––– scrittore e giornalista, opinionista, storicista, meridionalista, culturalmente unitarista ––– "Baciata da Dio, stuprata dall'uomo. È Napoli, sulla cui vita indago per parlare del mondo."
Gino Sorbillo nominato Maestro d’Arte e Mestiere per il comparto pizzeria tra i 75 ambasciatori del Made in Italy del 2016, di cui 13 nell’enogastronomia. Con lui, tutta l’arte dei pizzaiuoli di Napoli, i tanti maestri che elevano e preservano l’eccellenza qualitativa dell’impareggiabile pizza napoletana, in procinto di divenire patrimonio immateriale dell’umanità Unesco. Il mondo del global food più noto ha la sua cattedra. A Napoli, ovviamente.
Il riconoscimento è stato assegnato nel Salone d’Onore de La Triennale di Milano dalla Fondazione Cologni, in collaborazione con la scuola internazionale di Cucina Alma, alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella.
Angelo Forgione– L’ICOMOS, International Council on Monuments and Sites, è un’organizzazione internazionale non governativa il cui scopo è promuovere la conservazione e la valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale nel mondo. Lo fa con l’autorevole contributo di oltre settemila tra architetti, archeologi, storici dell’arte, antropologi, urbanisti, geografi e storici di diversi paesi che ne studiano le caratteristiche e presentano delle accurate relazioni consultive al Comitato del Patrimonio Mondiale, affinché ne decida l’eventuale inclusione nella sua lista. Quando il Centro Storico di Napoli, nel 1995, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per la sua “cultura unica al mondo che diffonde valori universali per un pacifico dialogo tra i popoli”, è stata presentata una decisiva relazione dall’ICOMOS, in cui era inclusa una valutazione che chiarisce l’unicità della Città in Italia e in Europa:
“È difficile identificare una o più città con cui Napoli potrebbe essere confrontata. Le sue radici culturali sono così completamente diverse da quelle di qualsiasi altra città italiana che il confronto sarebbe inutile. È altrettanto difficile equiparare Napoli con altre grandi città mediterranee come Barcellona o Marsiglia. L’unicità è una qualità che è difficile da definire, ma Napoli sembra avvicinarsi tantissimo a rappresentarla.”
(L’argomento è approfondito nel libro Made in Naples a pagina 34)
Angelo Forgione–La pizza Guinness dei Primati, la margherita più lunga del mondo, è stata sfornata sul Lungomare di Napoli. 1.853,88 metri di prodotto cotto a legna che hanno scalzato la pizza cotta elettricamente di 1.595,45 realizzata appena un anno fa a Milano, durante l’Expo. 250 pizzaiuoli si sono dati appuntamento per l’evento “L’Unione fa… la pizza più lunga del mondo”, coprendo circa due chilometri di tavolo allestiti per l’occasione sulla splendida cornice del Lungomare di via Caracciolo e via Partenope. Dopo sei ore e undici minuti, il risultato è stato certificato dai giudici dei Guinness World Record. 100 metri all’ora la portata di cottura di ognuno dei cinque forni a legna mossi da motori elettrici che, oltre ai prodotti campani doc, hanno garantito il rispetto del disciplinare del prodotto STG.
Record e sorrisi, ma anche proteste per lo spreco alimentare e per i disagi cittadini in un giorno feriale, dopo il rinvio di domenica per maltempo. Spreco indubbio: 2 tonnellate di farina e altrettante di fiordilatte, 1,6 tonnellate di pomodoro, 30 chilogrammi di basilico e 200 litri d’olio, al netto della legna da forno. Solo un quarto del prodotto è finito in beneficenza e a tarda sera tanta era la pizza rimasta sul chilometrico banchetto per motivi igienici e pratici. Ma è chiaro che si sia trattato di un evento promozionale, finalizzato al ritorno d’immagine in termini mediatici per un piatto tipico che mira all’Unesco. Con il record in tasca, la sfida si sposta a Parigi, dove è in gioco la candidatura della “Arte dei Pizzaiuoli Napoletani” alla lista dei patrimoni immateriali dell’umanità. Ritorno anche in termini turistici per una città in pieno slancio ricettivo. Sprecare cibo è immorale ma è anche vero che l’immagine e il turismo necessitano di investimenti e sacrifici per comunicare al mondo. Soprattutto dopo l’Expo milanese, in cui, peraltro, l’analoga performance non aveva incontrato alcuna polemica ma solo esposizione mediatica (come nei precedenti record). Il risultato è che l’immagine della lingua di pizza sul mare del golfo più bello del mondo, nella città dell’intramontabile tradizione gastronomica e della pizza stessa, sta facendo il giro del globo.
