L’Associazione Verace Pizza Napoletana compie 30 anni

Importante ricorrenza per chi ha evitato a Napoli lo scippo del piatto principe

Angelo Forgione – È stata presentata allo store la Feltrinelli di Chiaia a Napoli la pubblicazione Farina Acqua Lievito Sale Passione, celebrativa dei 30 anni dell’Associazione Verace Pizza Napoletana, l’organizzazione senza scopo di lucro nata nel giugno 1984 per salvaguardare la plurisecolare originalità dalle falsificazioni che allora iniziavano a dilagare in Italia e poi in tutto il mondo con tanto di rivendicazione di paternità. In quel momento, alcuni ristoratori della città partenopea si resero conto che la pizza napoletana stava correndo il rischio di essere scippata al suo luogo di origine e avviarono un percorso che, dalla costituzione del marchio collettivo “Vera pizza napoletana” da consegnare dopo verifica ai locali affiliati, è giunto fino al conseguimento del Disciplinare internazionale, depositato presso l’Unione Europea, per la preparazione secondo il marchio STG, che ne protegge ingredienti e metodi di preparazione nel globo. Oggi, la pizza napoletana è il prodotto culinario più contraffatto al mondo per fini commerciali e, secondo la Coldiretti, solo in Italia la metà delle novecento milioni di pizze servite nelle venticinquemila pizzerie sono preparate, all’insaputa del consumatore, con farine canadesi e ucraine, pomodori cinesi, olio d’oliva tunisino o spagnolo e cagliate dell’Est-Europa in luogo della mozzarella.
Il fondatore e presidente dall’AVPN Antonio Pace si è detto soddisfatto di aver restituito ai pizzaiuoli napoletani l’orgoglio di esserlo, auspicando che sia tutta Napoli a recuperare la fierezza della propria immensa Cultura in senso assoluto. Potrebbe contribuire anche la sua stessa benemerita associazione, magari divulgando e imponendo ai suoi affiliati di divulgare il vero parto della pizza “margherita” nel periodo 1796-1810 (clicca per leggere), così come dalla stessa AVPN redatto nel Disciplinare depositato all’UE. Lo scorso Novembre, alla storica pizzeria Lombardi di via Foria, affiliata all’AVPN, si tenne proprio un evento di sensibilizzazione alla conoscenza della vera storia della “margherita” (clicca qui per leggere), alla presenza dei rappresentanti dell’associazione e con brani e discussioni dal libro Made in Naples (Magenes, 2013). Purtroppo, nella bellissima pubblicazione appena presentata, non c’è traccia di questa storia.

Parte “Eccellenze Campane”

Scommessa per la Campania, ma la sede legale è in Piemonte

Parte “Eccellenze Campane”,  il polo agroalimentare in via Brin dedicato alle eccellenze della Campania, realizzato grazie all’impegno dell’imprenditore Paolo Scudieri, presidente del Gruppo internazionale Adler.
2.000 mq adibiti alla produzione, alla commercializzazione e alla consumazione della produzione di 700 referenze della tradizione culinaria campana, con apertura dalle 7 alle 24. E poi un’aula magna per conferenze e dedicata all’informazione, all’educazione, alla cultura e alla didattica.
La scommessa è interessante. Il payoff fa il verso a “la terra dei fuochi” e recita “la terra del buono”. La Campania, che non teme concorrenza in quanto a eccellenze agroalimentari, combatte anche così “la terza guerra contro il Sud“, l’attacco all’economia locale denunciato dal sostituto procuratore generale della Repubblica Donato Ceglie. L’attività, però, ha legami con Torino; o almeno così si evince dal sito web eccellenzecampane.it, che indica in calce la sede legale della C.F. Italia srl, società specializzata in produzione di resine e gomme flessibili sita a Venaria Reale.

L’Amatriciana? Salsa del Regno di Napoli.

