La rivolta del mandolino discriminato

Angelo Forgione Mandolinisti sul piede di guerra per chiedere che anche il mandolino possa essere studiato nelle scuole medie con indirizzo musicale. Il Decreto Ministeriale n. 201 del 6 agosto 1999, infatti, dispone l’insegnamento di diversi strumenti, tra i quali però non c’è il mandolino. E così, i mandolinisti di tutta Italia si ritrovano impossibilitati a impiegare il proprio titolo di studio, di livello universitario, al pari degli altri colleghi, e vedono preclusa loro un’importante possibilità professionale. E i ragazzi neanche possono avviarsi a questo strumento, ormai ghettizzato e boicottato.
Ma come è possibile che l’Italia voglia cancellare in tutti i modi la sua cultura? In questo caso, quella musicale. Il mandolino non è solo uno strumento della tradizione napoletana, come il decreto vuole intendere, ma più ampiamente italiana. Oltre al napoletano, esiste anche il milanese, il romano, il siciliano, il padovano e il senese. È uno strumento nobilissimo e apprezzatissimo nel mondo, studiato e suonato con passione in Giappone, Germania, Francia, Spagna e altri paesi in cui esistono orchestre di mandolino, valorizzato nelle scuole di ogni ordine e grado. Per mandolino hanno scritto Vivaldi, Beethoven, Mozart, Paisiello, Verdi, Rossini, solo per citare compositori tra i più noti. E invece accade che l’Italia lo consideri uno strumento folkloristico di Serie B, napoletano. Provate ad assistere dal vivo a un concerto per mandolini, e capirete che suono nobile e romantico possono ascoltare le vostre orecchie.
Il mandolino, come la pizza e gli spaghetti, è apprezzato nel mondo. Ma sono tutti elementi folclorizzati, e quindi sottoposti a un indegno vilipendio. Senza il mandolino, la musica napoletana non sarebbe la stessa, e non lo sarebbe quella italiana che da essa deriva. Cancellarlo è da stolti, da ignoranti. Perchè già la discriminazione è ignoranza, e quella anti-Napoli è ancor più grave.

Alla Reggia di Caserta si racconta (finalmente) il primo ascensore

sediaAngelo Forgione – Made in Naples (che oggi è stato recapitato in dono a Rafael Benitez e ai coniugi De Laurentiis-Baudet) continua a ottenere autorevolezza di indagine. Col capitolo “la Protezione Civile e il Governo del Territorio” ho anticipato l’esperimento del CNR sulle tecniche edilizie antisismiche del periodo borbonico e ora apprendo che, in occasione del prossimo Natale, è stato inaugurato alla Reggia di Caserta un inedito percorso tematico guidato da storici dell’arte, dal titolo “I Borbone e la modernità”, che avrà nel suo itinerario la sorprendente “Sedia volante”, il primo vero ascensore con sistema di sicurezza utilizzato dalla Corte borbonica prima che Elisha Otis brevettasse un sistema analogo a New York. Il percorso permetterà di approfondire l’esperienza tecnologica e industriale del regno borbonico, argomento poco noto al grande pubblico ma ben descritto nel mio libro. La “Sedia volante” è nello splendido palazzo vanvitelliano dal 1845, realizzato da Gaetano Genovese, e il suo modello è lì da anni. Ora, finalmente, è stato inserito in un percorso didattico per valorizzarlo e farlo conoscere al mondo.
Anche l’Economia Civile di Antonio Genovesi, ben trattata in Made in Naples e proposta come unico paradigma economico in grado di dare soluzioni concrete per il futuro dell’economia, dello sviluppo e dell’occupazione, dopo il recente convegno di Roma “Ragioni e sentimenti civili per un’economia ed una politica dal volto umano. La lezione di Antonio Genovesi“, sta per essere ridiscussa all’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere di Milano. Il 14 novembre, infatti, si terrà il convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo“. L’invito informa che “nel 2013 ricorre l’anniversario dei trecento anni dalla nascita di Antonio Genovesi (1713-1769), il fondatore napoletano della scuola italiana di Economia civile, oggi rivalutata molto in ambito culturale e scientifico, e non solo in Italia. (…) Gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi.” Non solo i lombardi, aggiungo io.

