Gallerie d’Italia cancella la grande Napoli neoclassica

Angelo Forgione Lo chiamano “il Cavallo colossale”. È il modello in finto bronzo (gesso verniciato) del cavallo su cui monta Ferdinando di Borbone in Largo di Palazzo, al secolo Piazza del Plebiscito, a Napoli. Monumento equestre di Antonio Canova il cui cavallo prototipale, appena restaurato, è esposto da oggi, e fino al 6 aprile 2026, al museo di Milano delle Gallerie d’Italia di Intesa San Paolo, in occasione della mostra “Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo”. Una mostra sull’arte nell’età napoleonica che Gallerie d’Italia, sul suo sito istituzionale, presenta così:

“Alla decadenza dei grandi centri artistici, come Firenze, Venezia, Genova e Napoli, si sottraggono solo Roma e Milano”.

Ma come? Napoli decadente in epoca neoclassica? Tutt’altro! Fu propio Napoli a riscoprire il classicismo con gli scavi vesuviani e quelli di Paestum, e a propagare la corrente che negò le ridondanze e le finezze barocche, stimolando una formula creativa imperniata sul passato remoto e dimenticato, per una nuova coscienza culturale nel campo delle arti.
E se a Roma i Papi capirono che le vestigia ereditate dalla remotissima grandezza imperiale andavano recuperate, diversamente dai secoli precedenti in cui tutto il patrimonio del passato era stato lasciato al sostanziale abbandono, avvenne perché Napoli si scoprì culla dell’archeologia moderna grazie alla volontà dei Borbone di avviare gli scavi, produrre volumi descrittivi e illustrativi delle preziosità rinvenute, e allestire esposizioni di reperti e di sculture.

Napoli, nel secondo Settecento, uscì dalla marginalità in cui era piombata con la dominazione austriaca e divenne meta culturale dell’intellettualità del tempo. E chi già lavorava a Napoli in piena epoca tardo barocca riesumò gli elementi architettonici dei modelli ercolanensi e pompeiani, reinterpretandoli nelle forme delle loro nascenti costruzioni, vedi Luigi Vanvitelli con la Reggia di Caserta e Ferdinando Fuga con il Real Albergo dei Poveri di Napoli.

Il maggior studioso dell’epoca, lo storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, si fiondò più volte a visitare e studiare le scoperte vesuviane, spingendosi sino a Paestum, considerandoli con enorme meraviglia “le più antiche architetture conservate fuori l’Egitto”. Trascrisse ciò che vide nel suo trattato Storia delle arti del disegno presso gli antichi, pubblicato nel 1764, diffondendo in tutt’Europa le notizie dei rinvenimenti napoletani. Fu lui a eleggere l’arte classica come modello di perfezione e a definire le basi dell’archeologia moderna, nuova scienza partorita nei dintorni del Vesuvio, fonte di un nuovo gusto delle arti: il Neoclassicismo.
Qualche anno più tardi, Giovanni Battista Piranesi realizzò le incisioni dei templi greci di Paestum, contribuendo alla conoscenza di certe scoperte in tutto il Continente.

Ferdinando di Borbone cancellò la proprietà privata per tutte le collezioni appartenenti alla sua famiglia e lasciate a Napoli dal padre Carlo, per renderle pubbliche e consegnarle alla città. Decise quindi di predisporne la riunione in un unico luogo della straordinaria raccolta di reperti vesuviani con la preziosissima parte scultorea della Collezione Farnesiana. E così nacque il Museo generale (oggi MANN – Museo Archeologico Nazionale), il primo museo continentale, dove furono sistemate le inestimabili sculture greche di famiglia, fatte portare via mare da Roma con fortissima irritazione di papa Pio IV.
Wolfgang Goethe, a Roma, il 16 gennaio del 1787, annotò nei suoi appunti di viaggio alcune riflessioni sulle ambiziose intenzioni del sovrano napoletano:

“Roma sta per perdere un grande capolavoro dell’arte. Il re di Napoli farà trasportare nella sua residenza l’Ercole Farnese. Gli artisti sono tutti in lutto, ma intanto avremo occasione di vedere quanto era nascosto ai nostri predecessori”.

Era questa la capitale che Antonio Canova frequentò tra il 1780 e il 1822, lavorando enormemente come per nessun’altra città, per committenza reale e privata. Capitale (anche) del Neoclassicismo, corrente che conquistò Milano grazie al governatore austriaco in Lombardia, il conte Karl Joseph von Firmian, precedentemente ambasciatore di Vienna a Napoli, dove aveva frequentato Luigi Vanvitelli, da cui fu consigliato di ingaggiare il suo allievo Giuseppe Piermarini, colui che, dopo aver appreso nel cantiere della Reggia di Caserta, fece di Milano un laboratorio neoclassico. Tra tanti edifici, anche una copia della Reggia di Caserta in piena città: il palazzo di Belgioiso.

Per capire cosa significava Napoli per la riscoperta delle classicità basta osservare ancora oggi il ritratto marmoreo di Ferdinando di Borbone che Canova realizzò per accogliere i visitatori al Museo generale. Un Ferdinando in veste di Atena-Minerva, protettrice delle arti con l’elmo della saggezza in capo, allegoria in onore del sovrano che, raggruppando le collezioni di Antichità, aveva lanciato l’immagine neoclassica di Napoli greco-romana, nuova Atene ma anche nuova Roma.