Angelo Forgione per napoli.com – Pensavate che l’Amatriciana fosse un condimento romano per la pasta? E invece non è così. Questa salsa non ha alcuna radice storica nella città di Roma ma conserva invece un’identità abruzzese con una forte influenza napoletana. Amatrice, il comune della provincia di Rieti in cui è nata, è stato assegnato al Lazio solo nel 1927 fascista. Prima di allora apparteneva alla provincia abruzzese de L’Aquila e ancora prima, fino al 1861, era cittadina del distretto di Città Ducale, nella provincia dell’Abruzzo Ulteriore II del Regno delle Due Sicilie. Lì, anticamente, i pastori abruzzesi di Amatrice preparavano la gricia, un guazzetto da pane fatto coi pezzi di pecorino, le sacchette di pepe nero, il guanciale e lo strutto che si portavano dietro nei loro zaini; e questo era il condimento principe di quelle zone, almeno fin quando il pomodoro non giunse a Napoli dall’America latina. La gricia non era altro che Amatriciana in bianco e così si può preparare ancora oggi, facendo sostanzialmente un’Amatriciana senza pomodoro, ossia utilizzando guanciale, pecorino e pepe.
40172_4bigQuando la gricia è divenuta amatriciana? A fine Settecento. Intorno al 1770, il pomodoro giunse in dono al Regno di Napoli di Ferdinando IV dal Vicereame del Perù, in quegli anni territorio borbonico dominato dalla Spagna di Carlo III, padre dello stesso Ferdinando e precedente sovrano napoletano. Ferdinando diede in quel periodo forte impulso alla coltura del San Marzano, nelle zone tra Napoli e Salerno, e all’impiego innovativo del grano duro nella lavorazione della pasta, risolvendo brillantemente i problemi di approvvigionamento alimentare derivanti dalla forte espansione demografica del Regno. Già nel 1773, il cuoco Vincenzo Corrado accennò a una salsa di pomodoro nel suo celebre Il Cuoco galante, il primo trattato scritto di cucina mediterranea. Furono proprio gli anni a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento a segnare l’affermazione del pomodoro come condimento, in luogo del solo formaggio grattugiato che aveva insaporito la pasta fino a quel momento. E così, con i nuovi fermenti napoletani, anche ad Amatrice fu introdotto il pomodoro San Marzano nella gricia, dando vita all’Amatriciana. Nel disciplinare di produzione, che raccomanda l’uso del San Marzano, si legge proprio che “l’introduzione del pomodoro nella ricetta è intervenuta alla fine del diciottesimo secolo, quando i Napoletani, tra i primi in Europa, riconobbero i grandi pregi organolettici del pomodoro, e così anche gli amatriciani, il cui territorio ricadeva nel Regno di Napoli, ebbero modo di apprezzarlo e, con felice intuizione, l’aggiunsero agli ingredienti della ricetta”.
LAmatriciana è considerata erroneamente un classico della cucina romana perché la capitale del nuovo stato italiano unito la importò dai pastori di Amatrice, i quali transumavano nella campagna di Roma durante il periodo invernale, recandosi nella vicina città per vendere i loro prodotti caseari e le carni ovine e bovine. Dunque, anche se molto apprezzata a Roma e apparentemente tipica della cucina capitolina, l’Amatriciana ha invece influenze napolitane, ed ha origini ne ramo abruzzese del regno partenopeo, come dimostra il fatto che era cucinata con gli spaghetti, così come da cultura pastaiola napoletana, e non con i bucatini come da variazione romana postuma. E con gli spaghetti, rigorosamente, si cucina ancora nell’Amatrice di oggi, italiana e laziale. Persino il cartello provinciale all’ingresso della città indica “Amatrice, città degli spaghetti all’amatriciana”. Non provate a dire a un amatriciano di cuocere i bucatini per il suo sugo. Quella è roba da romani.

