la migliore pizza sia a Napoli – ha detto Perrotta. Noi sulle pizzerie, lo riconosciamo, non siamo ancora così esperti come lo siamo sui ristoranti e le trattorie. La nostra guida recensisce 2015 esercizi, di questi solo 26 sono pizzerie e abbiamo iniziato solo quest’anno. Quindi chiediamo un pochettino di tempo perché vogliamo essere presenti sulla città di Napoli… i napoletani si ribellano giustamente».
Perrotta, come il gambero, fa un passo indietro e ammette di aver valutato senza sufficiente competenza e senza aver ben sondato la piazza napoletana. E questo la dice lunga su una valutazione effettuata sulla base di “diversi criteri” che non hanno troppo a che fare con la qualità e la meritocrazia. L’esperto gastronomo chiude la sua pubblica ammenda allargando le braccia in segno di resa ad una reazione napoletana evidentemente non preventivata. Una leggerezza, perchè la tradizione plurisecolare e la storia non si aggiornano ma si tramandano. Di fronte a lui la piemontese Elisa Isoardi che, da par suo, “scherza” con il napoletano Franco Di Mare.

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