Scrivo in uno dei miei libri: “A impattare, oggi, sono le ombre, quelle che proprio certi napoletani, bravissimi a vendere e non a vendersi, sono pronti a reclamizzare con ineffabile autolesionismo, per la gioia dei forestieri, cui non pare vero di poterle sdoganare in ogni dove”. La vicenda pizza-record è paradigmatica. Se i napoletani tutti non capiranno che i soldi spesi per generare soldi non sono mai sprecati, e che loro stessi devono sapersi vendere, non riavranno mai i flussi turistici che le miserie della guerra prima e le leggende sul colera poi, complici le deformi narrazioni dei media, gli hanno sottratto.
Angelo Forgione– Si è aperta da qualche giorno una polemica tra comitati civici e Comune di Napoli per diversi lavori di riqualifica urbana che hanno imposto basoli di pietra lavica etnea in luogo di quelli vesuviani rimossi. La discussione riguarda anche i timori per i prossimi interventi, soprattutto nel centro storico. Gli assessori competenti assicurano che tutti i basoli di pietra lavica vesuviana rimossi sono stati catalogati e conservati e che verranno utilizzati per completare le pavimentazioni delle strade che rientrano nel Grande progetto Centro storico Unesco.
La sostituzione della pietra lavica vesuviana con quella etnea, già avvenuta in passato in alcune strade importanti di Napoli e più recentemente al Borgo degli Orefici, è responsabile dei grossi problemi in via Toledo e in via Chiaia. La pietra etnea è materiale molto fragile perché contiene un’alta concentrazione di fibra vetrosa, ed è quindi meno resistente della pietra vesuviana, che è pure lavorata in sezioni più doppie e risulta più robusta del marmo. Inoltre la pietra autoctona, derivante dalle eruzioni del Vesuvio, è più pregiata e ha un colore più scuro, caratterizzando i luoghi da secoli. La sua lavorazione si è diffusa tra il XVII e il XVIII secolo, in coincidenza con la fioritura dell’architettura barocca, corrente di cui Napoli è stata una capitale europea. Il cambio del materiale nel centro storico Unesco sarebbe un intervento sbagliato che cambierebbe i connotati storico-urbanistici e colpirebbe l’identità della città. L’intervento, in ogni caso, sarebbe da evitare ovunque, per non doversi trovare con una diversa pavimentazione agli Orefici motivata con lavori in carico alla Metropolitana.
Angelo Forgione– Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, nel corso della presentazione di un libro di gastronomia del gourmet napoletano Maurizio Cortese, tenutasi al Parker’s Hotel di Napoli, ha discusso della differenza tra pizza napoletana e pizza romana, sostenendo che «la pizza napoletana non è buona ma ha successo perché costa poco. Quella di Sorbillo non la puoi mangiare con le mani, come si dovrebbe, perché cola da tutte le parti». Il patron azzurro del Napoli ha rivelato che sta comunque lavorando a un documentario sulla pizza, per far sapere a tutti che la pizza è un patrimonio di Napoli, avvalendosi di Luca Verdone e di quel Domenico De Masi che ha recentemente definito la pizza «una delle boiate più grosse prodotte da Napoli, un qualcosa di interclassista che mette degli avvinazzati attorno alla birra». Ne abbiamo discusso a la Radiazza (Radio Marte) con Gino Sorbillo.