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Le vessazioni degli automobilisti napoletani

Angelo Forgione – Ogni colonizzazione prevede che i colonizzati siano spremuti come bancomat. Oltre ai balzelli di benzina e tassa di possesso (e tangenziale a Napoli), gli automobilisti campani sono stati messi in condizione di pagare la RC auto più alta d’Italia, di avere paura di fare incidenti e di non denunciarli quando si verificano.
Con questa strategia, le società assicurative, quasi per intero del Nord, hanno abbassato artificiosamente il loro rischio, che ora è tutto a carico dei contraenti, e si sono garantite un esercizio più che vantaggioso. I campani, di fatto, non sono beneficiari di un onere a pagamento ma veri e propri tassati senza servizi.
Le truffe ci sono, e molte in Campania (secondo le statistiche dell’ANIA), ma questo è l’alibi per spremere i veri truffati, ovvero i tanti onesti che non provocano incidenti e vedono crescere continuamente il loro “premio”. La maggiore incidenza di truffe è compensata dalla minore casualità di incidenti, ora neanche più denunciati vista la psicosi generata. Ma il primo dato è enfatizzato mentre il secondo è insabbiato.
Inutile discutere di colpa generica quando questa la si fa scontare scientificamente agli innocenti. È la stessa differenza che passa tra il misero scippatore di Napoli e il ricco truffatore d’alta finanza di Parma.
E che dire dell’ennesimo aumento della Tangenziale di Napoli? Il problema non è il pedaggio, ma il costo del pedaggio. Gli scienziati del lucro lo aumentano con precisione svizzera mentre i transiti diminuiscono. Atlantia S.p.A. del gruppo Benetton di Treviso, la holding che gestisce gran parte della rete autostradale e la stessa Tangenziale napoletana, fa in modo di mantenere costante negli anni gli introiti. Le tariffe, dagli anni ’70, non servono più a ripagare l’investimento iniziale, e i costi di manutenzione costituiscono una percentuale molto bassa rispetto all’arricchimento dell’azionista privato, che ha trovato la gallina dalle uova d’oro.
Il 31 Dicembre del 2006 la tariffa era di 65 centesimi; dopo sette anni è salita a 95. Un aumento silenzioso e diluito nel tempo, oltre i parametri di rincaro. L’espediente sta nel fatto che la tariffa è soggetta ad incrementi omologati ai periodici aumenti autostradali. Proprio questo impone una distinzione perché un asse urbano non può subire l’identico incremento delle tratte autostradali, differenti per funzioni, finalità e utenze. Altro trucco sta nell’arrotondamento che fa scalare il balzello verso l’alto di 5 cent alla volta. È l’ennesima conferma di una vessazione continua senza possibilità di reazione da parte del popolo napoletano.
