Finalmente l’inglese nel metrò dell’arte

Iniziano a spuntare cartelli didattici in inglese nelle ammiratissime stazioni dell’arte della metropolitana di Napoli, celebrate come le più belle del mondo. A volte basta poco per coltivare la vocazione internazione di Napoli.

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Discriminazione territoriale a Los Angeles

La giuria degli Oscar ha premiato il napoletano Paolo Sorrentino per il “miglior film straniero”. Lui, da solito vittimista risentito per la motivazione palesemente razzista, ha polemicamente ringraziato Napoli e Maradona. A quel punto, dalla platea si è levato un coro: “Noi non siamo napoletani… San Gennaro sierop… O Vesuvio lavali col fuoco”. Il Dolby Theatre di Los Angeles è stato chiuso per discriminazione territoriale, ma senza alcun motivo ragionevole, visto che in Italia si era subito parlato di “trionfo italiano”.

(L’ironia è la veste scelta per commentare l’Oscar vinto da Paolo Sorrentino che rinsalda le fondamenta napoletane del cinema in Italia)

[…] E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti […].
Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma. […]
Fernand Braudel (storico francese, 1902-1985)

Cafè do friariell, Vol. 2. Gianni Simioli fonte di creatività.

Gianni Simioli, popolarissimo speaker di Radio Marte e capitano della notissima “Radiazza”, esempio di napoletanità cooperativa, sposa la causa della Terra dei fuochi anche nel suo ultimo lavoro discografico “Cafè do friariell” (edizione Jesce Sole), un cd-compilation giunto al secondo volume, che propone una play-list fatta di brani della tradizione rivisitati a braccetto con nuove proposte del moderno panorama musicale partenopeo. Ed è proprio identitaria la mission di Simioli, che porta negli store l’impronta della sua fortunata trasmissione radiofonica e tenta di proporre l’ascolto del genere classico a chi prefirisce il contemporaneo. Tutto va bene, purché sia made in Naples. Sul retro della custodia si legge: “Se questo cd non ti piace non bruciarlo: trasformeresti anche la musica in fumo tossico”. Ma non è tutto. Gianni si pone a tutela del friariello, eccellenza degli orti campani che corre il rischio di essere discriminato dalla critica situazione ambientale creata nelle campagne tra Napoli e Caserta.
La copertina attinge all’opera “Capri-batterie” dell’artista contemporano tedesco Joseph Beuys, presentata a Napoli nel 1985 presso la Galleria di Lucio Amelio. Un’opera che traeva spunto dal metodo degli antichi Greci per produrre corrente a bassa tensione con l’impiego di acido citrico e rame. Beuys collegò il bulbo di una lampadina ad un limone, ricco di acido citrico, accendendo la lampadina. Simioli vide nell’opera la semplicità dell’accensione della creatività, di cui i napoletani sono ricchi, e non ha mai dimenticato la lezione, fino a trarne spunto per la copertina del suo nuovo cd. Attacca una lampadina ad un napoletano e si accenderà.

Esempio napoletano in Svizzera

portafogliDomenica pomeriggio Danilo D’Errico, napoletano emigrato per lavoro a Ginevra, in Svizzera, si appresta a recarsi a casa dei genitori della sua convivente elvetica. Davanti al portone della loro abitazione li attende la vicina di casa, un’anziana spagnola, che gli dice: «Vi stavo aspettando. Ho trovato questo sacco nel tram 14; dentro ci sono varie cose, ma ho preferito affidarlo a voi e non al conducente perché non mi fido. Ci pensate voi a vedere cosa contiene e a provare a riconsegnarlo al proprietario?». Danilo accetta e rientra in casa con la compagna, apre il sacco e ci trova 450 franchi, cioè 400 euro, un iPad, altre apparecchiature elettroniche, vari documenti d’identità italiana e l’abbonamento ai trasporti. Il proprietario risulta essere un filippino residente a Milano e Danilo, dopo una lunga ricerca su internet, riesce a mettersi in contatto con lui. portafogli_2Dopo mezz’ora il sacchetto con tutto il suo contenuto è riconsegnato, senza offerta o pretesa di ricompensa. Il napoletano pensa che il suo premio è la coscienza pulita che lo fa sentire bene con sé stesso, anche grazie al sorriso della compagna che lo guarda e gli dice alla Totò «signori si nasce!». Il giorno dopo, alcuni colleghi e amici svizzeri del napoletano Danilo gli dicono che si è comportato in maniera esemplare ma che i soldi avrebbe dovuto tenerli.