Angelo Forgione– Non può che rallegrarmi, per evidenti motivi, che l’opera di demolizione del falso storico circa la pizza ‘margherita’, ingannevolmente inventata per la regina Margherita di Savoia, avanzi in modo spedito, talmente spedito che le narrazioni storiche iniziano a dare ormai per certo che si tratti di una romantica storiella utile, nel post-colera ottocentesco, a convincere gli italiani che l’acqua di Napoli, grazie al nuovo acquedotto del Serino, che aveva sostituito gli antichi acquedotti tufacei, non costituiva più un problema e la pizza non rappresentava più un temibile veicolo di contagio.
Fa oltremodo piacere notare che anche i discendenti – si fa per dire – della Real Casa sabauda inizino a confessare che la pizza napoletana ‘a margherita’, poi divenuta la regina delle pizze, non sia affatto un’invenzione dedicata alla loro sovrana ma semplicemente un omaggio di qualcosa di già esistente per ricamarci su una narrazione di stampo pubblicitario e rilanciare un alimento nato dalla rivoluzione agricola attuata da Ferdinando di Borbone tra la Real Tenuta di Carditello e i territori di San Marzano, i cui frutti [mozzarella e pomodoro] si incontrarono a Napoli, alla fine del Settecento, su un disco di pasta da cuocere in forno.
E però sembra che ci debba scappare comunque il più scontato dei luoghi comuni quando a ricostruire la verità è proprio un torinese. Come nel caso di Federico Francesco Ferrero, gourmet e nutrizionista piemontese, ospite alla trasmissione Kilimangiaro – Tutto un altro mondo di Rai Tre del 13 marzo, in onda proprio dagli studi di Napoli. Accade che Camila Raznovich, conduttrice milanese, gli chieda di Raffaele Esposito e della sua pizza tricolore omaggiata a Margherita di Savoia. Il distinto Ferrero prova a sfoderare subito la sua vena ironica, ma inciampa sullo stantio stereotipo: «Sai, qua siamo a Napoli, e sai che a Napoli qualcuno è anche un po’ mariuolo. Raffaele Esposito non inventò nulla, e la pizza tricolore esisteva già da quarant’anni alla stessa maniera». Molto probabilmente anche più di quarant’anni, a prescindere dai primi testi che ne riportano la preparazione, ma complimenti al nutrizionista di Torino per il coraggio di affermare davanti al pubblico napoletano in studio che Napoli è anche un po’ mariuola, nonostante a scippare un intero Regno, con tanto di marchio sul suo piatto principe, siano stati i piemontesi. In certi casi ci si appella all’autoironia partenopea, e così ha fatto il Nostro sulla sua pagina Facebook per rispondere alle proteste immediate. Ed è proprio qui il punto, perché Ferrero non voleva offendere ma essere simpatico con una battuta preparata, ed è proprio questa la dinamica sociologica con cui i preconcetti penetrano nella testa degli individui predisposti ad accoglierli. Ferrero è lì per affermare la legittimità della candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani a patrimonio immateriale dell’umanità, e lo fa benissimo dopo l’inciampo iniziale. «L’Unesco tutela l’intelligenza dell’uomo (al netto degli stereotipi e dell’autoironia per accettarli) e l’intelligenza, non di Raffaele Esposito ma dei napoletani, è stata quella di alzare e abbassare la pala all’interno del forno a legna per assicurare cottura, elasticità e digeribilità a una preparazione molto complessa». Poi la Raznovich divaga sulla pizza nello Spazio e i suoi problemi di consistenza, e Ferrero, ancora in gran vena ironica, la paragona per immangiabilità a quella che si fa a Torino. Applausi dal pubblico napoletano, risata dell’ospite e imbarazzo della conduttrice, che prende le distanze dall’affermazione per evitare disapprovazione dai telespettatori sabaudi. Peccato che pochi secondi prima non si fosse dissociata dalla battuta sui mariuoli. Morale della favola: napoletano mariuolo si può dire serenamente in tivù; pizza torinese immangiabile, no. Capito come funziona? Un po’ di pazienza, e per il momento accontentiamoci di sbriciolare lentamente l’altra favoletta, quella della pizza tricolore del 1889.
