La “Grande Puzza” di Londra (che denigrava Napoli)

Angelo Forgione – A metà dell’Ottocento, l’egemone Inghilterra ignorava completamente le conseguenze dello sviluppo industriale, preferendo compiacersi dei privilegi di una Londra già grande e classista. A quel tempo, con Parigi, Vienna e Napoli, era tra le città europee che si potessero definire capitali. Popolosa, abbiente, ma anche illiberale, discriminatoria e sporca, ma talmente sporca che i londinesi vivevano nel lerciume e nell’assenza pressoché totale d’igiene. Questa era la Londra di Palmerston e Gladstone che, per scopi politici, denigrava politicamente la Napoli già dal 1832 provvista del “Regolamento per la nettezza delle strade, ed altri siti”, col quale era fatto divieto di gettare a qualsiasi ora da balconi e finestre “alcun materiale di qualunque sia la natura”, comprese “le acque servite per i bagni o qualunque altro uso domestico”. Tutti accorgimenti per il decoro per la città ma anche per contrastare (inutilmente) le epidemie di colera che imperversavano in Europa da nord.
Il 31 agosto del 1854 una violentissima epidemia colpì il quartiere londinese di Soho. Nel giro di tre giorni morirono 127 persone. In poco più di una settimana Londra si ritrovò in ginocchio: alla fine si contarono 616 vittime in tutta la città. Moriva chiunque bevesse acqua ma non chi era ebreo e neanche chi tracannava birra. Perché mai? Semplicemente perché gli ebrei si lavavano le mani più spesso degli altri – interrompendo così il ciclo-orofecale – e gli avventori del pub bevevano birra pastorizzata che distruggeva i batteri. Londra aveva circa 200.000 pozzi neri ma la maggior parte non erano espurgati. Questo si traduceva in un fetore diffuso, frequenti straripamenti nelle condutture stradali ed epidemie. La situazione peggiorò notevolmente nella caldissima estate del 1858: l’acqua del Tamigi, dove i londinesi riversavano escrementi e rifiuti di ogni sorta (ma anche sulla strada, per finire comunque nel fiume trasportati dall’acqua piovana), si ridusse notevolmente. Le feci finirono per intasare il letto del fiume, che si riempì di cadaveri animali, viscere dei macelli, alimenti avariati e scorie industriali. Uno spettacolo allucinante! Per Benjamin Disraeli il Tamigi era “una puzzolente pozza stigiana di ineffabile ed insopportabile orrore”. La gente camminava per le strade proteggendosi con dei fazzoletti, attanagliata dall’afa che favoriva la diffusione dei batteri. Ne venne fuori un tanfo così vomitevole che per consentire le sedute alla Camera dei Comuni si montarono tende imbevute di cloruro di calcio. Quell’odore fu chiamato The Great Stink, la “Grande Puzza”, un evento che ebbe una tale portata sociale e politica da influenzare la storia della città, sollevando l’ignorato problema dell’igiene urbana. È storia di una Londra che imponeva la sua egemonia e difendeva a scapito altrui il proprio posto di prestigio nella politica internazionale, facendosi giudice di giustizia e punendo ciò che riteneva sbagliato.
Il Metropolitan Board of Works decise di implementare il sistema fognario (che all’epoca non arrivava al centralissimo Soho), la rete idrica cessò di essere contaminata e le epidemie di colera divennero un tragico ricordo, anche se la decenza nel centro di Londra ci mise anni per imporsi. Come scrisse a inizio Novecento Jack London ne Il popolo degli abissi, “La civiltà ha centuplicato le capacità produttive dell’uomo e, a causa della cattiva gestione, i suoi uomini vivono peggio delle bestie”.
Cos’è successo dopo a Londra, Napoli e Parigi, è più o meno noto a tutti.

