Breve incontro radiofonico con gli studenti dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli per parlare di Dov’è la Vittoria dai microfoni della webradio universitaria.
Angelo Forgione – La Melannurca, “la regina delle mele”, ha effetti benefici per il controllo del colesterolo cattivo e il contrasto alla calvizie. Il dipartimento di Farmacia dell’università “Federico II” di Napoli dai polifenoli estratti dalle meletipiche della Campania ha ottenuto due prodotti nutraceutici in avanzata fase di sperimentazione sull’uomo, e insieme al Consorzio di tutela Melannurca Igp, all’Expo, ha firmato un protocollo d’intesa che assicura ai soli produttori di Melannurca Igp la possibilità di fornire materia prima all’industria nutraceutica. L’ateneo federiciano ha lavorato tre anni sulle cultivar Melannurca e Mela Rossa del Sud, coltivate nell’areale di produzione dell’Igp, evidenziando che tutte le mele contengono polifenoli ma le cultivar hanno un contenuto di un gruppo di polifenoli dai riconosciuti effetti salutistici, le procianidine, molto superiore. Così è stato messo a punto AppleMets colesterolo, un prodotto nutraceutico in grado di ridurre del 28,8% il colesterolo totale e incrementare l’espressione delle HDL (colesterolo buono) del 60%. Il preparato ha una dose giornaliera in polifenoli totali – 800 milligrammi – equivalente a otto mele annurche, ed e’ in corso la fase finale di sperimentazione sull’uomo. Replicato il procedimento per AppleMets hair, che combatte efficacemente la calvizie, consentendo la ricrescita dei capelli con un aumento significativo anche del diametro dei capelli. In questo caso lo studio si è concentrato sulla selezione della Procianidina B-2, responsabile dell’effetto ricrescita.
Angelo Forgione – La SUN, Seconda Università di Napoli, dovrebbe cambiare nome e diventare Università della Campania – Luigi Vanvitelli. La scelta di confermare l’intenzione, presa del Senato Accademico, del CdA e del rettore, non è stata una scelta accolta da tutti con favore. Il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio, ad esempio, aveva chiesto che comparisse il nome della sua città (Università di Caserta).
Si può discutere sul riferimento regionale, ma la scelta di ribattezzare l’Ateneo nel nome di Luigi Vanvitelli appare opportuna. La SUN è infatti sorta su più poli distribuiti sulle province di Napoli e Caserta, luoghi di nascita e morte del genio dell’architettura settecentesca, colui che improntò al Neoclassicismo l’età dell’illuminismo europeo.
Angelo Forgione – L’ennesima alluvione a Genova ha creato di nuovo distruzione e lutto, per la seconda volta nell’arco di tre anni. Al di là degli sconvolgimenti climatici ormai irreversibili, le cause sono note e raccontano di una delle tante emergenze del territorio italiano, in cui le conseguenze delle calamità naturali producano sempre più danni. Corsi d’acqua ingovernabili, pareti montuose ad alta possibilità di frana, rischio sismico ignorato dal metodo edilizio… lo stato d’allerta ha ormai da tempo superato la soglia dell’imponderabilità. Oggi Genova è di nuovo in ginocchio e rivoltata come un calzino, e nel frattempo abbiamo dovuto assistere al disastro sismico in Emilia. E ritorna in testa la famosa frase di Paolo Villaggio, che tre anni fa tuonò contro la “cultura sudista meridionale borbonica, piaga di tutta l’Italia”, che, al contrario, insegnò a governare il territorio e a limitare gli effetti catastrofici della natura. Se i canali di scolo non fossero stati cementificati e si fosse costruito utilizzando il legno in muratura, così come ci insegnarono i Borbone, non saremmo arrivati a questo. Ribadire con i videoclip quanto ho scritto con maggiore approfondimento in Made in Naples consolida il messaggio, soprattutto se dopo la pubblicazione del lavoro ci hanno pensato scienziati e ricercatori a rafforzarne la veridicità, sconfessando la cultura storica tradizionale e tutti coloro che accusano di nostalgie chi indaga nella storia con serietà. Il passato, invece, può insegnarci a magliorare le conoscenze e la società futura. Vi siete mai chiesti, ad esempio, perché nelle università italiane di ingegneria non si insegna a progettare in legno, col risultato che nelle zone ad alto rischio sismico si costruisce con solo cemento armato, spesso di scarsa qualità?
Angelo Forgione – A trent’anni dalla sua morte, Eduardo De Filippo continua ad essere tradotto e rappresentato all’estero. Anche in Grecia, dove le sue commedie hanno interessato i registi locali (Karolos Koun su tutti) che le hanno rese famose. Soprattutto Filumena Marturano, Questi Fantasmi, Napoli Milionaria, Le voci di dentro, Il sindaco del Rione Sanità, Sabato, Domenica e Lunedi e Gli esami non finiscono mai.