Angelo Forgione – Il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato con un tweet che sarà “l’Arte dei pizzaiuoli napoletani” l’unica candidatura italiana all’Unesco ai patrimoni immateriali dell’Umanità. La candidatura tende finalmente a gridare al mondo che la pizza, “simbolo di identità nazionale”, è un prodotto sublimato a Napoli tra fine Settecento e inizio Ottocento e vuole scongiurare il rischio di uno scippo da parte degli americani, ancora convinti in buona parte che la pizza sia nata negli States, i quali avevano annunciato la candidatura della loro pizza american-style.
Quello che producono i pizzaiuoli napoletani, con rigorosa U, sarebbe il settimo ‘tesoro’ italiano ad essere iscritto nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’agenzia dell’Onu, e andrebbe a fare compagnia, tra gli altri, alla Dieta mediterranea, codificata da Ancel Keys nel Cilento partendo dall’alimentazione dei cittadini napoletani. Parte così la mobilitazione di Coldiretti nei mercati italiani per raggiungere l’obiettivo di un milione di firme da presentare a Parigi, dove si incontrerà la Commissione internazionale per valutare la candidatura più sacrosanta che si potesse avanzare al mondo. Ma è certo che, se l’arte di chi prepara la pizza napoletana vuole essere patrimonio immateriale, lei, la pizza napoletana, è già moralmente da secoli patrimonio materiale e mondiale dell’umanità.
Angelo Forgione – Nel video, la sintesi della presentazione all’Unesco della relazione sul razzismo nel Calcio Colour? What Colour?, finanziata e commissionata dalla Juventus FC. Una relazione, come già analizzato tre settimane fa, molto discutibile nell’analisi della “discriminazione territoriale”, perché nata da un pensiero ben chiaro già un anno fa, quando Andrea Agnelli dichiarò: «Mi dà fastidio che molte delle sanzioni applicate siano legate alla discriminazione territoriale che punisce a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura e non è razzismo. Vanno colpiti i “buuu”, gli altri cori sono nostre peculiarità».
Come si ascolta dalle parole dell’autore Albrecht Sonntag, «non si può parlare di razzismo nel Calcio senza considerare ad altri tipi di discriminazioni rivolte ad altri gruppi sociali [che non siano solo i neri]». Il co-autore David Ranc, rispondendo a una domanda di Alessandro Grandesso de la Gazzetta dello Sport, esprime il suo giudizio sulla discriminazione territoriale, mostrandosi ben conscio che il problema italiano sia più grave che altrove e vada oltre la semplice rivalità sportiva e che attenga a differenze sociali tra Nord e Sud del Paese. Si evince che gli autori sono consapevoli della particolarità della situazione italiana, contraddistinta dalla discriminazione territoriale. E però la relazione invita a “tollerare queste forme tradizionali di insulto catartico”, proprio come chiedeva Andrea Agnelli un anno fa. Lo stesso presidente della Juventus, incalzato da una giornalista straniera, risponde che la situazione in Italia è in miglioramento, insabbiando problemi sempre costanti e ormai cronici, peggiorati da quando il Napoli è tornato ai vertici del campionato nazionale. Gli stadi di Torino, Milano, Bologna, Roma e altri ancora avevano messo il Calcio italiano in cattiva luce in Europa, e il presidente della Juventus ha evidentemente preso un’iniziativa per affermare la teoria del “campanilismo culturale”, che già sosteneva quando, con Galliani e altri massimi dirigenti sportivi, impose al presidente della FIGC Carlo Tavecchio il dietro-front sulla discriminazione territoriale.