Antonella Cilento: «Napoli nel 1600 già puzzolente come oggi»

Angelo Forgione – Antonella Cilento, scrittrice napoletana, a TG1 Billy del 18 maggio: «Napoli nel 1600 è la più grande città d’Europa… È già la metropoli di oggi, è già corrotta, sporca, puzzolente…»
C’è qualche “già” di troppo, e troppo pesante, nelle parole ascoltate in tivù, simili a quelle pronunciate in passato da un antimeridionale come Giorgio Bocca. In quell’Europa problematica, funestata da sporicizia ed epidemie, Napoli non era certo peggio di Parigi e Londra, tra le città più sporche e fetide del Continente, afflitte dal sudiciume maleodorante degli abitanti, molti dei quali non praticavano alcun tipo di abluzione.
Nel 1615 un grande napoletano, Giovan Battista Marino, fu severissimo nel descrivere Parigi dopo esservisi recato: “quando piove è il miglior tempo che faccia, perché allora si lavano le strade: in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani”.
Epidemie colpivano tutti a quei tempi, ed è nota la grande peste seicentesca di Napoli, le cui condizioni, nel Settecento e Ottocento, migliorarono (Goethe ne apprezzò la pulizia e detestò la sporcizia del Triveneto e non solo, mentre Restif de la Bretonne denunciò in Les Nuits de Paris il lerciume della capitale francese, dei cui miasmi narrano numerosi racconti dell’epoca) mentre quelle di Parigi e Londra restarono pessime. Si ricorda nel 1858 la drammatica “Grande puzza“, the Great Stink della capitale inglese, causata dal Tamigi, dove venivano gettati i rifiuti solidi e gli escrementi umani (e più o meno lo stesso accadeva nella Senna). Colera e febbre tifoide dilagarono drammaticamente.

Ferrero restaura i monumenti del Canova

sperando nelle recinzioni e nelle targhe descrittive

Angelo Forgione – Nutella, Nocciola, Napoli. La crema gianduia spalmabile compie cinquant’anni e festeggia con un doppio evento il 17 maggio ad Alba, dove è nata, e il 18 a Napoli, dove è più consumata. Questo è il motivo ufficiale per cui la Ferrero ha scelto piazza del Plebiscito per il suo mega-concerto con la star Mika. Nessuna motivazione recondita legata al territorio, neanche l’utilizzo della materia prima: le nocciole lavorate non sono quelle rinomate della Campania che diedero vita al tributo austriaco dei wafer “neapolitaner” di Josef Manner. Benvenga l’invasione dei golosi napoletani, lì dove la Ferrero si farà carico del restauro dei due monumenti equestri borbonici del Canova (e Calì), imbrattati e umiliati da tempo. Sperando che arrivino finalmente anche le targhe divulgative ai piedi dei basamenti e delle recinzioni efficaci, unico deterrente efficace contro i vandali già impiegato con successo per Dante e Paolo Emilio Imbriani.

Renzi a Napoli: «Il modello è il Regno delle Due Sicilie»

Angelo Forgione Il premier Matteo Renzi, a Napoli per incontrare in prefettura i Comuni che rientrano nella Città Metropolitana e discutere sui fondi strutturali, ha annunciato nel suo discorso ai presenti che il modello di rilancio di Napoli e del Sud è il Regno delle Due Sicilie, l’antico stato preunitario che, coi suoi progressi in ogni campo, si faceva notare in Europa e nel mondo. “Noi vogliamo smontare due considerazioni: che l’Italia sia il problema dell’Europa e che il Sud sia il problema dell’Italia”. Così ha chiosato l’ex sindaco di Firenze.
Il contraddittorio Renzi, l’unico a conoscere il significato del 17 marzo in un triste servizio de Le Iene fuori Montecitorio (guarda il video), è il presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica dell’Italia unita, quell’entita geopolitica che, con la sua nascita, ha segnato di fatto l’interruzione di quel progresso e la nascita della “questione meridionale”. Almeno a parole, dopo un secolo e mezzo, un’alta carica istituzionale annuncia di volerlo riattivare e riallacciare i fili col retaggio culturale e sociale del Mezzogiorno, ed è la prima volta che accade. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la politica, che i fischi all’inno nazionale li stigmatizza ma, evidentemente, inizia a capirli.

Grillo a Napoli: «avevate inventato tutto e ve l’hanno rubato. Avrei fischiato anch’io l’inno»

«Se fossi stato napoletano avrei fischiato anch’io l’inno nazionale sabato sera. Ma quali fratelli d’Italia, i fratelli della p2, della massoneria, della ‘ndrangheta e della camorra? O i fratelli del Nord, che vi hanno portato tonnellate di rifiuti tossici? Lo Stato italiano qui non lo avete mai visto e vi ha fatto solo cattiverie». Così Beppe Grillo in serata a Napoli nel Rione Sanità durante un comizio elettorale.
«Non posso credere che Genny ‘a carogna sia il responsabile di tutti i mali del mondo – ha aggiunto Grillo – e ci dobbiamo stupire della polizia che dice “scusi signor carogna, possiamo giocare?” o del presidente della Repubblica che riceve un condannato in via definitiva al Quirinale? Voi napoletani avevate inventato tutto e vi hanno portato via tutto.»