La gabella dura da 41 anni. La Tangenziale fu infatti progettata negli anni sessanta, in pieno boom economico, perché fosse un ponte viario da oriente a occidente. Il “balzello al casello” è un retaggio della sua costruzione. Un’infrastruttura ideata, progettata e realizzata con capitale interamente privato, primo esempio in Italia di project financing: 70% Iri, 15% Sme, 15% Banco di Napoli, senza finanziamenti dello Stato. La costruzione prima e l’esercizio poi, furono affidati alla “INFRASUD S.p.A.” del gruppo Iri-Italsat, con denominazione “Tangenziale di Napoli S.p.A.”. Gli investimenti iniziali furono senza dubbio notevoli e per sostenerli si adottò il pagamento del pedaggio. 300 lire nel 1972, anno di apertura al traffico, divenute praticamente 1.850. Un tributo dovuto per una convenzione della durata di 33 anni tra Anas e società di gestione firmata il 31 Gennaio del 1968 e scaduta nel 2001, quando proprio la società di gestione ritenne di non poter coprire le spese di manutenzione. La concessione è stata rinnovata nel 2008, con l’impegno da parte dell’azienda ad effettuare una serie di opere che giustificano il prolungamento del pedaggio. Necessità o espediente? Dovrebbe trattarsi di necessità perché nella proroga della concessione era prevista la realizzazione di un collegamento con l’asse occidentale che dovrebbe passare all’esterno della zona ospedaliera (pro utenti Ospedale Monadi) e uno spostamento più all’esterno dei caselli della stessa zona ospedaliera. Ma dopo cinque anni nulla è stato ancora messo in cantiere. Sta di fatto che per sette anni, dal 2001 al 2008, il pedaggio è proseguito nonostante fosse scaduta la convenzione e oggi, dopo 41 anni di esercizio, i costi iniziali sono stati abbondantemente ammortizzati.
Certo, l’arteria ha una manutenzione d’eccezione con una ripavimentazione costante, 65 telecamere di cui 34 nelle gallerie, tutor, una complessa sala monitoraggio, barriere fonoassorbenti e display informativi; sono poi 350 circa gli addetti tra casellanti e funzionari. Ma il pedaggio resta un’iniqua tassa a carico degli automobilisti napoletani come non accade in alcun’arteria cittadina d’Europa, oltre a rappresentare la principale causa della congestione del traffico, specialmente nelle ore di punta.
La Tangenziale è la più grande opera pubblica realizzata a Napoli nel dopoguerra, se si eccettua la costruenda nuova metropolitana. La superstrada urbana è una lunga striscia d’asfalto lunga 21 km che s’inerpica sulle colline di Capodimonte, dei Camaldoli e del Vomero per poi adagiarsi sulla zona flegrea verso Pozzuoli, raccordandosi infine con la Domitiana. Una strada ben progettata che sul piano tecnico-urbanistico è di livello superiore persino al G.R.A. di Roma e alle Tangenziali milanesi. Basti pensare alle soluzioni ardite utilizzate per adattare il progetto alla conformazione geologica dei siti stretti tra mare e collina: il viadotto di Capodichino, che per 1.360 metri “sorvola” il tessuto urbano, e la galleria che passa sotto la Solfatara sopportando una temperatura di 40°. Talmente solida che nel 1980 la struttura non riportò alcun danneggiamento dal terremoto e i giapponesi accorsero in massa a studiare il miracolo d’avanguardia.