Forum “Made in Naples” al Castel dell’Ovo

Nella sala Megaride di Castel dell’Ovo, si è svolto mercoledì 30 ottobre il forum di discussione Made in Naples: Napoli: la cultura come motore di sviluppo, che ha messo insieme il mondo della cultura e dell’imprenditoria napoletana. Il dibattito, moderato da Katiuscia Laneri, ha proposto le esperienze di Marco Esposito, Pino Imperatore, Angelo Forgione, Enrico Durazzo, Francesco Menna, Giuseppina Mele e Vittorio Pappalardo, che con le loro esperienze sono in grado di riaccendere l’orgoglio della “napoletanità” attraverso la conoscenza della cultura e della storia di Napoli, ma anche delle capacità imprenditoriali e della creatività.
Il forum è stato voluto da Confartigianato Napoli e dal suo presidente Enrico Inferrera e dall’Associazione culturale Napoli terra del Sud in collaborazione con l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo, col sostegno della Camera di Commercio di Napoli e con il Patrocinio della Regione Campania, della Provincia di Napoli e del Comune di Napoli. L’idea è quella di dar vita ad uno “spazio aperto”, un laboratorio non solo di idee ma di proposte concrete da realizzare a breve con il contributo ma anche il lavoro e l’impegno di chi ama questa città senza protagonismi e senza condizionamenti di alcun genere.

forum

La pizza regina torna alle vere origini

alla storica pizzeria Lombardi presentata la “Fior di margherita”

fonte: redazionale napoli.com
fiordimargherita_mattinoLa pizza più famosa al mondo riscopre la sua storia e lo fa ripartendo dalla storica pizzeria Lombardi di via Foria a Napoli, dove martedì 5 novembre è andato in scena un evento di valorizzazione della tavola identitaria. “Mastroberardino in Fior di margherita” ha riempito i quattro piani del ristorante per l’appuntamento organizzato da Mirko Crosta con l’impegno della famiglia Lombardi.
La serata ha proposto gli ottimi vini presentati da Piero Mastroberardino e abbinati alle quattro portate del menu, tra cui la sorprendentemente buona ed emozionante pizza “Fior di Margherita”, presentata da Angelo Forgione. Alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, la vera storia della pizza è stata raccontata attraverso i documenti riportati nel libro Made in Naples dello stesso Forgione, tornando alle vere origini d’epoca borbonica, quelle del periodo 1796-1810.
Ai tavoli è stata servita la più famosa delle pizze sotto una veste sconosciuta, quella che, probabilmente, aveva all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito datata 1889 per omaggiare la Regina Margherita di Savoia. Il filologo Emmanuele Rocco, infatti, nel secondo volume dell’opera Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti del 1858, coordinato da Francesco de Bourcard, parlò di combinazioni di condimento con ingredienti vari, tra i quali basilico, “pomidoro” e “sottili fette di muzzarella”.
E le fette, distribuite con disposizione radiale, disegnavano verosimilmente il fiore di campo su una pizza che Raffaele Esposito propose quarant’anni dopo alla regina sabauda. Tracce di pizza con questi ingredienti sarebbero anche antecedenti, databili all’inizio dell’Ottocento, come del resto è scritto nel Regolamento UE n. 97/2010 della Commissione Europea riportato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2010 accreditante la denominazione Pizza Napoletana STG nel registro delle specialità tradizionali garantite. Al punto 3.8 dell’Allegato II, si legge infatti che “le pizze più popolari e famose a Napoli erano la “marinara”, nata nel 1734, e la “margherita”, del 1796-1810, che venne offerta alla regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia”.
Pomodoro e mozzarella furono fulcri di un’ampia rivoluzione agricola d’epoca borbonica che rivoluzionò le tavole di Napoli nel Settecento. Nel libro di Angelo Forgione si legge proprio che la produzione del famoso latticino fu stimolata nei laboratori della Reale Industria della Pagliata delle Bufale di Carditello, la tenuta di caccia di San Tammaro che Ferdinando IV rilevò dal padre Carlo proprio nel 1780 per trasformarla in un innovativo laboratorio di circa duemila ettari per coltura e allevamento.
Forgione scrive anche che il pomodoro giunse dall’America latina intorno al 1770, in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna dell’ex napoletano Carlo III, e ne fu subito radicata la coltura nelle terre tra Napoli e Salerno, dove la fertilità del terreno vulcanico produsse una saporitissima varietà.
Lo scrittore ci fa riflettere sul fatto che non è credibile che a Napoli ci sia voluto un secolo per mettere insieme sulla pizza quelle gustosissime novità.