Carlo di Borbone legge Made in Naples

Angelo Forgione – Fa indubbiamente piacere sepere che Made in Naples abbia donato nuove emozioni e conoscenze anche a Carlo di Borbone, Duca di Castro. Ricevo dal Commendatore A. Santaniello la lettera dello scorso dicembre di ringraziamento e apprezzamento per il dono ricevuto.

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Fischi all’inno nazionale, segnale non nuovo che va interpretato

Angelo Forgione – Nel corso della trasmissione radiofonica Si gonfia la rete di Raffaele Auriemma, ho espresso il mio parere sui fatti dell’Olimpico e motivato i fischi all’inno nazionale, che nulla o quasi hanno a che vedere coi tumulti avvenuti dentro e fuori lo stadio. Quei fischi hanno un significato che il Paese bolla come manifestazione di ignoranza, ostinandosi a non volerli comprendere. Eppure già due anni fa si erano verificati in occasione della finale della stessa competizione contro la Juventus. Nessuno si è preoccupato di capire il malessere e la disaffezione di Napoli verso i simboli della Nazione, concentrandosi sulla più deleteria e volgare gogna mediatica a danno dei napoletani.
Nel corso della trasmissione è intervenuto anche il direttore del Corriere del Mezzogiorno Antonio Polito, il quale ha invitato a non individuare nella questione sociale e storica la matrice dei fischi, trovando il disaccordo di Raffaele Auriemma.

Finale Coppa Italia, fischi e arena

entrambe le tifoserie pronte a coprire l’inno cantato da Alessandra Amoroso

Angelo Forgione – Discriminazione territoriale, dirigenti che pretendono che i propri tifosi possano continuare a gridare “Napoli colera”, telecronisti con tesserino di giornalista che, anziché condannare la pericolosità di certe manifestazioni, stimolano in diretta le istituzioni del calcio ad accontentare i tifosi che non gradiscono la norma e giornalisti Rai che invitano a riconoscere i napoletani dalla puzza. E poi verità storica, dilagante come il fiume in piena che riempie le strade di Napoli per chiedere le bonifiche nella “Terra dei fuochi”, lavoro al Sud in erosione come una roccia nel mare, grandi città meridionali che continuano a svuotarsi del miglior materiale umano, travasandolo nell’altra parte del Paese. E ancora, politica che ha cancellato completamente dal dibattito nazionale la “questione meridionale”, come se ormai faccia parte del nostro percorso comune – e lo fa, perché l’Italia l’ha creata e non ci pensa proprio a risolverla – e perciò dobbiamo tenercela insieme alle mafie, che di fatto se le tiene la politica per scopi elettorali, mentre al Sud sofferente lascia i picchi tumorali di Caserta e Taranto, e fermiamoci qui che è meglio. Napoli se la passa sempre peggio, il Sud continua a non passarsela meglio di Napoli, il Nord non se la passa più bene come prima.
Hai voglia a dire che mischiare il calcio con la politica è sbagliato. Andateglielo a dire ai napoletani, quelli che non ci stanno a vedere la gente morire di tumore per i rifiuti tossici. Andateglielo a dire a quelli per cui il calcio è una passione e che non hanno nulla a che vedere con coloro che espongono lo striscione “Napoli colera, ora chiudeteci la curva” per rivendicare il diritto ad essere offesi, perché quelli l’offesa la vogliono ricevere, altrimenti che gusto c’è a reagire? Andateglielo a dire a quelli che domani, prima della finale di Coppa Italia, fischieranno l’inno nazionale, come due anni fa e come il 15 ottobre scorso in occasione di Italia-Armenia al San Paolo, quando furono esposti striscioni del tipo “Col sorriso sulla faccia, col veleno nei polmoni, i bambini della terra dei fuochi non vogliono morire”. Andateglielo a dire a quelli che prima non ci pensavano proprio a manifestare dissenso in modo così violento, mentre ora gli riesce spontaneo.
Fischiare un inno è irrispettoso, che sia il proprio o quello altrui. Ed è irrispettoso nei confronti di chi in quell’inno crede e per quello si emoziona. Ma il perbenismo non abita negli stadi, dove razzismo e offese eclissano totalmente ogni valore educativo dello sport. Come si fa a chiedere ai tifosi l’educazione in un Paese maleducato che non rispetta la dignità umana, che segue un corso politico privo di rispetto del voto dei cittadini, che viola in ogni modo la propria Costituzione e spreme il popolo invece di servirlo?
Ormai è chiaro, leggendo qua e la, che i fischietti sono già pronti, e chi non ce li ha si prepara a inumidire pollice e indice tra le labbra. Fischieranno anche i fiorentini, da sempre nemici storici della Nazionale e ancor più ostili dopo il fallimento viola del 2002 imputato alla FIGC. Lega, Federcalcio, Ministero degli Interni e Rai temono, e pensano a misure per evitare la figuraccia in eurovisione come in passato si provò a fare in Spagna per zittire (inutilmente) catalani e baschi. Alessandra Amoroso, la cantante che non sta nella pelle per l’onore e l’onere, sarà costretta a imbroccare le giuste note tra i sibili, ma forse non ci resterà male come Arisa, che fu colta di sorpresa e pensò che i napoletani ce l’avessero con lei. Ne scaturiranno le solite immancabili polemiche, il premier Renzi stigamtizzerà con sdegno insieme a tutte le altre alte cariche dello Stato. I benpensanti non si sforzeranno di comprendere la causa e si eserciteranno a condannare l’effetto. Ma stavolta, rispetto a quanto accadde in occasione della finale 2012, nessuno potrà cadere dalle nuvole. Basta, per restare al mondo del calcio, la sola opposizione dei dirigenti di Juventus, Milan e Inter e di altri addetti ai lavori al tentativo, già tardivo, di punire il vilipendio di Napoli che negli stadi dura dal 1973, con la già ventilata modifica delle norme sulla discriminazione territoriale a fine stagione.
C’era un tempo in cui la Nazionale italiana correva al San Paolo per trovare entusiasmo e  calore. Quel tempo non c’è più. L’Italia trova difficoltà pure a giocare a Napoli e si nasconde, come Napolitano a Capodanno. Nulla accade mai per caso.

