Ultras fottuti o depurati? Pallotta e Agnelli, le due facce del Calcio italiano

Angelo Forgione Antonello Venditti chiede conciliazione tra romanisti e napoletani e incontra Antonella Leardi nel backstage del suo concerto napoletano all’Immacolata. Ma i tifosi giallorossi ignorano la richiesta, insultano la mamma di Ciro Esposito, e danno il “buon” esempio ai più giovani con uno nuovo coro razzista, durante il “derby del sole” del campionato Primavera, sulle note di “L’estate sta finendo” dei Righeira.
A chiedere scusa, stavolta, è il giornalista Furio Focolari (ex Rai) dai microfoni romani di Radio Radio, e poi intervenuto anche sulle emittenze napoletane di Radio Marte: «Quella minoranza non deve rappresentare Roma. Tra noi romani e voi Napoletani siamo uniti da una filosofia comune solo nostra, noi papalini e voi borbonici, vediamo la vita dal lato positivo. Certi imbecilli non c’entrano con Roma e andrebbero isolati».
Andrebbero isolati, ma nessuno vuole farlo. Quello che accade è il più logico risultato di un insabbiamento operato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, figlio delle volontà di certi presidenti che un anno e mezzo fa dettarono le semplici multe invece di condannare fermamente il fenomeno e di chiedere l’individuazione chirurgica dei responsabili. Al prossimo incidente grave si dovrà chiedere alla dirigenza della Juventus se sarà convinta che la “discriminazione territoriale” è una “forma tradizionale di insulto catartico”, così come suggerito nello studio sul razzismo finanziato dal club bianconero e presentato da Andrea Agnelli all’Unesco, issatosi a faro della lotta al razzismo ma indicando a tutto il movimento di tollerare i cori contro Napoli.
C’è oggi il presidente del massimo club italiano che traduce il razzismo in campanilismo e paga uno studio che lo ritiene purificatore, e ce n’è un altro, pure proprietario di un club tra i più importanti, che si scontra senza timori coi suoi ultras definendoli “Fucking idiot and assholes…” per le offese ad Antonella Leardi. “Questi tifosi sono degli str… e dei fottuti bastardi…”, questa la traduzione delle parolacce per cui il presidente della Roma, James Pallotta, è contestato della Curva Sud, pubblicate dopo l’esposizione dello striscione contro la mamma di Ciro in occasione del match tra Roma e Napoli della scorsa primavera. Parole chiare, che mai sono state pronunciate dai presidenti dei club italiani, talvolta vincolati alle “curve” da perversi rapporti. Il presidente della Roma non si oppose alla squalifica della curva, al contrario di quanto fecero gli altri illustri colleghi, tutti uniti a far fronte comune al tempo delle chiusure dei settori. Non è un caso che il proprietario della seconda squadra sia straniero e viva negli Stati Uniti, lontano dal nostro Paese e dalla sua sottocultura sportiva. Non è un caso neanche che lo zio d’America sia già isolato dalle altre società, oltre che dagli ultras della sua squadra. E ora iniziano ad isolarlo anche le istituzioni. Forse capirà che investire in Italia non è un grande affare.