ESCLUSIVO – Il chiarimento della Gialappa’s Band

Incontro telefonico con Marco Santin del trio vocale al centro di una burrasca

Angelo Forgione – Bufera sulla Gialappa’s Band dopo il commento all’esibizione di Rocco Hunt a Sanremo. La battuta alla richiesta di alzare le mani del giovane artista salernitano e, soprattutto, quel «ma chi se ne fotte delle terra dei fuochi» ha aperto il fuoco contro Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci, le tre voci che da anni regalano sorrisi con la loro comicità dissacrante. Stavolta qualcosa è andato storto. Può succedere a chi, da un trentennio, lavora con le parole su un canovaccio ma senza un copione scritto. La protesta è partita subito tramite i social network, anche con toni eccessivamente accesi e persino minacce decisamente condannabili. Ho immediatamente detto la mia: nessun razzismo, ma su certi temi sarebbe meglio non scherzare, e quella non è stata una battuta riuscita ma un fortuito “autogollonzo” che ha urtato la suscettibilità di tanti cittadini di una terra stremata e stanca per mille motivi. La guardia è ormai molto alta, ma non deve tradursi in accuse prive di contenuti, insulti e intimidazioni che neanche la solidarietà di buona parte del pubblico della Gialappa’s ha potuto neutralizzare.
Marco Santin, a nome del trio, ha sentito la necessità di contattarmi telefonicamente per andare oltre il vespaio creatosi su facebook e chiarire l’accaduto.

A. F.: Un bel pasticcio, ragazzi. Ho detto subito che quella sulla terra dei fuochi non era una battuta razzista benché inopportuna, ed è chiaro che stavate esternando con il vostro stile scanzonato l’eccessivo buonismo – dal vostro punto di vista – del testo della canzone di Rocco Hunt. Potevate risparmiarvela, ma dal momento che in tantissimi non hanno compreso il senso della vostra ironia, volete spiegare il senso di quell’uscita?

M. S.: Il senso della nostra uscita riguardo alla canzone di Rocco Hunt, al primo ascolto, era di stupore perché arrivava da un rapper, e i rapper sono solitamente pronti alla protesta. È su quello che abbiamo fatto le nostre considerazioni. Il famoso «la terra dei fuochi… ma chi se ne fotte» era come interpretare il messaggio della canzone e doppiare idealmente Rocco. Qualcuno poi ha messo in rete uno spezzone audio che è solo una parte di quello che abbiamo detto, ma noi prima avevamo detto «questo è il rapper dello sticazzismo… tra poco la protesta la faranno i Peppino di Capri». Mai e poi mai avremmo potuto dire che non ce ne importa della terra dei fuochi, visto che ce ne stiamo occupando con Le Iene. Ma tutto questo è successo in diretta al primo ascolto di venerdì, mentre invece nella serata finale di sabato, risentendo il pezzo, due di noi hanno pure detto che in fondo il messaggio della canzone era un sogno, e ci poteva stare. Ecco, è forse il caso di chiedere scusa a Rocco per avergli messo in bocca parole che non direbbe mai.

A. F.: E quella battuta sui compari scippatori di Rocco Hunt pronti al raid? Ammettetelo, era banalissima, trattandosi di un meridionale.

M. S.: La battuta sul compare di Rocco l’ho fatta io e ne ho già spiegato la genesi. È nata perché lui ha detto «alzate entrambe le mani» e mi è venuta spontanea, ma ti posso assicurare che l’avrei fatta anche se lui fosse stato di Parigi, Oslo, Milano o Torino. Non è la battuta più divertente della storia perché un po’ banale, si, ma neanche una battuta che possa giustificare la rivolta. Infatti non credo, leggendo i vari commenti, che il problema fosse quella battuta.