Angelo Forgione e Gennaro Iezzo sui fischi del 2012

Convegno scolastico a Castellammare sulla questione meridionale

italia_divisaNell’ottica della fondamentale diffusione di storia, cultura e orgoglio, soprattutto presso le nuove generazioni, venerdì 2 maggio si è svolto all’Istituto Tecnico Statale “Luigi Sturzo” di Castellammare di Stabia un importante appuntamento sul tema:
“L’irrisolta questione meridionale: un ponte tra passato, presente e futuro”.

l’EXPO di Milano e il grande inganno della pizza

fiordimargherita_8Angelo Forgione – L’EXPO di Milano ci parla di pizza con un un video e una descrizione davvero interessanti sul sito ufficiale della manifestazione, raccontandoci che il disco condito, in origine, non fu capito dagli italiani, considerato un cibo da lazzaroni che lo portavano alla bocca con le mani. Collodi lo definì un “sudiciume complicato”. Ma i napoletani, con la pizza, dimostravano indirettamente di essere decisamente avanti, anticipando di due secoli la pizzamania esplosa nel dopoguerra. Oggi la pizza è il simbolo della cucina italiana, mangiata in tutto il mondo con le mani, con buona pace dei lazzaroni golosi di sudiciume.
Interessante leggere nella descrizione dell’EXPO di kilt, tartan e cornamusa in quanto antiche tradizioni inventate “per conferire una patina di nobiltà a una regione particolarmente arretrata e desiderosa di rifarsi un’immagine dopo il suo ingresso nel Regno Unito”. Il “grande inganno” diventa ancora più significativo proseguendo nella lettura:
“La pizza così come noi italiani la intendiamo è nata infatti all’inizio dell’Ottocento a Napoli, […] con la nascita delle prime pizzerie e l’invenzione della pizza Margherita in occasione della visita dei Savoia a Napoli nel 1886”.
In realtà, la pizza, come la conosciamo, è nata a Napoli nel primo 700, non nell’800 come erroneamente riportato, e la Margherita è stata partorita tra il 1796 e il 1810, ben prima del parziale falso storico dell’omaggio alla regina piemontese da parte di Raffaele Esposito, il quale a Margherita di Savoia portò in dono una pizza già esistente in città da decenni. A proposito di costruzione di immagine e grande inganno…

Mastroberardino in “Fior di margherita” all’antica pizzeria Lombardi di via Foria