Il direttore generale dell’Unesco Irina Bokova annuncia di aver sottoscritto un accordo con Andrea Agnelli per proseguire la lotta al razzismo nel calcio con la Juventus, un club che non riesce neanche a educare i suoi tifosi e che, con le indicazioni riportate nella relazione commissionata, pagata e rivestita di autorità internazionale, intende evidentemente minimizzare su un problema nella cui lotta si fa capofila, e influenzare così il pensiero.
Angelo Forgione – Cos’è accaduto al Napoli dei 13 risultati utili, quello che con 9 vittorie e 4 pareggi si era meritatamente issato in testa alla classifica? Neanche il tempo di riassaporarne il dolce gusto e subito ingoiato un boccone amaro. 25 anni e 7 mesi per ritrovarsi in vetta e soli 6 giorni per perderla. Per giunta, neanche una partita disputata da capolista, visto che l’inseguitrice (Inter) aveva scavalcato gli azzurri prima che andassero in campo e le prendessero dal Bologna. È, il Napoli, davvero incapace di tenere il vertice?
Sostengo nel mio Dov’è la Vittoria, dati alla mano e a compiuta analisi, che i club del Calcio meridionale hanno davvero poche possibilità di raggiungere i più alti traguardi ma anche che qualche chance c’è. E quando l’occasione si presenta bisogna giocarsela fino in fondo e con determinazione. Quello in corso è un campionato davvero atipico, fuori dallo standard del nostro Calcio, connotato da tante forze incrociate che si alternano di domenica in domenica. Inter, Roma, Fiorentina, Napoli, e poi di nuovo Inter in testa, con la Juventus, inizialmente attardata, che ringrazia e ne approfitta. Non una squadra “ammazzacampionato” e opportunità per tutti. Vincerà chi avrà migliori ricambi, più fiato di tutti al traguardo e, soprattutto, chi ci avrà messo la convinzione di farcela lungo tutto l’arco della stagione. È in questo che il Napoli ha mostrato il più preoccupante dei segnali, perché una volta agguantato il primato solitario è crollato sulle gambe tremanti, come un palazzo dalle fondamenta fragili sotto la spinta di una leggera scossa di terremoto. Tutto è iniziato al minuto 62 della battaglia contro l’Inter, fin lì dominata e poi improvvisamente ribaltata nell’inerzia ma non nel risultato. Lì il Napoli tosto, che per mesi aveva inseguito la vittoria a prescindere, ha abbandonato il terreno di gioco, lasciandolo a una squadra gemella ma con una testa diversa, timorosa di perdere il primato raggiunto, rinculata nelle sue paure per i restanti 30 minuti e assistita dai pali della propria porta nell’ultimo giro di lancette. Con questa testa un’euforico e scarico Napoli è salito a Bologna, prolungando lo sciagurato finale contro i nerazzurri. Del Napoli convinto, solo la controfigura, tradito dall’appagamento per un effimero traguardo parziale e schiacciato dalla pressione del primato già nuovamente sottratto dall’Inter qualche ora prima. È mancata la giusta concentrazione, soprattutto in fase difensiva. È mancata la giusta determinazione. È mancato l’approccio che le squadre che vincono i campionati ci mettono ogni domenica. Napoli, più che dal solito Mazzoleni, bloccato dalla paura di perdere immediatamente il primato e dal furore del Bologna (a proposito di testa!), pronto a triplicare le forze per uscire sul portatore di palla e, soprattutto, sul ricevitore. Anche i felsinei hanno confermato quanto conti la testa, credendo di averla vinta sul 3-0 e smettendo di sudare, consentendo al Napoli di ridimensionare la disfatta.
