Il Corsiero Napolitano, la Ferrari dei cavalli

Angelo Forgione Il cavallo è il simbolo di Napoli ma anche rappresentante di eccellenza del suo territorio. Nel mondo in cui ci si avvaleva degli equini per spostarsi e guerreggiare, Napoli era celeberrima per la sua peculiare razza, tra le migliori del pianeta. Principi, re e regine di tutto il mondo facevano a gara per possederne uno.
Il Cavallo Napolitano ha origini antichissime. Gli Etruschi scelsero l’area capuana per impiantare i loro allevamenti equini, in un ambiente climatico favorevole, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, dove successivamente i Romani ereditarono la razza e la incrociarono con cavalli berberi importati dal Nord Africa, generando i migliori esemplari per la corte imperiale.
In seguito, Federico II portò a Napoli dei cavalli orientali, veloci e leggeri, che si fusero con quelli locali. La selezione della razza si consolidò nel XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, considerata l’elevata qualità raggiunta dai cavalli locali, non ritenne opportuno migliorarli con l’introduzione di sangue di altre razze.

Una esemplare bellissimo, longilineo, snello ma anche poderoso e robusto di zampe, il Napolitano era il cavallo più apprezzato al mondo, insieme a quello iberico, berbero e turco. Una razza pregiata e ambita dalle corti medievali di tutt’Europa.
Nel XV secolo, l’esperto Ercolani scrisse che i cavalli napolitani godevano la più alta fama come cavalli da guerra. Se oggi vi sono le fuoriserie a motore, allora vi erano i corsieri di Napoli a rappresentare il top. Salire in sella a uno stallone napoletano era come mettersi alla guida di una #Ferrari, che oggi, per ironia della sorte, è incarnata da un cavallino rampante, esattamente come Napoli sin dal XIII secolo. E infatti, in una scena del film americano King Arthur del 2017 (video), la citazione è chiara è assolutamente pertinente: «O corri veloce come uno stallone napoletano o è meglio lasciar stare». Anche i famosi cavalieri della tavola rotonda sapevano che per avere una marcia in più dovevano salire in sella a un Cavallo Napolitano.


A Napoli, nel XVI secolo, si sviluppò anche un’importantissima scuola, l’Arte Equestre Napoletana, che ebbe in Federico Grisone il primo cavallerizzo al mondo a pubblicare un trattato sul tema. Le grandi scuole odierne, Vienna (Austria), Saumur (Francia) e Jerez (Spagna), hanno tutte origine da quella napoletana, la cui eccellenza nacque certamente dalla straordinaria abilità dei cavallerizzi partenopei ma anche dal bellissimo Cavallo Napoletano, pure capace, con la sua incredibile obbedienza, di danzare a ritmo di musica, talvolta persino spontaneamente.


Nel trattato “Pietra paragone” di inizio ‘700, curato da Giuseppe d’Alessandro, il Cavallo Napolitano fu considerato come miglioratore di altre razze.
Dopo il 1860, con la violenta annessione delle province borboniche da parte della monarchia sabauda, l’allevamento del Cavallo Napolitano subì le scelte di politica economico-territoriale del Regno d’Italia e fu destinato a una decadenza che ebbe il suo apice con l’avvento delle automobili, che i cavalli li misero nel motore a scoppio nei primi anni del ‘900. La pregiata razza equina napoletana, però, è oggi in fase di specifico recupero ippotecnico.