L’opera eduardiana è oggi raccontata in terra ellenica da Georgios Katsantonis, ventiseienne ricercatore laureato in Studi Teatrali presso l’Università degli Studi di Patrasso (Dipartimento degli Studi Umanistici e Sociali), in seguito ammesso al corso di Master di II livello in “Letteratura, scrittura e critica teatrale” afferente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dove ha conseguito il master e si è laureato con la votazione di 110 e lode. Già curatore dell’edizione critica del teatro eduardiano in Grecia, Georgios ha pubblicato di recente il saggio critico Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco, pubblicato su Ilmiolibro.it (Feltrinelli editore), tratto dalla sua tesi di laurea.
Katsantonis, che non era ancora nato quando De Filippo morì, ha investito sulla figura del drammaturgo napoletano per approfondire lo studio della letteratura teatrale italiana, senza fonti bibliografiche sull’argomento, e ha poi deciso di pubblicare i suoi studi in un libro, in modo da presentare per la prima volta uno scritto sulla fama di Eduardo De Filippo in Grecia.
Il percorso di ricerca si snoda su tre assi portanti: Teatro d’Arte di Karolos Koun, Teatro Nazionale Greco (Atene) e Teatro Nazionale della Grecia del Nord (Salonicco). Lo studio si conclude con la postfazione scritta dal traduttore di Filumena Marturano, Errikos Belies, il quale spiega la funzione linguistica rispetto alle peculiarità lessicali, le macchie caratteristiche napoletane e le battute parentetiche che acquistano un accento esclusivamente teatrale in napoletano ma non possono avere risonanza espressiva in greco.
L’autore ritiene Napoli “un luogo molto privilegiato e significativo nell’ambito della letteratura teatrale”. «È una città – afferma il ricercatore – che riesce a mantenere viva una tradizione che supera i confini italiani. È inevitabile che chi studia teatro rimanga affascinato dallo splendore del teatro tradizionale napoletano. Ho fatto un viaggio in Italia nel 2010, mentre seguivo corsi di lingua e cultura italiana, e me ne sono innamorato. Mi ritengo privilegiato per poter respirare l’arte e la cultura Italiana. L’italia è la mia seconda patria, un paese bellissimo, in cui ogni pietra è carica di simboli e di storia. E Napoli mi ha affascinato moltissimo. Era una destinazione vista in fotografia, quasi proibita a causa dei pregiudizi che girano riguardo al Sud-Italia. Il Meridionale, invece, ha bellezze naturali e archittetoniche indescrivibili. Napoli è un palcoscenico vivo, dove si rappresentano scenari magici, esattamente come le opere di Eduardo De Filippo. Non è una città italiana né europea, ma ha una valenza universale. Riesce ad esorcizzare lo spettro della miseria sull’aroma del caffè, sul panorama del Vesuvio, e questa bellezza diventa una tavolozza di un pittore intento a ritrarre un paesaggio pittoresco. Napoli è un luogo sfaccettato dell’anima che tiene lontana la noia, e per questo la amo profondamente.»
Caro Sr. Forgione,
tornando da un convegno a Napoli ho letto il Suo recente libro, che trovo molto interessante. Made in Naples è per me un ‘eyeopener’ (apri-occhi). Nel futuro spero di continuare le mie ricerche sullo storicismo italiano, che stimo come una contribuzione importantissima alla filosofia contemporanea.

È il messaggio del professor Rick Peters, docente presso il dipartimento di Storia dell’Università di Groningen, in Olanda; autore di numerose pubblicazioni in lingua inglese, tra cui History as Thought and Action, incentrato sulla rivoluzione filosofica che iniziò con Giambattista Vico e che, tramite Croce, Gentile e de Ruggiero, ha avuto una influenza grandissima sul Pensiero moderno.
Un feedback del genere vale davvero tanto.
Angelo Forgione – Le notizie sulla lungimiranza borbonica in tema di prevenzione antisismica continuano a diffondersi. Dopo il test di settembre del Cnr-Ivalsa di San Michele all’Adige (Trento) e Università della Calabria, altri approfondimenti arrivano dalle sezioni di Bologna e di Pisa dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (leggi notizia Ansa).
La soddisfazione personale non è quella di essermene occupato prima, nel mio saggio Made in Naples (pubblicato a maggio scorso e scritto in precedenza), ma di aver dimostrato che chi studia e approfondisce oltre i luoghi comuni, sfidando la cultura storica tradizionale, in certi casi può arrivare da solo alla verità, senza supporti accademico-scientifici. Se oggi la voglia di scoprire genera una pubblicistica considerata “di improvvisazione” da qualcuno è perché gli storici cosiddetti “patentati” hanno evidentemente condotto la macchina verso una strada senza uscita. La saggistica seria può anticipare la scienza e riequilibrare l’ottica storica.