A. F.: A tre giorni dall’accaduto, con tutto quello che avete letto e sentito, credo che abbiate percepito che, tra esagerazioni e toni più moderati, a Napoli e in Campania c’è qualche nervo scoperto. Insomma, c’è un bel po’ di gente che s’è stufata. Lo percepite dal vostro osservatorio milanese?

M. S.: Personalmente, sapevo già da tempo che in Campania c’è più di qualche nervo scoperto perché ho molti amici a Napoli e dintorni. E se posso dire un mio parere, hanno perfettamente ragione ad essere arrabbiati.

A. F.: Mi tocca farvi una scontata citazione. C’è un grande artista mai scomparso che si chiama Massimo Troisi, il quale non umiliava la sua gente scherzando sui luoghi comuni ma ci giostrava a suo favore per inviare messaggi sociali, da napoletano e meridionale stanco di una certa visione stereotipata. Avete pensato che forse la canzone di Rocco Hunt, pur nella sua semplicità, contenga un messaggio non buonista ma normalista, nel senso che rivendichi il diritto alla normalita? Fermo restando che i problemi sono grossi, voi che stimolate il buonumore, credete che si possa essere positivisti quando si parla della Campania o si deve per forza comunicare la Gomorra?

M. S.: Ovviamente, come ci hanno insegnato non solo Massimo Troisi ma anche Totò, certo che si può affrontare i vari argomenti con leggerezza anche scherzandoci su… e loro erano talmente grandi che riuscivano a farlo in maniera impeccabile. Due grandi maestri come ho già detto in tantissime interviste nel corso della nostra carriera.

A. F.: Facile capire l’equivoco, ma credo che l’esperienza vi basti per capire che non è il caso di scherzare sulle tragedie. Insomma, “mai dire chi se ne fotte”.

M. S.: Appunto, mai diremmo chi se ne fotte di un tema del genere.

L’autogollonzo della Gialappa’s

Angelo Forgione – Non indugio sul jolly della Gialappa’s Band che fa di Rocco Hunt, salernitano vincitore meritevole di Sanremo giovani (complimenti!), un mariolo piuttosto che contrabbandiere. Impiego solo un po’ di tempo per abbracciare idealmente le mamme, i papà e i bambini di tutte quelle famiglie colpite dal dramma della “terra dei fuochi”. La Gialappa’s Band lo spieghi a loro che “ma che ce ne fotte” è, appunto, solo una battuta… tra un boccone di mozzarella e una suonata di mandolino. Nessuna cattiveria o razzismo, certo, ma solo pura incoscienza di chi non vive il dramma sulla propria pelle. È la coscienza-conoscenza vera del dramma che manca a chi prende scivoloni e poi è costretto a limitare i danni col più classico dei “non volevamo”, tempestato da comprensibili proteste, e poi volgari insulti o addirittura indegne minacce, che nell’era dei social network trasformano purtroppo il web in uno stadio virtuale. Le battute fanno ridere quando non sfiorano temi tragici. L’ironia è brillante quando non colpisce la sensibilità personale. Il vero comico è colui che fa ridere tutti e non offende nessuno. Bando al vittimismo, sempre dietro l’angolo in certe occasioni, ma diciamolo che su certi temi è meglio non scherzare e che quella non è una battuta riuscita ma un fortuito e clamoroso “autogollonzo”.

Arbore e la grande bellezza di Napoli

Angelo Forgione – Un doppio grazie a Renzo Arbore. Il primo, perché nel momento in cui il mercato discografico italiano fu travolto dalla musica straniera e gli artisti partenopei iniziarono a snobbare la grande produzione napoletana di inizio Novecento, l’eclettico artista foggiano di formazione partenopea andò controcorrente, e nel 1991 ripropose con vigore la canzone napoletana classica, contaminata dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. Lo fece il musicista forse più americanizzato d’Italia, e tenne in vita un filone fondativo della canzone nel mondo che gli stessi napoletani stavano facendo sparire. Le sperimentazioni di Arbore scavalcarono il purismo stilistico, indirizzando i classici da gran teatro di Napoli verso arrangiamenti da taverna – e Federico Salvatore se ne sarebbe rammaricato qualche anno più tardi nella sua “Se io fossi San Gennaro” – ma senza questa trasformazione, probabilmente, certi capolavori sarebbero scomparsi.
Il secondo grazie è perché Arbore, tornato a Sanremo su invito di Fazio a omaggiare la bellezza, tema del festival, ha scelto di parlare della bellezza delle melodie napoletane, ma soprattutto della bellezza di Napoli, troppo nascosta, come lo erano le sue canzoni negli anni Ottanta. L’omaggio alla sua città adottiva è sbocciato in quello per l’Italia, “il più bel Paese, secondo noi dell’Orchestra Italiana che giriamo il mondo”, e nella riconoscenza per gli anni napoletani della sua giovinezza:

«Mi devo togliere un debito con una città, una bellissima ‘capitale’ che mi ha adottato e che è nel mio cuore. Una città bellissima e sofferente, che va stigmatizzata quando è giusto, ma anche lodata e apprezzata per le sue straordinarie bellezze. Si chiama Napoli. Vedrete, ha una bellezza straordinaria. Non è cartolinismo ma vera e propria bellezza di un luogo unico che ha natura e monumenti, ed è la verità. Però è una bellezza sofferente e trascurata».

Si, è proprio la verità. Quello che ha detto Arbore aderisce perfettamente a ciò che ho espresso nel mio libro: Napoli è, insieme a Rio de Janeiro e Istanbul, uno dei luoghi più rappresentativi della natura metropolitana, quello che più di tutti accosta alla bellezza naturale anche quella artificiale dei monumenti e delle testimonianze stratificatesi nei secoli, ed rimasta “capitale”, fedele a sé stessa come non è riuscita ad esserlo l’altrettanto antichissima Istanbul. Ma è una bellezza trascurata, una donna seducente dalle curve mozzafiato, umiliate da un misero vestito che le è stato dato, infilato controvoglia per non restare nuda. Napoli, lo riaffermo con sempre maggior convinzione, è “baciata da Dio e stuprata dall’uomo”.
Il “vedrete” di Arbore è un futuro semplice potente come uno spot di promozione turistica, un invito a viaggiare verso questo incredibile luogo di meraviglia, a scoprirlo, svestendosi di imbriglianti pregiudizi, troppo ingombranti anche in quell’ingiunzione a stigmatizzare Napoli “quando è giusto”. Ogni luogo del mondo va bacchettato quando lo merita, e allora perché giustificare il ben parlare di Napoli come di ogni altra bella città del mondo aggiungendo l’ingrediente del rigore disciplinare? Ma Arbore è uomo di mondo, conosce quei soverchi pregiudizi, e per mostrare la sua sincerità ha pagato il piccolo dazio comunicativo.
Della sua performance sul palco dell’Ariston mi è piaciuto il messaggio, mi sono piaciute le parole e le immagini di Napoli mentre la sua band suonava per la gioia del pubblico. Mi sono piaciuti i mandolini, portati sul palco con orgoglio da chi ha deciso di fare da testimonial contro l’esclusione dell’insegnamento nelle scuole medie con indirizzo musicale di un magico strumento musicale. Mi è piaciuto l’intenso ricordo del suo amico Roberto Murolo. Forse davvero bisogna non essere nati a Napoli per fare tutto questo per Napoli, dal palco di Sanremo come nelle strade della città vesuviana; e allora come dare torto al fiero Federico Salvatore? Non mi è invece piaciuta l’interpretazione della splendida Reginella da parte della voce solista di Gianni Conte, napoletanissimo, pur bravo ma, nell’occasione, non all’altezza (purtroppo) del bel canto partenopeo. A proposito di bellezza, ad Arbore non mancherà mai il tripudio ma le bellissime voci di Eddy Napoli e Francesca Schiavo, in questi giorni nei teatri insieme, sì.