guarda tutte le foto sulla pagina facebook della pizzeria Lombardi

la “Fior di margherita” a battesimo ufficiale

alla storica pizzeria Lombardi, evento per la verità e l’eccellenza

passaggio su Radio Marte di lunedì 4 novembre

Martedì 5 novembre sarà un giorno importante per chi ama il piatto principe della cucina napoletana e, più in generale, la vera Storia di Napoli. Nei locali dell’antica pizzeria Lombardi avrò l’onore di raccontare la vera nascita della pizza Margherita alla presenza dei rappresentanti dell’Associazione Verace Pizza Napoletana che, con questa significativa partecipazione, intendono supportare la rivisitazione storica per riposizionare il parto della pizza tricolore. La serata vedrà protagonista anche la storica famiglia Mastroberardino, che conduce da anni una delle aziende vinicole campane più famose nel mondo.
Ai tavoli, tutti su prenotazione, sarà servita tra le altre pietanze la neonata pizza di Lombardi, la “Fior di margherita“, quella che, probabilmente, mostrava il primo volto della Margherita all’inizio dell’Ottocento, molto prima della preparazione di Raffaele Esposito del 1889 in omaggio alla Regina Margherita di Savoia. Come racconto nel mio libro Made in Naples, testi dell’epoca ma anche documenti contemporanei confermano che la pizza con pomodoro, mozzarella e basilico esisteva ai tempi della Napoli borbonica. Dopo l’anteprima di settembre alla pizzeria Carmnella, la “Fior di margherita”, dal 5 novembre, entrerà stabilmente nel menu di Lombardi. “Noi della Famiglia Lombardi – si legge nel comunicato crediamo di dovere qualcosa alla nostra terra. La fortuna di essere Napoletani, Campani e Meridionali, ci impone l’obbligo di diffondere il verbo e la cultura di questa meravigliosa terra. Difenderla contro la tendenza all’oblio e alla sopraffazione culturale”.
“Mastroberardino in Fior di margherita”… un altro evento cui tengo molto, per amore della nostra coscienza condivisa e per la passione che da anni spendo in questa missione.

Angelo Forgione

fiordimargherita

Turismo napoletano tra inefficienze e pregiudizi

Angelo Forgione – Il prestigioso quotidiano britannico The Sunday Times sgretola i luoghi comuni su Napoli e il suo Sean Thomas si trasforma in Goethe contemporaneo, pronto a sfidare gli stereotipi e descrivere la città in maniera più fedele alla realtà, prendendo le distanze dall’opinione diffusa del sentito dire, dall’ironia stantia e dalle operazioni politiche firmate da noti testimonial sempre pronti a diffondere eccessivi timori e danneggiare l’immagine partenopea. “Esistono due proiezioni di napoletanità. Una è quella che piace all’Italia, la Napoli folkloristica e allegra, e una ricca di significati per l’Europa”. Così dissi in una recente intervista.
Lo stupore del giornalista inglese sta tutto nell’aver visto una città splendida, ricca di arte e cultura da vendere e invidiare, ma inspiegabilmente affollata da pochi turisti. È vero che il trend è in crescita, è vero che in questo ponte di novembre si è registrato un 80% di camere d’albergo occupate, ma non è mai il giusto per una città culla dimenticata della civiltà europa che non riesce ad ottimizzare e sfruttare la sua incredibile offerta. Basti pensare che la mostra “Vita e morte a Pompei ed Ercolano” al British Museum di Londra ha fatto incassare al museo londinese 11 milioni di euro nel periodo tra il 28 marzo e il 29 settembre scorso, mettendo in piedi anche un film in 3D che andrà in scena prossimamente, con buoni incassi previsti. Tutto questo mentre la città di Pompei sfrutta il suo immenso tesoro solo al 5% delle sue potenzialità, facendo registrare un pil locale identico alla vicina Sant’Anastasia che non ha alcuna attrazione turistica. Eppure i visitatori sono tanti, ma gli alberghi pochi, perché il turismo e straniero e fuggitivo: arriva da Roma e torna indietro. E cosa dire dell’affollatissima mostra “Il Tesoro di San Gennaro” esportata a Palazzo Sciarra di Roma, incapace di intercettare grandi file di visitatori nel suo luogo di provenienza? Molti napoletani non sanno neanche che si tratta del tesoro più ricco e prezioso al mondo. Si potrebbe continuare all’infinito, perché infinita è la ricchezza napoletana e infiniti sono lo sperpero locale e la cattiva pubblicità dei media nazionali. Per fortuna che c’è un Rafael Benitez che fa il turista e va pubblicizzando Napoli e dintorni, invocando una strategia di marketing che non c’è per questo immenso patrimonio.