Napoleone, nuovo imperatore di Francia, per celebrare la sua ascesa, faceva declinare a suo modo (stile Impero) il nuovo classicismo di derivazione italiana. Lo aveva apprezzato nei suoi soggiorni a Milano, città che gli era piaciuta molto per le realizzazioni del Piermarini. E a Parigi chiamò lo stimatissimo Canova, che lo accontentò sempre, ma restò fortemente critico circa il saccheggio di opere d’arte italiane. Dalle memorie dello scultore veneto si apprende che egli si oppose all’Imperatore quando questi gli disse che a Parigi doveva restare perché lì si trovavano ormai tutti i capolavori antichi dell’arte. Tutti, eccetto uno:

«Questo è il vostro centro: qui sono tutti i capi d’arte antichi; non manca che l’Ercole Farnese di Napoli, ma avremo anche questo».

Canova gli rispose così:

«Lasci Vostra Maestà almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma, né da Napoli».

E Bonaparte come provò a rilanciare? Proponendo quale risarcimento ciò che il Papa non aveva fatto per Roma, ovvero l’avviamento degli scavi archeologici sul modello dei Borbone di Napoli:

«L’Italia potrà rindennizzarsi cogli scavi. Io voglio scavare a Roma: ditemi, ha egli il Papa speso assai negli scavi?»

Roma papalina sì che era una città decadente. Le sue casse furono oggetto di discussione tra i due, e Napoleone, in vista di una futura nazione italiana unificata sotto il suo dominio, promise attenzione per quella povera capitale decaduta e assai distante dal prestigio dei tempi in cui era stata padrona del mondo:

«La faremo capo d’Italia, e vi uniremo anche Napoli. Che ne dite? Sareste contento?».

Perché Napoli era la città più importante, oltre che la più popolosa, di quella Italia. E sarebbe questa la decadenza partenopea in epoca neoclassica di cui parlano quelli di Gallerie d’Italia? Napoli, la culla dell’Antico riscoperto e dell’archeologia – restando solo alle arti figurative – , era la vera capitale del Neoclassicismo, di cui beneficiarono Roma e Milano, ma non solo. Del resto, il “Cavallo colossale” di Canova fu modello per un monumento equestre per Napoli, con tutta la Basilica neoclassica retrostante e i palazzi laterali, anch’essi neoclassici. Anzi, due monumenti. Cavalli e cavalieri, una volta approntati tutti i modelli, furono fusi a San Giorgio a Cremano dal fabbro di fiducia di Canova, il romano Francesco Righetti, in una fonderia aperta appositamente nel 1816 in un capannone nei pressi di Villa Bruno, zona che oggi è identificata con il nome di “Cavalli di Bronzo”. Bronzo, come la faccia di chi continua a sminuire la grande storia di Napoli.

per approfondimenti:
Napoli svelata, Angelo Forgione (Magenes, 2022)
Napoli capitale morale, Angelo Forgione (Magenes, 2017)

Alta delinquenza al Nord (e il Ministero smentisce i pregiudizi sul Sud)

Angelo Forgione Puntuali, giungono gli indici di criminalità elaborati da Il Sole 24 Ore in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati nel 2024. La maglia nera per numero di reati riportati spetta ancora una volta alla provincia di Milano, che mantiene la poco lusinghiera leadership conseguita nel 2016, allorché scalzò Roma, oggi terza, appena scavalcata da Firenze. Dietro incalza Bologna, che sorpassa Rimini e Torino.
Per trovare una città sotto Roma bisogna scorrere fino al tredicesimo posto di Napoli, che retrocede (cioè migliora) di una posizione rispetto all’anno precedente (nel 2016 era terza). Poi Catania e Palermo ai posti ventitré e ventiquattro. Foggia e Siracusa alle posizioni ventisei e ventisette.

Una classifica che non indica particolari novità, così come non è nuova l’analisi applicata: «Nord infestato dal crimine, ma al Sud si denuncia meno che nel resto d’Italia», dicono Marta Casadei e Michela Finizio, le giornaliste de Il Sole 24 Ore che hanno analizzato l’indagine:
“Alle complessità delle grandi città si affianca, in alcuni territori, una maggiore propensione alla denuncia. Questo aspetto emerge in modo evidente, affiancando i dati di Milano (6.952 reati ogni 100mila abitanti) a quelli molto inferiori di Napoli (4.479) o di Palermo (3.936)”.