La strage dei pini di Napoli

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Angelo Forgione Circa duecento pini mediterranei sono stati abbattuti nella zona intorno al parco Virgiliano di Posillipo, tra viale Virgilio e via Tito Lucrezio Caro, e non solo, dopo il tempestoso vento che il mese scorso è costato la vita a uno studente universitario a Fuorigrotta.
Spariti interi filari stradali di alberi malati di un parassita, comparso a Napoli nel 2015 e ora avvistato anche a Roma. È la cocciniglia-tartaruga, originaria della zona sud-orientale del Nord America, che succhia la linfa e riempie le cortecce di funghi, portando alla morte di tronchi e radici. Radici, quelle dei pini, che sono comunque molto superficiali, orizzontali, e non adatte a resistere a forti venti come quelli che ormai interessano anche le nostre latitudini. Si chiamano appunto “mediterranei” questi pini, ma ormai il clima è diventato tropicale, porta parassiti lontani e i venti spirano a oltre 150 km/ora. Bisogna farci i conti.
Talmente superficiali le radici dei pini che ormai da anni hanno sollevato le strade della panoramica e unica Posillipo, in condizioni belliche. Non solo manto stradale dissestato ma anche marciapiedi divelti. Una volta, qui, vi correvano i bolidi della Formula 1. Il circuito di Posillipo si disputò tra il 1933 ed il 1962, ma poi le condizioni della superficie stradale divennero impraticabili, e lo spettacolo finì.
1100 pini piantati nel 1930, in pieno Ventennio fascista. Ora ne sono rimasti 600, quasi la metà, di cui 200 secchi e altri 200 destinati a morire tra un paio di anni, dicono gli agronomi. Ne restano altri 200, quelli in migliore condizioni nella parte alta di via Manzoni.
Alberi in ogni caso non adatti alle strade di città, sì, anche perché in ambito urbano un pino difficilmente raggiunge i 100 anni, e questi ne hanno già 80. Ma mettiamoci pure decenni di incuria, di mancate potature e opportune cure fitosanitarie del patrimonio arboreo per prevenire la proliferazione del parassita. Era già successo con le palme. Ora la strage è dei pini. Strage necessaria, a questo punto, ed è inutile gridare allo scandalo, perché erano in condizioni di salute gravi e l’intervento era di sicurezza, prima che ci rimettesse la vita qualcun altro e al comune toccassero grane e risarcimenti onerosi.
Il vero problema, ora, sono le prospettive. Andrebbero rimosse le ceppaie, eliminate le radici morte, e si dovrebbe rifare l’asfalto. Andrebbe ri-progettato il paesaggio con un intervento come quello del Ventennio, forse con specie di alberi dalle radici meno superficiali, per non ripetere l’errore. Ma in una città in grave dissesto di finanze non vi può essere riqualifica urbana così importante, non vi può essere quel necessario lavoro di concertazione con paesaggisti, urbanisti, Soprintendenza, Comune ed esperti del settore che una zona specifica per bellezza richiederebbe.
Lo scenario di Posillipo è mutato. Verrà la primavera, e poi l’estate, e il sole picchierà. E se non vi sarà intervento straordinario vi sarà per anni il deserto, e resteranno a vista le ceppaie dei tronchi, con le radici dei pini morti sotto il manto stradale-pedonale, che persisterà nelle condizioni di sconquasso in cui versa da decenni. Resterà, chissà per quanto tempo, il cimitero dei pini di Posillipo.

Il prevedibilissimo furto dell’albero di Natale in Galleria Umberto I

Angelo Forgione Sono stufo di commentare ogni anno il rituale gioco del furto dell’albero di Natale in Galleria Umberto I, paradigma del liberismo e della drammatica assenza di amor proprio partenopeo. Ma cosa c’è ancora da commentare? Quel che avevo da dire l’ho detto nel 2009, anzi, l’ho proprio scritto e attaccato sul vaso orfano dell’albero, in modo che lo riprendessero tutte le tivù nazionali e la figuraccia smuovesse l’immobilismo in un sito monumentale dove di notte si giocava a pallone e di giorno si faceva commercio di merce abusiva.
“SIETE IL NOSTRO CANCRO”, scrissi. Un messaggio di spregio alla banda di ladruncoli che da anni, puntualmente, privavano la città di un simbolo festoso.

Come se non bastasse, nella notte di Capodanno fu fatto esplodere un pericoloso ordigno pirotecnico sui marmi preziosi con i protagonisti della bravata soddisfatti nel riprendere la scena.

Dopo qualche mese, l’allora consigliere comunale Raffaele Ambrosino, che aveva raccolto le mie richieste e quelle dei commercianti, portò in aula un emendamento votato favorevolmente in Consiglio dalla giunta Iervolino, e così fu istituita la sorveglianza fissa H24 del monumento da parte della Polizia Municipale, inaugurata il 1 Giugno 2010. Mettemmo su pure un’improvvisata festicciola per brindare alla necessaria misura che poteva garantire la sicurezza minima.

Grazie al presidio, le partite di calcio furono sospese di forza e l’albero ebbe vita facile, per due anni e due festività natalizie, durante le quali la triste tradizione del furto dell’albero fu interrotta.
Poi cambiò il sindaco, arrivò De Magistris e, forse per problemi di bilancio, rimosse il servizio di vigilanza. E così i piccoli balordi tornarono immediatamente alla carica. La Galleria ri-piombò nell’incontrollata anarchia e il Natale portò le brutte figure napoletane e il danno d’immagine procurato dai nemici di Napoli che non non hanno alcuna sensibilità e rispetto per la comunità. Per non parlare del dramma che corre l’integrità monumentale del sito, il cui confronto con la gemella milanese fa vergognare.