traduzione di alcuni passaggi dell’articolo del The Sunday Times:

Spaventati dalla sua reputazione? Non siatelo. Ci sono luoghi stupendi e c’è sicurezza se si sa dove andare.
Immaginate una magnifica e storica città italiana, all’ombra di una spettacolare montagna, distesa lungo un’incantevole costa, con cibo fantastico e pochi turisti. Impossibile, vero? Sbagliato! A causa di una reputazione ormai non più giustificabile, a Napoli stranamente arrivano pochi turisti. Tuttavia non è solo una città incantevole, ma è anche una molto sicura. Approfittatene ora, prima che qualcuno ci ripensi e l’affolli

I quartieri periferici godono di una pessima reputazione, ma il centro città è pittoresco ed essenzialmente innocuo.
Un altro fulcro della vita napoletana è il centro storico, romanticamente frenetico ma sicuro. All’interno del labirinto di strade c’è il Duomo che custodisce il sangue di San Gennaro. Una corsa in taxi vi porta alla Reggia di Capodimonte, con una splendida vista sul golfo. All’interno c’è uno dei più grandi musei del mondo, con i suoi quadri di Raffaello e Caravaggio, eppure inspiegabilmente privo di turisti. Per viaggiare nel tempo c’è il Museo Archeologico Nazionale: da non perdere la stanza segreta dove è in mostra l’arte erotica pre-cristiana.
Pompei è a solo 30 minuti di treno dalla stazione di Napoli Centrale. L’intero sito è affascinante, ma un luogo particolarmente poetico è la Villa dei Misteri con i suoi magnifici affreschi.

Qualcuno faccia girare uno spot di Napoli a Benitez

Angelo Forgione – Rafa Benitez continua a promuovere le bellezze di Napoli. Dopo aver tessuto le lodi dei napoletani in un’intervista al quotidiano spagnolo La Sexta, attraverso le pagine dell’Indipendent, ha sollecitato gli inglesi a visita la città:

“Napoli è un posto bellissimo per lavorare e ho voluto già osservarla oltre il suo amore per la squadra. Ho visitato Pompei la scorsa settimana con la mia famiglia. È qualcosa di indescrivibile. Ho anche fatto visita alla Reggia di Caserta e al Teatro di San Carlo, vicino alla centralissima Piazza del Plebiscito. Un’altra esperienza incredibile in una sala dove è stata scritta la grande storia dell’Opera italiana. Per chi non l’avesse ancora fatto, consiglio di organizzarsi per andare a visitare Napoli.”

Benitez, che ha l’immagine serena dell’uomo di cultura, parla quattro lingue ed è riconosciuto nel mondo perché uno degli allenatori più capaci, andrebbe scritturato per uno spot televisivo da circuitare all’estero. La Camera di Commercio di Napoli e gli assessorati competenti ci pensino. Come sta promozionando Napoli e dintorni lui, forse, non l’ha mai fatto nessuno.