Tecnicamente, si tratta di impossibilità di individuare il cosiddetto “numero oscuro”, ossia la differenza tra il numero effettivo di reati commessi (tentati e consumati) e quelli che vengono denunciati e registrati dalle statistiche ufficiali. È un indicatore della criminalità sommersa, non rilevata perché influenzata da fattori come il timore della vittima, la scarsa tolleranza sociale e l’inefficienza delle Forze dell’Ordine. Gli omicidi, per fare l’esempio più evidente, difficilmente sfuggono – specie quando consumati – alla rilevazione. Non è lo stesso per un reato come il furto, dove è forte la tendenza da parte della vittima a valutare costi e benefici per decidere se denunciare l’accaduto. In altri casi, ad esempio nei reati a sfondo sessuale, sono invece fattori di tipo culturale o, come nell’usura, il particolare rapporto tra l’autore e la vittima a influire sulla decisione di denunciare o meno il reato subito. Nel caso delle violenze sessuali, ad esempio, vengono denunciate meno del dieci percento dei casi.
Il fatto è che la criminalità è un concetto assai complesso. Esistono una criminalità reale e una criminalità percepita. A mettere ordine ci ha pensato qualche tempo fa il Ministero dell’Interno, informando in un suo Rapporto sulla criminalità che la visione di un Sud peggio messo del Nord e del Centro è del tutto discriminatoria, retaggio del razzismo positivista del secondo Ottocento, e che il Meridione, tutto sommato, non sta peggio degli altri territori. Al punto 2, nell’analisi Le regioni settentrionali e meridionali, si legge:

“Ogni reato ha una sua precisa distribuzione a livello territoriale che è riconducibile a quelle caratteristiche che distinguono i borseggi dagli scippi e dai furti in appartamento. Ad esempio, questi ultimi sono più diffusi al Nord, mentre al Sud si rileva un maggiore numero di scippi.
Questa è un’osservazione importante da tenere a mente perché smentisce l’opinione comune che tutti i reati siano in larga misura più frequenti nel Sud rispetto al Nord Italia. Si tratta di una credenza piuttosto diffusa e duratura nel tempo che si può far risalire alla scuola positivista italiana alla fine del XIX secolo quando venivano attribuiti i più alti tassi di delinquenza – sia violenta che contro la proprietà – al meridione sulla base di aspetti razziali e indicatori socioeconomici delle due aree geografiche. È invece possibile distinguere storicamente tra i reati contro la proprietà effettivamente più frequenti nel Nord e i reati violenti più diffusi al Sud. Nel caso dei furti, furti in appartamento e borseggi avvengono di più al Nord e gli scippi al Sud. Ciò non dipende, come sostengono alcuni, da una diversa propensione a denunciare i reati subiti da parte dei cittadini sulla base di un supposto maggior senso civico di chi vive nelle regioni settentrionali. Le indagini di vittimizzazione hanno infatti mostrato che si denuncia di più quanto più alto è il valore della refurtiva e quando è stata stipulata una relativa assicurazione. I diversi tassi di furti, scippi e borseggi tra Nord e Sud si spiegano meglio sulla base delle opportunità che si presentano sul territorio e in base agli stili di vita e alle attività della popolazione.”

Tradotto in soldoni, è proprio il Ministero degli Interni ad avvertire che, dappertutto, quanto più è alto il valore della refurtiva tanto è più alta la necessità di denunciare, soprattutto in presenza di polizze assicurative. Per fare un esempio, al furto di un braccialetto, ad ogni latitudine italiana, corrisponde una bassissima percentuale di denunce, mentre al furto di un’automobile corrisponde un’altissima percentuale.
Sulla base di questo assioma, è sempre il Ministero ad dirci che la minore propensione a denunciare del Sud è influenzata dalle tipologie di reati più frequenti (gli scippi), ai quali corrispondono refurtive meno preziose di quelle dei reati più frequenti al Nord, là dove c’è più benessere ad allettare il crimine.

Dunque, se pur può essere vero che il Sud contribuisca maggiormente al “numero oscuro”, è fattuale che i reati non denunciati, quelli più spiccioli, se considerati e sommati, non raggiungerebbero il valore dei reati più frequenti al Nord, tra truffe seriali e furti di beni preziosi.
Non è una novità. Già a fine Ottocento, quando proprio il Positivismo dei Lombroso, Niceforo e altri propagandisti della borghesia settentrionale plasmava l’opinione pubblica anti-meridionale e alimentava il pregiudizio settentrionale, il politico Napoleone Colajanni analizzò la delinquenza della città di Napoli in confronto a quella di Milano, dimostrando che, dati del triennio 1896-1898 alla mano, i reati complessivi nella città lombarda, che allora contava meno abitanti di quella campana e non ospitava meridionali ed extracomunitari, erano in numero maggiore che in quella campana. Ciò nonostante l’eccessiva pressione daziaria del Regno d’Italia dei Savoia cui erano stati sottoposti i napoletani, superiore a quella esercitata sui milanesi, avesse comportato, tra il 1872 e il 1899, sofferenti condizioni di povertà e parassitismo. I dati furono commentati da Francesco Saverio Nitti nella sua pubblicazione Napoli e la questione meridionale del 1903 (vedi immagine a destra).
Tanto per chiarire che poco o nulla è cambiato da oltre un secolo a qui, e che si continua a considerare più la criminalità percepita che quella reale. Quelle tra Napoli e Milano si invertono a seconda che si tratti di notizie riportate dai media o di esperienza personale sul territorio. Retaggio perpetuo del razzismo positivista.

Al funerale di Giovanbattista

Angelo Forgione Mercoledì, ore 15, chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Giorno, orario e luogo dei funerali di Giovanbattista Cutolo, ventiquattrenne della Napoli che costruisce futuro ucciso brutalmente da un sedicenne della Napoli che il futuro lo distrugge. La madre della vittima ha lanciato un appello ai napoletani:

«Il funerale di Giovanbattista deve essere l’inizio del riscatto di Napoli, deve essere un evento storico. Sia la rinascita della città. Chiedo a tutti i musicisti di parteciparvi. Lo chiedo anche a Osimhen e ai calciatori del Napoli: vi prego, partecipate anche voi. Così in tanti e tanti verranno e la brutta gente della città tornerà nelle saettelle (i tombini, ndr)».