La testa del Napoli in testa potrebbe essere spenta o non raggiungibile

higuain_testabassaAngelo Forgione Cos’è accaduto al Napoli dei 13 risultati utili, quello che con 9 vittorie e 4 pareggi si era meritatamente issato in testa alla classifica? Neanche il tempo di riassaporarne il dolce gusto e subito ingoiato un boccone amaro. 25 anni e 7 mesi per ritrovarsi in vetta e soli 6 giorni per perderla. Per giunta, neanche una partita disputata da capolista, visto che l’inseguitrice (Inter) aveva scavalcato gli azzurri prima che andassero in campo e le prendessero dal Bologna. È, il Napoli, davvero incapace di tenere il vertice?
Sostengo nel mio Dov’è la Vittoria, dati alla mano e a compiuta analisi, che i club del Calcio meridionale hanno davvero poche possibilità di raggiungere i più alti traguardi ma anche che qualche chance c’è. E quando l’occasione si presenta bisogna giocarsela fino in fondo e con determinazione. Quello in corso è un campionato davvero atipico, fuori dallo standard del nostro Calcio, connotato da tante forze incrociate che si alternano di domenica in domenica. Inter, Roma, Fiorentina, Napoli, e poi di nuovo Inter in testa, con la Juventus, inizialmente attardata, che ringrazia e ne approfitta. Non una squadra “ammazzacampionato” e opportunità per tutti. Vincerà chi avrà migliori ricambi, più fiato di tutti al traguardo e, soprattutto, chi ci avrà messo la convinzione di farcela lungo tutto l’arco della stagione. È in questo che il Napoli ha mostrato il più preoccupante dei segnali, perché una volta agguantato il primato solitario è crollato sulle gambe tremanti, come un palazzo dalle fondamenta fragili sotto la spinta di una leggera scossa di terremoto. Tutto è iniziato al minuto 62 della battaglia contro l’Inter, fin lì dominata e poi improvvisamente ribaltata nell’inerzia ma non nel risultato. Lì il Napoli tosto, che per mesi aveva inseguito la vittoria a prescindere, ha abbandonato il terreno di gioco, lasciandolo a una squadra gemella ma con una testa diversa, timorosa di perdere il primato raggiunto, rinculata nelle sue paure per i restanti 30 minuti e assistita dai pali della propria porta nell’ultimo giro di lancette. Con questa testa un’euforico e scarico Napoli è salito a Bologna, prolungando lo sciagurato finale contro i nerazzurri. Del Napoli convinto, solo la controfigura, tradito dall’appagamento per un effimero traguardo parziale e schiacciato dalla pressione del primato già nuovamente sottratto dall’Inter qualche ora prima. È mancata la giusta concentrazione, soprattutto in fase difensiva. È mancata la giusta determinazione. È mancato l’approccio che le squadre che vincono i campionati ci mettono ogni domenica. Napoli, più che dal solito Mazzoleni, bloccato dalla paura di perdere immediatamente il primato e dal furore del Bologna (a proposito di testa!), pronto a triplicare le forze per uscire sul portatore di palla e, soprattutto, sul ricevitore. Anche i felsinei hanno confermato quanto conti la testa, credendo di averla vinta sul 3-0 e smettendo di sudare, consentendo al Napoli di ridimensionare la disfatta.
Per stare in vetta bisogna essere convinti di poterci stare. Nasce un pericoloso disorientamento quando il presidente preconizza un maggior margine di vantaggio a Natale e l’allenatore, invece, smorza le ambizioni rifacendosi agli obiettivi ipotizzati a luglio che possono far sentire appagati i calciatori. Quando una squadra raggiunge la prima posizione, gioca bene e raccoglie consensi internazionali, vuol dire che vi è concretezza tecnica, e allora bisogna guardarsi in faccia, tutti, e ridefinire gli obiettivi e stabilire una linea comunicativa comune. Le due cose, quando c’è di mezzo lo scudetto, non devono andare d’accordo, ma ciò che deve coincidere sono le parole in pubblico dei dirigenti e dello staff tecnico, a prescindere dal fatto che si racconti la verità o che la si nasconda.
La sensazione è che, in questo strano campionato, il Napoli, con qualche innesto a Gennaio, potrà dire la sua. L’occasione per il Sud del Calcio non può essere gettata alle ortiche. Ma bisogna crederci veramente, e mettersi in testa che in campo bisogna andarci per vincere; e se gli avversari fiatano sul collo bisogna sputare sangue. La psicologia è fondamentale anche nello sport, soprattutto ad alti livelli, e Sarri lo sa bene, perché era stato proprio lui a dire un mese fa, dopo la vittoria contro il Midtjylland, che non temeva cali fisici se la testa dei ragazzi avrebbe continuato a rispondere. Domenica scorsa quella testa, in testa, era spenta, o fuori campo.

tratto da Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) – pag. 50, capitolo “Prima il Nord”

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8 dicembre, festa napoletana nel mondo cattolico

La colonna dell’Immacolata in piazza di Spagna a Roma finanziata dal Re di Napoli e ispirata al dogma voluto dai napoletani.

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Vecchioni: «Sicilia isola di m…, ma è provocazione d’amore». Poi elogi a Milano e brutte rassegnazioni.