Quando Napoli portò la canzone a Sanremo e inventò il Festival

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Angelo Forgione Vi siete mai chiesti perché il Festival della canzone italiana si tiene a Sanremo? Perché proprio lì, in un piccolo paese di cinquantamila abitanti, e non in una delle capitali italiane della musica? Perché non nella vicina Genova, o a Bologna, o proprio a Napoli? Già, Napoli, la città di chi la Canzone italiana è il Festival di Sanremo l’ha partoriti. La storia inizia con la pubblicazione nel 1850 della prima canzone in lingua italiana, Santa Lucia, riscrittura in lingua nazionale di Enrico Cossovich della “barcarola” napoletana Lo varcajuolo di Santa Lucia, scritta un anno prima da Teodoro Cottrau e Michele Zezza. Un’ottantina di anni più tardi, nel periodo natalizio del 1931, in un momento di massima espansione turistica della cittadina ligure di Sanremo, il concessionario del locale Casinò municipale, il napoletano Luigi De Santis, attaccatissimo alle sue origini, su consiglio del commediografo Raffaele Viviani, convinse il poeta e paroliere Ernesto Murolo e il musicista Ernesto Tagliaferri, entrambi impegnati nella produzione del repertorio partenopeo, a portare la Canzone di Napoli là, a Sanremo. E così fu messa in piedi una kermesse natalizia intitolata Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi. Dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 andò in scena una settimana di sole canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, interpretate da voci quasi interamente partenopee, senza gara né vincitori. Tutto documentato dalle immagini archiviate dall’Istituto Luce.

Fu il primo festival sanremese, un numero zero napoletano, cui assistette tra gli spettatori un giovane floricoltore locale, il ventenne Amilcare Rambaldi, la stessa persona che, una ventina d’anni più tardi, incaricato di proporre idee per il rilancio del Casinò dopo la guerra, nel ricordo del successo goduto di persona, pensò di rispolverare l’idea di una rassegna musicale nel salone delle feste della casa da gioco, chiusa nel giugno del 1940, giorno della dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Rambaldi ispirò il giornalista e conduttore radiofonico torinese Angelo Nizza, da poco nominato direttore artistico del Casinò insieme al napoletano Mario Sogliano. Nizza colse il suggerimento, optando per le canzoni italiane, e insieme a Rambaldi andò a parlarne con Pier Busseti, gestore della struttura e presidente dell’Associazione Turistico Alberghiera. Partì presto una telefonata alla Rai di Torino per capire se l’idea potesse interessare alla radio nazionale. La proposta piacque, anche perché la canzone poteva contribuire alla ricostruzione dello spirito dopo la guerra, ma bisognava creare una gara a carattere competitivo per avvincere il pubblico. E così fu messa in moto la macchina organizzativa del Festival di Sanremo, inaugurato il 29 gennaio del 1951 nella stessa sede dell’antesignano partenopeo.