Napolitano recluso a Napoli

Non una visita in forma privata ma una vera e propria autosegregazione

Angelo Forgione – È tornato a Roma, in silenzio o quasi, il presidente della Repubblica. Quando è giunto a Napoli, come da rituale nel giorno di Capodanno, Giorgio Napolitano sapeva che non sarebbe stata una vacanza come le altre nella sua città. Quella busta postale con ordigno indirizzata al prefetto Musolino ed esplosa tra le mani di una segretaria gli ha fatto cambiare le aspettative e aumentare qualche preoccupazione. Sarà per questo che un funzionario del Quirinale ha telefonato a Don Maurizio Patriciello proprio in quel giorno, chiedendo il motivo di tanto malcontento nel Napoletano verso l’inquilino della residenza presidenziale di Roma. Domanda inutile, perché quell’inquilino sapeva benissimo che i campani gli rimproveravano il suo silenzio da ministro degli interni negli anni Novanta e l’insufficiente e statica solidarietà di oggi alle mamme orfane di figli avvelenati, dopo che lo Stato ha lasciato in un ventennio che la Campania fosse, appunto, avvelenata in silenzio. Al suo nome pronunciato dal parroco di Caivano durante la manifestazione di “Fiume in piena” dello scorso novembre, la piazza Plebiscito gli aveva riservato fischi e l’etichetta di “assassino” (guarda il video). La sua rielezione è stata un pugno nello stomaco per tutte le famiglie colpite da questa strage silenziosa, unitesi alla disistima di quella parte della comunità napoletana disgustata dalla sua parzialità politica, dall’aumento del suo stipendio in un periodo di forte crisi, così come dalla retorica spinta con la quale condusse le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità. Una rielezione che non ha soddisfatto alcuna esigenza “eccezionale”: Napolitano, che avrebbe ceduto obtorto collo al pressing di alcuni partiti al 4° scrutinio (Saragat passò al 21°; Leone al 23°; Pertini e Scalfaro al 16°), non era affatto obbligato a farlo, potendo rispedirli a votare in Parlamento.
Il presidente è entrato il primo giorno dell’anno a Villa Maria Pia, più nota con il nome non sabaudo di Villa Rosebery, e non ne uscito se non per lasciarla. Niente tradizionale visita in Prefettura, là dove era esploso il plico; la Digos ci ha messo le mani e così è saltato anche il tradizionale caffè al vicino Gambrinus, che è nello stesso Palazzo della Foresteria; i comitati di “Terra dei Fuochi” erano lì ad aspettarlo e hanno presidiato il noto locale in tutti questi giorni. Ma il Re solo non è mai arrivato, per la delusione loro, dei fotografi, degli operatori televisivi e dei proprietari che non hanno potuto mettere da parte per futura vetrina le tazzine sporche di caffè bevuto.
Napolitano ha capito di essere persona non gradita a Napoli, almeno non a quelli che hanno riavvolto il nastro degli eventi. E così si è chiuso nella bellissima residenza di Posillipo, riparandosi dietro un provvidenziale maltempo e una raucedine di inizio d’anno. Niente uscite pubbliche ma solo visite private. Gradite, come quella del sindaco De Magistris, e meno gradite, come quella di un disoccupato che ha eluso i controlli e di una decina di manifestanti pacifici del comitato “Terra dei Fuochi” di Giugliano che, nell’ultima serata nel buon ritiro napoletano, sono andate da Maometto come la montagna, con fiaccole, croci di legno e cartelli raffiguranti bimbi morti e malati. Hanno piazzato lungo la silenziosa e presidiata via Ferdinando Russo striscioni eloquenti: “Ecco perchè non sei il nostro presidente ma il nostro carnefice”. Hanno cercato di avvicinarsi alla residenza ma gli agenti della Digos li hanno ricondotti su via Posillipo, negando la consegna al presidente della Repubblica di un dossier fotografico di 54 pagine sui danni provocati all’ambiente nell’entroterra tra Napoli e Caserta. Don Patriciello ha preso le distanze dall’iniziativa, mostrando ancora più evidenti le crepe nel rapporto coi movimenti, ma la lettera inviatagli il 3 gennaio da Napolitano, nella quale si esprimeva ancora una volta vicinanza ai cittadini che vivono sul territorio, ha evidentemente irritato ancora di più i comitati.
Napolitano, dunque, è tornato a Roma. È terminata mestamente la sua vacanza da incubo che non dimenticherà, la prima da anziano rieletto in un Paese fermo che non riesce ad adeguarsi al mondo che corre. Lo scorso anno, nel suo soggiorno privato, era stato in Prefettura da Musolino, al Gambrinus per il caffè, al complesso monumentale dei Girolamini, al cinema per assistere alla proiezione di un film di Tornatore e tra i viali del parco Virgiliano, passeggiando amabilmente e sostando su una panchina con la moglie Clio, dalla quale avevano goduto romanticamente della vista del mare che domina i Campi Flegrei. In un anno qualcosa è cambiato. Solo temporali e malanni? Consigli dei medici o della Digos? Chissà se tornerà più il Re solo, dopo questa esperienza reclusoria nella “sua” Napoli che lo ha messo spalle al muro… di Villa Rosebery.