Il sapone? Napoli lo usa da secoli.

i tifosi italiani si preoccupano inutilmente delle scorte di sapone dei napoletani

Angelo Forgione – Riprendendo uno striscione dal sapore razzista contro Napoli, non intendo rispondere agli ignoranti (non servirebbe) ma cogliere l’occasione per diffondere un po’ di sana e buona napoletanità. In questo caso, l’assist lo fornisce il “simpatico” striscione “che l’avete preso il sapone a Marsiglia?” dei tifosi della Fiorentina, che ringrazio per l’assist. Non prima di aver ricordato che i primissimi denigratori dei napoletani furono i toscani nel XV secolo, quando il Piovano Arlotto e Bernardino Daniello diffusero i primi pregiudizi.
Già nel Quattrocento napoletano, i monaci Olivetani, operanti nella zona che da loro ha preso il nome di Monteoliveto, producevano sapone pregiato e lo offrivano ai cenciai in cambio di arredi di modesto valore per il monastero attiguo alla chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, chiamata così dall’Ottocento perché ospitò l’Arciconfraternita dei Nazionali Lombardi, riferimento dal 1492 per gli emigranti lombardi, veneti e, più in generale, padani, attratti dalle opportunità di lavoro ben remunerato della città. Differentemente dalla Torino dell’automobile che nel Novecento non fittava ai meridionali, Napoli, fino all’Ottocento, accolse con piacere e civiltà, offrendo ai “padani” la possibilità di intraprendere lucrose attività mercantili.
Nasce dallo scambio tra gli olivetani e i cenciai l’antico mestiere napoletano del saponaro, il venditore ambulante che si riforniva di mercanzia vecchia ricercando le più impensabili cianfrusaglie in disuso. ‘O sapunaro girava nei quartieri poveri di Napoli e proponeva stracci, coperte, abiti smessi, scarpe vecchie, sedie sghembe, ferri vecchi e ogni oggetto da ripristinare alla meglio per essere rivenduto. Per il baratto, offriva a sua volta l’ottimo sapone giallo di piazza ricevuto dai monaci, comunemente noto come “di Marsiglia”, utile alle massaie per fare il bucato, raccolto nella scafaréa, un contenitore di terracotta a forma di cono tronco. Nell’Ottocento, i saponari portavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, dove scorreva un ruscello, che provvedevano al lavaggio dei cenci col loro sapone.
Del pregiato e profumato sapone di Napoli, “una rotonda palla”, scrisse a inizio Seicento Miguel de Cervantes, il letterato spagnolo che definì Napoli “gloria d’Italia e ancor del mondo lustro”. Ne parlò nel “Don Chisciotte della Mancha”, facendoci capire che in quell’epoca era usato anche per la barba e lo shampoo.
La produzione artigianale si ridusse nell’Ottocento, quando nel Regno delle Due Sicilie le fabbriche di saponi eccelsero, e chiaramente nelle prime vasche per bagnoterapia e sui primi bidet d’Italia, napoletani, si adoperavano con l’acqua corrente, di cui Napoli fu la prima città del mondo a dotarsene nelle proprie case. Nella città del Vesuvio, il sapone fa da secoli parte della cultura popolare, a tal punto da ispirare il proverbiale modo di dire “Ccà ‘e pezze e ccà ‘o ssapone” (qua le pezze e qua il sapone), nato proprio coi saponari, per imporre lealtà nell’immediatezza di un baratto.

sapone

Benitez: «le bellezze di Napoli meritano promozione»

Dopo aver girovagato per i luoghi più emblematici del turismo culturale nei dintorni di Napoli, da Pompei alla Reggia di Caserta, dal Palazzo Reale di Napoli al teatro San Carlo, passando per la Cappella Sansevero, ed esserne rimasto fortemente impressionato, Rafa Benitez ha sentenziato la cosa più condivisibile di questo mondo all’indirizzo delle istituzioni: «Le bellezze di Napoli e della Campania sono straordinarie ma si potrebbe fare di più per la loro valorizzazione dal punto di vista del marketing. Quando ho firmato per il Napoli – ha raccontato l’allenatore del Napoli – ho chiesto ai tifosi su internet quali luoghi avrei dovuto visitare e ho una lista di dieci posti. Me ne manca ancora qualcuno ma posso dire che le bellezze di questo territorio mi hanno impressionato. Certo si può migliorare, magari imparando da quello che fanno in altri luoghi del mondo per valorizzare le bellezze. Luoghi come Palazzo Reale, il Cristo Velato in un altro paese, con un altro tipo di marketing sarebbero sicuramente vendutì di più. Penso a Pompei, che è un luogo bellissimo ma si può vendere meglio e questo porterebbe anche lavoro e soldi al territorio. Io non sono nessuno nel settore ma mi sembra che il marketing sia importante».
Inutile commentare frasi che si sposano perfettamente con argomenti affrontati quasi quotidianamente in questo blog e sviscerari nel libro Made in Naples, da cui è estratto il seguente stralcio:

Nonostante gli scavi pompeiani rappresentino uno dei siti archeologici più visitati al mondo e il secondo sito turistico italiano dopo i Musei Vaticani, in buona compagnia di quelli di Ercolano, della magnifica Reggia di Caserta, degli impareggiabili Museo Archeologico Nazionale e Museo di Capodimonte di Napoli, la città d’arte meta del Grand Tour, col centro storico UNESCO più vasto d’Europa e con la maggiore concentrazione d’arte, ricca di tesori e attrattive monumentali, paesaggistiche e enogastronomiche, al centro di una macro-zona turistica senza rivali al mondo, non riesce ad attrarre come potrebbe e come riuscì a fare quando creò nuova ricchezza culturale per tutto il mondo. Uno spreco umiliante per una storia che racconta della capacità napoletana di inventare nuovi itinerari alternativi a quelli già affermati, intercettando i viaggiatori, prolungandone il percorso e divenendone protagonista. A quel tempo – è fondamentale sottolinearlo ancora – si viaggiava per cultura.
(Made in Naples, Magenes 2013 – capitolo “L’attrattiva Turistica”)

Identità turistica di Napoli e ricchezza non sfruttata (approfondimento)

Premier Letta: «basta con l’Italia considerata Stato borbonico»

Angelo Forgione – Il presidente dei Consiglio Enrico Letta, in un incontro sulla semplificazione normativa nel programma del summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, ha affermato che «bisogna lavorare affinché l’Italia non sia guardata più come il Paese più burocratico e borbonico».
Un classico modo di comunicare con quell’aggettivo dall’accezione sbagliata e offensiva della Storia del Sud che ormai non regge più. Traggo dal “passepartout” Made in Naples la già pronta risposta:
Sono stati i Savoia a governare l’Italia piemontesizzata per circa ottantacinque anni, non i Borbone. Dunque, può mai essere borbonico il retaggio governativo della Nazione italiana? La burocrazia italiana non è borbonica ma, semmai, figlia di quella sabauda e piemontese instaurata negli anni del Regno d’Italia, esasperata e finalizzata alla sparizione di soldi pubblici. Un modo d’intendere l’amministrazione statale da cui derivò una sfrenata “creatività” tributaria a Torino e la necessità di unirsi con chi aveva i conti in ordine e poche tasse. Perché, dopo il 1855, il Regno di Sardegna non compilò più il bilancio statale? Forse “per oscurare le informazioni”, come denunciò nel 1862 l’economista Giacomo Savarese. Fu questa l’origine del debito pubblico italiano, prettamente piemontese, come conferma la ricerca Un’Italia unificata? – Il Debito Sovrano e lo scetticismo degli investitori di Stéphanie Collet, pubblicata nel luglio 2012.
Magari l’Italia fosse considerata borbonica all’estero! Avrebbe ancora il rispetto perduto e che è ancora vivo per Napoli nelle corti europee esistenti per le quali la città è vista ancora come una capitale, più capitale delle capitali d’Italia Torino, Firenze e Roma.
Chissà poi cosa pensano di certe affermazioni i colleghi spagnoli di Letta. A giudicare dai radiosi sorrisi dei Borbone-Spagna alla parola “napoletano” pronunciata da Riccardo Muti (clicca qui per vedere) nel corso della consegna del “Premios Príncipe de Asturias” a Oviedo, tutto questo sdegno proprio non si avverte.