È la città dell’idolatria, Napoli, per i calciatori ma anche, in certi ambienti, per i delinquenti. E allora non stupisca l’appello della signora Daniela, anche se la miglior testimonianza che ogni napoletano che ama Napoli può darle è quella di sentire la necessità di partecipare alle esequie di un ragazzo con cui muore un altra speranza di normalità. Io ci sarò, perché profondamente soffro per certi episodi che colpiscono la città che amo. Giovanbattista potevo essere io, poteva essere chiunque, e perciò invito chi legge ad esserci, potendo.

Non faccio finta di nulla e non lascio Napoli alla delinquenza. Non partecipo neanche al riaperto dibattito sull’eduardiano “fujitevenne ‘a Napule”. Hai voglia a ripetere che Eduardo non si riferì ai napoletani ma ai giovani attori di teatro, ai quali consigliò di andare via perché la politica gli aveva negato il sogno di avere a Napoli un teatro stabile che intendeva affiancare al San Ferdinando, da lui acquistato e restaurato. Anche il maestro di Giovanbattista, fondatore della Nuova Orchestra Scarlatti, si è battuto per creare un’orchestra stabile nell’unica tra le grandi città italiane a non averla, e adesso ha intenzione di smantellare tutto. Lo farà davvero, ora che il ministro Sangiuliano, a tragedia avvenuta, ha deciso di sostenere e rendere stabile l’Orchestra Scarlatti in onore di Giovanbattista?

Diamine, questa è la città della grande Scuola Musicale del Settecento e della grande tradizione musicale di straordinaria eccellenza nel mondo. Vi siete mai chiesti perché la città della Musica, del Real Teatro di San Carlo e del prestigioso Conservatorio di San Pietro a Majella, la capitale della Musica cui il mondo continua a guardare, non riesca a dare un futuro ai suoi musicisti? Vi siete mai chiesti perché una città ricca come poche al mondo di cultura, di arte, di poli museali e di Bellezza non riesca a coinvolgere i giovani? E non sto parlando di quelli che crescono nelle famiglie in odor di malavita e delinquenza.
Il male di Napoli, per Eduardo, non era Napoli ma la politica, quella che non alimenta la vita culturale della città della grande Cultura; quella che ammazza un quattordicenne perché lascia che gli piombi in testa un frammento di fregio della Galleria Umberto I; quella che lascia stagnare la malavita.
Erano gli artisti napoletani a dover andare via per dare compiutezza ai loro sogni, non i napoletani. Giovanbattista Cutolo, invece, voleva restare a Napoli, e la delinquenza di costume l’ha ucciso.

A proposito di delinquenza, era inizio Novecento quando Francesco Saverio Nitti, nella sua pubblicazione “Napoli e la questione meridionale”, analizzava i dati snocciolati da Napoleone Colajanni circa quella del capoluogo campano, allora il più popoloso d’Italia, vessato da una pressione daziaria del Regno d’Italia superiore a quella esercitata su Milano, Torino e Genova. Il gran meridionalista lucano scrisse:

“(…) Non ostante tutte le esagerazioni, la morale popolare è a Napoli più alta che in molte fra le città italiane, più vivo è il senso di pietà. (…) Ancora ciò che è più interessante notare è che, non ostante le condizioni di grande povertà, di depressione crescente, non ostante il disordine della vita pubblica, la delinquenza della città di Napoli è assai minore di quella di molte fra le grandi città italiane. Quale è ora la città più ricca d’Italia? Milano. Quale è ora la città più povera? Napoli. Ebbene a Milano la delinquenza è maggiore che a Napoli. (…) Or dunque la popolazione napoletana non solo non ha i difetti che la comune opinione degli italiani le attribuisce, ma messa in condizioni non solo di sofferenza, ma di tormento, in condizioni che spingerebbero alla delinquenza anche la anime migliori, mostra una mirabile forza di bontà”.

Nitti, insomma, sottolineò che la delinquenza di Napoli, già tagliata fuori dallo sviluppo pilotato nel “triangolo industriale” del Nord, era contenuta dalla buona indole della sua gente. Nulla è stato fatto perché la disoccupazione diminuisse, ed è anzi cresciuta. Così la camorra è diventata ammortizzatore sociale oltre che sacca elettorale, godendo di una certa inestirpabilità. Una domanda bisogna porsela se dopo oltre un secolo e mezzo di Unità, nonostante tre presidenti della repubblica napoletani (Enrico De Nicola, Giovanni Leone e Giorgio Napolitano) e ben sette ministri dell’Interno di origini napoletane e campane (Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Nicola Mancino, Antonio Brancaccio, Giorgio Napolitano, Rosa Russo Iervolino e Matteo Piantedosi) dei diciannove succedutisi al Viminale tra il 1988 e il 2023, la camorra continua a imporre la legge dell’illegalità e a zavorrare l’economia della città.

