Pizza fritta (di Sorbillo) lurido cibo di Napoli nella signorile Milano

Angelo Forgione Vittorio Blùm come Carlo Collodi. 24ILMagazine de IlSole24Ore si scaglia contro la pizza fritta napoletana di Gino Sorbillo, da poco approdata a Milano. “Sarà un flop”, scrive il fantomatico autore del pezzo che parla dell’avvio della “Antica Pizza Fritta da Zia Esterina” all’ombra del Duomo.

“A Milano non siamo abituati a circolare con un arnese in mano lungo una banana e mezza e largo come un vecchio vhs, una sorta di baionetta grondante olio, provolone e pomodoro incandescenti, che se lo addenti schizza molecolarmente a raggera rischiando di trascinare te e i posteri in sanguinose cause di risarcimento danni solidi e morali ai famigliari dell’avvocato d’affari appena sbucato da piazzetta Liberty che hai centrato perfettamente nell’occhio chiudendoglielo per sempre”.

Come a dire: questa lurido cibo napoletano è un’indecenza nella signorile Milano dei professionisti. Sembra proprio di rileggere i toni sprezzanti che usò nel 1886 Carlo Collodi, autore di Pinocchio, per presentare agli italiani la pizza napoletana. Era il secondo Ottocento unitario, e il cibo partenopeo tentava di conquistare l’Italia, mentre gli italiani del Nord la consideravano un alimento da straccioni e poveracci napoletani afflitti dal colera, un alimento che poteva provocare il contagio, un lurido pasticcio per maleducati che lo mangiavano con le mani:

“Vuoi sapere cos’è la pizza? E’ una stiacciata di pasta di pane lievitata, e abbrustolita in forno, con sopra una salsa di ogni cosa un po’. Quel nero del pane abbrustolito, quel bianchiccio dell’aglio e dell’alice, quel giallo-verdacchio dell’olio e dell’erbucce soffritte e quei pezzetti rossi qua e là di pomidoro danno alla pizza un’aria di sudiciume complicato che sta benissimo in armonia con quello del venditore.

Il nuovo acquedotto del Serino risolse i problemi idrici causati dagli antichi acquedotti tufacei di Napoli. Acqua pulita, incontaminata, buonissima… e pizza pronta a partire alla conquista della nazione. E così fu inventata la favoletta patriottica della “pizza Regina” del 1889. Inziò la scalata, lunga, perché ancora negli anni del Fascismo, a Milano si diceva «mi la pizza la mangi a Napoli» (io la pizza la mangio a Napoli). Dopo la guerra, la pizza, il “sudiciume complicato“, invase non solo Milano, non solo l’Italia ma tutto il mondo.
La storia si ripete. Non bastavano le parole di Domenico De Masi (
«La pizza napoletana è una boiata interclassita per avvinazzati»). Ora anche la descrizione della pizza fritta napoletana di Sorbillo a Milano. Il nuovo Collodi si chiama Vittorio Blùm. Se tanto mi dà tanto, la pizza fritta napoletana sta per invadere l’Italia.

L’antichissimo sapone di Napoli

saponeAngelo Forgione Quattro secoli sono trascorsi dalla morte di Miguel de Cervantes Saavedra (29 settembre 1547 – 22 aprile 1616), figura che è per la Spagna ciò che Dante è per l’Italia. Se infatti l’italiano è “la lingua di Dante”, lo spagnolo è “la lingua di Cervantes”. Drammaturgo e militare, in El viaje del Parnaso, l’iberico esaltò le virtù e le bellezze di Napoli, riconoscendo nei napoletani la mitezza e la resistenza, come pure la fortuna di essere circondati da un’incredibile bellezza naturale. La sua ammirazione per la civiltà partenopea è anche nel Don Chisciotte della Mancia, esattamente nella parte II cap. XXXII, dove viene citato il molto pregiato ed eccezionalmente profumato sapone di Napoli, usato per uno degli scherzi descritti nell’opera.