Napoli è una città senza un’adeguata formazione civica e culturale. In assenza di questa, e quindi senza prevenzione, c’è bisogno di repressione. Chi l’amministra dimentica che per troppo tempo si sono alimentate le risacche di miseria, annidate in quartieri non solo periferici della città. A Napoli esiste una commistione tra borghesia e popolo minuto, concentrazioni indigenti in pieno centro, proprio a ridosso di importanti strade di demarcazione sociale. Nascono da qui alcune croniche criticità di particolare degrado monumentale, come quelle della Galleria, in cui il furto è un gioco di rivalsa dei ragazzini dei Quartieri Spagnoli nei confronti dell’altra parte della strada di Toledo, un assalto nel salotto di quell’altra Napoli, ma anche sfida alle forze dell’ordine. Il puntuale ritrovamento nei vicoli è una logica rivendicazione.

Dunque, o si ripristina la vigilanza H24 e si recupera l’intero decoro della Galleria oppure è inutile anche fare l’albero di Natale con la certezza che sarà sottratto. Io mi indigno molto di più per un quattordicenne che ci ha rimesso la vita sotto un pezzo di intonaco tra i tanti che negli anni si sono staccati, e continuano a farlo, dalla facciata del monumento. Le colpe sono le stesse.
E mo’, se permettete, me so’ scucciato ‘e parla’.

7 dicembre, apertura del Meeting D’Arte Internazionale Biennale di Napoli

Venerdì 7 dicembre, presso il Centro di Cultura Domus Ars di Napoli, in via Santa Chiara 10, prende il via il “Meeting D’Arte Internazionale Biennale di Napoli” che durerà sino al 17 dicembre. La manifestazione nasce dall’esigenza di valorizzare la Campania, da sempre fucina di talenti che unisce tradizione e innovazione in tutte le arti. Da Parthenope a Neapolis la città vanta eccellenze e primati unici al mondo. Un’occasione per evidenziare la creatività, la bravura, la dedizione, la tenacia dei giovani figli della nostra terra. E non solo.

Prenderanno parte al dibattito d’apertura, programmato per le ore 11:
Giuseppe Gaeta, direttore Accademia Belle Arti di Napoli;
Ferdinando Sorrentino, curatore e organizzatore dell’evento;
Domenico Sepe, Maestro d’Arte e direttore artistico dell’evento;
Giovanni Conzo, procuratore aggiunto della Repubblica di Benevento;
Luigi Sorrentino, presidente Gruppo Archeologi Terre di Palma Campania;
Federica Colucci, magistrato del Tribunale di Napoli.

Ospiti invitati al dibattito saranno:
Gaetano Daniele, assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli;
Ferdinando Ceraso, avvocato del foro di Napoli;
Domenico Ciruzzi, presidente Fondazione Premio Napoli;
Gianfranco Gallo scrittore e critico;
Jean Noel Schifano, attore e drammaturgo;
Luca Signorini, primo violoncello del Teatro San Carlo;
Angelo Forgione, scrittore e giornalista;
Francesco Tranfaglia, presidente Associazione Carabinieri Sez. Salvo D’Acquisto;
Virginia Ciaravolo, presidente Associazione Mai Più Violenza Infinita;
Mario Di Costanzo, Formazione Socio/Politica Diocesi di Napoli.
Modera la giornalista Pina Stendardo.

Quattro intermezzi musicali del Maestro Angelo Mosca, accompagnato dalla voce di Carla Maria De Michele, scandiranno i tempi della conferenza.

Nel pomeriggio, ore 17, incontro con gli scrittori Angelo Forgione, Leandro Del Gaudio e Mariella Gargotta, con presentazione dei rispettivi libri.

PROGRAMMA
Mattina
ore 10,30: Vernissage
ore 11 – 13: Dibattito
Pomeriggio
ore 17: Incontro con gli autori
Angelo Forgione, scrittore e opinionista
Leandro Del Gaudio, scrittore e giornalista del Mattino
Mariella Gargotta, scrittrice e docente del Liceo Artistico di Napoli

Dal 7 al 17 di dicembre sarà possibile visitare la “Mostra di arti visive” dei Maesti d’Arte: Domenico Sepe, Michelangelo della Morte, Raffaele Sanmarco, Salvatore Russo, Alfredo Troise, e di altri importanti artisti del panorama nazionale e internazionale, unitamente alle opere di 90 studenti del Liceo Artistico Statale SS. Apostoli di Napoli che si metteranno in gioco con tecniche ed opere artistiche.

L’evento è curato dal dott. Ferdinando Sorrentino con direzione artistica del Maestro d’Arte Domenico Sepe.
La manifestazione è contro ogni tipo di organizzazione criminale.

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Francesco De Gregori: «Napoli dovrebbe essere la capitale d’Italia»

Angelo Forgione Che Napoli fosse l’unica città d’Italia degna di rappresentare veramente la sua capitale lo disse il francese Charles de Brosses nel 1740.