Dopo quanto successo a piazza Municipio, il cantante Geolier, punto di riferimento di chi vede nell’inconsistenza del lusso un valore assoluto, ha lanciato il suo appello ai ragazzi delle realtà difficili:

“Anche io sono cresciuto nel rione, dove parlare in italiano era da scemi e dove andare a scuola era da deboli, ma il mondo non è questo. Io capisco il vostro punto di vista, semplicemente perché era il mio fino a poco tempo fa. Nei quartieri i ragazzi devono cambiare mentalità e scappare da tutto questo male. Voglio dirgli che uscire soltanto per divertirsi con gli amici non è da deboli, che andare a scuola non è da scemi, che portare dei fiori a una tipa che gli piace non è una vergogna”.

Parole che spiegano l’incapacità per certi ragazzi di capire cos’è bene e cos’è male, perché i loro genitori non sono in grado di essere tali; e se non sono già essi stessi esempio pessimo per i figli lo diventano taluni cantanti e determinate fiction. Figli che saranno i genitori di domani, sempre che non si brucino il futuro in cinque minuti di folle spavalderia e becera protervia per strada, così, tanto per affermare la legge del branco. Succede, perché fare il malavitoso è oggi anche fenomeno di costume e stile di vita in certi quartieri non solo periferici in cui per troppo tempo si sono alimentate le risacche di miseria. Non esiste in nessun’altra grande città una commistione tra borghesia e popolo minuto come a Napoli, dove sussistono concentrazioni indigenti proprio nel centro, a ridosso di importanti strade di demarcazione sociale. Rioni storici ma fatiscenti a Santa Lucia, al “rettifilo”, a Toledo, separati da più recenti e decenti costruzioni dirimpettaie, a evidenziare una caratteristica specifica del tessuto urbanistico che riflette quello sociale cittadino: sono un tutt’uno, e vivono gomito a gomito, la Napoli che studia, lavora e vive normalmente, stragrande maggioranza della popolazione, e quella del parassitismo, figlia dell’evasione scolastica e dell’inclinazione all’illegalità, che spesso trova nella delinquenza l’unica nutrizione per le proprie esigenze esistenziali.

Il padre di Giovanbattista Cutolo, regista di teatro e cinema, dice che lascerà Napoli per il dolore di una ferita insanabile. Prima della tragedia si stava dedicando a un docufilm, “Napoli svelata”, esattamente lo stesso titolo che ho dato io al mio ultimo libro. Le sue dovevano essere cinque storie per raccontare l’anima di Napoli senza l’oleografia del male e delle pistole.
È lui a svelare a tutti noi che il povero figlio si chiamava Giovanbattista in tributo a Pergolesi e a Basile. Vallo a spiegare chi erano a chi non conosce la grande storia di Napoli. Anche solo per il rispetto che si deve a questa nobile città stuprata, al funerale di mercoledì bisogna esserci!

Napoli turistica a Ferragosto: dal deserto al pienone

Angelo Forgione — Napoli invincibile, città che sa sempre mettersi alle spalle le sciagure che la travolgono. Oggi piena di turisti anche a Ferragosto, e sembrano così lontane le immagini di una metropoli di fine Novecento che nel giorno dell’assunzione della Vergine diventava più spettrale di quanto non sia apparsa nei tristi giorni del lockdown imposto.

Ancora la città più popolosa d’Italia a inizio Novecento, Napoli, con il suo immenso patrimonio, contendeva a Venezia, Firenze e Roma il primato del turismo nostrano e straniero. Poi, dopo le guerre, sopraggiunse la tivù, e la denigrazione nazionale di matrice positivista dilagò enormemente.
Gran danno all’economia della città lo fece il feroce accanimento mediatico durante il colera del 1973, preciso momento in cui i turisti presero a ignorare quella che fu descritta come una Calcutta d’Europa. Nel 1980 ci si mise pure il terremoto irpino, e poi anche l’apice della recrudescenza della malavita organizzata, con la spietata faida tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia. Napoli ne escì con le ossa rotte, e se le tenne fino al G7 del 1994, assegnatole per ricostruire l’immagine del Paese e dargliene una diversa da quella proiettata dalla tangentopoli milanese. Ripresero a tornare i turisti, ma le ossa, a Napoli, gliele ruppe di nuovo la crisi dei rifiuti del primo decennio del Duemila. Nessuno avrebbe più scommesso sulla rinascita di Parthenope, e invece neanche la pandemia da Coronavirus è riuscita ad arrestare la rigenerazione di una città che trova sempre in sé le energie per rialzarsi, stavolta passando per l’ottimo lavoro di Gesac a Capodichino, che ha attratto le tante compagnie low-cost sullo scalo partenopeo, e per la florida produzione cinetelevisiva della Film Commission della Regione Campania, per una diversa letteratura/lettura della città e per la cassa di risonanza dei social.

Nel montaggio video, i servizi in onda nei Tgr Campania di due 15 agosto, quello del 1986 e l’ultimo, del 2023. Il primo mostra, con le eloquenti riprese della città vuota, il risultato della proiezione al mondo della Napoli “colerosa, terremotata e camorrista” degli anni Ottanta. Il secondo è quanto la Napoli della cultura, dell’arte e del buon vivere, pur con le sue criticità, è tornata giustamente a riprendersi di forza.