Angelo Forgione – Sono passati trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi, grande economista napolitano nativo di Salerno, il primo della storia. In occasione di questa ricorrenza silenziosa in corso, si è tenuto a Roma un convegno dal nome “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi”, un’occasione per confrontarsi sulle problematiche attuali dell’Economia occidentale e per proporre soluzioni per superare la crisi economico-finanziaria e valoriale, che da sei anni frena sviluppo e occupazione.
In sostanza, sta partendo una rivalutazione dell’Economia Civile di matrice napoletana, dopo che questa è stata dimenticata per tre secoli ed eclissata dall’Economia Politica di stampo britannico formulata dallo scozzese Adam Smith. È infatti necessario, oggi più che mai, ripensare le relazioni economiche secondo un paradigma diverso, quello appunto dell’Economia Civile, fondata sulla reciprocità e sulla creazione di legami di fiducia tra le varie parti sociali.
Nel mio saggio Made in Naples ho dedicato un capitolo/”mattone”, il più corposo, proprio al confronto tra le due dottrine economiche, quella napoletana e quella britannica, con un vero e proprio trattato di Economia in cui ho appunto illustrato come quella formulata da Smith ha piegato l’Europa e l’Occidente, imponendo un capitalismo sfrenato, e ho riportando sotto i riflettori l’Economia di Genovesi in quanto primo e vero sistema di relazioni economiche, da riscoprire per superare la crisi in atto. Ora gli economisti iniziano ad avanzare proprio questa soluzione, alla ricerca di un “volto umano”.
“L’Economia dev’essere civile, altrimenti non crea posti di lavoro, non rispetta i lavoratori, non protegge l’ambiente, non migliora i beni e non sviluppa i servizi… proprio come l’Economia incivile, cioè politica, imperante attualmente. […] Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero che l’ha inginocchiata”. Questo è solo un passo di ciò che ho scritto nel libro. Non sono un economista ma conosco la civilizzazione napoletana e l’universalità della cultura partenopea, quella che i poteri forti hanno voluto sottomettere perché troppo pericolosa e capace di creare una civiltà migliore. Non a caso, l’economista riminese Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore (le Onlus) e grande sostenitore della dottrina napoletana, ha dichiarato di essersi imbattuto nel lavoro di Genovesi «per puro caso» nonostante avesse frequentato le maggiori università d’Europa. «Nessuno mi aveva mai parlato di Antonio Genovesi», dice nel video l’economista che ha iniziato una battaglia per rivalutare l’Economia Civile. Ma cosa si studia oggi nelle scuole e negli atenei?
Sit-in dei comitati e delle associazioni al prossimo vertice dell’Unesco a Napoli per l’indegna situazione del centro storico e l’assoluta mancanza di una vera politica per il recupero e il rilancio dei beni culturali del sito partenopeo. L’appuntamento è per Venerdì 16 novembre alle ore 10 presso l’Aula Magna della “Federico II”.
Con questa grande provocazione le associazioni che si battono da anni per la difesa e per il rilancio dei beni culturali a Napoli, allo scopo di farne un grande volano per l’occupazione giovanile e lo sviluppo dell’economia, manifesteranno al vertice Unesco previsto per Venerdì prossimo alla Università “Federico II”.
A 17 anni dal riconoscimento Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, il centro storico di Napoli (il più vasto d’Europa), nel quale continua a crescere solo lo spaventoso degrado a colpi di graffiti e di atti vandalici che mortifica le strade, le piazze, le chiese, le fontane, i palazzi e quasi tutti i monumenti del centro antico, aspetta ancora i famosi “soldi promessi” dalle varie istituzioni per la sua riqualificazione e il suo rilancio. Nel frattempo, la nuova amministrazione comunale, che ha ereditato precisi obblighi e doveri verso la stessa Unesco (guarda il video in basso), pur essendo impegnata nel recupero dell’immagine culturale e turistica della città, trascura il problema e non ha ancora avviato il “PIANO DI GESTIONE” deliberato due anni fa dalla precedente giunta, per organizzare e implementare i necessari i servizi e le varie attività nel “prezioso perimetro” accentuando così il generale depauperamento in tutta l’area. Per questo motivo, considerata l’assoluta mancanza di una “seria politica” finalizzata alla concreta valorizzazione dell’immenso “giacimento storico, artistico e monumentale della città” e soprattutto il clamoroso fallimento del FORUM DELLE CULTURE, nel quale sono state tradite le aspettative dei giovani e sono state disattese le speranze dei napoletani che con questo evento auspicavano anche un forte rilancio economico e sociale della città. I comitati e le varie associazioni cittadine, riunite attorno ai comuni obiettivi per il riscatto e la rivalutazione dei Decumani, chiederanno all’UNESCO di revocare questo prestigioso riconoscimento e di cancellare definitivamente il nome della città di Napoli dalla lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità per l’indegna condizione del sito e per la grave situazione di incuria e di abbandono in cui versa questo importante luogo dell’arte e della cultura universale per il quale non sembra esserci più nessun futuro e nessuna prospettiva.