Il maxi-schermo pronto per il Capodanno

Angelo Forgione – Dopo averne sollecitato l’utilizzo, è stato recuperato il maxi-schermo installato nel 2001 dalla Maioli Group tra le due statue borboniche, impianto che non veniva usato da più di tre anni, quando fu riesumato a seguito della denuncia che feci nella primavera del 2010. Sarà utilizzato per la festa di fine anno in piazza del Plebiscito, durante la quale saranno proiettatati gli auguri dei napoletani, saranno lanciati in modalità sincronizzata migliaia di lanterne luminose (per prenotare la propria lanterna clicca qui) e sarà inscenato uno spettacolo di fuochi d’artificio dal colonnato di San Francesco di Paola.

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Addio all’Angelo di Carditello

Ora il ministro Bray mantenga la promessa che gli fece un mese fa

Angelo Forgione – Tommaso Cestrone, noto come “l’angelo di Carditello”, non c’è più. Il custode della Tenuta borbonica, guardiano di una storia, si è spento a 48 anni nella sua azienda agricola di San Tammaro, a pochi metri da quel sito che difendeva dai vandali, dopo aver partecipato al cenone della vigilia di Natale in famiglia. Ha scritto qualcosa su facebook, anche un messaggio al ministro Bray, e poi è andato a dormire, ma non si è più svegliato.
Tommaso era un volontario della Protezione Civile e non aveva alcun obbligo di controllare la Tenuta di Carditello. Da qualche anno vigilava e teneva pulito ciò che poteva. Nei mesi estivi accoglieva i turisti che si accontentavano di sbirciare dai cancelli sbarrati. Per la sua presenza dava fastidio a chi lo vittimizzava con episodi intimidatori: bombe carta, macchina e roulotte bruciate, pecore uccise. Chi ama Carditello voleva bene anche a lui, che solo un mese fa aveva accolto il ministro dei Beni Culturali in visita al “rudere” borbonico. E proprio Bray, appresa la notizia, gli ha dedicato un post: “Quando l’ho conosciuto gli ho fatto una promessa che manterrò”.
Ora più che mai, Carditello deve tornare alla comunità. Quando questo accadrà, a Tommaso andrà dedicato un ricordo, perché nessuno lo dimentichi.
Lassù c’è un angelo in più che ha messo le ali. Ciao, Tommaso. E grazie.

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Messaggio del Ministro Massimo Bray letto durante i funerali

Ci sono tempi nella storia di un Paese nei quali c’è bisogno di eroi. Non degli eroi epici, ma degli eroi della vita civile. Questo accade quando il Paese ha smarrito alcuni riferimenti importanti, come il bene comune, i valori civili, i principi etici. Valori che con fatica ogni giorno vanno ricostruiti con l’impegno comune di cittadini e istituzioni. Tommaso è un eroe di questi tempi e di questo Paese, del nostro Paese, ed eroe rimarrà nei nostri cuori. Oggi non bastano le parole per confortare il dolore, né basteranno mai. Ma va detto che il suo impegno, la sua dedizione alla causa di Carditello, sono l’esempio di un’Italia migliore, dell’Italia che vogliamo ricostruire insieme.
La sua scomparsa improvvisa e immatura è una tragedia non solo per i familiari e per gli amici più cari, ma anche per le Istituzioni e per tutti coloro che avevano riconosciuto in lui il simbolo di una battaglia di un fare unico e straordinario per la collettività
Il MiBACT si e’ impegnato al massimo e proprio in questi giorni, insieme alle altre Istituzioni coinvolte, sta portando a compimento il percorso, non facile, per realizzare il sogno di Tommaso e degli altri numerosi cittadini fiduciosi, cioè che un bene culturale, prezioso in se’ e per la collettività, diventi bene comune, diventi il seme e il simbolo del riscatto e della rinascita di un territorio così ricco, così bello, così difficile. Il Sacrificio di Tommaso, che di questo si tratta, non resterà inutile. Sarà esempio per la comunità, per i giovani, per il futuro.
Grazie Tommaso

Un costume “made in Naples” da 1 milione di dollari per Miss Universo

È napoletanissimo il costume da 1 milione di dollari vinto da Miss Universo, la venezuelana Gabriela Isler. Confezionato da Yamamay con F.lli Dinacci. Creatività e ingegno napoletani per esaltare una bellezza internazionale con un costume preziosissimo che ha come protagonisti i diamanti, ma anche smeraldi e rubini incastonati in strutture di oro bianco e cuciti a mano. Un disegno composto da circa 900 pietre preziose pari a quasi 200 carati.