Ora c’è da migliorare i servizi, aumentare l’offerta ricettiva e restituire a cittadini e turisti la risorsa mare negata.

Napoli non muore mai!

Juventini di Napoli e tifosi napoletani: una difficile convivenza in una città di forte identità

Angelo Forgione “Juventini disturbati”. Una mia definizione del 2017 proferita dopo una delle tante incursioni vuote degli juventini di Napoli in una trasmissione televisiva locale dedicata al Napoli e alla cultura napoletana, ripescata strumentalmente dai tifosi bianconeri in questo periodo per loro difficile, diventa l’occasione per un ben più interessante dibattito tra me, Paolo De Paola e il conduttore Vincenzo Marangio (tre napoletani di nascita) sulla difficile convivenza tra juventini e napoletani a Napoli e dintorni e, soprattutto, sui diversi aspetti del tifo meridionale in genere.

Tratto da “Radio Bianconera” (TMWradio) del 5/12/22

Napoli senza voce, ma non tace

Angelo Forgione  «La Gazzetta dello Sport è sempre stata il giornale di Juve, Inter e Milan ed è sempre stata contro il Napoli… i giornalisti del Nord mi odiano, il Nord odia il Sud dai tempi del Conte di Cavour».
Così disse, senza peli sulla lingua, Aurelio De Laurentiis in diretta nazionale qualche tempo fa, scatenando un autentico putiferio.

Nei giorni scorsi, Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta, ha onestamente ammesso che il principale quotidiano sportivo nazionale – ripeto, nazionale – risponde principalmente alle tifoserie di Milan, Inter e Juve, che rappresentano il core-business di riferimento, e l’informazione propone soprattutto ciò che è a loro gradito, come, ad esempio, un like dato da Zaniolo a un post di Vlahovic finito in prima pagina, o come il furto della Panda di Spalletti ma non altri reati predatori in altre città. Fino al caso-non-caso Osimhen alla vigilia di una trasferta delicata del Napoli a Bergamo.
Nessuna novità, non siamo nati ieri, e però è legittimo il sospetto che De Laurentiis avesse ragione a gridare il suo sfogo.

Eugenia Saporito ha perciò messo in piedi un animatissimo ma garbato dibattito in diretta sull’argomento, ospitando Paolo De Paola, napoletano di nascita, ex vicedirettore della Gazzetta e poi direttore di Tuttosport, anch’esso quotidiano nazionale anche più aderente alla specifica utenza di Juventus e Torino, per un confronto con Maurizio Zaccone e chi scrive, moderato assieme a Umberto Chiariello e sintetizzato nel video per racchiudere in pochi minuti le due ore di talk.

Con un’informazione condizionata non solo nello sport dalle esigenze dei lettori di riferimento e dalle pressioni degli editori, Napoli senza voce combatte una battaglia mediatica ad armi impari contro il Nord, ma, come si capirà ascoltando l’interessantissimo dibattito, senza tacere.

Il chitarrista razzista

Angelo Forgione  Il mondo della musica italiana è fatto di giganti, quelli che hanno grande sensibilità artistica e conoscenza, e di nani, semplici conoscitori delle note musicali. Ci sono i Lucio Dalla, bolognesi che vorrebbero rinascere a Napoli, la città che rispettano profondamente per quel che rappresenta nella cultura italiana, e poi ci sono gli Alberto Radius, milanesi che gettano fango gratuito sui napoletani.
Chi è Alberto Radius? Un chitarrista prossimo agli 80 anni, fondatore dei Formula 3, che ha rilasciato un’intervista a Rolling Stones in cui, per informare che è ancora molto voglioso di suonare, ha fatto uno squallido paragone tra napoletani e milanesi:

Sono milanese, anche se nato a Roma. Come mio padre, sono un truffatore, un arrampicatore della vita. Siamo milanesi e ci sappiamo arrangiare. Non alla napoletana, alla milanese. Quelli rubano, noi abbiamo soltanto voglia di fare. Io ce l’ho ancora.


Inutile commentare quel che si commenta da sé. Ma visto che la carriera di Alberto Radius non è luminosa come quella del “napoletano” Lucio Dalla, qualche nota saliente ve la fornisco io. Sì, lui è davvero un truffatore, nel senso che nel 2008 causò la squalifica di Loredana Berté in pieno Sanremo perché la giuria si accorse che la canzone che le aveva scritto era in realtà identica a una già fatta incidere con altre parole esattamente vent’anni prima a tale Ornella Ventura. Lui sostenne di non ricordarsi che il brano fosse già stato inciso.
Truffatore e arrampicatore sì, ma certamente senza molta voglia di fare. È evidente che, almeno in quanto a furbizia, Radius dovrebbe prendere lezioni dai napoletani. Se poi volesse prendere anche lezioni di musica, come ha fatto modestamente quel gigante di Lucio Dalla…

S.O.S Galleria Umberto I

La Galleria Umberto I di Napoli, capolavoro della Belle Époque umiliato da 130 di sciatta e scellerata gestione. L’ho messa a confronto con la Vittorio Emanuele II di Milano, evidenziandone tutti i problemi. Su IL MATTINO, con Francesco Borrelli (Verdi) e Gianni Simioli, proseguiamo la battaglia per dare dignità al fu salotto di Napoli, proponendo interventi fattibili e certamente migliorativi.