[…] In fine, don Chisciotte si calmò, finì il pranzo e, come fu sparecchiato, vennero quattro damigelle, l’una con un bacile d’argento, l’altra con un’anfora, pure d’argento, la terza con due bianchissimi e finissimi asciugamani sulla spalla, l’ultima, che con le braccia nude fino al gomito, teneva per le bianche mani (e davvero che erano bianche), una rotonda palla di sapone di Napoli. S’avvicinò quella dal bacile e con bel fare maliziosetto e faccia franca cacciò il bacile sotto il mento di don Chisciotte; il quale, senza dir verbo, maravigliato di simile cerimonia, credette che avesse a essere usanza di quel luogo il lavare la barba, anziché le mani; perciò distese la faccia quanto più poté e a un punto stesso l’anfora cominciò a rovesciar giù acqua; quindi la donzella dal sapone si dette con gran furia a stropicciargli la barba, sollevando bioccoli di candida neve, ché tale era, e non meno, la saponata; e non soltanto la barba, ma tutto il viso e su per gli occhi del docile cavaliere, tanto che fu costretto a serrarli. Il duca e la duchessa, che non sapevano nulla di questo, stavano ad aspettare dove mai andasse a finire quella straordinaria lavanda. La donzella barbiera, quando gli ebbe fatto un’ insaponata alta un palmo, finse che le fosse finita l’acqua e comandò a quella dall’anfora che andasse a prenderne; intanto il signor don Chisciotte aspetterebbe. L’altra andò e don Chisciotte rimase a fare la figura più strana e più ridicola che si possa immaginare. Lo guardavano tutti gli astanti, che erano in molti, e al vederlo lì col collo teso, lungo una mezza canna, più che passabilmente scuro, con gli occhi chiusi e la barba tutta insaponata, fu un gran miracolo ed anche molta loro discrezione se riuscirono a dissimulare le risa. Le donzelle, che avevano ordito la burla, tenevano gli occhi bassi, senza osar di guardare i loro padroni, e questi, nel contrasto fra l’ira e il riso in cuor loro, non sapevano a cosa appigliarsi: se castigare l’ardire delle ragazze o premiarle per il divertimento che essi provavano nel vedere don Chisciotte in quello stato. Finalmente tornò la donzella con l’anfora e finirono di lavare la faccia di don Chisciotte; quindi colei che recava gli asciugatoi lo pulì e lo asciugò adagino adagino, finché, facendo tutte e quattro a un tempo un gran saluto e profonda riverenza, stavano per andarsene; ma il duca, perché don Chisciotte non s’avvedesse della burla, chiamò la donzella del bacile e le disse: «Venite a lavar me, e guardate che l’acqua non vi finisca». […]
(Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, parte II cap.XXXII – traduzione del 1925 di A. Giannini)

Fu il traduttore italiano di Cervantes, il pisano Alfredo Giannini, a chiarire come veniva prodotta la saponetta napoletana, molto usata dalle dame per l’igiene dei cavalieri, anche per sistemarne la barba.

“Molto pregiato, […]; un sapone signorile composto con diversi ingredienti, tra cui crusca, latte di papavero, latte di capra, midollo di cervo, mandorle amare, zucchero, ecc. Cfr. le mie già citate “Impressioni italiane di viaggiatori spagnoli nei secoli XVI e XVII. Già nel sec. XV l’Arciprete di Talavera cita nel “Corbacho” (II 3, 4) come molto ricercato dalle dame il sapone di Napoli, dicendo che ne era principale ingrediente il midollo di cervo.”

Perché il midollo di cervo? Il sapone, da sempre, si ottiene dalla bollitura degli acidi grassi, vegetali o animali, con soda caustica o carbonato di sodio. In tempi antichi, la materia prima usata era la parte grassa delle ossa, cioè il midollo