Che fosse la più grande capitale italiana, con monumenti splendidi degni delle prime capitali d’Europa, lo disse il milanese Giuseppe Ferrari nel 1860.

Che le si dovesse preferire la piccola Firenze nel ruolo di capitale d’Italia, perché dall’importante città vesuviana non si sarebbe potuto più uscire e si sarebbe dovuto rinunciare definitivamente a Roma, lo disse il piemontese Vittorio Emanuele II nel 1864.

E però un napoletano, Ruggero Bonghi, nel 1881, nel nascente “triangolo industriale” della nascente industria d’Italia, disse che Milano era la capitale morale, per decretarne la superiorità industriale sulla rivale Torino. E allora la capitale culturale iniziò a vivere all’ombra del duplice mito, quello della capitale morale dell’economia, appunto, e quello della capitale reale.

Ma Napoli capitale morale della Cultura ha resistito all’impoverimento d’Italia, strappata alle sue nobili radici, e persino alla soffocante ignoranza di chi, napoletani compresi, non sa. E pochi non sono.

“È l’unica capitale che abbiamo, un punto fondamentale per la cultura diffusa che scarseggia in Italia”, ha detto Cristina Comencini.
“La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana”, ha detto Elsa Morante.
E si potrebbe continuare a lungo, fino a Francesco De Gregori.

Carlo di Borbone spodesta Vittorio Emanuele II a San Giorgio a Cremano

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Angelo Forgione
La piazza in cui ha sede il Municipio di San Giorgio a Cremano (Napoli) cambia odonimo, da Vittorio Emanuele II a Carlo di Borbone. Attenzione, Carlo di Borbone, così come era detto comunemente a Napoli, non Carlo III, che è la nomenclatura assunta a Madrid nel 1759, dopo aver regnato all’ombra del Vesuvio. Doppio plauso.
Non è il primo provvedimento identitario di San Giorgio a Cremano. Già nel 1997 la piazza Garibaldi fa intitolata a Massimo Troisi per volontà dell’allora sindaco Aldo Vella. Il nizzardo, tra critiche e forti opposizioni, fu spodestato per la prima volta da una piazza italiana.
Nel 2015, l’attuale sindaco Giorgio Zinno fece intitolare una strada ai Martiri di Pietrarsa per ricordare i quattro operai uccisi durante il sanguinoso sciopero del 6 agosto 1863, poco dopo l’Unità d’Italia, nel Real Opificio della vicina Portici.
E ora ad essere spodestato è Vittorio Emanuele II. Un altro passo in direzione della riaffermazione dell’identità storica meridionale, cancellata da una toponomastica risorgimentale imposta dagli uomini di massoneria che, ad Unità avvenuta, si impegnarono nell’obiettivo di forgiare una nuova coscienza collettiva della Nazione attraverso la celebrazione dei Padri della Patria, de facto ladri della patria napolitana, anch’essi massoni, elevati a somme figure morali della moderna storia nazionale nei libri di storia, negli odonimi stradali e sui basamenti monumentali dello Stivale. Quell’operazione sembra aver esaurito la sua incisività nella consapevolezza e nell’identità di gran parte dei napoletani e non solo, e può dirsi ormai in fase di demolizione, seppur molto lenta.

Minority Report made in Naples

Angelo Forgione Tempi duri per i ladri. Prevedere i reati predatori urbani non è più fantasia, grazie al napoletano Elia Lombardo, ispettore superiore di Polizia in servizio presso la Questura del capoluogo partenopeo, informatico autodidatta, che ha rifinito uno studio lungo un ventennio e ha prodotto un software a costo zero contenente un innovativo algoritmo per la previsione di scippi, rapine, furti, borseggi, truffe e danneggiamenti vari.
Si chiama XLAW©, dove la lettera X sta per variabile, ed è basato su una serie di dati incrociati che calcolano le probabilità per cui gli eventi possono verificarsi. I risultati vengono esaminati e poi trasmessi alla Squadra mobile, che può inviare una volante in attesa che l’evento si verifichi.
Il software, in funzione a Napoli dal 2011, ha consentito la riduzione del 22% dei reati predatori e un aumento del 24% degli arresti in flagranza di reato. Fornito poi alla questura di Prato, con percentuali di successo anche più alte. Da qualche giorno è in funzione a Venezia, dove ha immediatamente consentito di sventare un furto. Ci sono voluti pochi attimi per arrestare il ladro, proprio perché i poliziotti si trovavano già in zona per via dell’alert di XLAW©, che prevedeva tra le 3 e le 4 del mattino la possibile commissione di un reato predatorio in quell’area.
Lombardo non ama accostare il suo software alla fantascienza di Minority Report, e forse ha ragione, poiché la sua realtà pare proprio aver superato le lungimiranti fantasie di Philip Dick e Steven Spielberg.