Clicca qui per guardare il video.

È napoletana la prima ricetta della cotoletta (fritta)

Angelo Forgione — Milano e Vienna, città legate dalla storia, condividono il tipico piatto della fetta di vitello impanata e fritta. Wiener Schnitzel e Cotoletta alla milanese, due piatti simili per certi aspetti eppure assai diversi per particolarità di preparazione, a partire dalla presenza dell’osso (milanese) o meno (viennese), ma certamente imparentati, dacché all’inizio del Settecento la città lombarda cadde sotto il dominio austriaco e, passando per il periodo francese-napoleonico, vi rimase fino al 1859. In quel periodo vi furono certamente fitti scambi culturali tra dominati e dominanti.

Sebbene Vienna e Milano abbiamo affermato la cotoletta secondo i loro dettami, la paternità della pietanza non è di nessuna delle due. Di fatto, l’esordio della ricetta della cotoletta di vitello impanata e fritta avviene a Napoli con Vincenzo Corrado, che la descrive nel 1773 nel suo Il Cuoco Galante. A pagina 14, la ricetta delle Coste di Vitello imboracciate indica di tirare la carne al burro per portarla a mezza cottura, e poi, una volta raffreddata, bagnarla nelle uova sbattute, impanarla con pan grattato e formaggio parmigiano (grattugiato), e infine friggerla nello strutto.

Nel 1814, il Dizionario milanese-italiano curato da Francesco Cherubini riporta la parola “coteletta“, così tradotta: “Braciuola. Spezie di vivanda nota. Dal francese cotelette”. Erano infatti i cuochi francesi a fare particolari braciole insaporendo le costolette (con l’osso) di vario tipo, cuocendole e ricoprendole di una panatura complicata, per poi cuocere in forno. È dunque chiaro che ancora alla vigilia della Restaurazione, quindi del crollo di Napoleone e del ritorno degli austriaci a Milano, la coteletta/cotoletta non fosse per i meneghini qualcosa di fritto.

La comparsa della ricetta della “cotoletta alla milanese” è infatti datata 1855: nel ricettario Gastronomia Moderna di Giuseppe Sorbiatti si legge di “Costoline di vitello fritte alla Milanese”, immerse nell’uovo battuto, “imborraggiate” di pane e soffrite. Sono già trascorsi più di ottant’anni dalla comparsa a Napoli delle “Coste di Vitello imboracciate”.

Ed è del 1831 la comparsa della ricetta della Wiener Schnitzel von Kalbfleisch (Cotoletta viennese di Vitello) nel ricettario tedesco Allerneuestem allgemeinen Kochbuch di Maria Anna Neudeckers.

Secondo i ricettari, dunque, Vienna prima di Milano, e Napoli prima di Vienna. Va da sé che la prima cotoletta impanata e fritta sia napoletana. Verosimilmente, i cucinieri napoletani, a contatto con i monzù francesi alla corte dei Borbone, la frissero nello strutto invece di cuocerla in forno. Vienna e Milano, finalizzandola e sublimandola alla propria maniera, ne hanno fatto evidentemente specialità locali.

Il primato dei vini delle Due Sicilie

Angelo Forgione Dicembre 1858. In quei giorni, Rivista contemporanea pubblicò la tabella degli ettolitri di vino prodotti ed esportati dagli stati preunitari stilata dal prestigioso statistico milanese Pietro Maestri, che nel 1861 avrebbe coordinato il primo censimento del Regno d’Italia. Alla vigilia dell’Unità d’Italia risultavano 7,150,000 ettolitri prodotti nel Regno delle Due Sicilie, di cui 5,200,000 nelle province peninsulari e 1,950,000 in Sicilia, per un valore economico superiore anche a quello del maggior produttore di quel momento, lo Stato Pontificio, comprendente le tante vigne laziali, umbre, marchigiane, emiliane e romagnole.

Alcuni vini siciliani, calabresi e campani, particolarmente quelli di Napoli e di Terra di Lavoro, erano considerati tra i migliori dell’intera Penisola, come si evince dal valore in franchi. Tra i più famosi figuravano il Lacryma Christi, i vini di Capri e Ischia e il Marsala di Sicilia.
In Piemonte, la principale produzione vinicola era stata fino a un decennio prima quella del liquoroso Vermouth. Il Barolo era nato da qualche anno mentre il Chianti di Toscana neanche esisteva.
Gli stati che esportavano qualcosa in più delle Due Sicilie, in realtà, non portavano significative quantità in altri stati europei ma avevano come sbocco gli altri territori italiani, dacché a quel tempo le quantità prodotte in Italia non superavano la domanda e il consumo interno. Difatti, Pietro Maestri chiariva: “gli ettolitri 652,462 […] recati da noi nella bilancia del commercio di esportazione, debbono essere considerati piuttosto come un articolo richiesto e smerciato tra le stesse provincie italiane, che come un oggetto di cambio internazionale”. E infatti il prodotto di Sardegna andava in buona parte ai genovesi, mentre i vini piemontesi, quelli veneti e gli emiliani erano esportati soprattutto in Lombardia, che non produceva a sufficienza per il suo fabbisogno, così come la Toscana, che si approvvigionava dalle Marche e dall’Umbria. Nei più ampi territori del Regno di Napoli, portare un vino calabrese negli Abruzzi non era esportazione.

