(Ricordo di Massimo Troisi già proposto in passato. Per non dimenticare)
Sessantuno anni fa nasceva un vero Napoletano. All’alba del 1994, Massimo Troisi, affetto da problemi cardiaci, si recava negli Stati Uniti per dei controlli e apprendeva che doveva sottoporsi con urgenza a un nuovo intervento chirurgico, ma decideva di non rimandare le riprese del suo nuovo film “Il postino”, terminate con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura. Troisi moriva il 4 Giugno 1994 nel sonno, 12 ore dopo aver terminato le riprese, nella casa della sorella Annamaria e in compagnia del suo più grande amico d’infanzia, Alfredo Cozzolino, a Ostia. A 41 anni, lasciava un vuoto incolmabile nella cinematografia italiana e nel cuore dei Napoletani. Lasciava Napoli orfana di un vero paladino, un artista consapevole che non aveva mai umiliato la napoletanità, mai svendendola ai soliti luoghi comuni e imponendola invece a tutto il paese anche attraverso l’uso spregiudicato e orgoglioso della lingua madre.
Massimo Troisi meridionalista sul palco
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La napoletanità di Troisi
(di Claudia Velardi)
Troisi, nonostante fosse per un ribaltamento del classico cliché napoletano (tipologia dei personaggi, recitazione, idee…), auspicava ad un recupero ed a una valorizzazione della napoletanità. Uno degli scopi principali di Massimo Troisi era quello di riuscire ad essere popolare in tutt’Italia, nonostante le grandi differenze regionali del nostro Paese, e questo perché era convinto che il patrimonio artistico e culturale non può esser limitato da latitudini o steccati. Far ridere é sempre stato difficile, ma non bisogna mai analizzare troppo il substrato, i meccanismi e le motivazioni della comicità.
Nella comicità partenopea, Troisi è stato un innovatore ed è stato prima specchio di se stesso e poi della sua gente. La fisicità di questo attore si esprimeva indubbiamente al meglio con le esibizioni dal vivo, che gli permettevano un rapporto col pubblico più caldo e diretto. Troisi si rinnovava in continuazione, utilizzando per la rappresentazione della nuova napoletanità, nuovi linguaggi e forme espressive originali. La napoletanità di Troisi è un processo che va avanti per antitesi e per opposti: da una parte la rinnega e dall’altra la ricerca continuamente e disperatamente. Il rapporto che Troisi, quindi, intraprende con Napoli e con la “napoletanità” è essenzialmente d’amore, ma è un amore vissuto da lontano, come tutti quelli più grandi c’è una punta d’odio, che gli consente però di capire quanto ami la sua città e quanto sia importante preservare il patrimonio artistico e culturale, pur cambiandolo e rinnovandolo.
Napoli è inserita in ogni sketch, in ogni film di Troisi, ed è un po’ un filo conduttore che attraversa la sua produzione. Massimo Troisi, come disse lui stesso in un’intervista, era una parte di Napoli e, a sua volta, Napoli era una parte di se stesso. Anche quando non compariva direttamente, c’era, non come realtà specifica o particolare, ma come frammento di una realtà di più ampio respiro che varca i confini regionali. Napoli, la napoletanità, sono per Troisi non solo folklore: sono anche lo specchio dello smarrimento esistenziale, del crollo di certe ideologie e dell’inaccettabile rassegnazione che appartengono al vissuto di tutti e non solo dei napoletani. Del resto i personaggi interpretati da Troisi parlano, è vero, napoletano ma potrebbero parlare qualsiasi altro dialetto. Napoli è stata sempre una città complessa e difficile da capire e interpretare, ma Troisi lo ha fatto, anche sfruttando i moltissimi stimoli creativi provenienti da essa.
Troisi nella sua napoletanità, ci ha immesso qualcosa di veramente innovativo, anche rispetto ai grandi del passato: il superamento dei confini linguistici, razziali, interpersonali, ma specialmente amorosi. Sembra, infatti, strano che una ragazza possa dirigere le fila di un rapporto di coppia con un ragazzo del sud; ma invece è cosi, e quindi, anche in questa relazione si estrinseca una nuova maniera di essere napoletani ed accettare certe “nuove” situazioni; c’è, però, a questo punto un fatto fondamentale da chiarire: nei primi film di Massimo Troisi, ci troviamo quasi sempre di fronte a storie che raccontano il modo di essere napoletani e non Napoli come città.
La napoletanità vera e propria incarnata dall’attore è molto più evidente (come elemento di confronto e scontro con altri tipi di culture) nei personaggi di altri film girati da Massimo con altri registi, come i tre con Ettore Scola e “Hotel Colonial” della Torrini. L’attore nei suoi film, ci dice che le banalità che si dicono e si scrivono su Napoli e i suoi abitanti, sul suo mare e sul suo Vesuvio, sono decisamente troppe. La vita a Napoli è, invece, ben altra cosa: è un’arte sottile.
W.A. Goethe diceva che solo a Napoli ognuno vive in una inebriante dimenticanza di sè. Napoli e tutto il suo cinema, con il sorriso ed il sentimento, aiutano l’intelligenza nel mestiere di vivere.
Angelo Forgione – Roma-Sampdoria di domenica 16 febbraio, curve dell’Olimpico vuote per cori di discriminazione territoriale dei tifosi romanisti. Prima del fischio d’inizio della partita, il settore dei Distinti Sud occupato dai tifosi della Roma intona ancora cori contro il popolo napoletano. Seguono applausi dalla tribuna Monte Mario. Cori di invocazione al Vesuvio anche durante la partita, e persino dopo, al termine del fragoroso inno di Venditti, il cui sfumare da spazio alle esortazioni vesuviane. Troppo forte la rabbia della recente e dolorosissima eliminazione dalla Coppa Italia con Maradona che alzava pollice, indice e medio davanti le telecamere. E così, un problema che si è fin qui considerato dei soli ultras, cioè da stadio, si è rivelato invece molto più diffuso e radicato. Vera e propria intolleranza, poi hai voglia a dire che la chiusura dei settori penalizza anche i tifosi meno incandescenti. Contro l’Inter, sabato 1 marzo, si giocherà in un Olimpico ancora più vuoto, e quelle dei Distinti Sud sapevano che sfida stavano lanciando.
Dal 12 al 14 febbraio, Jean-Noël Schifano è stato ospite del “Festival della Fiction Française 2014”, il festival della narrativa francese, promosso dall’Institut français e dall’Ambasciata di Francia in Italia, per presentare il suo
quale gli disse che non era un semplice traduttore, ma anche uno scrittore; e trovarono un’armonia. Per un anno intero, fino alla morte della scrittrice, avvenuta il 25 novembre 1985, ci fu tra Elsa e Giannatale una lunga condivisione di pensieri, parole e racconti.

tratto da Il Mattino.it
Angelo Forgione – Torno ancora sulla vicenda dello scippo sventato da Benjamin al centro storico, di cui ancora 