Angelo Forgione Un’offesa volgare incastonata in una riflessione ad ampio raggio può essere più forte del senso di un discorso espresso, e perciò strumentalizzata. Quella pronunciata da Roberto Vecchioni nell’aula magna della facoltà di Ingegneria di Palermo, secondo tanti, ha offeso l’orgoglio siculo e meridionale. «Sicilia, sei un’isola di merda» ha scatenato furiose polemiche sui social network. Ma cosa intendeva dire il professore della canzone? L’audio integrale parla chiaro e va analizzato per intero.
Da 150 anni qui non succede nulla. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Arrivo dall’aeroporto e mi tirano dietro le uova. Entro in città e praticamente ci sono 400 su 200 persone senza casco. In tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada, e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. È inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di merda. La mia è una provocazione d’amore. La filosofia e la poesia antiche hanno insegnato cos’è la bellezza e la verità, la non paura degli altri, in Sicilia questo non c’è, c’è tutto il contrario. E mi sono chiesto, prima di arrivare qui, se dovevo dirle queste cose a voi ragazzi. Non avete idea di cosa sia la civiltà, la colpa è vostra! Volete sviolinate? No. Io non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, le sue coste; quando vado a vedere Selinunte, Segesta e altri posti di questo tipo non c’è nessuno a spiegarti cosa c’è da sapere. Non amo questa Sicilia che si butta via, che non si difende. Siete il popolo più intelligente, perché vi buttate via?

Fermarsi a questo servirebbe a spegnere le polemiche su una parola fuori posto in un discorso evidentemente condivisibile per tanti versi. Ma c’è dell’altro, e lo si ascolta in seguito, quando Vecchioni risponde a un ascoltatore che ha protestato.
No, non si fa così. Poi se vieni a Milano ti spiego perché… anche perché Milano ha inventato per tutto il mondo una cosa per 25 milioni di persone [l’Expo] che manco per il cazzo poteva succedere in qualsiasi altra città d’italia, questo mettitelo in testa. E tu dirai “perché hanno più soldi?” No, non sono i soldi. È la volontà!

A questo punto interviene il moderatore, di fianco, a cercare di sedare la protesta. E dice qualcosa di veramente esecrabile (e contraddittorio):
 
Vecchioni è qui perchè ci vuole stimolare a prendere coscienza di un declino irreversibile che innegabilmente c’è in Sicilia e ad essere protagonisti del cambiamento.

È dunque forte la denuncia, e va accettata, ma non si tratta certo di “provocazione d’amore” per la Sicilia. È chiaro che di sentimento vi sia veramente poco e che il tutto sia ispirato da una certa tipica e presunta superiorità di stampo milanese da esportare al Sud retrogrado. È evidente la beatificazione dell’Expo delle multinazionali, degli illeciti amministrativi e delle risorse per il Sud distratte per metterlo in piedi, e poi ripulito nella sua immagine con un evidente maquillage dall’alto attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Sono stati proprio i soldi la volontà motrice dell’Expo, ma Vecchioni finge di non saperlo, come forse finge di non sapere da dove nasce il degrado meridionale.
La denuncia è corretta, perché quel Sud che offende la sua Cultura, la sua Storia e la sua Civiltà va condannato, ma ci sono ambienti e ambienti per il turpiloquio e per le offese, e in quel contesto, con quel linguaggio, Vecchioni ha fatto, purtroppo, danno soprattutto a se stesso più che alla Sicilia. C’è da sperare vivamente, per il rilievo del cantautore, che questi fosse un po’ su di giri, come due anni fa, quando gli fu ritirata la patente per guida in stato di ebrezza e provò a giustificare al giudice l’alto tasso alcolemico nel sangue con l’assunzione di uno sciroppo per la tosse a base di alcol.
Più delle parolacce usate in un’aula magna, però, ritengo decisamente più stonati gli elogi alla Milano che insegna e le parole del moderatore. Quando un cantautore meridionale andrà alla Bocconi a dire che la Lombardia è una m…, perché è ancora la Tantentopoli irredenta degli anni Novanta, capiremo la differenza tra vittimismo e legittima difesa. E non si può definire irreversibile il degrado, soprattutto se poi dopo chiedi ai siciliani di farsi protagonisti del cambiamento. Se proprio dobbiamo tirar fuori una frase dal contesto, condanniamo quella del moderatore siciliano, il primo da stigmatizzare per aver comunicato a studenti e non studenti la sua rassegnazione. Neanche quella è irreversibile.