Le case discografiche napoletane non stettero a guardare e sollecitarono alla Rai un festival in salsa partenopea. Otto mesi dopo la manifestazione sanremese, a Napoli, uscita in macerie dai violenti bombardamenti, prese il via anche il Festival della canzone napoletana, nella cornice del Teatro Mediterraneo, all’interno della moderna Mostra d’Oltremare. Il ponte musicale fece andare su e giù, tra Sanremo e Napoli, gli autori e gli interpreti; artisti napoletani a cantare in italiano in Liguria e cantanti nazionali ad esibirsi in lingua partenopea in Campania, per la gioia delle case discografiche, a quel tempo tutte di Napoli. Non fecero diversamente i presentatori, a partire da Nunzio Filogamo, passando per Enzo Tortora, Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado e Daniele Piombi.
Fu un successo condiviso, passato dalla radio alla televisione, ma ad affermarsi di più fu la manifestazione sanremese, con la sua cittadina che beneficiò della frequentazione di personaggi famosi, vedendo crescere in modo notevole il turismo. Quella napoletana, invece, andò lentamente consumandosi in un ventennio a causa di gravi errori artistici e organizzativi. Dopo che ebbe preso il posto della rassegna musicale abbinata alla gloriosa Festa della Piedigrotta, i manager, in gran parte del Nord Italia, imposero agli autori e agli editori il pagamento di una tassa esosa per accedere a una gara decisa a tavolino e falsata da raccomandazioni che promuovevano brani privi di spessore artistico e cantanti non napoletani dalla dizione spesso disastrosa. Gli artisti di grido che vi partecipavano iniziarono a scarseggiare, i testi diventarono sempre più ricchi di stereotipi su Napoli e le sonorità si andarono ad allineare alle mode della musica leggera nazionale. A subirne le conseguenze non fu solo il Festival di Napoli, responsabile di un decadimento evidente, ma la stessa Canzone napoletana, minata nella sua sopravvivenza dall’attività degli editori napoletani, i quali finirono per considerare quella gara l’unico canale promozionale dei brani. In ogni caso, la formula della competizione in pochi giorni non si addiceva a Napoli, le cui canzoni avevano sempre raggiunto il successo nelle strade della città per poi diffondersi nel mondo. Nelle diciotto edizioni del Festival di Napoli furono presentati circa quattrocento brani musicali, ma pochi riuscirono ad emergere e ad inserirsi nel repertorio.
Il carrozzone si interruppe nel 1971 per la contestazione degli autori esclusi e le denunce di brogli. La Rai ritirò le telecamere e impedì lo svolgimento della gara, decretando il tramonto del Festival di Napoli. A danni fatti, riuscirono a tenere in vita la grande tradizione artisti irriducibili come Roberto Murolo, Sergio Bruni e Roberto De Simone, pur con stili diversi, e poi i più moderni Renato Carosone e Peppino di Capri, con le loro contaminazioni straniere capaci di proporre nuovi stili a tutto il panorama musicale della Penisola, che assisteva alla consacrazione del Festival di Sanremo come evento nazionale della cultura pop italiana da spostare, nel 1977, dal Casinò al Teatro Ariston e poi da esportare all’estero in Eurovisione. Grazie a quegli artisti, la fiammella napoletana restò accesa negli anni Settanta, periodo in cui il mercato discografico nazionale impattò con la musica straniera e iniziò a ignorare la produzione napoletana, fin lì ossequiata. Per i cantanti italiani di musica leggera e lirica che fino ad allora avevano dovuto cimentarsi nel canto napoletano divenne necessario dedicarsi all’inglese e allo spagnolo per aggredire i mercati discografici internazionali. L’esigenza linguistica provocò la “distrazione” degli artisti napoletani e favorì l’avvento di una sottocultura melodica napoletana, cui furono consegnati perniciosamente gli spazi prima dedicati a una ricchissima tradizione, ormai fagocitata da feste di piazza e nuovi stili di canto melodico rispondente a una fascia sociale meno colta.
Il rilancio stilistico avvenne negli anni Ottanta e Novanta, partendo dall’innovativo e sperimentale Neapolitan Power simboleggiato dal rivoluzionario Pino Daniele, autore di capolavori contemporanei in vernacolo agli antipodi del tipico sound partenopeo, ma poi anch’egli indebolito nel linguaggio vocale e sonoro dall’aspirazione di maggiore penetrazione sul circuito commerciale nazionale. Quando la fonte degli artisti napoletani sembrò ormai essersi definitivamente esaurita, provvidenziale fu il ritorno all’antico di Renzo Arbore, eclettico artista foggiano di formazione partenopea, con la sua rivisitazione del repertorio classico contaminato dal jazz e dal blues, col supporto di eccellenti individualità napoletane capaci di rendere la sua Orchestra Italiana il nuovo veicolo nel mondo della tradizione. È anche grazie a lui che la canzone napoletana contemporanea è ancora viva e vegeta, continuando a ricercare e sperimentare, mentre i suoi classici immortali insistono a girare il globo, veicolando la lingua e lo stile di una delle capitali internazionali della musica. La canzone in lingua nazionale era ormai radicata di casa a Sanremo, al teatro Ariston, ormai tempio immemore della sua genesi partenopea. Su quel palco, nel febbraio 2012, fece l’ultima apparizione pubblica un certo Lucio Dalla da Bologna, dodici giorni prima della sua scomparsa. Uno dei tanti giganti folgorati della Canzone napoletana, restandone radicalmente influenzato nella seconda parte della sua vita artistica:

«Ho avuto la fortuna di fare un concerto con Ray Charles, che è stato il mito della mia giovinezza, di suonare con grandi artisti internazionali. Ma quando ho avuto la possibilità di passare una sera con Roberto Murolo e sentirlo cantare mi è venuta in mente tutta l’estetica e i contenuti della bellezza del mondo. La Canzone napoletana non ha rivali al mondo!
Quella napoletana è la musica più importante del Novecento. Altro che Beatles. Dobbiamo tornare a noi, e smettere di essere provinciali scopiazzando all’estero.»