Il conflitto intimo del giornalista tifoso Ruffo

Angelo Forgione – Confessioni di Federico Ruffo alla trasmissione LineaCalcio (Canale 8 Campania) dopo le intimidazioni e le minacce ricevute in seguito all’inchiesta della trasmissione Report (Rai3). Il giornalista confida di essere turbato dagli eventi e di non riuscire a trovare la voglia di rimettere i panni del tifoso (juventino).

«Io non riesco a vedere una partita (della Juve) dall’inizio alla fine. Non posso separare le due cose; il male che mi viene fatto ogni giorno (da ignoti e da irritati tifosi della Juventus) non può prescindere dal mio essere tifoso di questa squadra e guardarne le partite. Quello che mi porto dentro mi toglie la voglia di tifare, come ho fatto per quarant’anni.»

Nella confidenza c’è la coscienza di un uomo che è entrato in una vicenda torbida, in un cono d’ombra, e ha visto quanto non è possibile osservare da fuori. C’è la conoscenza che cambia l’approccio al mondo visibile, superficiale. La partita di calcio diventa così solo un aspetto marginale, trascurabile, del calcio stesso, non il suo acme.

Tratto da Dov’è la Vittoria:

Il rischio di chi racconta fatti e misfatti calcistici è quello di essere considerato fazioso, perché è ascoltato da tifosi, e i tifosi sono irrazionali, si irritano con chi narra brutte vicende che coinvolgono i colori amati e i loro idoli, in misura proporzionale all’inconfutabilità dei fenomeni. Più l’esposizione convince il lettore e più il tifoso che è in lui è chiamato dal proprio istinto a ribellarsi, a rifiutare di sapere; perché a tifare si inizia da bambini, e a quello stadio si resta nella fede calcistica.
«Almeno il Calcio lasciatemelo godere, non mischiatelo con altre faccende». Questo dice il tifoso più radicale, che non vuole che gli si rovini la ricreazione e perciò non vuole rendersi conto di ciò che accade al di fuori del rettangolo di gioco, accetta tutto, non s’indigna e nega persino l’evidenza. A scandalo in corso, tende a sperare che esso termini al più presto possibile, senza danni per la propria squadra, e magari con penalizzazione per le avversarie. È una sorta di soffocamento della coscienza che previene un possibile disturbo della psiche. Al contrario, lo sportivo vero, spesso tifoso razionale, non è un lottatore indefesso per il trionfo di una causa cieca, non è impermeabile all’offesa morale che umilia il senso della dignità. Di sportivi veri ce ne sono, e infatti, anche per disaffezione al mondo non sempre limpido del Calcio italiano, gli stadi nostrani, pieni fino agli anni Novanta, si sono svuotati e sono stati consegnati ai tifosi militanti delle curve.

 

Clicca qui per vedere l’intero intervento di Ruffo a Linea Calcio

 

A San Pietroburgo in scena il mito di Napoli

Angelo Forgione – Al IV Forum Internazionale della Cultura di San Pietroburgo, il 15 novembre 2018, è andata in scena la Napoli del Settecento e la sua Scuola Musicale, che in quel periodo fu capace di plasmare uno stile musicale che si diffuse rapidamente nelle corti europee e fece esplodere nell’immaginario culturale ed estetico d’Europa un vero e proprio “mito di Napoli”.
Raffinati musicisti e compositori come Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa e Tommaso Traetta si recarono proprio a San Pietroburgo, chiamati a lavorare alla corte di Caterina II, consacrando la loro fama internazionale e testimoniando l’attrattiva assoluta che l’Opera napoletana esercitava su tutte le corti europee. L’imperatrice russa amava tantissimo i musicisti napolitani, una volta concluso il loro lavoro alla corte di San Pietroburgo, regalò loro un prezioso “pianoforte a tavolo”, oggi di proprietà del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. Ed è stato proprio questo strumento, riportato per la prima volta in Russia, a risuonare nelle stesse sale di più di due secoli fa, durante un concerto con la partecipazione di alcuni musicisti napoletani, sulla scorta di alcune rarissime partiture dei celebri compositori Napolitani.
Una nuova riscoperta degli ottimi rapporti diplomatici tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia e di un dialogo mai interrotto tra due grandi ex-capitali, riunite da una filo di note musicali per rievocare uno stretto scambio artistico, culturale e commerciale dal tempo di Caterina II fino a quello di Ferdinando II.