Hitler? Per Mussolini era un Pulcinella

Angelo Forgione Benito Mussolini aveva nel suo studio un busto di Napoleone. Adolf Hitler, invece, ne aveva uno di Mussolini, di cui ammirava il modo in cui aveva conquistato il potere e come lo alimentava. Il Duce era il suo modello e ne copiò pedissequamente la politica e la propaganda prima che si invertissero le gerarchie.
I due si conobbero di persona nel giugno del 1934 e l’incontro fu davvero particolare. Hitler atterrò la mattina del 14 giugno all’aeroporto di Venezia e trovò ad attenderlo un abbronzato Mussolini in uniforme e camicia nera, con la sciaboletta appesa alla cintura, guanti e stivali fino alle ginocchia. Il Führer indossava invece un cappotto giallo sopra il classico cravattino, delle normalissime scarpe nere e un cappello di velluto. Un testimone lo definì “un operaio nel suo migliore vestito domenicale”. Il tedesco mostrò imbarazzo ma rispose al saluto romano che l’italiano gli fece andandogli incontro, e gli strinse la mano. I due si recarono presso la sede dell’incontro ufficiale, la Villa Pisani di Stra, sulla riviera del Brenta, dove Mussolini, al termine di un’intensa due giorni, si convinse che Hitler fosse matto, tutto intento ad affermare la superiorità della razza tedesca e a preannunciare i suoi piani di annessione dell’Austria. «Questo Hitler, che Pulcinella!», confidò il Duce a Fulvio Suvich, sottosegretario agli Esteri, mentre l’aereo decollò per riportare il Führer a Berlino. Hitler non fu da meno definendo «un pallone gonfiato» il suo “maestro”. Venne la guerra d’Africa e Benito chiese aiuti alla Germania, credendo di poter intimorire Gran Bretagna e Francia, ma finendo schiavo di un’alleanza fatale con Pulcinella.

 

‘Dov’è la Vittoria’ a Bacoli (NA)

bacoliLunedì 7 dicembre – DOV’È LA VITTORIA
Presentazione a Bacoli (NA)

Con il patrocinio del Comune di Bacoli, la bellissima cornice di Villa Cerillo aprirà le porte al pubblico per la presentazione dell’ultimo libro di Angelo Forgione. Con l’autore, il sindaco Josi Gerardo Della Ragione e il giornalista della Gazzetta dello Sport Rosario Pastore, si osserverà la “questione meridionale” attraverso il Calcio nazionale. Moderà il dibattito Mauro Cucco, giornalista de Il Mio Napoli.

Villa Cerillo (via Cerillo 57, Bacoli)
ore 18:00

Pulcinella, che vuol dirci costui?

Angelo Forgione È o non è un’offesa dare del “Pulcinella” al prossimo? È questo il tema scaturito dal modo con cui il tifoso interista Enrico Mentana si è rivolto al tifoso napoletano Raffaele Auriemma, entrambi giornalisti, seppur in diversi ambiti. Il fatto è che Pulcinella è finito nel Novecento sul podio del folklore partenopeo insieme alla pizza e al mandolino, coi quali condivide un’altissima dignità, svilita da quella profana superficialità che tutto trita. Tutto quanto è simbolo di una napoletanità fortemente espressiva, mal tradotta da chi parla un “linguaggio” diverso, rischia oggi di imbarazzare i napoletani stessi, o almeno quelli che subiscono passivamente ciò che è la vulgata nazionale predominante. Provare a chiarire i significati reconditi della notissima maschera napoletana della Commedia dell’Arte può aiutare a sgretolare un po’ di frivolezza soverchia.
Pulcinella è magnifico archetipo, rappresentazione universale di quella parte di umanità sofferente che affronta le difficoltà mascherandosi dietro un sorriso amaro. Pulcinella è messaggio esoterico: nasce dall’uovo alchemico della vita, e già dai primi respiri trova la morte a incombere; ma è esplosivo, figlio di una terra vulcanica, è fuoco, ed “erutta” con tutta la sua vitalità, pronto ad affrontare le difficoltà con la sua indole “leggera”, incurante del pericolo con cui esorcizza le paure e sfugge alle avversità dell’esistenza. È deforme, gibboso e panciuto, ha il naso adunco e la voce stridula, è affetto da ipogonadismo, motivo per cui è chiamato “piccolo pulcino”. Pulcinella è il bambino celato nell’adulto, è la morte dentro la vita, è la malinconia mascherata dall’allegria, è la saggezza popolare nascosta dalla sciocchezza, è il nero in mezzo al bianco. Pulcinella è il contrario di sè, è incoerenza fatta carne. Pulcinella, più di tutte le altre, è maschera. Il fatto è che è facile confondere l’incoerenza con l’inaffidabilità dalla quale nasce la sentenza “Pulcinella uguale cialtrone”.
Jean-Noël Schifano, in occasione dell’inaugurazione del busto in bronzo donato da Lello Esposito sito in vico fico Purgatorio ad Arco, definì antropologicamente Pulcinella «figura-simbolo partenopea, spesso bollata come folklore e invece vera porta sul genius loci della città… Pulcinella essere ermafrodito, Horus del popolo, figura esemplare del barocco esistenziale». Nella stessa occasione, l’intellettuale residente a Parigi si disse «molto felice di lasciare la torre Eiffel per una cosa autentica, vera e di filosofia che è Pulcinella». Con lui, il filosofo Aldo Masullo, appellandosi ai napoletani: «In nome della maschera di Pulcinella, togliamoci la maschera», cioè, recuperiamo la nostra vera identità.
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Questore Marino: «su Napoli tante bugie, e pure sul ‘San Paolo’»