Torna la testa di sfinge nel quartiere nilense

un buon segno per Napoli che recupera lentamente i suoi “pezzi”

Angelo Forgione – È stata ritrovata la testa di sfinge di cui, negli anni ’50, è rimasta orfana la statua del Nilo, anche detta “Corpo di Napoli”. Fu sistemata nel Regio Nilensis, là dove un tempo era il quartiere nilense dei mercanti Alessandrini d’Egitto, nel cuore della Neapolis greco-romana. La scultura, sepolta con la partenza dei mercanti e dimenticata, poi rinvenuta anch’essa acefala dal sottosuolo nel 1476 e sistemata nel 1657, rappresenta il dio Nilo in sembianze ellenistiche pagane di vecchio uomo, coricato fra una cornucopia, in segno di prosperità e ricchezza, e la stessa sfinge, circondato da puttini che simboleggiano le ramificazioni del fiume egiziano. Manca la testa del coccodrillo, all’altezza dei piedi del Nilo. L’attuale basamento con l’epigrafe fu sistemato nel 1734, con l’ingresso di Carlo di Borbone a Napoli, quando la statua fu restaurata.
Dove è stata rinvenuta la testa di sfinge? Era in Austria, finita in possesso di un collezionista locale che l’aveva acquistata decenni fa in buona fede e non ha fatto problemi a riconsegnarla al patrimonio culturale italiano qualche mese fa. Ora partirà la raccolta fondi per riposizionare la testa sfingea al suo posto, missione a cui tutti i napoletani possono partecipare (istruzioni sul sito comitatocorpodinapoli.it). L’operazione è stata illustrata in una conferenza stampa nella Cappella Sansevero, altro luogo simbolo della Napoli esoterica, voluta nel Settecento da Raimondo di Sangro, ispiratore proprio del Rito Egizio di Napoli fondato da Alessandro di Cagliostro, che si propose di unificare le logge massoniche iniziatiche nell’obiettivo di purificare le varie religioni, compresa quella cattolica inquinata dal dogma della Chiesa, e raccogliere gli elementi appartenenti alla vera Tradizione sparpagliati nei diversi culti.
La statua del Nilo simboleggia anche l’importazione di culti della tradizione ermetica egizio-alessandrina. Vale la pena ricordare che la trilogia egizia delle forze spirituali è Ka-Ba-Akh, ossia forza vitale, anima e aura. È chiara la forte assonanza con il termine ebraico qabbaláh. Napoli capitale, nel Settecento, fu proprio punto di contatto della Tradizione egizia con quella ebraica, in un ambiente già pregno di Tradizione ellenica. Tutti questi fermenti crearono tutto ciò che la città, a livello popolare, ha ricamato attorno al gioco del Lotto. Il più significativo prodotto di questi fervori fu la Smorfia napoletana, una forma folcloristica di cabala per l’interpretazione dei sogni, legata etimologicamente ed esotericamente alla divinità greca dei sogni Morfeo. La Tradizione esoterica ispirò quella popolare, portando i napoletani, già affezionati al lotto da circa un secolo, a non puntare più casualmente ma per interpretazione dei sogni e dei particolari eventi della vita quotidiana, dando al gioco i suoi connotati attuali e facendone un fenomeno unico in Europa e nel mondo.