COMITATO DI PORTOSALVO – V.A.N.T.O. – INCONTRI NAPOLETANI – INSIEME PER INNOVARE – AsMed – COMITATO DI PIAZZA FUGA – NAPOLI PUNTOACAPO – Ass.ne CHIAIA PER NAPOLI – UGL BENI CULTURALI – MEDINAPOLI – GRUPPO PORTOSALVO GIOVANI – Ass.ne ERNESTO ROSSI (Radicali Napoli) – ATLANTIDE RITROVATA – CORPO DI NAPOLI – Ass.ne TELEFONO BLU/Napoli
Angelo Forgione per napoli.com – Un’altra spallata alla retorica risorgimentale, l’ennesima. Sull’attualissimo tema della crisi del debito sovrano in cima all’agenda politica in Europa in quanto ostacolo all’unificazione politico-economica degli Stati membri, irrompe Stéphanie Collet, ricercatrice dell’Université Libre de Bruxelles, che ha pubblicato la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori riportata anche dal Sole 24 Ore in cui solleva la necessità di studiare il rischio attuale inquadrandolo in una prospettiva storica prendendo a modello per l’Europa il processo di unificazione italiano del 1861 e la conseguente unificazione monetaria tra il 1862 e il 1905.
Nel suo lavoro, la ricercatrice dimostra che la nascita dell’Italia generò un debito pubblico comune derivato dalla somma dei debiti sovrani dei sette Stati preunitari e verifica l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni sovrane dei diversi Stati italiani sulle borse di Anversa, Parigi e Londra, prima e dopo l’unità, dove rimasero quotate fino al 1876 seppur risalenti a prima del 1861 (le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come “Italy-Neapolitan”) a testimonianza del fatto che il mercato finanziario dell’epoca non dava per assodata la sopravvivenza del “progetto Italia unita” dei piemontesi. Il presupposto fondamentale della ricerca è il forte indebitamento del Regno di Sardegna causato dalla natura bellico-militare del Piemonte e caratterizzato da tassi d’interesse elevati, a fronte del sistema economico virtuoso con ridottissimo debito del Regno delle Due Sicilie cui i Savoia fecero pagare il peso finanziario della conquista. Un’altra conferma del fatto che il catastrofico debito pubblico italiano sia stato creato dal Nord piemontese.
La Collet offre delle considerazioni sull’esempio italiano: «Come l’Italia di allora, l’Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati. Il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’Eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto». Poi la considerazione che fa trasalire gli storiografi di sistema che, come al solito, giunge dall’estero, quindi neutrale e non di parte: «Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. In un certo senso, facendo un parallelo, Napoli e Torino erano la Berlino e la Atene dell’epoca e il debito napoletano fu quello che più fu penalizzato dall’unificazione dei debiti».
La ricerca della Collet è complementare ad un approfondimento dell’ex rettore dell’Università di Buckingham Martin Jacomb che sul Financial Times del Luglio 2011 evidenziò come la Grecia abbia subito un impoverimento permanente dopo l’adozione dell’euro analogo a quello che il meridione d’Italia subì dopo l’unità e la conseguente adozione della lira.
Esempi calzanti anche se conservano un distinguo essenziale. Gli interessi economici delle massonerie internazionali, nel caso italiano del 1860, si sposavano con quelli sociali e religiosi. All’Inghilterra anglicana, sovrana di quell’Europa, l’Italia unita era funzionale alla cancellazione del potere temporale del Papa e al potere economico-marittimo nel Mediterraneo del cattolico Borbone. Gli interessi erano molteplici mentre oggi tutto è “ridotto” a una questione monetaria. Inoltre il Piemonte invase il Regno delle Due Sicilie e lo costrinse con le armi a pagare il proprio debito pubblico mentre oggi la guerra monetaria europea non si combatte con le armi ma con i soldi, e appare davvero arduo che la solvibile Germania, vincitrice del conflitto economico contemporaneo, accetti di essere penalizzata dal pagamento del debito dei paesi europei poveri.
“Ccà nisciuno è fesso”, che proverbio bugiardo! Meglio “Ka nischün è fessen”.