Angelo Forgione Guido Marino, Questore di Napoli dal 30 dicembre 2013, di origini calabresi, nella sua carriera più che trentennale nella Polizia di Stato ha ricoperto incarichi a Bergamo, Milano, Genova, Palermo, Cosenza, Caltanissetta, Roma e Catanzaro, con importanti ruoli nella lotta alla criminalità organizzata. Quando è giunto a Napoli l’ha fatto per la prima volta. Non vi aveva mai messo piede e non l’aveva mai vista in tanti anni di vita, ma ne è rimasto talmente sorpreso che in pochissimo tempo se ne è innamorato. Da un po’, infatti, spende buone parole per la realtà partenopea, che ormai conosce dall’interno. Non gli piace più sentire che Napoli sia un far-west senza regole, ora che la definisce “unica”, eppure di esperienza sul campo, in tema di delinquenza, ne ha tanta. «Napoli non può essere paragonata ad una giungla. È una città impegnativa, certo, ma anche Bergamo – dice il Questore – lo è in qualche modo. Il quadro è enfatizzato da certa stampa pronta a indicare solo i dati negativi». Marino contesta anche la fiction Gomorra e tutte quelle che dipingono Napoli come il regno del male: «Certi programmi tv sono offensivi e per niente rappresentativi della realtà che vogliono rappresentare». L’ultimo elogio, dai microfoni del TgR Campania, è rivolto ai tifosi del Napoli per la compostezza e la collaborazione durante i controlli preventivi prima del match Napoli-Inter: «L’intelligenza dei napoletani viene dolosamente e vergognosamente ignorata. Certi episodi accaduti al San Paolo sono stati enfatizzati e altri non sono neanche avvenuti ma letteralmente inventati».
Tutte parole autentiche di un Questore, alta autorità di pubblica sicurezza, che deve essere ben conscio di quale sia la reale entità della delinquenza che si annida nelle strade di Napoli e sulle gradinate dello stadio. Dunque, o il Questore Marino mente per improvviso amore per Napoli oppure non ha capito ancora dove lavora, ed è quindi inadeguato al ruolo che ricopre. O forse è lui ad aver capito che ad essere inadeguati sono i pregiudizi. Fate voi.

Napoli in vetta, meritatamente!