Londra e Milano si inchinano a Napoli

David Cameron e Phillip Blond

Angelo Forgione – Affascinato dal paradigma dell’Economia Civile di Antonio Genovesi, che, come più volte ho scritto in questo blog e, soprattutto, nel mio libro Made in Naples, è la teoria economica che può risolvere i problemi italiani e dell’Europa contemporanea, ho scovato un’interessante confessione di Phillip Blond, il teologo anglicano e uomo politico inglese che ha formulato per il Primo Ministro britannico David Cameron la Big Society, un programma di riforme apparentemente rivoluzionario col quale lo stesso Cameron ha vinto le elezioni nel 2010. Qualche mese dopo il suo arrivo al n. 10 di Downing Street, Phillip Blond presenziò a un convegno all’Università Cattolica di Milano. Da quanto si può leggere in una relazione di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente dell’Agenzia per il terzo settore, in quell’occasione il consulente di Cameron dichiarò al pubblico:
«Noi inglesi credevamo di essere arrivati per primi ma dobbiamo riconoscere agli italiani e ai napoletani in particolare di averci anticipato.»
E infatti, in Made in Naples scrivo:
“Nel maggio 2010, il premier britannico David Cameron vinse le elezioni con un programma di riforme contenente la rivoluzione della
Big Society, un modello sociale per assegnare ai cittadini parte del potere detenuto interamente dallo Stato e del mercato. Niente di nuovo per una teoria completamente mutuata dall’Economia Civile di Antonio Genovesi di due secoli e mezzi più vecchia. La patria del capitalismo, pur ricca e dinamica, si sta evidentemente accorgendo che il proprio modello necessita di modifiche. Il paradosso, dunque, è che l’Italia lasci inaridire le radici napoletane dell’Economia, pur essendo detentrice del modello economico più valido e moderno. Il delitto è che non lo rivaluti, tenendo in vita quello straniero (l’Economia Politica di Adam Smith) che l’ha inginocchiata.”
Stefano Zamagni, che in un’altra relazione orale sul web smaschera Blond (guarda il video), si rammarica nello scritto che l’Italia abbia disimparato quello che gli inglesi vengono a imparare in Italia, e si irrita per il fatto che “non sappiamo valorizzare le nostre radici che sono di gran lunga superiori a quelle degli altri”. Il cattedratico riminese afferma anche che “l’illuminismo napoletano ha una marcia in più rispetto a quello milanese – anche se c’è Beccaria”, affermando questo concetto pure negli ambienti accademici milanesi, tant’è che lo scorso 14 novembre ha tenuto una discussione all’Istituto Lombardo di Milano in occasione del convegno internazionale “Antonio Genovesi maestro degli economisti lombardi nell’età dell’Illuminismo”, sulla cui presentazione si leggeva: “gli economisti dell’Illuminismo lombardo hanno mostrato rara efficacia nel recepire e interpretare prontamente il messaggio di Genovesi”.
L’esigenza di un ripensamento dell’economia mondiale ha coinvolto anche papa Francesco, che, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium dello scorso 26 novembre, ha chiesto pubblicamente un’economia più umana, diversa da quella imperante che uccide. In privato, alla vigilia del G8 dello scorso giugno, aveva già avuto uno scambio epistolare con David Cameron, ricordandogli che “il fine dell’economia e della politica è proprio il servizio agli uomini”. La sua lettera era piena di concetti formulati a Napoli da Antonio Genovesi circa due secoli e mezzo fa; concetti che Cameron, evidentemente, conosceva già benissimo, visto il consulente di cui si avvaleva.
Londra e Milano, capitali finanziarie, si inchinano alla cultura economica della povera Napoli, ma questo nessuno lo racconta. Tocca agli economisti illuminati come Zamagni organizzare convegni che facciano luce sulla vera cultura universale di Napoli, e agli scrittori, come il sottoscritto, che sentono il dovere di raccontare un’altra Napoli, all’avanguardia per cultura e dentrice di soluzioni per i mali del mondo moderno. Ma qualcuno ha voluto e vuole che resti in silenzio ed economicamente arretrata. Riflettiamo!