Qualcuno ha detto che “la civiltà di un popolo si misura dalla quantità di sapone che consuma”. Civilissime città quelle di Aleppo, Marsiglia e Napoli, quest’ultima anticamente famosa per la produzione di un suo tipico sapone a base di grasso animale, e pure di quello di tipo marsigliese a base di grasso vegetale, che è poi simile al tipo di Aleppo, riprodotto all’ombra del Vesuvio. Già nel Quattrocento, nella cosiddetta Napoli “gentile”, definizioni dell’epoca coniata dal cronista Loise De Rosa per descrivere la dolcezza e la raffinatezza dei costumi del mai abbastanza celebrato Rinascimento napoletano, i monaci Olivetani, operanti nella zona del giardino Carogioiello che da loro avrebbe preso il nome di Monteoliveto, producevano del raffinato sapone di tipo marsigliese, nella sua formula originale a base di olio d’oliva, e lo offrivano ai cenciai in cambio di arredi di modesto valore per il monastero attiguo all’Arciconfraternita dei Nazionali Lombardi, poi rinominata Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, col compito di accogliere gli immigrati del Ducato di Milano e avviarli alle attività mercantili. Nacque proprio dallo scambio tra gli Olivetani e i cenciai l’antico mestiere napoletano del saponaro, il venditore ambulante che si riforniva di mercanzia vecchia ricercando le più impensabili cianfrusaglie in disuso. ‘O sapunaro girava nei quartieri poveri di Napoli e proponeva stracci, coperte, abiti smessi, scarpe vecchie, sedie sghembe, ferri vecchi e ogni oggetto da ripristinare alla meglio per essere rivenduto. Per il baratto, offriva a sua volta l’ottimo sapone giallo ricevuto dai monaci, utile alle massaie per fare il bucato, raccolto nella scafaréa, un contenitore di terracotta a forma di cono tronco. Nell’Ottocento, i saponari portavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, dove scorreva un ruscello, che provvedevano al lavaggio dei cenci col loro sapone.
A Napoli, la produzione artigianale del sapone, ormai prevalentemente vegetale, assunse dimensioni importanti nell’Ottocento, quando nel Regno delle Due Sicilie le fabbriche eccelsero per esportazione. Allorché il Regno cadde, i piemontesi raccontarono che Garibaldi, approdando al Sud, aveva portato il sapone e che le popolazioni locali, credendolo formaggio, lo mangiarono. La verità, semmai, era che loro non conoscevano le vasche per bagnoterapia e il bidet, ma questa è storia ormai nota oggi, più di un tempo in cui venivano spacciate per vere leggende con cui nascevano in alcune città settentrionali ineffabili definizioni per i meridionali (terù màia saù, trad: terrone mangia sapone).

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Dibattito “Difendo la città, come reagire allo Sputtanapoli”

Sabato 23 aprile dalle 18:00 alle 21:00 si terrà, all’Agorà demA di Napoli, il dibattito pubblico “Difendo la città. Come reagire allo Sputtanapoli”. Tema molto sentito dal popolo napoletano che, come altre comunità nel mondo, è sottoposto ogni giorno a pesanti attacchi mediatici alla propria identità e immagine.
Il clima di risveglio e consapevolezza che si respira nella nostra Città, e che si spinge anche nei comuni della Città Metropolitana, apre nuove scenari ed esigenze di reazione costruttiva verso chi svilisce ogni giorno la dignità dei napoletani.
Un incontro pensato dalla lista civica MO! per suggerire alternative creative e coraggiose che, partendo dall’osservazione critica della colonizzazione mentale subìta attraverso un lungo processo di apprendimento, consentono di attivare un impegno per il cambiamento che sia efficace e libero da agiti violenti.

Moderano l’incontro:
Gianni Simioli (speaker Radio Marte)
Marco Esposito (giornalista de Il Mattino)

Intervengono:
Angelo Forgione, scrittore
Luca Delgado, scrittore
Flavia Sorrentino, portavoce nazionale di Unione Mediterranea
Emilio Coppola, avvocato
Francesco Labruna, avvocato
Antonio Lombardi, mediatore per non violenza nei conflitti