servizio per il Tg3 Rai di Marc Innaro

Tratto da NAPOLI CAPITALE MORALE:
“L’unico dialogo internazionale del Borbone fu mantenuto con l’autoritario Zar Nicola I di Russia, affettuosamente ospitato a Napoli alla fine del 1845 per consentire alla malata zarina Aleksandra Fëdorovna di giovarsi del clima della Sicilia, e grato nel ricambiare con due pregevoli cavalli di bronzo con palafrenieri, identici alle statue di ornamento del ponte Aničkov di San Pietroburgo, che erano stati sistemati all’ingresso dei giardini del Palazzo Reale, di fianco al San Carlo. Del resto, gli ottimi rapporti diplomatici tra i due paesi risalevano al 1777 e Napoli era già la culla dei migliori talenti russi della musica, della pittura e della scrittura. Giovanni Paisiello, Tommaso Traetta e Domenico Cimarosa, nel secondo Settecento, erano stati maestri di cappella e direttori dei Teatri imperiali della capitale russa, recentemente resa neoclassicheggiante dall’architetto di origine napoletana Carlo Domenico Rossi, naturalizzato e russificato Karl Ivanovič perché figlio di una ballerina russa di scena a Napoli. Al teatro Alexandrinsky, intitolato alla zarina e realizzato dal Rossi con facciata molto somigliante a quella del San Carlo di Niccolini, andavano in scena i successi napoletani, ma il gemellaggio culturale divenne anche commerciale, cosicché a Kronstadt, una località isolana di fronte San Pietroburgo, fu clonata la fabbrica siderurgica di Pietrarsa, visitata e tanto ammirata dallo Zar, mentre a Napoli giunsero grandi forniture di eccellente grano duro russo di tipo Taganrog per le pregiate lavorazioni della pasta.”

Approfondimenti sulla Scuola Musicale Napoletana del Settecento anche su Made In Naples (Magenes) e Napoli Capitale Morale (Magenes).

Geografia e antropologia del tifo italiano

citta_antijuventineAngelo Forgione – A dicembre 2018, il quotidiano sportivo torinese Tuttosport ha pubblicato la top 10 delle città più anti-juventine, esclusa Torino, ponendo al primo posto Napoli, davanti a Fiorentina e Bologna. Un’indagine senza spiegazioni, che però trova riscontro in quanto ho ampiamente argomentato nel mio Dov’è la Vittoria (Magenes), definendo la “classica” Napoli-Juventus la partita più significativa del Calcio italiano sotto il profilo sociale.

Si tratta infatti di due club con due tifoserie agli antipodi. Il Napoli è a pieno titolo un simbolo di appartenenza e legame territoriale. È il riferimento principe di una vasta provincia che, coi suoi 3 milioni di abitanti circa, è la terza d’Italia per popolazione, e non condivide il territorio con nessuno, diversamente da quanto accade a Torino, ma anche a Roma, Milano e in tutti i maggiori centri del Vecchio Continente.

Gli juventini sono in ogni dove d’Italia, ma non più numerosi dei granata nell’area urbana di Torino, dove si è bianconeri soprattutto se figli o nipoti di immigrati del Sud. Lì vi sono il torinista e lo juventino. A Napoli, invece, esiste il napoletano a troneggiare sulle minoranze. Napoletano è il tifoso e napoletano è il cittadino. L’appartenza calcistica e la cittadinanza, a Napoli, combaciano per sovrapposizione e si unificano.

DLV_locandinaSecondo la mappa geografica del tifo, tracciata dall’osservatorio sul capitale sociale Demos & Pi, la Juventus è la squadra più “nazionale”, nel senso che il bianconero è presente in modo massiccio nelle 4 aree geografiche (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud e Isole), anche se interisti, milanisti, napoletani e romanisti fanno fortissima ma localizzata concorrenza. Ma la Juventus è anche la più detestata dello Stivale, il bersaglio preferito delle ire più accese dei tifosi delle squadre avversarie. Per questioni di contesa del potere sportivo, gran parte dei sostenitori milanisti e interisti indica proprio la Juve come prima squadra “nemica”, nonostante la disputa interna per la supremazia cittadina. Lo stesso fanno romanisti (pur astiosi verso i cugini laziali), napoletani e fiorentini, per i quali influisce nell’animosità la spiccata identificazione territoriale da opporre al simbolo massimo dell’identificazione egemonica e della “nazionalizzazione”. Sono questi i tifosi che vedono nella Juventus l’emblema del tifo apolide, privo di ogni radicamento geografico.