Angelo Forgione Napoli in testa al campionato di Serie A dopo 25 anni e 7 mesi. Non è poco per chi quel 29 aprile 1990 non immaginava che dietro il sole del secondo scudetto si addensavano le nubi del dramma umano di Maradona, del conto da pagare per un lustro al vertice e del fallimento doloroso. Ed è tanta roba per i più giovani sostenitori partenopei, che dall’attico della Serie A non si sono mai affacciati. Gli azzurri, tornati solitari in cima ai danni dell’Inter, hanno ora l’obbligo di tornare subito in catena di montaggio delle vittorie e presentarsi all’esame Bologna scarichi dell’euforia di una piazza non avvezza alle vertigini. Non lo è neanche la squadra, e la partita contro i nerazzurri di Milano, dopo 70 minuti di dominio, l’ha evidenziato. Col doppio vantaggio e l’uomo in più è subentrata la certezza di aver domato gli avversari, e l’imperdonabile calo di concentrazione ha consentito a Ljajic di trovare il goal che ha disintegrato le convinzioni degli uomini di Sarri, piombati nella paura di perdere punti, vittoria e primato. Tutta l’inerzia dei 20 minuti finali ha preso la direzione della squadra di Mancini, in inferiorità numerica ma in superiorità psicologica e atletica. In quell’ultimo quarto di partita è affiorata tutta la storia di un club ben più avvezzo alla contesa di vertice, di una squadra quest’anno costruita per non fallire i primi due posti, di una compagine che non disputa le competizioni europee e che, perciò, ha potuto spendere qualcosa in più nel rettilineo finale. Ma di fronte ai gatti nerazzurri improvvisamente diventati leoni c’era la dea bendata, necessario rinforzo, e due uomini in maglia azzurra coi nervi più saldi di tutti: Higuain e Reina, di quelli che chiami fuoriclasse a ragion veduta perché capaci di indirizzare un risultato. E Il Napoli ha portato a casa l’intero bottino, afferrato sin dal primo minuto con una cannonata che ha abbattuto la porta avversaria e messo a rischio nell’ultimo. Il fischio finale ha detto che Napoli e Inter possono essere primedonne fino in fondo, che il Napoli è competitivo pure se mancano cambi come Mertens e Gabbiadini, perché ha uomini più decisivi e un impianto di gioco più convincente, e che l’Inter, obbligata a far sul serio, fa sul serio e, diversamente da Napoli, Roma, Juventus e Fiorentina, può beneficiare del prezioso riposo infrasettimanale.
Passata la paura è iniziata la festa liberatoria sugli spalti, purtroppo senza ‘o surdato nnammurato (sempre più dimenticato), e pure uno strano dibattito mediatico. Pare che sia stata l’Inter la vincitrice dello scontro al vertice, e che il Napoli ne sia uscito ridimensionato. Il dibattito lo ha indirizzato immediatamente Mancini, attaccando verbalmente gli opinionisti arbitrali, definiti bugiardi e inadeguati, e riversando sui microfoni tutta la bile per l’espulsione di Nagatomo, che però era stata decretata da due gialli ineccepibili. Un’irruenta ginocchiata alle terga di Callejon che aveva già lasciato il pallone, descritta dal Mancio come simulazione dell’azzurro, e una sconsiderata entrata su Allan valgono l’eslusione per doppia ammonizione, diretta conseguenza di un atteggiamento annunciato alla vigilia da Felipe Melo («bisogna menare Higuain») e confermato da Guarin al fischio d’inizio, colto dalle telecamere mentre chiedeva a Murillo, con eloquente gesto, di essere poco tenero con gli avversari. E l’allenatore interista, che aveva evidentemente caricato i suoi in tal senso per cercare di arginare il gioco partenopeo, e che a Napoli prese applausi da calciatore per un goal formidabile in maglia blucerchiata, ha alzato i toni, dimostrando di non meritare lo stipendio che percepisce, infinitamente superiore a quello del ben più umile e sereno Sarri. Il nervosismo del tecnico jesino dimostra che l’Inter deve arrivare in alto per missione aziendale.
Fino a notte fonda, i salotti televisivi hanno incentrato il chiacchiericcio sulla squadra sconfitta, dimenticando che la squadra in testa al campionato era il Napoli, che aveva vinto la squadra che aveva dominato la gara per tre quarti, chiudendo comunque con un 62% di possesso palla, pregiudicato da un finale pieno di errori di misura e imprecisione. A Tiki Taka (Mediaset), Raffaele Auriemma sbroccava per l’eccessivo panegirico sull’autostima nerazzura ed Enrico Mentana, che lo accusava di essere tifoso del Napoli, come se lui non fosse tifoso interista, lo invitava a stare buono dandogli del “Pulcinella” (minuto 0:14:10) e prendendosi, dopo un’ora di trasmissione, l’etichetta di “cafone” dal collega napoletano.
L’Inter, che non avrebbe scippato nulla se avesse pareggiato, è stata celebrata perchè nessuno si aspettava che fosse capace di esprimersi come mai aveva fatto in precedenza. Il Napoli è passato in secondo piano perché nessuno si aspettava che fosse messo in ambasce in casa, con due goal di vantaggio e un uomo in più. Il dato è che è il Napoli in testa alla classifica, dopo aver vinto in casa 3 scontri diretti su 3 (il quarto è all’orizzonte). Tutto frutto della miglior difesa e del terzo miglior attacco, del miglior marcatore, del record di inviolabilità della porta a livello europeo (533 minuti), del minor numero di sconfitte (1), cui va aggiunto il percorso netto in Europa League con analoghi record. Eppure sono bastati 20 minuti di forte difficoltà contro la (ex) capolista per adombrare quello che Sarri e i suoi hanno fatto fin qui. La realtà è che la vetta è stata scalata e raggiunta dalla squadra azzurra, che alla 5ª giornata pagava 9 punti di distacco dalla capolista Inter, e nelle successive nove giornate se l’è messa dietro, insieme ad altre dieci squadre. La realtà è che il Napoli aveva solo un punto di vantaggio sulla Juventus quando Sarri sembrava sull’orlo della defenestrazione, e ora ne ha 7 sui bianconeri in risalita. La realtà è che, in 19 partite stagionali, gli azzurri hanno collezionato 14 vittorie, 4 pareggi e una sola sconfitta allo start. La realtà è che con il Napoli, in testa alla classifica, ci va tutto un popolo, compreso chi a inizio stagione contestava e disertava. La strada è lunga e tortuosa, e un posto al sole alla 14ª giornata è tanto accattivante quanto effimero, ma dopo la rabbia di Mancini e la copertina dedicata alla sua squadra rimontata in nove giornate, una cosa è più certa che mai: quel nome lassù è minaccia di un colpo di Stato.