Agorà demA – Napoli via Santa Brigida, 65
Ingresso libero

evento facebook

La filiera della diffamazione

zequila_iovineAngelo Forgione Mi piace argomentare di Cultura e fatti veramente salienti, e avrei serenamente evitato di scrivere delle nuove ribalte di tal Antonio Zequila, limitandomi a un post su facebook col quale mostrare il concentrato della sua ospitata alla trasmissione Tiki Taka (Mediaset) in cui, col supporto di Giuseppe Cruciani, si è contrapposto a Edoardo Bennato e Raffaele Auriemma in un confronto tra due napoletani e un falso napoletano. Poi è accaduto che il parigrado Cruciani, ingolosito dalle parole anti-napoletane del salernitano ascoltate nel salotto televisivo sportivo, non ha perso tempo per ospitarlo anche nella trasmissione radiofonica nazionale più scorretta che vi sia, la più anti-Napoli, la sua, dando a Zequila un’altra possibilità, più grande della precedente (visto il canovaccio de La Zanzara), per gettare un’altra secchiata di sterco sulla Città. Non ne avrei scritto se non per dimostrare come funziona la filiera della diffamazione perpetua di Napoli, se non per far comprendere ai lettori come agiscono i nemici di Napoli, coloro che se ne servono per far parlare di sé, provocatori per indole e istigatori a loro modo di odio e violenza, e come si creino in tutta serenità delle associazioni del nulla ad offendere.

 Clicca qui per guardare il video da Tiki Taka (Italia 1)

 Clicca qui per ascoltare l’intervento a La Zanzara (Radio24)

Referendum fallito. Sud spaccato. Napoli e Caserta non pervenute.

Angelo Forgione Come da previsione, il referendum sulla cessazione delle estrazioni nelle acque territoriali italiane alla scadenza delle concessioni è fallito per mancato raggiungimento del quorum. Ed è fallito, purtroppo, miseramente. Solo il 32,15% degli aventi diritto al voto si sono recati alle urne, meno di 1 su 3. Hanno vinto gli appelli alle astensioni di Matteo Renzi e Giorgio Napolitano. Hanno vinto gli incerti, i “sostenitori” del ni, quelli senza un’idea precisa e una posizione ferma da affermare, i disinteressati che non hanno esercitato il loro sacro diritto democratico e hanno reso vano l’85,84% dei Sì venuti fuori dello spoglio generale. Hanno perso i promotori della consultazione, i nove Consigli regionali di Basilicata, Puglia, Sardegna, Campania, Calabria, Molise, Marche, Liguria e Veneto.
Basilicata e Puglia le regioni con la maggiore affluenza al voto, ma solo i lucani hanno raggiunto affannosamente il quorum (il governatore pugliese Michele Emiliano, evidentemente, il vero sconfitto). In coda, Sicilia, Calabria, Campania e Trentino Alto Adige. Lo sfruttamento delle risorse marine del Meridione può continuare. La re-azione del Sud si traduce di fatto in un sostanziale disinteresse verso i fatti del Paese e in una concreta disaffezione politica. Forse è inevitabile in un territorio, afflitto da disoccupazione, analfabetizzazione e desertificazione, che difficilmente può essere coinvolto in certi dibattiti.
Significativo il dato complessivo della Campania, penultima per afflusso, con Napoli e Caserta davanti solo a Crotone e Vibo Valentia. Non è un caso che si tratti di una conurbazione afflitta dall’inquinamento delle coste, dove neanche i depuratori riescono a rassicurare i fruitori delle spiagge. I campani sono lo specchio di quella parte di popolo che non ci crede più, né ai referendum né alle consultazioni elettorali. Lo scorso anno, alle regionali campane, la percentuale dei votanti che portarono all’elezione di Vincenzo De Luca fu del 51,93. Nel 2011, il ballottaggio tra Luigi De Magistris e Gianni Lettieri per la poltrona di sindaco coinvolse il 50,58% dei potenziali votanti. Numeri certamente non consoni all’importanza delle consultazioni.

CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI REGIONALI
Basilicata – 50,16
Puglia – 41,65
Veneto – 37,86
Abruzzo – 35,44
Marche – 34,75
Emilia Romagna – 34,27
Valle d’Aosta – 34,02
Piemonte – 32,74
Friuli V. G. – 32,16
Lazio – 32,01
Liguria – 31,62
Toscana – 30,77
Lombardia – 30,46
Molise – 32,73
Sardegna – 32,34
Umbria – 28,42
Sicilia – 28,40
Calabria – 26,69
Campania – 26,13
Trentino A. A. – 25,19

CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI PROVINCIALI
Matera – 52,34
Potenza – 49,02
Lecce – 47,55
Bari – 42,23
Taranto – 41,74
Padova – 41,39
Chieti – 40,56
Brindisi – 40,16
Rovigo – 39,32
Venezia – 39,76
(altre)
Piacenza – 26,71
Benevento – 26,58
Arezzo – 26,55
Frosinone – 26,20
Enna – 25,65
Ogliastra – 25,34
Napoli – 25,29
Caserta – 24,51
Crotone – 24,22
Vibo Valentia – 23,07

CLASSIFICA PER PERCENTUALE VOTI 10 MAGGIORI PROVINCE PER POPOLAZIONE
Bari – 42,23
Torino – 35,94
Roma – 33,67
Milano – 31,50
Bergamo – 30,94
Catania – 29,33
Brescia – 29,22
Salerno – 28,17
Palermo – 27,54
Napoli – 25,29

Referendum 17 aprile, perché votare Sì

Angelo Forgione Il 17 aprile saremo chiamati alle urne per dare parere favorevole o contrario alla cessazione delle estrazioni nelle acque territoriali italiane alla scadenza delle concessioni, anche se risulta ancora disponibile gas o petrolio estraibile. La consultazione referendaria, promossa dal Coordinamento Nazionale No Triv, vede in prima fila i nove Consigli regionali di Basilicata, Puglia, Sardegna, Campania, Calabria, Molise, Marche, Liguria e Veneto.
Il Sì chiede lo Stop. il No chiede di insistere a trivellare. Raggiungere il quorum è necessario perché solo così il risultato del referendum sarà valido. Per essere valido devono andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto.
Io voto Sì, perché è giunto il momento di arrestare la spremitura (soprattutto) dei fondali meridionali con royalties da fame e rischio di mari inquinati. Le royalties in Italia sono pari solo al 10% per il gas e al 7% per il petrolio in mare. Sono inoltre esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare: cioè, entro questi limiti è tutto gratis. Il risultato è che, nel 2015, su un totale di 26 concessioni produttive, solo 5 di quelle a gas e 4 a petrolio hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto quantitativi tali da rimanere sotto la franchigia e quindi non versare il pagamento a Stato, Regioni e Comuni.
Molto conveniente anche per le imprese straniere, che altrove trovano ben altre condizioni: in Danimarca non esistono più royalties ma si applica un prelievo fiscale per le attività di esplorazione e produzione che arriva fino al 77%. In Inghilterra può arrivare fino all’82% mentre in Norvegia è al 78% a cui però bisogna aggiungere dei canoni di concessione.
Le royalties, tra l’altro, si possono dedurre dalle tasse: altro regalo sostanzioso a beneficio delle sole imprese, visto che gas e petrolio sono beni di tutti, e per questo dovrebbero essere sottoposti a tassazioni giuste e trasparenti.

Nell’immagine in basso, sulla sinistra, le piattaforme interessate dal referendum e sulla destra un passo del mio libro Dov’è la Vittoria, in cui evidenzio come il Sud sia spremuto dai poteri forti, con la compiacenza politica che è tutta nel decreto “Sblocca Italia”, ultimo tassello di mediazione tra il Governo e le lobby energetiche. Non a caso Renzi (come Napolitano) invita all’estensione.

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Bartolomucci: «è un piagnisteo napoletano continuo»

Angelo Forgione A La Radiazza (Radio Marte), Gianni Simioli contatta Antonio Bartolomucci per chiedergli dell’ineffabile chiusura del servizio per il Tg5 sull’omicidio di Ginevra. La telefonata è da prendere come esempio di come certi operatori dell’informazione nazionale non percepiscano minimamente il danno che arrecano all’immagine di Napoli (e certo, non è la loro città; NdR), ma anzi lo facciano talvolta di proposito.
Bartolomucci, chiaramente infastidito, cerca prima di scaricare tutto sulla sudamericana intervistata (“assurda donna”), salvo poi parlare di «piagnisteo napoletano continuo». E conferma che quell’intervista l’ha selezionata apposta, «per far capire che Ginevra ha fatto un passo indietro e che loro usano questo sistema di paragone». E a questo punto mi sento autorizzato a pensare male, e cioè che la frase sia stata dettata alla passante. Almeno mi spiegherei il suo sorriso finale.