Il primato dei vini campani e siciliani era dovuto a una vivacità testimoniata dalla nascita a Napoli, nel 1833, della Compagnia Enologica Industriale, la primissima azienda enologica d’Italia, istituita privatamente con sovrana approvazione borbonica per il miglioramento della vinificazione dell’intero Regno e per favorire il commercio interno e l’esportazione, così da emancipare le Due Sicilie dalla passività straniera.I giornali italiani e stranieri, compresi quelli dei maestri di Francia, ne annunciarono i cimenti e ne riportarono i grandi successi ottenuti in poco tempo. Alcuni vini delle Due Sicilie riuscirono a fare una minima concorrenza a quelli francesi, e furono i primi d’Italia a raggiungere tale scopo.
Dopo cinque anni, nel 1838, l’esperienza napoletana fu replicata a Milano con la costituzione della Società Enologica Lombardo-Veneta. Nell’introduzione all’atto costitutivo si leggeva:
“[…] a’ premurosi inviti di molti distinti proprietari e industriali di fondare una Ditta enologica sulle basi della Compagnia delle Due Sicilie […], ove l’industria vinaria ha fatto tali progressi, di aver potuto emancipare quel regno dalla passività estera, e metterlo in grado di far concorrenza colla Francia nella esportazione”.

Dopo l’Unità, le vicende del settore vitivinicolo nazionale seguirono quelle più generali dell’agricoltura italiana, con le aree economicamente avvantaggiate del Nord investite da importanti trasformazioni tecniche e organizzative, tradotte nella creazione di un divario tra aree avanzate verso una viticoltura moderna e altre rimaste indietro. Le attività enologiche di Camillo Benso di Cavour, con il Barolo in Piemonte, e di Bettino Ricasoli con il Chianti in Toscana, furono fondamentali per la crescita dei vini delle due regioni, che iniziarono a farsi onore insieme a quelli della Campania, in particolar modo della provincia di Napoli, e della Sicilia all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e a quella di Vienna del 1873.
Da contraltare allo sviluppo industriale dell’enologia piemontese e toscana della seconda metà dell’Ottocento fecero gli effetti della repressione del brigantaggio al Sud, per la quale nel primo decennio del Regno d’Italia risultavano interdette e saccheggiate le case coloniche di campagna ritenute possibili rifugi per i ricercati, con incarcerazioni e processi sommari a danno dei proprietari. E poi la requisizione dei siti reali e delle antiche proprietà borboniche, polmoni di uve importanti lasciate all’abbandono.

Pur nella decadenza sociale e politica del Mezzogiorno, la sola Campania, tra le prime regioni produttrici, significava ancora un decimo abbondante del vino italiano prima della Grande guerra del ’15-’18. I meridionali, tagliati fuori dallo sviluppo industriale e relegati all’agricoltura, svuotarono ancor più massivamente le campagne per il reclutamento militare al fronte con lo scoppio del conflitto bellico.
Pure alla vigilia della Seconda guerra mondiale la Campania eccelleva per quantità media complessiva prodotta, insieme a Puglia, Sicilia, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. La provincia di Napoli, allargata fino al Garigliano per riforma fascista, risultò addirittura in testa alla produzione vinicola nell’annata 1938.Dopo il conflitto mondiale, durante il ventennio Cinquanta-Sessanta, l’abbandono delle terre coltivate al Sud proseguì con l’ingrossamento dei flussi migratori dei meridionali in direzioni delle ricostruite industrie del Nord. Le regioni meridionali si ridussero alla fornitura di vino da taglio da destinare al Nord per irrobustire alcuni vini settentrionali e la Campania andò via via scivolando fuori dall’élite produttiva.

Solo nell’ultimo decennio del Novecento una nuova politica di valorizzazione del vino italiano ridestò la sete delle tantissime uve autoctone regionali e prese corpo anche la tardiva valorizzazione dei vitigni meridionali.
Oggi gli italiani bevono meno rispetto al secolo scorso, ma bevono assai meglio e con consapevolezza, orientandosi sempre più verso la qualità dei vini autoctoni. Piemonte, Veneto e Toscana sono in assoluto le regioni con più incidenza di denominazioni di origine controllata e garantita, le DOCG, ma un significativo progresso qualitativo ha interessato la lavorazione dei vini del Meridione, riducendo la supremazia di quelli nordici. I vini ottenuti dai vitigni autoctoni di Sicilia, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Lazio e Sardegna hanno guadagnato gradimento all’estero, certificato dalla crescente esportazione delle bottiglie del Sud Italia.

Quanto narrato è solo un compendio assai sintetico di uno dei capitoli del mio prossimo libro, ricco di documenti e ricostruzioni storiche relative a diverse eccellenze. Relativamente a quella vitivinicola, le aree produttive del Sud e del Centro pagano ancora una certa percezione di inferiorità, un pregiudizio e un ostracismo di radice commerciale esercitato da alcuni produttori settentrionali, come denunciato dal produttore siciliano Lucio Tasca d’Almerita, ospite nel febbraio del 2018 della rubrica Tg2diVino della Rai.