Tre sono le principali scintille d’innesco del tifo, tutte legate all’identificazione antropologica: l’eredità patriarcale, la fascinazione richiamata dal territorio e quella evocata dal successo. I napoletani sono iniziati dalla seconda, gli juventini soprattutto dalla terza. La Vecchia Signora si fidanza con tutti, anche con i meridionali. Non si può certamente dimenticare che nel Paese dell’emigrazione da Sud a Nord il tifo è, più che altrove, un veicolo di riconoscimento e affermazione sociale. Già nell’Europa di fine Ottocento gli operai attratti dai centri industrializzati, quelli dove il Football andava attecchendo, ebbero un comportamento collettivo: sradicati dalla loro terra, avvertirono la necessità di sposare dei riferimenti locali, trovandoli nel Calcio, in modo da sentirsi meno emarginati e piantare nuove radici. Lo stesso accadde a Torino, lì dove il Calcio era fiorito, ovviamente, con la prima industrializzazione italiana, quella che nel secondo Ottocento aveva generato il “triangolo industriale” privilegiando Torino, Milano e Genova e depauperando il Mezzogiorno. Negli anni del “miracolo economico” si realizzò la più grande migrazione di massa mai verificatasi nella nostra penisola: milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno, abbandonando i campi per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord. Riempirono il “Treno del Sole”, un convoglio che dal 1954 al 2011 unì i due estremi della Penisola, da Palermo a Torino. Il capoluogo piemontese passò dai 719.300 abitanti del 1951 a 1.167.968 del 1971, mentre il suo hinterland fece registrare un aumento di popolazione dell’80%. I nuovi arrivati presero il sopravvento sugli immigrati del Nord-est e delle campagne piemontesi. In ordine di flussi, si trattava di pugliesi, siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, che fecero di Torino una città meridionale di dimensioni paragonabili a Palermo.

Gli immigrati trovarono lavoro in Piemonte, ma anche cartelli con un avviso mortificante: “Non si fitta ai meridionali”. Quegli operai, con un lavoro ma riversati nelle condizioni di vita più disagiate e al limite della sopravvivenza, dovettero trovarsi un tetto ma anche un modo per combattere l’emarginazione, nonostante fossero pronti a contribuire massicciamente, con la loro preziosa manodopera, alla realizzazione del prodigio industriale. Il Calcio divenne un pretesto per farsi accettare, il veicolo più immediato per sentirsi più integrati. La Juventus, fino ad allora sostenuta prevalentemente dalla buona borghesia torinese, ebbe bisogno di un’immagine familiare da offrire ai lavoratori meridionali della Fiat e una mano la diede la fallimentare spedizione al Mondiale inglese del ‘66, segnata dalla disfatta contro la Corea del Nord: la Federazione impose la chiusura delle frontiere, a partire dalla stagione 1967-68, nel tentativo di far crescere nuovi talenti nazionali. Come mai in passato, il grande Calcio iniziò ad attingere da ogni regione d’Italia, e a trarre notevoli benefici da questa situazione furono le grandi squadre settentrionali, le uniche dotate di osservatori, che trovarono fortune nel serbatoio dei giovani del Sud. Nel maggio del ‘68 la Juventus concluse il primo acquisto geopolitico della storia calcistica italiana prelevando dal Varese il centravanti catanese Pietro Anastasi, pioniere dei calciatori meridionali saliti al Nord per fare fortuna, che, nel trapasso tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, divenne l’icona del popolo degli emigranti e la sua foto in maglia bianconera entrò prepotentemente nelle case torinesi come in quelle siciliane. E poi il sardo Antonello Cuccureddu, il siciliano-campano Giuseppe Furino e il salentino Franco Causio. Una significativa rappresentanza dei cosiddetti “sudisti del Nord” nei cinque scudetti juventini degli anni Settanta che accrebbe la sempre maggiore simpatia degli emigranti meridionali e dei tanti appassionati nel Mezzogiorno per la Vecchia Signora.