Approfondimenti e altre storie su Made in Naples (A. Forgione – Magenes, 2013)

De Sanctis e la goliardica incoerenza

l’accanimento dell’Olimpico dice che non è problema causato dagli ultras

Angelo Forgione – Roma-Sampdoria di domenica 16 febbraio, curve dell’Olimpico vuote per cori di discriminazione territoriale dei tifosi romanisti. Prima del fischio d’inizio della partita, il settore dei Distinti Sud occupato dai tifosi della Roma intona ancora cori contro il popolo napoletano. Seguono applausi dalla tribuna Monte Mario. Cori di invocazione al Vesuvio anche durante la partita, e persino dopo, al termine del fragoroso inno di Venditti, il cui sfumare da spazio alle esortazioni vesuviane. Troppo forte la rabbia della recente e dolorosissima eliminazione dalla Coppa Italia con Maradona che alzava pollice, indice e medio davanti le telecamere. E così, un problema che si è fin qui considerato dei soli ultras, cioè da stadio, si è rivelato invece molto più diffuso e radicato. Vera e propria intolleranza, poi hai voglia a dire che la chiusura dei settori penalizza anche i tifosi meno incandescenti. Contro l’Inter, sabato 1 marzo, si giocherà in un Olimpico ancora più vuoto, e quelle dei Distinti Sud sapevano che sfida stavano lanciando.
Sulla vicenda si è espresso il portiere giallorosso Morgan De Sanctis, per anni al Napoli a fare da vero e proprio capitano senza fascia, sempre pronto a spendere qualche buona parola per la città partenopea anche nei momenti di maggiore aggressione mediatica. Ha provato a sensibilizzare i tifosi romanisti, evidenziando quella che ha definito un’anomalia tutta italiana: “Se c’è un po’ di cultura, di buon senso e di responsabilità, anche quella minoranza si deve rendere conto che non è più il caso di continuare a fare questo tipo di manifestazioni, chiamiamole pure goliardiche”. Morgan De Sanctis non ha avuto il coraggio di condannare i suoi attuali tifosi, scegliendo la diplomazia alla coerenza. Era lui quello che il 25 aprile 2013, alla vigilia della trasferta di Pescara, disse ai microfoni di Radio Marte: “Ci sono tanti tipi di discriminazione, gli stessi napoletani sono oggetto di discriminazione territoriale che però non viene considerata tanto grave quanto dovrebbe. I cori beceri contro la nostra tifoseria vanno puniti”. Ma si sa, nel mondo del calcio, in cui si cambiano città e tifosi come le macchine, il savoir-faire è fondamentale, e De Sanctis ha percorso la strada meno impervia.
A chi scrive non piace neanche lo striscione “noi non siamo sporchi romani”, esposto in una curva del San Paolo per “rispondere” alle offese ricevute. E neanche il lancio ripetuto di petardi al’indirizzo dei “nemici”. Quelle non sono risposte e autodifesa ma malcostume che si somma a malcostume, perché agli ultras non importa nulla delle offese ricevute, che sono anzi ottimo pretesto. Le punizioni cambieranno a fine anno, perché è ormai chiaro che i tifosi se ne infischiano delle sanzioni severe. La sospensione della pena è stata introdotta per arginare il rischio, nella certezza che il Napoli fosse ospitato solo una volta l’anno, ma senza considerare che l’idiozia dei tifosi più accesi si sarebbe manifestata anche in partite senza il Napoli di scena. Il rischio è quello di ammainare bandiera bianca e abituare a ritenere normali certe manifestazioni che di normale non hanno nulla, perché certi cori non sono goliardate da stadio ma nascono da una certa propaganda ottocentesca anti-meridionale, amplificata dai media nel Novecento, tradotta in messaggi deviati nelle arene calcistiche della nazione che sono entrate – ed entrano – nella testa e nei comportamenti dei bambini, persino nelle scuole (clicca qui). E tutto questo deve finire. Mai smettere di indignarsi.