Per stare in vetta bisogna essere convinti di poterci stare. Nasce un pericoloso disorientamento quando il presidente preconizza un maggior margine di vantaggio a Natale e l’allenatore, invece, smorza le ambizioni rifacendosi agli obiettivi ipotizzati a luglio che possono far sentire appagati i calciatori. Quando una squadra raggiunge la prima posizione, gioca bene e raccoglie consensi internazionali, vuol dire che vi è concretezza tecnica, e allora bisogna guardarsi in faccia, tutti, e ridefinire gli obiettivi e stabilire una linea comunicativa comune. Le due cose, quando c’è di mezzo lo scudetto, non devono andare d’accordo, ma ciò che deve coincidere sono le parole in pubblico dei dirigenti e dello staff tecnico, a prescindere dal fatto che si racconti la verità o che la si nasconda.
La sensazione è che, in questo strano campionato, il Napoli, con qualche innesto a Gennaio, potrà dire la sua. L’occasione per il Sud del Calcio non può essere gettata alle ortiche. Ma bisogna crederci veramente, e mettersi in testa che in campo bisogna andarci per vincere; e se gli avversari fiatano sul collo bisogna sputare sangue. La psicologia è fondamentale anche nello sport, soprattutto ad alti livelli, e Sarri lo sa bene, perché era stato proprio lui a dire un mese fa, dopo la vittoria contro il Midtjylland, che non temeva cali fisici se la testa dei ragazzi avrebbe continuato a rispondere. Domenica scorsa quella testa, in testa, era spenta, o fuori campo.
tratto da Dov’è la Vittoria (Magenes, 2015) – pag. 50, capitolo “Prima il Nord”
Angelo Forgione – Con ancora sullo sfondo lo sdegno per il classico “accanimento” dei tifosi veronesi contro i napoletani, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, ha rinnovato la partnership con l’Unesco contro ogni tipo di discriminazione, intervenendo a Parigi, nella sede dell’Organizzazione internazionale, a margine della presentazione della ricerca Colour? What Colour?, uno studio finanziato dal club bianconero che analizza la connessione tra fenomeni di discriminazione e contrasto all’inclusione a livello internazionale in relazione allo sport.
Iniziativa lodevole, se non fosse che è sovvenzionata da una società sportiva, ironia del caso in bianco e nero, non propriamente candida in tema di discriminazioni, ribelle nei confronti della giustizia sportiva in tempo di squalifica dei settori dello ‘Juventus Stadium’ per cori di discriminazione territoriale nei confronti dei napoletani; muta e priva di parole di condanna allorché un giornalista della sede Rai di Torino [Giampiero Amandola] finì nell’occhio del ciclone per aver spalleggiato la discriminazione, sempre nei confronti dei napoletani, di alcuni tifosi bianconeri all’esterno del proprio stadio, mentre la redazione di riferimento chiedeva scusa ai napoletani e agli italiani. Può questo club fare da guida nella lotta al razzismo?
È chiara da tempo la posizione del presidente Andrea Agnelli circa la “discriminazione territoriale”, che in Italia equivale a dire cori contro la dignità dei napoletani. Il patron juventino, un anno fa, si disse infastidito dalle sanzioni applicate “che puniscono a mo’ di razzismo il campanilismo, che invece fa parte della nostra cultura”. Con certe premesse, non poteva essere differente l’indicazione di massima dettata dallo studio finanziato dalla Juventus, che, seguendo le esternazioni del rampollo Agnelli, invita ad avere “un po’ di tolleranza nei confronti degli sfottò di discriminazione territoriale, accettabile fin quando non si riversa o non rispecchia reali discriminazioni nella società”. Come se lo stadio fosse una zona franca frequentata da mandrie di bestie e non un luogo di aggregazione sociale dove si estrinseca la psicologia collettiva delle folle, ovvero il luogo comune e quindi l’ignoranza (nella ricerca si legge che “gli stadi sono separati ermeticamente dai luoghi circostanti evoltano le spalle alle altre attività che hanno luogo in città. Questa tipo di configurazione produce un contesto in cui le regole “normali” della vita sociale cessano di valere”); come se certi cori non siano emanazione nel tempo e nel pensiero di vergognose pagine di storia italiana fatta di discriminazione nei confronti dei meridionali scritte nella Torino dell’automobile, con infami cartelli affissi ai portoni dei palazzi e articoli della stampa locale ad alimentare pregiudizi sui lavoratori immigrati che contribuivano alla crescita locale e alla realizzazione del miracolo economico italiano.