Furono proprio i meridionali di Torino, quelli che stavano costruendo le fortune economiche della famiglia Agnelli, a iniziare a tifare in massa per la squadra del padrone, trasmettendo la juventinità ai parenti rimasti al Sud, sui quali faceva facilmente presa tutto ciò che gravitava attorno al miraggio della ricchezza e del successo settentrionale. Il Torino divenne la squadra dei torinesi, la Juventus quella dei lavoratori immigrati. La squadra bianconera dominò gli anni Settanta e i primi Ottanta, ingrandendo la sua tifoseria con nuove generazioni di fedelissimi immigrati – figli e parenti – che si identificarono con le vittorie della “zebra”, sul cui blocco fu costruita la Nazionale che vinse i Mondiali del 1982. La Juventus si rese così la squadra d’Italia, e il suo nome, che non è quello di una città e non impone il cliché del campanile, agevolò il processo di diffusione della sua popolarità. Ancora oggi il Meridione è pieno di feudi juventini, e la gran fetta di appassionati di certe zone che scelgono in età infantile il cavallo vincente si identifica nelle squadre più blasonate, Juventus su tutte. Invero, anche Milan e Inter attingono all’immenso serbatoio del Sud, là dove è pieno di sostenitori che non accettano di legarsi alle squadre delle proprie città per non condannarsi all’impossibilità di competere ai massimi livelli; pur di recitare un ruolo da protagonista in pubblico, barattano la sconveniente identità col vantaggioso potere. Il bambino non vuole perdere perché non vuol soffrire, e crescendo si porta dentro quella paura. Solo una piccola parte, in età più matura, abiura l’iniziale scelta di cedere alla seduzione dei vincenti, la cui motivazione d’origine è tutta in una frase pronunciata dall’icona juventina Giampiero Boniperti: “Sono da compatire quelli che tifano per altri colori, perché hanno scelto di soffrire”.

Ecco perché nessuna squadra è tanto amata e sostenuta quanto la Juventus. Ma anche tanto detestata, perché con le sue vittorie nazionali fa soffrire gli altri e perché rappresenta il simbolo sportivo dello sfruttamento dei ricchi padroni sul proletariato operaio.

Lo juventinismo, come il milanismo e l’interismo, supera i confini regionali; cresce allontanandosi dai nuclei territoriali delle squadre forti e attecchisce nei piccoli e medi centri che non riescono a emergere nel Calcio che conta. I bambini di Siracusa, Olbia, Matera, Teramo, Macerata e altre città fuori dai grandi giochi e lontane dai grandi capoluoghi devono necessariamente fare una scelta che consenta loro di partecipare, di non sentirsi totalmente esclusi, e per convenienza inconscia si affezionano alle squadre più gloriose, oppure a quella che sta compiendo un ciclo vincente al momento dell’esplosione della passione calcistica. Per questo motivo Juventus, Milan e Inter sono le squadre degli appassionati territorialmente “decentrati”, quelli che vivono nelle province senza una storia calcistica. Ma anche le squadre di quei distretti rappresentati da realtà calcistiche di un certo rilievo, però storicamente incapaci di recitare un ruolo primario, lì dove è spesso ostentata una fedeltà sdoppiata, una duplice passione: per la squadra locale, che non ha legami stretti con la vittoria, e per quella in grado di vincere, che non ha legami stretti col territorio. È un modo di vivere il tifo che aiuta a gestire e risolvere un contrasto interiore, più frequente nel Mezzogiorno e tipico di importanti centri come ad esempio Bari, alla cui fede locale è spesso accostata quella per una delle tre big.

Al contrario, il Napoli è, al Sud, una realtà a sé stante, un monolito quasi sacro. Non si può simpatizzare per il Napoli e per la Juventus allo stesso tempo, soprattutto attorno al Vesuvio, in una provincia amalgamata indivisibilmente alla sua squadra di Calcio. Napoli e il Napoli creano un vortice continuo di identificazione con pochi paragoni nel mondo. Il club azzurro è interpretato come unico vessillo sotto il quale cercare una dignità cancellata.

È un sacrosanto diritto di ognuno scegliersi la squadra per cui tifare, anche se questa è di un altro territorio, soprattutto in un ambiente sportivo in cui gli imprenditori stranieri comprano club che rappresentano città con cui non hanno alcun legame e in cui militano calciatori di ogni nazione, ma attenzione a non minimizzare l’importanza economica dei tifosi, autori di una scelta di fede sportiva e di appartenenza spontanea che determina vantaggi economici essenziali per l’esercizio delle società. Vantaggi che derivano in buona parte proprio dalla passione cieca dei tifosi. Dalla stagione 2010-11, infatti, la ripartizione dei diritti televisivi è contrattata in modalità collettiva: il 40% è assegnato in parti uguali a ogni società, il 5% è ripartito rispetto alla graduatoria dei comuni di provenienza per popolazione, il 30% è distribuito sulla base del computo di tre diversi parametri ottenuti dai risultati sportivi, il restante 25% è frazionato in base alla classifica delle tifoserie per quantità, fino a un massimo del 6,25%. Più sostenitori hanno i club, più soldi portano a casa. È tutta qui l’importanza delle scelte di appartenenza dei tifosi, che pure qualche soldino al botteghino lo portano e di prodotti ufficiali ne comperano. Compreso il passaggio, è facile evidenziare quanto sia influente la massa di tifosi del Sud che sposano fedi nordiche, incidendo in tal modo nella distribuzione a favore di territori lontani di parte dei proventi delle pay-tv e dei ricavi commerciali.


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