clicca qui per ascoltare la telefonata

bartolomucci

Massacro a Ginevra, ma paga Napoli (per colpa del Tg5)

Angelo Forgione Ci risiamo. Eravamo rimasti al Governatore della Puglia Michele Emiliano, barese, che solo qualche settimana fa affermava in diretta tivù che Bari criminale non è Napoli. E subito dopo, sempre in tivù, negli studi Rai di Napoli, il nutrizionista piemontese Federico Francesco Ferrero diceva che a Napoli qualcuno è mariuolo, parlando di pizza. Ora il microfono si sposta a Ginevra, dove per il massacro di una donna è Napoli a pagare, in termini di immagine. La vittima, una 29enne ricercatrice italiana, della provincia di Torino, che frequentava un dottorato di microbiologia molecolare nella città elvetica, è stata colpita con una spranga da un uomo che l’ha aggredita per strapparle la borsetta mentre rientrava a casa. La polizia cerca un uomo tra i 20 e i 30 anni. Sul posto giungono le telecamere del Tg5, con Antonio Bartolomucci, leccese, che chiede alle colleghe italiane della vittima quanto si sentano al sicuro a Ginevra. Poi è il turno di una donna sudamericana del posto, che si presta a una sentenza all’italiana: «Ormai abbiamo paura anche noi. E questa è Ginevra, non Napoli!». Parole tranquillamente montate nel servizio e diffuse a milioni di persone, in barba alle più elementari regole deontologiche.
Si tratta ancora una volta di stigmatizzare il giornalista e il direttore responsabile di redazione, non la signora piena di pregiudizi, perché una frase diffamatoria talmente gratuita non dovrebbe mai essere sdoganata da un network nazionale. In poche parole, in fase di montaggio, andrebbe censurata e tagliata, esclusa dal contributo video. E invece accade che vada in diretta su tutto il territorio, alimentando i pregiudizi su una città tartassata di prassi da certa stampa. Ed è esattamente questo il motivo per cui anche una donna di Ginevra si lascia andare a un’affermazione totalmente fuori luogo, traendo dal riverbero dei media italiani ma anche svizzeri le parole più inadatte da pronunciare davanti a un microfono di un telegionale italiano. Il problema è che per il telegiornale italiano, spesso e volentieri, non sono parole inadatte.