Con la ricerca appena presentata, il cui sottotitolo è “Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, la Juventus si impegna alla lotta contro il razzismo e pure contro il concetto di discriminazione territoriale. A leggerla per intero ci si imbatte, a pagina 60, nell’analisi del problema interno italiano, leggasi accanimento standardizzato e mascherato contro Napoli. E si entra così nel paradosso di un’analisi assolutoria che sembra proprio essere figlia del pensiero di Andrea Agnelli:
[…] Questo concetto particolarmente controverso viene utilizzato soprattutto in Italia per gli insulti di natura xenofoba fra il Nord e il Sud del Paese […].
[…] L’idea che il campanilismo, il quale racchiude una forma secolare di orgoglio e rivalità locale fra città e regioni, sia semplicemente parte dell’eredità culturale italiana e pertanto non dissociabile dal calcio è condivisa in modo praticamente unanime, anche da coloro che lo avversano.
[…] Le rivalità calcistiche basate sulla storia locale e regionale abbondano ovunque e si possono considerare realmente “il sale” del gioco.
Fatta tale premessa, che tende già ad esprimere un giudizio sull’inesistenza di ideologia razzista, l’analisi prosegue tentando di affermare la tesi assolutoria:
[…] Un criterio iniziale è l’esistenza (o meno) di una discriminazione istituzionalizzata. Ad esempio, gli insulti nei confronti di un territorio chiaramente svantaggiato dallo Stato, o abitato da una minoranza che non ha gli stessi diritti di altri cittadini, sono chiaramente discriminatori.
Un secondo criterio consiste nel verificare se un determinato territorio è sistematicamente attaccato rispetto a un altro. Ad esempio, se i tifosi di tutti i club di un campionato attaccano lo stesso territorio (supponiamo il “Sud”), allora il Sud è chiaramente più discriminato, più di quanto non accadrebbe se il Sud attaccasse normalmente le squadre del Nord, Est e Ovest e i tifosi di queste ultime si attaccassero fra loro.
Nel primo caso, si parla di azioni basate su un’ideologia e pertanto chiaramente di natura razzista e discriminatoria. Nel secondo caso, l’utilizzo di cliché e stereotipi deriva dalla logica del gioco stesso ed è alimentato da pura stupidità, crassa ignoranza o eccessivo umorismo, ma non da un’ideologia […]
Lo studio non arriva a una sentenza, pur contenendola tra le righe, ma invita tuttavia a tollerare il fenomeno piuttosto che combatterlo.
[…] Il fenomeno della discriminazione territoriale resta di difficile soluzione. Le opinioni su come contrastarlo divergono sensibilmente.
[…] In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico non rivolto contro minoranze soggette a varie forme di esclusione. Allo stesso tempo, le situazioni variano significativamente da una cultura regionale/nazionale all’altra, il che impedisce di trovare una soluzione universale a questa specifica questione […]
“Insulto catartico”, cioè purificatorio. Così è definita la discriminazione territoriale. Da tutto ciò non si può non percepire una volontà partigiana di spegnere le accuse di razzismo alle tifoserie delle squadre del Nord che attaccano Napoli, in particolar modo, e il Sud. Un tentativo promosso proprio da un club rappresentativo del Nord, nella cui curva si annidano non solo torinesi e piemontesi ma persone originarie di tutte le zone d’Italia e che, per questo, dovrebbe rappresentare un modello di integrazione etnica, e invece fa tutt’altro. Un club che farebbe meglio a guardare in casa propria e a guardarsi allo specchio prima di analizzare l’intero contesto dal punto di vista sociologico. Un club che ha influenzato il costume, così come la sua proprietà, e che ora cerca di influenzare anche il pensiero.