E ora la Juventus sponsorizza la discriminazione territoriale: “purifica lo spirito!”

agnelli_unescoAngelo Forgione Con ancora sullo sfondo lo sdegno per il classico “accanimento” dei tifosi veronesi contro i napoletani, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, ha rinnovato la partnership con l’Unesco contro ogni tipo di discriminazione, intervenendo a Parigi, nella sede dell’Organizzazione internazionale, a margine della presentazione della ricerca Colour? What Colour?, uno studio finanziato dal club bianconero che analizza la connessione tra fenomeni di discriminazione e contrasto all’inclusione a livello internazionale in relazione allo sport.
Iniziativa lodevole, se non fosse che è sovvenzionata da una società sportiva, ironia del caso in bianco e nero, non propriamente candida in tema di discriminazioni, ribelle nei confronti della giustizia sportiva in tempo di squalifica dei settori dello ‘Juventus Stadium’ per cori di discriminazione territoriale nei confronti dei napoletani; muta e priva di parole di condanna allorché un giornalista della sede Rai di Torino [Giampiero Amandola] finì nell’occhio del ciclone per aver spalleggiato la discriminazione, sempre nei confronti dei napoletani, di alcuni tifosi bianconeri all’esterno del proprio stadio, mentre la redazione di riferimento chiedeva scusa ai napoletani e agli italiani. Può questo club fare da guida nella lotta al razzismo?
È chiara da tempo la posizione del presidente Andrea Agnelli circa la “discriminazione territoriale”, che in Italia equivale a dire cori contro la dignità dei napoletani. Il patron juventino, un anno fa, si disse infastidito dalle sanzioni applicate “che puniscono a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura”. Con certe premesse, non poteva essere differente l’indicazione di massima dettata dallo studio finanziato dalla Juventus, che, seguendo le esternazioni del rampollo Agnelli, invita ad avere “un po’ di tolleranza nei confronti degli sfottò di discriminazione territoriale, accettabile fin quando non si riversa o non rispecchia reali discriminazioni nella società”. Come se lo stadio fosse una zona franca frequentata da mandrie di bestie e non un luogo di aggregazione sociale dove si estrinseca la psicologia collettiva delle folle, ovvero il luogo comune e quindi l’ignoranza (nella ricerca si legge che “gli stadi sono separati ermeticamente dai luoghi circostanti e voltano le spalle alle altre attività che hanno luogo in città. Questa tipo di configurazione produce un contesto in cui le regole “normali” della vita sociale cessano di valere”); come se certi cori non siano emanazione nel tempo e nel pensiero di vergognose pagine di storia italiana fatta di discriminazione nei confronti dei meridionali scritte nella Torino dell’automobile, con infami cartelli affissi ai portoni dei palazzi e articoli della stampa locale ad alimentare pregiudizi sui lavoratori immigrati che contribuivano alla crescita locale e alla realizzazione del miracolo economico italiano.
Con la ricerca appena presentata, il cui sottotitolo è “Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, la Juventus si impegna alla lotta contro il razzismo e pure contro il concetto di discriminazione territoriale. A leggerla per intero ci si imbatte, a pagina 60, nell’analisi del problema interno italiano, leggasi accanimento standardizzato e mascherato contro Napoli. E si entra così nel paradosso di un’analisi assolutoria che sembra proprio essere figlia del pensiero di Andrea Agnelli:

[…] Questo concetto particolarmente controverso viene utilizzato soprattutto in Italia per gli insulti di natura xenofoba fra il Nord e il Sud del Paese […].
[…] L’idea che il campanilismo, il quale racchiude una forma secolare di orgoglio e rivalità locale fra città e regioni, sia semplicemente parte dell’eredità culturale italiana e pertanto non dissociabile dal calcio è condivisa in modo praticamente unanime, anche da coloro che lo avversano.
[…] Le rivalità calcistiche basate sulla storia locale e regionale abbondano ovunque e si possono considerare realmente “il sale” del gioco.

Fatta tale premessa, che tende già ad esprimere un giudizio sull’inesistenza di ideologia razzista, l’analisi prosegue tentando di affermare la tesi assolutoria:

[…] Un criterio iniziale è l’esistenza (o meno) di una discriminazione istituzionalizzata. Ad esempio, gli insulti nei confronti di un territorio chiaramente svantaggiato dallo Stato, o abitato da una minoranza che non ha gli stessi diritti di altri cittadini, sono chiaramente discriminatori.
Un secondo criterio consiste nel verificare se un determinato territorio è sistematicamente attaccato rispetto a un altro. Ad esempio, se i tifosi di tutti i club di un campionato attaccano lo stesso territorio (supponiamo il “Sud”), allora il Sud è chiaramente più discriminato, più di quanto non accadrebbe se il Sud attaccasse normalmente le squadre del Nord, Est e Ovest e i tifosi di queste ultime si attaccassero fra loro.
Nel primo caso, si parla di azioni basate su un’ideologia e pertanto chiaramente di natura razzista e discriminatoria. Nel secondo caso, l’utilizzo di cliché e stereotipi deriva dalla logica del gioco stesso ed è alimentato da pura stupidità, crassa ignoranza o eccessivo umorismo, ma non da un’ideologia […]

Lo studio non arriva a una sentenza, pur contenendola tra le righe, ma invita tuttavia a tollerare il fenomeno piuttosto che combatterlo.

[…] Il fenomeno della discriminazione territoriale resta di difficile soluzione. Le opinioni su come contrastarlo divergono sensibilmente.
[…] In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico non rivolto contro minoranze soggette a varie forme di esclusione. Allo stesso tempo, le situazioni variano significativamente da una cultura regionale/nazionale all’altra, il che impedisce di trovare una soluzione universale a questa specifica questione […]

“Insulto catartico”, cioè purificatorio. Così è definita la discriminazione territoriale. Da tutto ciò non si può non percepire una volontà partigiana di spegnere le accuse di razzismo alle tifoserie delle squadre del Nord che attaccano Napoli, in particolar modo, e il Sud. Un tentativo promosso proprio da un club rappresentativo del Nord, nella cui curva si annidano non solo torinesi e piemontesi ma persone originarie di tutte le zone d’Italia e che, per questo, dovrebbe rappresentare un modello di integrazione etnica, e invece fa tutt’altro. Un club che farebbe meglio a guardare in casa propria e a guardarsi allo specchio prima di analizzare l’intero contesto dal punto di vista sociologico. Un club che ha influenzato il costume, così come la sua proprietà, e che ora cerca di influenzare anche il pensiero.

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