Esposto a Parigi il presunto Caravaggio napoletano ritrovato

caravaggio_napoletanoAngelo Forgione Un’abitazione di contadini di Tolosa perde acqua e la riparazione porta alla luce un dipinto del Seicento perfettamente conservato, nascosto nell’intercapedine del sottotetto. È accaduto nel 2014 ma solo ora il quadro è stato mostrato alla stampa, per la prima volta, a Parigi. Potrebbe trattarsi dell’opera Giuditta che decapita Oloferne dipinta a Napoli dal Caravaggio nel 1604 e poi andata dispersa. In attesa delle perizie che potrebbero portare all’attribuzione, il Ministero della Cultura francese ha disposto che la tela non esca dal territorio nazionale. Se dovesse essere del Merisi, potrebbe avere un valore di 120 milioni di euro.
L’attribuzione sarebbe confermata da una copia dell’epoca realizzata da Louis Finson, appartenente alla collezione del Banco di Napoli ed esposta a Palazzo Zevallos di Stigliano a Napoli. L’esistenza dell’originale sarebbe nominata proprio nel testamento del pittore fiammingo, nato a Bruges e morto ad Amsterdam, che trascorse alcuni anni a Napoli e fu amico stretto del Caravaggio.
Ma come è andato disperso il quadro napoletano del grande artista lombardo? Il Merisi dipinse la prima Giuditta che decapita Oloferne a Roma nel 1602, oggi conservata a Palazzo Barberini. Nel 1606 scappò dai territori vaticani per un omicidio commesso e approdò a Napoli. Qui si perfezionò frequentando le accademie scientifiche napoletane, le uniche che approfondivano segretamente le conoscenze anatomiche proibite dalla Chiesa. Caravaggio produsse molte opere in città e fecondò la pittura barocca del Seicento. Nel 1607 dipinse nuovamente la Giuditta che decapita Oloferne, nella versione napoletana. Poco dopo partì per Malta e lasciò delle opere ai suoi amici nordici Louis Finson e Abraham Vinck, pittori, anche loro interessati alla pittura locale. Uno di quei dipinti era proprio la Giuditta che decapita Oloferne. Tornando da Malta, Caravaggio ripassò per Napoli, dove apprese di aver avuto la grazia dal Papa, cosa che gli consentiva di rientrare a Roma. Prese alcuni quadri da donare al Pontefice e affidò ai suoi amici pittori a Napoli alcune opere da conservare, tra cui Giuditta e Oloferne, che avrebbe ritirato tornando in seguito a Napoli. Ma a Napoli non sarebbe più tornato e quelle opere non le avrebbe mai riprese. Finson realizzò una copia del dipinto sicuramente non prima del 1607, a Napoli, e poi lasciò la città, portandosi via i quadri del Caravaggio. ormai morto. Da allora del Giuditta e Oloferne si persero le tracce.
Nel 1957, dalla collezione del Banco di napoli, spuntò la copia del dipinto di Finson, oggi in mostra a Palazzo Zevallos di Stigliano. E poi, nel 2014, il ritrovamento di Tolosa.
Per Nicola Spinosa, grande esperto d’arte, di pittura napoletana e di Caravaggio (ex soprintendente del Polo Museale di Napoli), nel quadro ritrovato a Tolosa è evidente la mano del Merisi. C’è invece chi ritiene che non si tratti affatto di Caravaggio, come Daniele Radini Tedeschi, altro specialista del Merisi, che la accosta più ai suoi discepoli napoletani per via di una marcata impronta satirica. In ogni caso, il dipinto potrebbe appartenere a Napoli, dove fu fecondata la pittura del Seicento e dove, a differenza di altre città, gli artisti avevano la possibilità di migliorare le conoscenze anatomiche. Se la provenienza partenopea fosse accertata, sarebbe auspicabile che il Governo italiano si attivi affinché l’opera sia restituita a Napoli (già spogliata di opere d’arte da giacobini e napoleonidi). Caravaggio o epigono che sia.

Vicenda Felicori: Renzi benedice Velardi

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Velardi e Renzi al forum de ‘Il Mattino’

Angelo Forgione Antonello Velardi, il caporedattore de Il Mattino in quota al PD di Renzi che ha reso famosa la figura del direttore della Reggia di Caserta Felicori con l’articolo scritto dieci giorni dopo il comunicato sindacale della discordia e subito dopo la cena di Marcianise, colui che ha fornito al segretario di partito la possibilità di gonfiare il petto per un direttore nominato dall’esecutivo di Governo, ha posto il mattone più importante sulla non facile strada verso le elezioni comunali di Marcianise. Il 6 aprile, in occasione della prima visita settimanale a Napoli di Matteo Renzi per la cabina di regia su Bagnoli, Velardi ha incontrato il leader del PD nella sede de Il Mattino per il forum con i giornalisti del quotidiano, sedendo alla sua destra al tavolo dei relatori. A riflettori spenti, il caporedattore ha ottenuto il supporto alle sue aspirazioni di governo della sua Marcianise. Un mattone pesantissimo sulle speranze della corrente interna al PD casertano a lui avversa che invoca le primarie per la poltrona di sindaco dell’importante cittadina casertana.
Durante il forum, proprio Velardi ha fornito a Renzi un altro assist su Caserta. Mentre il Primo Ministro snocciolava le opere al Sud su cui il suo Esecutivo è teoricamente impegnato, tralasciando proprio la vicenda Reggia, il caporedattore gli ha ricordato ad alta voce «Caserta, la Reggia di Caserta… Felicori». Renzi ha spinto ancora una volta in rete a porta vuota.